Cultura (art. Simboli)

Simboli

Nel visualizzare questa rivista vi sarete sicuramente accorti della presenza, nell’immagine del titolo, di due figure: la stella nera e l’uomo Vitruviano di Leonardo. Soffermiamoci ora sulla spiegazione ed il significato recondito e d’ispirazione di queste due figure:

L’uomo Vitruviano raffigura la perfezione e l’unicità d’ogni uomo che vuole esser Dio ed aspira ad esser tutt’uno con l’infinito. Esso è senza dubbio, il più conosciuto tra i disegni di Leonardo da Vinci col quale volle rappresentare l’unione simbolica tra arte e scienza: l’uomo è perfetto all’interno di due figure geometriche, il cerchio e il quadrato, forme considerate perfette dal filosofo greco Platone. Queste due forme geometriche rappresentano la creazione: il quadrato rappresenta la Terra, mentre il cerchio l’Universo. L’uomo entra in contatto con le due figure in maniera del tutto proporzionale e ciò fa intendere la natura perfetta della creazione dell’uomo in sintonia con Terra e Universo. Ma perché Leonardo s’ispirò a Vitruvio per la sua opera? Vitruvio fu un architetto e scrittore romano, ritenuto il più famoso teorico di architettura di tutti i tempi. Leonardo nella sua genialità volle far affiorar nel disegno le teorie architettoniche del Vitruvio, dagli archetipi geometrici universali alla teoria alchemica del microcosmo e macrocosmo, per cui l’homo ad circulum e l’homo ad quadratum del De architettura di Vitruvio possono sovrapporsi (Elettrico). Riprendere Vitruvio, peraltro, vuol dire accogliere la sua concezione dell’ars muratoria, fondata sull’armonia delle proporzioni e sulla corrispondenza tra la natura e le costruzioni architettoniche: un’armonia insita nelle forme naturali che si riverbera in quelle ideate dalla mente umana. Gli architetti rinascimentali ricercarono la “misura” del monumento, avvalendosi sovente di quella “divina proporzione” insita nella “sezione aurea” ed espressa in matematica nella serie di Fibonacci. Raccoglitori di un capitale culturale disperso, essi ricondussero l’uomo al centro dell’universo, non più slancio verso l’alto ma scavo interiore, nella consapevolezza che la scintilla divina si nasconda in natura, manifestandosi nella resa armonica delle proporzioni. Verità presenti nei testi di Vitruvio, il quale, nel suo libro sull’Architettura, a tal proposito, così si esprime: “L’ombelico è il centro del corpo umano, poiché se si collocherà l’uomo supino con le mani e i piedi distesi e si farà col compasso centro dell’ombelico, tirando un circolo, le dita d’ambo le mani e dei piedi distesi toccheranno la circonferenza […]. Del pari trovasi nel corpo la figura quadrata, perché se dalla base dei piedi si misurerà fino alla cima del capo e quella figura sarà rapportata alle mani distese, si troverà la larghezza uguale all’altezza, allo stesso modo di quei piani che sono esattamente quadrati”. In questo sodalizio estetico-matematico della quadratura del cerchio, si riconobbero altri pensatori dell’epoca; come ad esempio Fra Luca Bartolomeo de Pacioli, frate francescano, matematico ed economista italiano, autore della Summa de Arithmetica, Geometria, Proportioni e Proportionalità e della Divina Proportione e riconosciuto come il fondatore della moderna ragioneria. Tra i suoi trattati egli ricorda infatti come il cerchio che iscrive un quadrato si leghi fortemente all’idea del sacro e alla sua rappresentazione architettonica, ossia il tempio.

“E per questo li antichi, considerata la debita posizione del corpo umano, tutte le loro opere, maxime li templi sacri, a la sua proporzione le disponevano, perocché in quello trovavano le doi principalissime figure senza le quali non è possibile alcuna cosa operare, cioè la circular perfettissima e di tutte l’altre isoperimetrarum capacissima, come dici Dionisio in quel De sphaeris, l’altra la quadratura equilatera”.

La divina proporzione e la suddetta correlazione armonica furono adottate nella costruzione di molti tra i più importanti edifici rinascimentali. Alla base di questa idea troviamo la visione del pensiero greco ripresa dal Rinascimento che, nella distinzione tra terra e cielo, solo quest’ultimo nella sua perfezione è precisamente regolato da leggi matematiche e geometriche, mentre il mondo elementare rimane di per se assolutamente privo di questa esattezza. Ed è l’arte che impone la perfezione alla natura attraverso l’impiego della tecnica: per questo l’uomo sarebbe posto al centro come punto di unità potenziale tra cielo e terra, proponendosi come unione tra la perfezione di pianeti e costellazioni e la perfettibilità del mondo elementale. Lo stesso Vitruvio insisterà su ciò che costituisce la forma superiore di arte, quella che cioè si prefigge di rappresentare gli oggetti così come dovrebbero essere (De architectura, VII, 5,1). Questo concetto astrale e ad un tempo mentale dell’arte verrà ripreso da Plotino, per il quale gli dei pensano per belle immagini, ritenendo pertanto questa la forma superiore di pensiero (Enneadi, V, 8,6) e dallo stesso Leonardo, che considerò la pittura come «cosa della mente, anzi filosofia» (Elettrico). Nel disegno leonardesco, l’uomo adotta due posizioni, una più statica, l’altra più dinamica. Ed a ben vedere, “il quadrato non si trova centralmente inscritto nel cerchio, bensì spostato verso il basso in una posizione non casuale ma ben precisa dove il punto d’incontro delle diagonali coincide con i genitali dell’uomo. Genitali che qui indicano l’origine fisica, come l’ombelico indicava quella spirituale”. Tale sfasatura non fu casuale, ma attuata nell’intenzione di sottintendere due dimensioni diverse, una fisica, l’altra metafisica: sfasatura del quadrato con il cerchio e conseguente duplicazione della posa, ora statica ora dinamica. In quest’ultima variante, a braccia e gambe aperte, egli sembra rievocare la figura archetipica della ruota. Il cerchio simboleggia la sfera celeste, ossia l’origine soprannaturale dell’uomo, mentre il quadrato definisce il suo destino terrestre. Date queste premesse l’analisi dell’opera induce ad affermare che, nella quadratura del cerchio, la dinamicità delle sfere celesti si armonizza alla terrestre staticità del quadrato, al contempo il fluire ciclico della vita sensoriale troverebbe un argine nella fermezza di quella contemplativa. La risultante, scaturisce un simbolo che esprime un contenuto inconscio ancora sconosciuto. La piena e armoniosa integrazione dell’uomo entro il “cerchio dell’esistenza eterna” sembra stridere infatti con l’espressione corrucciata, “angosciata” del volto di questo possibile autoritratto.

“Io sono uscito dal cerchio che ruota […] ho messo piede su ciò che è solido, l’ho preso e salvato dal moto dell’onda, dal ciclo delle nascite e dalla ruota vorticosa dell’infinito accadere” (Jung).

Alla fine del ‘300 iniziò a diffondersi un nuovo movimento culturale: l’Umanesimo, che poneva al centro l’uomo, infatti il simbolo dell’Umanesimo era l’uomo Vitruviano di Leonardo che rappresentava le proporzioni perfette del corpo umano. Nell’Umanesimo, infatti, l’uomo era ritenuto perfetto e padrone del mondo. La facoltà più importante per gli umanisti era l’intelligenza, l’uomo infatti divenne Homo Faber cioè artefice di se stesso e del suo destino. Durante l’Umanesimo vennero abbandonati gli studi teologici e vennero intrapresi gli studi riguardanti le discipline umanistiche (la letteratura e la filologia). L’Umanesimo e il Rinascimento non sono nettamente separati, l’uno confluisce nell’altro pur avendo caratteristiche diverse. L’uomo Vitruviano rappresenta il simbolo di questo passaggio ed il simbolo del microcosmo che si sovrappone al macrocosmo, il grande universo che agisce e influenza con i movimenti celesti la vita degli stessi uomini nella perfetta rappresentazione proporzionale del corpo maschile, ma anche la solitudine dello stesso nel cerchio del cosmo, dove aspira e desidera con tutto il suo corpo, toccare gli estremi infiniti confini. L’uomo naturalisticamente finito che aspira al possesso dell’infinito. L’uomo che vuole farsi Dio. Questo è il dramma di Leonardo.

La stella neraimm stella  

[Tu! Lupo dalla pelliccia bianca e stella su occipite frontale nera… Fosti totem d’equilibrio, nella luce di guida albina che indica strada, nel destro di severa pupilla di ghiaccio che ti fece veder nero oltre le armonie del sereno bianco e nel sinistro di tenue pupilla d’ambra che ti fece veder bianco oltre le ombre di cupo nero…]

Così come l’essere è colore in vibrazione e forma anche per la spiegazione della stella nera si utilizzerà egual principio. Il nero di per sé potrebbe indicar cupezza, buio, negazione ai più, ma se ci si fermasse alle apparenze, tutto diverrebbe piatto nella propria concezione personale. Difatti nel giudicar le apparenze la verità sarebbe semplicemente quella visiva, di primo impatto o quella descritta da altri. Questo non vale se si utilizza il principio della trasformazione. Questa rivista, vuol possedere alla base un concetto fondamentale, cioè quello dell’esplorazione. Esplorazione, all’interno di noi stessi ed esplorazione di ciò che ci sta intorno ed oltre. Così che non ci si fermerà a veder bianco o nero, perché nel nero v’è il bianco e nel buio, luce e viceversa. La scelta del colore nero vuol rappresentare quel passaggio di ricerca e trasformazione delle nostre ombre, le nostre paure interiori, che si riflettono in ciò che vediamo o pensiamo di giudicare soggettivamente. Il nero è il colore del mistero; quel mistero che l’essere deve sviscerare per giungere alla propria verità. Il punto d’arrivo probabilmente è il grigio, la via di mezzo, l’equilibrio, la propria centratura del cerchio. Il nero rappresenta anche la ribellione, l’indignazione contro l’insulto all’intelligenza umana insito nelle pretese, ipocrisie e bassi sotterfugi nella continua lotta dell’essere contro se stesso e le proprie divisioni interiori e con gli altri (siano esse personali o inoculate), per divenir uomo libero. Libero dal perenne lutto di morti e vittime evitabili con una nuova concezione di pace dell’essere e libero dal lutto della morte del corpo e dall’annullamento dello spirito sotto sistemi autoritari e gerarchici.

Passiamo alla forma; la stella. La stella a cinque punte, rivolta verso l’alto è vista come un segno di equilibrio e di protezione; difatti, essa vien rappresentata come talismano “dell’uomo cosmico”. Il pentalfa fu infatti il simbolo dell’uomo e del suo microcosmo nella realtà terrena all’interno della quale l’essere umano si inserisce, proiettato verso realtà superiori. Un esempio è quello degli allievi della scuola mistica di Pitagora, che utilizzarono questa figura per indicare ed identificare il rapporto aureo, ovvero l’unità di misura del creato. Utilizzato anche dalla massoneria moderna, la stella fiammeggiante con la punta rivolta verso l’alto vuol rappresentare il simbolo dell’uomo nel suo percorso di elevazione, e la sua immagine sintetizza lo scopo dichiarato della libera muratoria, ovvero quello di condurre il profano verso la trascendenza. La stella ebbe grande importanza di forma, studio e venerazione anche presso antiche civiltà, epoche e società. Ad esempio i sumeri che diedero alla stella significato di “cielo”, “Dio” o la civiltà egiziana con la venerazione d’Orione (associato al Dio Osiride), di Sirio, detta stella del cane o del lupo celeste e stella più importante della volta celeste essendo la più luminosa. Probabilmente, nell’antico Egitto l’intero sistema religioso egizio fu associabile alla stella Sirio. Essa era venerata con il nome di Sothis e associata a Iside, dea madre della mitologia egizia. Iside era la componente femminile della trinità completata da Osiride e il loro figlio Horus. Gli antichi egizi tenevano Sirio in così grande considerazione che la gran parte delle loro divinità erano associate ad essa più o meno direttamente. E’ evidente la connessione anche iconografica con Anubi, dio della morte dalla testa di cane e con Toth-Hermes, gran maestro dell’umanità, che era direttamente ed esotericamente collegato a Sirio. Per gli Egiziani il sorgere eliaco di Sirio nell’aspetto rosso brillante preannunciava la fertilità, l’abbondanza e la vita, ma se era di aspetto pallido o nebuloso (e quindi arrossato) avrebbe recato la pestilenza e la morte. Altro popolo legato a stretta misura a Sirio è quella dei Dogon (tribù nella repubblica del Malì che vive tra i dirupi rocciosi dell’arido altipiano del Bandjagara senza alcuna tecnologia). Essi si definiscono popolo venuto dalle stelle; difatti, la loro leggenda narra che i Nommo, gli otto antenati dei Dogon, arrivarono sulla Terra dalle stelle e ci si chiede tutt’oggi come essi possano avere così tante, precise e dettagliate informazioni su nozioni astronomiche che solo la meccanica celeste e la moderna astrofisica hanno permesso di ottenere. Tra i loro saperi, sembra che essi siano a conoscenza delle caratteristiche chimico-fisiche di Sirio B. Essa viene, infatti, definita come “stella nera” dal momento che è invisibile ad occhio nudo, e vien chiamata da loro “Po Tolo”. Essi affermano che la stella nera Po Tolo è vicinissima a Sirio, anche se non può essere vista, e appartiene al più piccolo tipo di stelle ma anche al più pesante. Riguardo a questo particolare, le formule rituali dei sacerdoti recitano: “Po Tolo gira attorno a Sirio in 50 anni ed è tanto più pesante, che un minuscolo granello della sua materia pesa più di tutti i granelli di sabbia del deserto presi insieme”.

La risultante, il punto focale e d’unione di tali figure e forme e di tutto quel che è stato descritto, risulta essere simbolo di uomo esploratore, che cerca, tra i misteri più reconditi ed ombrosi di se stesso, di trovar quadratura del proprio cerchio nel suo microcosmo, per poi proiettarsi, una volta risolto quello, con equilibrio, all’esplorazione dell’esterno conosciuto e del macrocosmo ignoto.

Tercespot Navi

Letteratura (art. Il tempo)

Il tempo Immagine clessidra

Attendevo il ritorno di quel “toc”, preciso e metallico, con una certa angoscia. A volte sembrava titubante a confronto del più deciso e regolare fratello in andata: il “tic”. Si, sembrava proprio che quel ritorno potesse tradirmi da un momento all’altro. Sarebbe stata la catastrofe, la tragedia per antonomasia, la fine annunciata: lo yin senza lo yang, il bianco senza il nero, il giorno senza la notte!

Amavo avere una decina di orologi vintage a carica manuale, alcuni più pregiati altri meno. Li tenevo in quella bella scatola di legno foderata con panno di velluto blu. Queste macchine infernali, per quanto oggetti rari e belli, di moda o di lusso che siano, sono tutti limitatissimi in quanto tutti dipendono dalla nostra volontà nel dargli o meno vita; ovvero: corda. Tastavo quegli aggeggi ripetutamente, uno dietro l’altro. Ascoltavo, posavo ed afferravo velocemente l’altro premendolo all’orecchio quasi, proprio in quel frangente d’attimo, potessero venir meno.

Li pigiavo talmente forte al lobo, per carpirne il singolare ritmico suono, che il fondo esterno della cassa metallica sovente mi ricordava dell’esistenza anche di altre leggi fisiche tipo, per l’appunto, il caldo del mio lobo ed il freddo dell’acciaio della cassa. Questo pensiero, però, riusciva a mala pena a strattonare la mia attenzione per qualche decimo di secondo. Cogliere il segreto del tempo era ciò che mi interessava primariamente e dovevo riuscirci prima che fosse stato troppo tardi.

Una cosa, intanto, era certa: il tempo è freddo! Implacabile, gelido e preciso! La mia ricerca sul tempo riguardava il tempo dei tempi. Il sempre ed il nulla, l’attimo e l’eterno; non certamente l’ora i minuti ed i secondi!

Ragionavo che per catturare selvaggina o cacciagione si usano particolari tipi di trappole, così come per tante specie di pesci bisogna usare l’esca giusta. Per cogliere il tempo dovevo capire cos’era il tempo, appunto, cos’è il tempo? E’ la percezione dello scorrere del sangue nelle vene o la visione di nuvole che vanno alla deriva? Il tempo è: l’attimo e l’eterno insieme! Come faccio a catturare l’attimo se non sono eterno? E se il tempo fosse molto più lento o molto più veloce di come lo percepiamo? Dove dovrei coglierlo nel microcosmo o nel macrocosmo? La vita di alcuni grilli, cicale o farfalle dura appena un giorno eppure non li ho mai sentiti lamentarsi. Alcune specie di rettili, squali ecc.. si dica abbiano milioni di anni. E le stelle? I pianeti? Le comete? Le galassie? Da quanto stanno? E quanto potranno vivere? La situazione ora era abbastanza complicata.

Per concentrarmi, la sera, avevo escogitato un rituale molto semplice, tenevo premuto la giugulare per alcuni minuti prima di prender sonno. Ascoltavo pulsazioni amplificate nel silenzio della testa e seguivo quei ritmi frenetici, ma tante volte anche regolari. Stavo intercedendo col tempo? Lo avevo condizionato? La sola ed unica risposta era sempre la stessa: il rituale mi aiutava a prendere sonno prima e meglio.

Imperterrito tutto il mio tempo libero lo passavo in garage tra mille strani arnesi. Spesso indossavo anche un camice bianchissimo di cui ne avevo gran cura affinché non si macchiasse con alcunché, come se il tempo potesse aver rispetto dell’innocenza della ricerca.

Manovravo, con sapienza, goniometri e mappamondi. Righe, compassi, binocoli e telescopi. Niente! Non riuscivo a capire da dove cominciare.

Avevo la fortuna di abitare in campagna e di avere abbastanza tempo per riflettere. Osservavo quei fiori schiudersi uno dietro l’altro, ed i frutti maturare sugli alberi. Se il tempo si fosse fermato, i fiori che avrebbero fatto? E quel gattino tigrato, fin troppo vivace, avrebbe smesso di crescere? Ma dove stava l’essenza del tempo che tutto governa e alle cui leggi tutti ubbidiscono? Tutto ciò mi tornava strano. Una cosa così grande eppure praticamente invisibile ed inafferrabile; intangibile.

Sapevo che: L’unità di tempo è la durata dell’intervallo di tempo che separa due fenomeni scelti una volta per tutte lungo la scala dei tempi. Ma ciò non aiutava il mio nobile scopo a cogliere l’intervallo. Avevo letto anche che: una scala di tempi è una successione ininterrotta di fenomeni che permette di assegnare una data a ogni altro evento. Ed ancora che: il tempo come ordine oggettivo, con cui si misura il movimento; il tempo come intuizione della successione di stati di coscienza legati tra loro dalle facoltà della memoria e dell’immaginazione (come anticipazione di stati futuri). Il tempo come struttura della possibilità e della progettazione. La concezione che identifica il tempo con l’ordine del movimento è la più antica. Si ritrova nella dottrina pitagorica e platonica e trova la sua definizione classica in Aristotele: il tempo è il numero del movimento secondo il prima e il dopo. Nell’accezione di ordinamento come successione di istanti omogenei, tale concezione del tempo fu ripresa dalla scienza moderna, e posta a fondamento della meccanica. Ma anche che: il tempo è considerato come fluente indipendentemente da qualsiasi fenomeno che accada in natura e dal sistema di riferimento usato. Infatti, il tempo vero, assoluto e matematico, per proprio conto e per sua natura fluisce uniformemente senza riferimento ad alcunché di esterno. La critica relativistica ha sostituito al tempo assoluto il concetto di tempo relativo all’osservatore, mettendo in luce il fenomeno che va sotto il nome di dilatazione dei tempi.

Insomma avevo capito che fino alla fine dei miei giorni non avrei mai potuto cogliere il tempo in quanto, questo, soggetto a sua volta ad altri tempi, ed altri spazi, dilatati o ristretti che siano dalle circostanze del momento, del dato momento o da quel preciso momento!

Alzai lo sguardo e vidi che quel cielo stellato sopra di me roteava freneticamente. Intorno, invece, il tempo sembrava molto più lento. I frutti maturavano eccome e senza fretta. Abbracciai il mio micino con la pena di chi sa di dover, per una dottrina o per l’altra, trapassare dovendo cogliere in altro tempo e… in altro spazio.

Laerte (Breve racconto-2007)

Filosofia (art. L’origine)

L’origineuniverso1

[Chissà se un giorno Dei d’altri mondi, provenienti magari da un universo più antico del nostro ci sveleran arcano sulle origini… Al momento all’uomo rimane solo da domandarsi chi sia mai il Dio della creazione del tutto dal nulla; un Dio trascendente, un atomo primordiale o un vizio concettuale e visivo, sotto forma di miraggio con morti che vivon vite e giorni vissuti come ricordi che fluttuano nell’aria in un limbo di pensieri, di sogni, di infinite esistenze ed esperienze in un tempo infinito ed in tutte le combinazioni possibili?]

Qual’è l’origine dell’universo e della creazione?

Questa è la domanda su cui si basa ogni pensiero filosofico; la domanda delle domande. Essa costituisce, forse, la ragione stessa dell’esistenza della filosofia. Alcun scienziato ormai dubita dell’esistenza del Big Bang e del fatto che 13,7 miliardi di anni fa l’universo fosse molto piccolo e che da allora abbia continuato ad espandersi. La storia che la scienza racconta è quella dei fatti avvenuti dopo quell’istante; non sa spiegare ciò che accadde prima o sull’esistenza stessa di un prima perché non sa come misurarlo. Nei primi istanti di vita dell’universo le leggi della fisica hanno permesso di costruire due soli atomi: Idrogeno ed Elio. Da essi deriva tutto quello che conosciamo, inclusi i viventi che abitano il nostro pianeta.

L’interpretazione che i filosofi hanno dato all’origine del cosmo ha oscillato nel tempo tra due estremi: una visione immanente per cui il principio dell’Universo è nell’Universo stesso, che per questa ragione esiste da sempre e sempre esisterà e una visione creazionista per cui il mondo è opera di un Demiurgo che è fuori dell’Universo e lo crea per cui il mondo ha un’origine e quindi una fine.

La filosofia greca era permeata del primo atteggiamento, negava la possibilità che ci fosse un inizio del mondo e quindi una fine. Ciò che è eterno – sostenevano – “ha una perfezione superiore” di ciò che è creato (che dipende dal suo creatore). Poiché l’Universo è la sede delle massime leggi concepibili, a cui anche gli dei sono sottoposti (neanche gli dei potevano sottrarsi al loro “destino”), deducevano che esso dovesse essere perfetto e quindi eterno. Per Talete, il primo dei filosofi della scuola di Mileto, il principio era l’acqua: tutto cominciava dall’acqua e finiva nell’acqua perché – osservava – tutto quello di cui le piante e gli animali si nutrono è umido; in un certo senso era il precursore delle moderne teorie sull’origine della vita. Per Eraclito il principio era il fuoco, ciò che variava era solo la sua forma, dal fuoco nascono i gas che precipitano in acqua e quando l’acqua evapora lascia dei residui che sono i solidi. Gas, liquidi e solidi sono quindi tutte forme diverse del fuoco. Per Anassimene il principio era l’aria: in essa osservava i processi di rarefazione e condensazione in cui vedeva il divenire la sintesi degli opposti. Analoghe teorie erano proposte da tutti gli altri filosofi: per Empedocle il principio erano i quattro elementi, per Democrito gli atomi, per Pitagora l’ordine matematico. I filosofi greci studiavano il mondo da veri scienziati ed erano colpiti dai fenomeni fisici, chimici e biologici che osservavano e da questi facevano derivare un principio primo. Essi avevano una concezione concreta del mondo che Aristotele riassumeva nella semplice frase: dal nulla non può nascere nulla. Per i Greci, se l’Universo esisteva, allora era sempre esistito e non poteva neanche finire perché, se non si può passare dal nulla all’esistente, è vero anche il contrario: non si può passare dall’esistente al nulla. Se l’Universo esiste da sempre allora esisterà per sempre, il tempo non ha un inizio e non avrà mai una fine. Il Big Bang come origine del tempo non va d’accordo con il pensiero aristotelico.

Sant’Agostino e i teologi cristiani avevano invece un’impostazione opposta, di tipo creazionista. Per loro Dio è fuori dallo spazio e dal tempo, che esistono solo perché Lui li ha creati. La domanda che molti si pongono: “cosa faceva Dio prima di creare il mondo?” per Sant’Agostino non aveva nessun senso, perché, non essendo stato creato il tempo, non esisteva un prima. Un ragionamento che non convinceva i suoi ascoltatori e spesso, quando il Santo arrivava alla fine delle sue lezioni, c’era qualcuno che chiedeva spiegazioni, non riuscendo ad accettare l’idea di un istante che non avesse un prima. La storia racconta che Sant’Agostino, esasperato da queste domande, alla fine rispondesse che, prima di creare il mondo, Dio era occupatissimo a costruire un inferno abbastanza grande da contenere tutti quelli che ponevano simili questioni. C’è però una forte differenza tra la visione di Sant’Agostino e quella della scienza; la scienza si occupa solo di quello che è osservabile. Per Sant’Agostino, il “prima” non esisteva perché il tempo non era stato creato, per la scienza invece domandarsi se c’era un “prima” non ha senso perché non riesce a concepire una misura per osservarlo. Le teorie sul Big Bang non negano quindi l’esistenza di un Universo precedente, si limitano solo a dire che esso non è osservabile; malgrado questo, nella teoria ci sono forti aspetti creazionisti, cui si aggiunge l’assurdità della singolarità iniziale: se l’Universo è in espansione, andando indietro nel tempo esso ha occupato spazi sempre più piccoli sino a divenire meno che infinitesimo, una cosa difficile da accettare, che non piace neanche agli scienziati, che la chiamano “singolarità”. Nel 1928, a pochi anni dalla pubblicazione delle misure che mostravano che l’Universo era in espansione, apparvero le prime teorie di Thomas Gold e Herman Bondi che spiegavano le osservazioni con un modello di “Universo stazionario”, in cui il tempo non aveva un inizio e il mondo in cui viviamo non nasceva da un punto piccolissimo in cui tutta la materia dell’Universo era concentrata. Essi arrivarono a postulare una creazione continua di materia dal nulla. Questa materia riempiva lo svuotamento prodotto dall’espansione, formando in continuazione nuove stelle e nuove galassie che mantenevano l’Universo simile a se stesso e la sua densità costante nel tempo. A chi obbiettava che il loro modello violava il principio aristotelico della conservazione della massa (dal nulla non può nascere nulla), loro obiettavano che anche il Big Bang lo faceva, creando tutta la materia assieme all’inizio. Loro postulavano un processo analogo, solo che era diluito nel tempo, un processo che agiva da sempre in un Universo praticamente infinito, nel tempo e nello spazio, che aveva il pregio di evitare un’origine del tempo e la singolarità iniziale; il Big Bang, creando tutta la materia assieme – sostenevano – era molto più assurdo della creazione continua. Tra i paladini dell’idea dell’Universo stazionario ci fu anche l’astrofisico inglese Fred Hoyle (1915-2001), colui che inventò il nome “Big Bang”.

Tra i grandi enigmi cui la scienza e le teorie evoluzionistiche non riescono tutt’ora a dar spiegazione, vi è quella degli atomi e della loro complessità nell’evoluzione. Si pensi che il numero di atomi che compongono l’Universo è un numero di “sole” 80 cifre… In altre parole, la molecola di DNA è troppo complessa per essersi formata “casualmente” nei 4 miliardi di anni di vita della Terra. Ma se 4 miliardi di anni sono pochi per creare in modo casuale molecole tanto complesse, un Universo che è solo 3 volte più vecchio (circa 13,7 miliardi di anni) è altrettanto insufficiente; per spiegare l’esistenza di una simile molecola, serve un Universo che esista da un tempo enormemente più lungo, praticamente da sempre. Nessuno oggi mette più in dubbio l’espansione dell’Universo, sono però ancora molti gli scienziati che rifiutano l’idea della singolarità iniziale che sembrerebbe contraddire le leggi della fisica. Questa espansione a causa della forza gravitazionale, subì un’accelerazione nella sua espansione, tuttora rilevabile nell’Universo attuale. Questa accelerazione potrebbe essere stata causata dall’energia oscura. La materia oscura potrebbe essere fatta delle più sfuggenti particelle mai immaginate: i neutrini sterili. I neutrini sterili sono particelle più pesanti dei neutrini cugini della materia ordinaria e interagiscono con la materia ordinaria solo attraverso la forza di gravità – rendendoli sostanzialmente impossibili da rilevare. Essi, potrebbero contribuire alla formazione delle stelle e dei buchi neri nell’Universo Primordiale.

La struttura ciclica del tempo cosmico era sostenuta spesso in funzione di una particolare visione metafisica. L’eterno ritorno poteva significare una forma di sussistenza autonoma di una natura divina, perfetta, oppure indicava, nel caso di Platone, l’intento dell’universo di imitare l’identità dell’essere divino (il tempo ciclico in Platone è l’immagine mobile dell’eternità. Nelle loro diverse interpretazioni, gli antichi trovavano nell’universo ciclico, che non finisce mai, una soddisfazione dell’esigenza ontologica di eternità (questo punto è centrale nel pensiero di Plotino). Nietzsche ripropose modernamente il modello dell’eterno ritorno in un senso fortemente chiuso, cercandovi addirittura qualche fondamento (rivelatosi inesistente) nelle teorie energetiche del suo tempo. La motivazione metafisica di questa scelta teoretica era lontana dalle preoccupazioni religiose dei classici. Nietzsche tentò di annullare la novità del tempo per affermare una forma di eternità di un presente che ritorna infinite volte, sempre identico a se stesso. “Come non dovrei anelare all’eternità -esclama Nietzsche pateticamente- e al nuziale anello degli anelli, l’anello del ritorno! (…) perché ti amo, Eternità”. Paradossalmente, viene così eternizzato e immobilizzato il presente fuggente.

Lo scenario di un universo avviato verso un degrado terminale globale corrisponde di fatto, come abbiamo visto, alle predizioni abituali della cosmologia scientifica. La prospettiva di un futuro di morte eterna pone un serio problema filosofico, vivamente sentito dai cosmologi. Un universo che fa soccombere tutto sembra privo di finalità. In una cornice chiusa, accettare questo fatto significa chiudere ogni speranza all’uomo e consacrare il non senso dell’esistenza stessa.

«Si tratterebbe dunque non di un Dio che ha creato dal nulla ogni cosa, ma di una mente universale che pervade il cosmo dirigendolo e controllandolo attraverso le leggi di natura per conseguire un suo fine. Potremmo definire in altri termini questa concezione dicendo che la natura è un prodotto della sua propria tecnologia e che l’universo è una mente; un sistema, vale a dire, che si osserva e si auto organizza.»

(Paul Davies, “Dio e la nuova fisica”)

Tra le teorie più fantasiose e fantascientifiche trova rilevanza quella del filosofo Nick Boström.
Egli affermò che il nostro universo forse non è reale, ma che ci troviamo probabilmente all’interno di una simulazione al computer. La Matrix. Dove la coscienza è simulata e dove presumibilmente una futura civiltà potrebbe aver provato a simulare la vita, e probabilmente ci avrebbe provato molte volte. La maggior parte degli universi simulati precipita – così è probabile che ci troviamo all’interno di uno di essi. In tal caso, tutte le stranezze cosmologiche che si osservano come la materia oscura e l’energia oscura sono semplicemente patch, create appositamente per non far precipitare il nostro Universo, semplicemente per risolvere alcune incongruenze nella nostra simulazione.

Alcuni pensatori contemporanei affermano con vigore che la filosofia o, meglio, la metafisica, non abbia più alcunché da dire, che sia priva di senso (o addirittura che non ne abbia mai avuto) e quindi debba essere relegata in uno spazio privo di significato; sostituita dalla scienza che, diviene così la forma principale di conoscenza del mondo. L’uomo d’oggi incapace di fermarsi e teorizzare un proprio concetto, una propria idea, giusta o sbagliata che sia, si limita quindi a delegare il proprio pensiero esclusivamente alla scienza.

Hegel affermò che il reale è razionale e il razionale è reale. L’Universo è senz’altro reale; ma è razionale? Come si chiede Paul Davies, uno dei massimi cosmologi contemporanei: “Fino a che punto possono arrivare le argomentazioni razionali? Possiamo davvero sperare di rispondere alle domande fondamentali dell’esistenza attraverso la scienza e l’indagine razionale, oppure ci imbatteremo sempre, prima o poi, in qualche mistero impenetrabile? E, comunque, in che cosa consiste la razionalità umana? Quando ci porremo la domanda fondamentale il razionale forse non sarà più cosi reale e il reale un po’ meno “scientifico”. La scienza è basata sulla speranza che il mondo sia razionale in tutti i suoi aspetti osservabili. È possibile che vi siano aspetti della realtà che vanno oltre il potere del ragionamento umano […] Così dobbiamo essere consapevoli della possibilità che esistano cose la cui spiegazione non potremmo mai comprendere, e magari altre che non hanno spiegazione alcuna.”

Tra i pensatori che affrontarono la problematica dell’origine, troviamo John Barrow, che nel suo libro “Le origini dell’universo”, trattò con enfasi il concetto di Universo dinamico e le problematiche legate agli esperimenti astronomici: “non possiamo fare esperimenti con l’universo; non possiamo servirci di quello che ci viene offerto.” evidenziando come gli esperimenti li si possano affrontare solo in piccola misura sulla Terra. Il problema sta proprio nel comprendere che il Cosmo è il tutto, la totalità dello spazio, del tempo, della materia e dell’energia; quella totalità che contiene al suo interno quel pianeta chiamato Terra sul quale vive una specie biologica che possiede la facoltà di pensare il tutto, ovvero l’universo. Il pensiero stesso è contenuto nell’universo che viene pensato. Tutto è contenuto nell’universo e l’universo è il contenitore di tutto. È sotto inteso che questo lavoro si basa su una assunzione implicita di una prospettiva realista o meglio, di realismo critico. In questo senso vi è un’accettazione della critica della ragione kantiana ma un rifiuto dei suoi esiti idealistici. Ovvero il pensiero viene dopo l’essere. Altri pensatori che svilupparono il concetto d’origine furono, ad esempio, Silvio Bergia con il suo libro “Dal cosmo immutabile all’universo in evoluzione”, dove afferma: “L’idea assolutamente nuova che questa cosmologia ha introdotto è quella di un universo che ha avuto un inizio, e che è destinato ad avere una fine, anche se non ci è ancora dato di sapere quale sia la natura di quest’ultima, di un universo che evolve dal punto di vista dinamico, termico e strutturale” e Sthephen Hawking, probabilmente il massimo cosmologo teorico vivente, che nel suo best-seller del 1988 intitolato “Dal big bang ai buchi neri” per la prima volta ha avvicinato il grande pubblico al mondo della cosmologia; lui afferma che “ la vecchia idea di un universo essenzialmente immutabile che potrebbe esistere da sempre, fu sostituita dalla nozione di un universo dinamico, in espansione, che sembrava avere avuto inizio in un tempo finito in passato, e che potrebbe durare per un tempo finito in futuro.” E’ lo stesso Hawking a definire il suo approccio filosofico-teorico alla realtà come una nuova forma di positivismo: “Quel che spero di aver dimostrato è che un qualche tipo di approccio positivistico, in cui si considera una teoria alla stregua di un modello, è l’unico modo per capire l’universo, almeno per un fisico teorico. Io sono fiducioso che si possa trovare un modello coerente in grado di descrivere ogni cosa nell’universo. Se ci riusciremo, sarà un trionfo per la specie umana” e fu durissimo con i suoi colleghi filosofi quando, per sottolineare come la via contemporanea per la comprensione dell’essere sia quella dell’indagine cosmologica, fisica e matematica, dice: “Coloro che dovrebbero studiare e discutere questi problemi, i filosofi, per lo più non hanno avuto una formazione matematica sufficiente per tenersi al passo con gli sviluppi moderni di fisica teorica. Esiste una sottospecie, quella dei filosofi della scienza, che dovrebbe essere meglio attrezzata. Molti di loro però sono fisici falliti, che hanno trovato troppo difficile inventare nuove teorie e quindi si sono dedicati a scrivere sulla filosofia della fisica.” Proprio sul concetto di pensiero ed essere, la cosmologia ha posizioni contrastanti: da una parte conferma insieme alle altre scienze, che l’universo era, per un tempo immenso, anche quando il pensiero non era; dall’altra, con l’introduzione del principio antropico, introduce una fondazione relativamente idealistica della natura dell’universo. Come dice quasi poeticamente Emanuele Severino: “Eppure queste cose e ogni altra –altri mondi e altri dei- si trovano insieme in un’unica regione, costituita appunto dalla totalità delle cose: essa contiene il presente, il passato, il futuro, le cose visibili e quelle invisibili, corporee e incorporee, il mondo umano e quello divino, le cose reali e quelle possibili, i sogni, le fantasie, le illusioni e la veglia, il contatto con la realtà, le delusioni; ogni vicenda di mondi e universi, ogni nostra speranza.”

Importante anche accennare ciò che riguarda il rapporto che intercorre tra tempo ed essere.
Esso vien affrontato e poi risolto in modo cosmologico con la teoria che l’uomo è (anche) il tempo.

“ Lo spazio e il tempo non sono solo misure operative, essi esprimo la ricchezza di ciò che è. Questa ricchezza è intesa come un’estensione e una relazione dell’essere con se stesso, secondo la disposizione delle sue parti o secondo il suo divenire. Essi non si riferiscono ad ambienti (topologici, geometrici o cronometrici), ma riguardano l’intimo dell’essere nelle sue relazioni con se stesso….”

(Martin Haiddegger)

Eliminando lo spazio, l’energia, la materia ed il tempo, rimane il nulla, allora si comprende che si sta facendo ontologia. Se abbandonassimo il senso mistico attribuito da Haiddeger alla parola essere ed accantonassimo il concetto di Dio trascendente, allora comprendiamo come la cosmologia indaghi l’essere e tutto riporti a quella ignota origine.

Tercespot Navi