Filosofia (art. L’amore)

L’amore

amore

[L’ amore è metafora della filosofia perché l’uomo non possiede il sapere,ma si sforza per ottenerlo;può riuscire ad avvicinarvisi, ma non si tratta comunque di una conquista definitiva: il pieno sapere è irraggiungibile.]

Non si può che scrivere di Platone quando si parla del concetto d’amore in filosofia. Abbiamo senz’altro sentito nella nostra vita la definizione di “amore platonico”. L’amore platonico corrisponde all’essenza mitizzata del femminile in una donna da non amare. Benché alcuni scritti del filosofo diedero origine a tal definizione, il pensiero di Platone sull’amore fu molto più ampio ed approfondito. Egli guardò all’amore in maniera metafisica e passionale.

Due sono i dialoghi da lui dedicati specificamente all’amore: il Simposio (dal Greco sun+pino=bere insieme) per intero e la prima parte del Fedro. La necessaria premessa per la comprensione del discorso è il Fedone, dedicato alla natura dell’anima umana: se infatti non si comprende quest’ultima, non è possibile neppure comprendere che cosa sia l’amore, che per Platone è per l’appunto un’affezione dell’anima. Nel Simposio, la parola va ad Aristofane che narra della presenza, molto tempo fa, di tre generi sulla terra: i figli del sole, gli uomini; i figli della terra, le donne ed un terzo genere, i figli della Luna un genere speciale, uomo e donna allo stesso tempo.

Il mito racconta che la completezza di questi esseri li rese così arroganti da immaginare di dare la scalata all’Olimpo, e Zeus per punirli, separò ciascuno di loro in due metà, riducendoli a solo maschio e solo femmina. Il filosofo per esprimere propri concetti, utilizzò la figura di Socrate che fu bocca dei suoi pensieri. Vanno tenute in considerazione le affermazioni a riguardo della maieutica (Socrate diceva di fare lo stesso lavoro della madre che era un’ostetrica: lei faceva partorire le donne, lui le idee). Qua Platone ci parla d’una vera e propria fecondazione delle anime. Ben si intuisce che la ricerca dell’amore combacia con quella della filosofia. Il Simposio di Platone è un banchetto in cui diversi filosofi del tempo e non solo si scambiano loro opinioni, sul tema dell’amore. Come ad esempio, durante il periodo rinascimentale, Marsilio Ficino introdusse la filosofia dell’amore in un quadro speculativo originale, caratterizzato da un cristianesimo peculiare e dalle venature fortemente umanistiche o Giordano Bruno che ripensò al concetto di eros alla luce della straordinaria potenza del tema dell’infinito e della nuova concettualizzazione della materia e della natura umana.

Ora però vediamo più nel dettaglio, in che modo il nostro concetto d’amore è stato influenzato. Per far questo bisogna fare una netta distinzione tra la visione d’amore occidentale (influenzata da una dottrina religiosa dogmatica) e quella orientale (influenzata da una dottrina religiosa spirituale).

INFLUENZE IN OCCIDENTE

La prospettiva biblica: La cultura occidentale risente, senza dubbio ed in prima battuta dell’influenza apportata dalla tradizione biblica che ha una concezione dell’amore ben diversa da quella greca. Difatti in esso la prospettiva d’amore non riguarda in senso stretto l’uomo, ma Dio che prende l’iniziativa al fine di aver cura dell’uomo. Pertanto l’amore non è, come nel caso della prospettiva platonica, tensione per il raggiungimento della perfezione, ma prende le mosse dal desiderio di Dio che l’uomo viva in comunione con Lui, nella giustizia e nella pace, in questo mondo. A questo proposito il libro dell’Esodo è incentrato proprio sull’intervento di Jahvè che vuole liberare dalla schiavitù il suo popolo, con lo stesso amore e la stessa passione che uno sposo ha nei confronti della sua sposa. Essenzialmente non appare diverso il messaggio del Nuovo Testamento, anche se Gesù, pone l’accento sul fatto che Dio si ama amando il prossimo, amando l’uomo. È un amore che si muove dall’alto verso il basso e che non può essere definito con il termine eros, perché ha una connotazione sostanzialmente diversa: l’amore qui descritto infatti non è desiderio di bellezza e di perfezione, ma dono gratuito, disinteressato, che spinge a farsi carico dell’altro, fino a sacrificare il proprio tempo, le proprie risorse, la propria vita. Perciò viene usato il termine agape, dal greco agapàn, che esprime il rispetto e l’affabilità con cui ci si rivolge a chi, almeno apparentemente, non ha titoli da accampare. Tuttavia è interessante notare come l’eros non sia totalmente escluso: infatti il principio di autorealizzazione permane accanto ad una visione dell’amore che nulla pretende e l’unica motivazione di tale atteggiamento è data dal fatto che Dio stesso ama l’uomo così. Un simile amore, non necessariamente legato a ciò che è bello e gradevole per l’uomo e che si spinge anche verso i nemici.

Il mondo medioevale: Nel corso di tale periodo si assiste ad una commistione di eros ed agape, sia in autori cristiani che in autori pagani. In particolare Sant’Agostino ha influenzato grandemente la filosofia cristiana. Dopo aver aderito alla filosofia platonica si converte al cristianesimo, al cui ideale dedicherà tutta la sua vita, convinto del fatto che l’uomo sia mosso da un desiderio di soddisfazione. Tale desiderio, in un primo momento, si orienta verso i beni creati, finiti che però deludono per la loro fugacità, perché infatti l’uomo desidera una soddisfazione che sia infinita, un bene infinito. Agostino definisce tale desiderio charitas, precisando che esso è un amore di risposta all’iniziativa di Dio e quindi conserva alcuni aspetti dell’agape evangelica, ma ha in sé anche alcune connotazioni dell’eros platonico, in quanto é un desiderio che ha come oggetto il bene infinito. Il cristiano tuttavia può amare la creatura non in se stessa , ma in virtù del fatto che é segno di Dio: l’oggetto d’amore non è l’uomo in sé, ma ciò a cui l’uomo stesso rimanda. L’amore dunque é ricerca d’un Bene infinito, che ha in sé anche la ricerca d’un bene personale. La novità apportata da tale lettura sembra pertanto consistere nella proposizione di un unico bene, Dio, all’esigenza di felicità e compimento dell’uomo. Infatti, come già approfondito, per Platone la tensione verso un Bene assoluto non esclude che in una prima fase si subisca il fascino della bellezza sensibile; nella prospettiva biblica è la bellezza di Dio a spingere l’uomo a prendersi cura del prossimo. Per Agostino invece il dono di sé é possibile solo in virtù della partecipazione alla vita di colui al quale ci si dona e del fatto che le creature sono segno di Dio. Ne deriva che bisogna rifiutare un amore alla creatura considerata in sé , prescindendo da quell’oltre che la caratterizza e che la porta verso il mistero. In tal senso la charitas agostiniana fornisce un’originale sintesi delle prospettive platonica e biblica. Anche in San Tommaso troviamo una concezione simile, nella distinzione tra amore naturale (amor concupiscientiae) ed amore intellettuale (amor benevolentiae). L’amore è visto come vincolo di natura effettiva nel rapporto tra uomo e Dio. E’ interessante notare come anche in autori cattolici del xx secolo si ritrovino convinzioni simili. Per Guitton l’amore vero costituisce un superamento dell’attaccamento sensibile,esteriore; per Maritain un profondo amore di Dio non può restare legato all’amore del sé, ad un amore umano che non dia spazio alla dipendenza dall’infinito. Sembrerebbe di essere di fronte ad una svalutazione dell’amore visto come eros e quindi dell’amore umano, che spiegherebbe l’odierno radicale rifiuto del messaggio cristiano ed il ritorno all’insegnamento tradizionale, vicino alla prospettiva portata avanti dalla cultura greca classica. Ma proprio nell’epoca medioevale, che aveva apparentemente messo da parte la passione amorosa, nasce una nuova esperienza dell’amore che coincide con la nascita della poesia provenzale nel XII secolo in Francia. In tale contesto i giovani che vivono come cavalieri presso la corte di un feudatario, iniziano a provare un sentimento nuovo verso la moglie del loro signore. Non si tratta si semplice impulso sessuale, ma si tratta piuttosto di sublime amore. L’amore cortese non è solo desiderio sessuale, ma desiderio trasfigurato, orientato all’unione indissolubile dei cuori. L’amore cortese valorizza l’attrattiva esercitata della bellezza e quindi riscopre l’eros per la creatura, tipico della prospettiva platonica. Ma con una sostanziale differenza: mentre Platone considerava il desiderio della bellezza corporea un’esperienza da superare per elevarsi all’assoluto ed esaltava il rapporto omosessuale, l’erotica provenzale anzitutto esalta il rapporto eterosessuale e considera la donna non come semplice mezzo di propagazione della specie, ma come persona da amare in modo da coinvolgere sia la dimensione spirituale che quella corporeo sessuale.

INFLUENZE IN ORIENTE

L’amore è la forza più potente che esista nel cosmo, secondo tutti i maestri orientali spirituali di tutte le epoche.

“Quando il potere dell’amore avrà sostituito l’amore per il potere, l’uomo avrà un nuovo nome: Dio” (Sri Chinmoy)

L’ideale spirituale ricerca un amore che sia incondizionato, che riesca a sorvolare al di sopra di tutte le imperfezioni dell’oggetto amato. Di un amore che spalanchi il cuore e lo renda pieno di gratitudine per il semplice fatto di esistere in questo mondo immenso e vasto. E’ vero, il mondo è imperfetto e l’umanità, così come è oggi, è imperfetta. Ma se noi dobbiamo aspettare che gli altri siano perfetti, per amarli, allora questi non avrebbero più bisogno del nostro amore. E noi non ameremo mai. Il vero amore non giudica gli altri. Il giudizio implica già separazione. L’amore è di per sé unità. Questi maestri insegnano che per amare gli altri, occorre prima di tutto amare veramente, sinceramente e incondizionatamente sé stessi. Sembra una cosa scontata, eppure quanto spesso ce ne si dimentica! Spesso ci odiamo o ce la prendiamo con noi stessi perché non siamo all’altezza delle nostre aspettative, o perché vediamo i nostri difetti e ci sentiamo non degni d’amore. Ma questo è sbagliato, perché il vero amore è solo quello incondizionato. Il vero amore è dare, dare, dare, senza mai aspettarsi nulla in cambio. Un amore inteso in senso ampio e spirituale, un amore per tutte le cose e creature dell’universo. Un amore che espande la nostra coscienza e ci mette a contatto con la nostra verità più profonda. Si pensi ai bambini piccoli. I bambini piccoli sono amabili e adorabili e di per sé sono pieni d’amore per ogni cosa. Questo, da una prospettiva spirituale, accade perché in essi non si è ancora formata la mente e di conseguenza l’ego che caratterizza l’età adulta. I bambini sono spontanei e sono tutto cuore. Il modo che essi indicano per incrementare l’amore è meditare concentrandosi sul proprio cuore. Non il cuore fisico, ovviamente, ma il centro energetico del cuore posto proprio al centro del petto. Concentrandosi e meditando sul cuore, immaginando di espanderlo dolcemente, immaginando un oceano di pace che inonda il cuore, automaticamente si svilupperà in noi la capacità di amare. L’amore è, nello Yoga, anche la chiave per unirsi al proprio vero Sé. Nessuno di noi sa chi è il Sé, che cos’è esattamente, perché finché non l’abbiamo conosciuto direttamente, ne abbiamo solo potuto ricevere delle descrizioni. Lo si conoscerà sol quando cadrà la maschera dorata che lo rappresenta, e resterà solo la nuda verità della vera essenza. Questa tecnica è detta bahkti yoga, lo yoga dell’amore. Sri Ramakhrisna è stato un grandissimo maestro bahkti dello scorso secolo. Egli adorava la Madre Divina, e cadeva in trance rapito dall’amore per la sua adorata Madre Divina. Il Bahkti alla fine si fonde e diventa uno con l’oggetto dell’adorazione. Alla fine non esiste più l’adoratore e l’adorato, il conoscitore e il conosciuto. Vi è solo unità. Ma per giungervi, poiché viviamo nell’ego illusorio, occorre una forza di unione profonda, profondissima e molto potente: l’amore, la più potente di tutti. L’amore porta l’essere umano a unirsi con il proprio vero sé, ciò che già è, esistenza, coscienza, beatitudine. Quando si parla di amore in oriente senza dubbio bisogna anche far riferimento al tantra. La parola “tantra” significa tecnica, il metodo, il sentiero, perciò non è filosofico. Non si occupa di problemi e di indagini intellettuali. Non si occupa del “perché” delle cose: si occupa del “come”, non di che cosa sia la verità ma di come possa essere raggiunta. I riti sessuali potrebbero essere emersi agli inizi del Tantra induista come un metodo pratico di generare fluidi corporei trasformativi per costituire un’offerta vitale alle divinità tantriche, oppure essersi evolute da cerimonie di iniziazione dei clan che comprendevano la transazione di fluidi sessuali. Nelle tradizioni tantriche vi è la piena accettazione della varietà del mondo, del piacere in generale e del desiderio sessuale o amoroso (kāma) in particolare. Del resto in India il sesso non è certo un’attività peccaminosa, anche se il perseguire il piacere, l’esserne in qualche modo dipendente cioè, continua a legare l’individuo al mondo ostacolando la liberazione. Questo contrasto fra il sesso e il fine spirituale delle liberazione è risolto, in alcune tradizioni tantriche, guardando all’eros come la via maestra per accedere al divino, eros qui inteso come principio presente in diverse forme, non solo nei riti e nelle pratiche, ma anche nelle speculazioni metafisiche, nella teologia, nella mitologia, nei pantheon e nello yoga. Quando eseguito in accordo al Tantra il rituale sessuale culmina in una sublime esperienza di infinita consapevolezza, per entrambi i partecipanti. I Tantra specificano che il sesso ha tre finalità ben distinte: procreazione, piacere e liberazione. Il libro più celebre nella letteratura sanscrita sull’amore è il Vātsyāyana Kāma Sūtra (“Aforismi sull’amore, di Vatsyayana”). Il Kāma Sūtra è un antico testo indiano sul comportamento sessuale umano anche se, più precisamente, solo il 20 per cento del libro è dedicato alle posizioni sessuali. Il resto è una guida su come essere un buon cittadino e parla delle relazioni fra uomini e donne. Il Kama Sutra descrive il fare l’amore come un’unione divina. Vatsyayana credeva che il sesso in sé non fosse sbagliato, a meno che non lo si facesse in modo frivolo. Il Kama Sutra ha aiutato le persone a godere dell’arte del sesso in maniera più profonda e può essere considerato una guida tecnica al godimento sessuale, oltre a provvedere ad una descrizione dei costumi e delle pratiche sessuali dell’India di quei tempi.

Ma torniamo a noi. Più precisamente alla concezione filosofica contemporanea data all’amore. La società odierna ha mercificato l’esistenza umana in tutte le sue forme e sfaccettature. Ma neanche i più tignosi ed ostinati avversari della cultura moderna avrebbero immaginato che si sarebbe arrivati a dare un valore economico, scientifico e razionale; banalizzando il sentimento che è alla base delle relazioni profonde e dei legami solidali tra gli esseri umani di tutte le società: l’amore. Nella sua opera Lineamenti di filosofia del diritto, il filosofo Hegel offre una corretta definizione di famiglia, definendo la stessa come “il primo momento dell’eticità, cioè della condivisione oggettiva di valori morali. [..] l’eticità nel suo momento “immediato” e “naturale”, la prima forma della negazione dell’individuo in quanto tale: ciò che era “due” diventa oggettivamente “uno”; la sintesi che trasforma, senza perderli, l’uomo e la donna, in un legame indiviso e indivisibile, in un’unica persona”. In altre parole, la famiglia è il risultato di un atto totale di amore, il cui effetto è la negazione della propria individualità, anzi, del proprio individualismo, in favore di questa iniziale ed embrionale espressione e manifestazione di comunità. L’amore è dunque questo atto di donazione totale del sé all’altro, e da tale donazione non strumentale né provvisoria scaturisce la vita. Questa visione della famiglia, della comunità sociale, dello Stato, poggia dunque su di una concezione di amore che è rifiuto del proprio egoismo e del proprio individualismo di fronte alla creazione di un sola  ed unica persona. Hegel ai giorni nostri si ricrederebbe. Questa concezione di amore è rimasta intatta forse in quell’esigua porzione di umanità che non ha censurato in toto una concezione spirituale dell’esistenza, che almeno a parole non ha degradato ogni aspetto della vita e delle relazioni umane alla logica del “usa e getta”, del “godo finché dura”, del “domani è un’altra storia”. L’idea di amore come di una forza che regola i rapporti sulla base di un sentire spirituale condiviso, non soggetta ai flussi economici della razionalità che massimizza il godimento e minimizza il sacrificio, è andata ad accrescere l’elenco di tutto ciò che appartiene ad un altro tempo, un’altra società. Un altro essere umano. Le stabili relazioni umane ormai rappresentano una chimera. Esse sono state scalzate dalla pura mercificazione dell’uomo, della donna e dell’amore. Su questo tema fa riferimento un grande filosofo del nostro tempo: Alain Badiou.

“L’amore non è un contratto fra due narcisisti; è molto di più. È una costruzione che obbliga i partecipanti ad andare oltre il narcisismo. Affinché una storia d’amore duri, è necessario reinventarsi” ( Alain Badiou)

Badiou ex maoista e sessantottino, è figura controversa in Francia tanto che la rivista Marianne gli ha dedicato un articolo intitolato “Badiou: l’astro della filosofia è un bastardo?” Nel suo libro, “Elogio dell’amore” egli scrive: “Solo una volta ho rinunciato all’amore, il mio primo amore, e solo in seguito mi sono reso conto di avere fatto un immenso errore. Ho cercato di recuperare quel sentimento quando ormai era tardi, troppo tardi: la mia amata stava per morire. Ma con un’intensità e un senso di necessità fuori dal comune”. Quella rinuncia e il tentativo di recupero hanno segnato tutte le relazioni sentimentali del filosofo: “Ho vissuto momenti drammatici e sono stato assalito dai dubbi, però non ho mai più ripetuto l’errore. Perché il sentimento provato per le donne che ho amato è durato per sempre”. Ed ancora; sulla tematica dell’amore vissuto in quest’epoca di piaceri preconfezionati e di amanti usa e getta egli afferma: “Risolvere i problemi esistenziali dell’amore è la grande gioia della vita”. In questo senso lui fa una netta distinzione tra desiderio (sesso) ed amore. “Mentre il desiderio si focalizza sull’altro sempre in un modo un po’ feticistico, concentrandosi su particolari elementi come il seno, il sedere e il pene, l’amore è associato all’essenza dell’altro e si concentra sul momento in cui quest’ultimo fa irruzione con tutta l’anima nella nostra esistenza, che viene quindi sconvolta e trasformata”. In altre parole: l’amore è, per molti aspetti, il contrario del sesso. Secondo Badiou, l’amore è quello che avviene dopo l’irruzione casuale e sconvolgente nella nostra vita. Esprime il concetto in modo filosofico: “L’assoluta casualità di un incontro assume l’aspetto del destino. La dichiarazione d’amore segna la transizione tra caso e fato, ed è per questo che è così rischioso e causa una terribile ansia da prestazione”. Il lavoro dell’amore consiste nello sconfiggere questa paura. Badiou cita Stéphane Mallarmé, per cui la poesia significava “sconfiggere il caso, parola dopo parola”. Una relazione amorosa è simile: “È la casualità di un incontro che viene sconfitta giorno dopo giorno dall’invenzione di qualcosa che durerà” scrive Badiou. Certo, con il suo elogio della fedeltà sembra anche lui, come Hegel un uomo fuori dal suo tempo. “Oggi a Parigi il 50 per cento delle coppie sta insieme non più di cinque anni” afferma. “Ed è triste, perché non credo che sappiano cosa sia la gioia dell’amore. Conoscono forse il piacere, ma la tesi di Lacan sul sesso è nota a tutti”. Secondo lo psicoterapeuta Jacques Lacan, il rapporto sessuale non esiste. Lacan sosteneva che la realtà si colloca in una dimensione narcisistica, mentre i legami sono frutto dell’immaginazione. “In parte sono d’accordo. Se ci si limita al piacere, si resta in una dimensione narcisistica e non si entra in sintonia con l’altro, dal quale si cerca solo di trarre piacere”. Badiou, quindi propone una nuova filosofia dell’amore, secondo la quale bisogna affrontare i problemi e impegnarsi per risolverli per salvare l’amore dalle sue nuove concezioni, dalla nostra società “impegno-fobica”, dai mass-media, da internet. Proprio su internet, ed in particolare sui siti d’incontri, egli si scaraventa con veemenza. “Per me” dice “distruggono la poesia dell’esistenza. Cercano di sopprimere l’avventura dell’amore. La loro idea è quella di associare persone che hanno somiglianze in quanto a gusti, fantasie, tipologie di vacanze, e che vogliono lo stesso numero di figli. Insomma cercano di fare tornare in auge i matrimoni combinati: non dai genitori, ma dagli innamorati stessi. L’amore però è un’altra cosa. Non si può comprare un’anima gemella. Il sesso sì, ma non l’amore di qualcuno”. In ultima istanza, per Badiou l’amore sta diventando un bene di consumo.

“L’amore è l’esempio più chiaro di verità. Inizia con un incontro cui non si dà peso, ma solo più tardi ci si rende conto della sua importanza. Lo stesso avviene con la scienza: si scopre qualcosa di inaspettato, come le montagne sulla Luna, e poi ci si deve appellare alla matematica per trovare un senso. Questo è un processo di verità perché in ogni esperienza soggettiva è presente un valore universale. È una procedura di verità perché ha inizio dall’esperienza soggettiva, e poi assume valore universale”.

Tercespot Navi

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Letteratura (art. Simposio)

Simposio

Immagine simpo

I

Il racconto di Apollodoro

APOLLODORO:

Credo proprio di essere bene informato di quello che mi chiedete. Infatti, l’altro giorno, me ne stavo venendo in città, da casa mia, dal Falero, quando uno che conoscevo, vedendomi di spalle, mi chiamò da lontano e, con tono scherzoso, mi fa: «Apollodoro il falerese, m’aspetti un momento?» lo mi fermo e l’aspetto e quello: «Ti stavo cercando ansiosamente, Apollodoro, perché volevo sapere qualcosa di preciso sui discorsi che fecero Agatone, Socrate, Alcibiade e tutti gli altri, al banchetto, discorsi d’amore, a quanto pare; me ne ha accennato un tizio che ne aveva sentito parlare da Fenice, il figlio di Filippo, ma mi disse che ne eri al corrente anche tu. Lui, in realtà, non ne sapeva molto. Raccontami tutto tu, quindi, perché nessuno meglio di te, può ripetermeli, i discorsi del tuo amico. Ma, prima di tutto, c’eri o non c’eri a quella riunione?» «Si vede proprio che questo tizio ti ha male informato se credi che quella riunione di cui stai parlando è avvenuta poco tempo fa e che io, quindi, vi abbia potuto partecipare.» «Credevo di sì.» «E come hai fatto a pensarlo, Glaucone? Non sai che da parecchi anni, ormai, Agatone non s’è più visto qui e che, d’altra parte, non ne son passati ancora tre da quando io me la faccio con Socrate, che gli sto sempre dietro, per conoscere quello che dice e quello che fa? Prima d’allora gironzolavo qua e là e mi pensavo di far chissà che cosa, mentre ero l’essere più miserabile che c’era sulla faccia della terra, come te, adesso, che credi ci siano altre cose da fare meglio della filosofia.» «C’è poco da prendere in giro. Dimmi, piuttosto, quand’è che c’è stata questa riunione.» «Eravamo ancora ragazzi e fu quando Agatone s’ebbe il premio per la sua prima tragedia, precisamente il giorno dopo i sacrifici che lui e quelli del coro vollero fare per festeggiare la vittoria.» «Allora ne è passato del tempo! Ma a te chi te n’ha parlato. Proprio Socrate?» «Magari. Fu, invece, la stessa persona che ne parlò a Fenice, un certo Aristodemo, del distretto di Cidateneo, uno mingherlino, sempre scalzo. Era presente alla riunione perché era un patito di Socrate, più di tutti, a quel tempo. Ad ogni modo, di quanto mi riferì costui volli chiederne anche a Socrate che mi confermò quanto l’altro m’aveva raccontato.» «E, allora, perché non me lo racconti anche a me? Questa strada che porta in città è proprio fatta apposta per conversare.» Strada facendo, così, ci mettemmo a parlare di questo ed ecco perché, come vi ho detto in principio, sono al corrente della cosa. Se devo, quindi, raccontarla anche a voi, eccomi pronto, anche perché, quando si tratta di filosofia, sia che ne parli io o che ne senta parlare, provo sempre un immenso piacere, a prescindere dal vantaggio che penso di ricavarne. Quando, invece, sento certi discorsi, i vostri specialmente, discorsi di gente ricca, di persone d’affari, che barba, ma anche che pena, amici miei, che vi credete di far chissà cosa e poi non fate il resto di nulla. Può essere che voi, da parte vostra, mi crediate un povero diavolo e supponiate che, in effetti, io lo sia, ma di voi, io non lo suppongo soltanto, ne sono convinto.

AMICO:

Sei sempre lo stesso tu, Apollodoro, sempre che dici male di tutti e di te stesso; io credo che per te, tranne Socrate, tutti gli altri siano soltanto dei disgraziati, tutti quanti, a cominciare da te. Perché poi ti chiamino «il Tranquillo», questo proprio non riesco a capirlo, con tutti i tuoi discorsi sempre così aspri verso gli altri e te stesso, tranne, appunto, che per Socrate.

APOLLODORO:

Ah, sì? Io, dunque, bellezza, dato che penso così di voi e di me, sarei un pazzo e un esagitato?

AMICO:

Ma ora lasciamo perdere questo, Apollodoro, piantiamola di litigare, e, come t’abbiamo pregato, raccontaci quali furono questi discorsi.

APOLLODORO:

E va bene, presso a poco furono questi… ma, aspettate, sarà meglio che incominci dal principio, come me li ha riferiti Aristodemo.

II

Il racconto di Aristodemo: l’incontro con Socrate

Egli mi riferì di aver incontrato Socrate tutto bello lisciato, con un paio di sandali ai piedi (cosa stranissima) e di avergli chiesto dove stesse andando tutto così bello. E Socrate: «A pranzo da Agatone; ieri, infatti, alla premiazione per la sua vittoria, riuscii a svignarmela perché tutta quella folla mi dava fastidio, ma gli promisi che, oggi, sarei andato da lui. Ecco perché mi son fatto bello: lui è un bello e, sai com’è. Ma perché non vieni anche tu, che fa, anche se non sei stato invitato?» Ed io, così mi riferì Aristodemo: «Va bene, come vuoi.» «E allora andiamo,» fece, «e cambieremo il proverbio dicendo che ‹a, pranzo, dal buon Agatone, van senza invito le brave persone›. Del resto, Omero, non solo l’ha modificato, questo proverbio, ma l’ha addirittura capovolto: infatti, mentre ci ha sempre descritto Agamennone come un guerriero in gamba e Menelao, invece, come uno smidollato, ecco che ti fa presentare quest’ultimo, senza essere invitato, a pranzo da Agamennone, che aveva allora allora fatto un sacrificio e si stava mettendo a tavola, lui, un mediocre, alla mensa di un valoroso.» E Aristodemo: «Ma Socrate, corro anch’io, allora, questo rischio, non come dici tu ma nel senso che scrive Omero, di andare, cioè, io, uomo da nulla, senza essere invitato, a pranzo da un sapiente. Vedi tu, che mi ci porti, come devi metterla per giustificarti, perché io non dirò che son venuto da me, ma che sei stato tu ad invitarmi.» «Ma sì, andiamo, ci penseremo per la strada a quello che dobbiamo dire.» Si dicevano questo, mi raccontava Aristodemo, quando si posero in cammino. Ma, lungo la strada, Socrate si fece pensieroso, meditando chissà su che cosa, e restandosene indietro e quando lui si fermava per aspettarlo, gli diceva di andare pure avanti. Quando Aristodemo giunse alla casa di Agatone, trovò la porta aperta e qui, mi disse, gli capitò un fatto curioso: un servo gli corse subito incontro e lo condusse dove i convitati erano già tutti seduti, in procinto di mettersi a pranzo. Appena Agatone lo vide: «Oh, Aristodemo,» fece, «arrivi proprio al momento giusto, per mangiare un boccone con noi; se è per qualche altro motivo che sei venuto, lascialo per dopo. Ieri ti ho cercato, proprio per invitarti, ma non sono riuscito a trovarti. E Socrate? Come mai non è con te?» «Io mi volto indietro,» continuò a raccontarmi, «e, infatti, non lo vedo più. Dissi, allora, che ero con lui e che, appunto da lui ero stato invitato a quel pranzo.» «Hai fatto benissimo, ma dov’è che s’è cacciato?» «Un attimo fa era dietro di me; sarei proprio curioso di sapere anch’io dove può essere andato.» «Suvvia, ragazzo, non ti sbrighi?» fece Agatone, «va a vedere dov’è Socrate e tu, Aristodemo, siediti là, vicino a Erissimaco.»

III

Dov’è finito Socrate?

Continuò a raccontare così, che mentre un servo gli dava da lavarsi per mettersi a tavola, un altro venne a dire che quel bel tipo di Socrate se ne era andato nell’atrio della casa vicina e se ne stava lì tutto immobile: «L’ho chiamato,» riferì, «ma lui non vuol venire.» «Ma che sciocchezze stai dicendo?» gridò Agatone. «Torna a chiamarlo, insisti.» «Allora, intervenni io,» mi raccontò sempre Aristodemo, «pregandolo di lasciarlo tranquillo perché era una sua abitudine quella di isolarsi tutt’a un tratto, e di restarsene immobile dovunque si fosse trovato: ‹Vedrete che verrà, ne sono certo, ma ora non lo disturbate, lasciatelo tranquillo›.» «Ah, va bene, va bene, se lo dici tu,» commentò Agatone. «Però voi, ragazzi, ora portateci da mangiare. Voi mi mettete in tavola sempre quello che vi passa pel capo, se non vi si sta addosso, ed io non me ne son mai presa troppo la briga; ma oggi, fate conto come se foste stati voi ad invitare queste persone e me e quindi, trattateci bene e fatevi onore.» Così mi raccontò che si misero tutti a mangiare e che Socrate, intanto, non si faceva vivo. Spesso Agatone insisteva. perché lo mandassero a chiamare, ma lui lo sconsigliava. Finalmente Socrate fece la sua comparsa e non s’era mica fatto aspettare poi tanto tempo, come di solito faceva: cioè quando il pranzo era circa a metà. E Agatone che stava seduto in fondo: «Qua, qua,» esclamò, «Socrate vieniti a sedere vicino a me, così, gomito a gomito, con un sapiente, io potrò godere della grande scoperta che hai fatto davanti ai portoni; è chiaro che qualcosa l’hai dovuta pur sempre scoprire, altrimenti mica ti saresti mosso, tu.» E Socrate, sedendosi: «Sarebbe una bella cosa, Agatone, se la sapienza potesse scorrere da chi ne ha di più a chi ne ha di meno, soltanto che ci si mettesse uno vicino all’altro, come l’acqua che attraverso un filtro passa dal bicchiere pieno a quello vuoto. Se anche per la sapienza è così io sarò onoratissimo di starmene al tuo fianco; sono convinto che sarò colmato da parte tua di tanta e bella sapienza, perché, vedi, la mia, seppure ne ho, è ben misera, assai discutibile, vaga come un sogno, mentre la tua, invece, così luminosa, così ricca di possibilità, tanto che, proprio ieri, nonostante la tua giovane età, s’è rivelata e ha brillato in tutto il suo fulgore davanti a più di trentamila greci.» «Sei un mascalzone tu, Socrate,» fece Agatone, «ma fra poco ce la vedremo, io e te, in fatto di sapienza e giudice sarà Dioniso. Intanto, per ora, pensa a mangiare.»

IV

Bisogna bere senza ubriacarsi

E così, continuò a raccontarmi Aristodemo, Socrate si sedette e quando ebbe finito di mangiare, insieme agli altri, fece le libagioni, poi cantarono tutti in onore del dio, compirono gli altri riti dovuti e poi si misero a bere. A un tratto, mi riferì Aristodemo, Pausania se ne uscì in queste parole: «Ehi, amici, non possiamo andarci più piano? Francamente devo dirvi che mi sento male dopo la gran bevuta di ieri e che devo pigliare un po’ di respiro; e così, penso anche per molti di voi: ieri c’eravate un po’ tutti. Guardate, dunque, com’è che ci possiam moderare un po’.» E Aristofane: «Pausania ha ragione. Non scherziamoci troppo col vino; io mi sento ancora come una spugna zuppa, per ieri.» E allora intervenne Erissimaco, il figlio di Acumeno: «Ottima idea. Su, coraggio, voglio sentirne qualche altro; e a te, Agatone, come va col vino?» «Macché, anch’io niente bene.» «Benissimo,» s’infervorò Erissimaco; «è proprio una fortuna per me, per Aristodemo, per Fedro e per tutti quanti gli altri se voi, che in fatto di bere ce la mettete tutta, oggi non vi sentiate in forma: di fronte a voi, infatti, siamo dei pivellini. Per Socrate è un altro discorso: lui se la cava benissimo sempre; sia che oggi si beva o meno, lui è sempre a posto. Ma, dato che, mi pare, qui, oggi, nessuno ha troppa voglia di bere, io credo che se vi parlassi dell’ubriachezza e del male che fa, la cosa non vi sarebbe sgradita; come medico, è chiaro, devo dirvi che ubriacarsi fa male e che io non vorrei mai bere più di un tanto e darei lo stesso consiglio agli altri, specie quando il giorno prima s’è alzato un po’ troppo il gomito.» «Sicuro,» intervenne Fedro, quello di Mirrinunte; «sai che ti ascolto sempre, specie quando parli da medico; e farebbero bene ad ascoltarti anche questi altri, se hanno un po’ di giudizio.» E così si trovarono tutti d’accordo di evitare una sbornia, per quella volta e bere ciascuno per quel che gli andava.

V

Erissimaco propone il tema del simposio: l’amore

«E poiché, ora,» riprese Erissimaco, «siamo d’accordo che ognuno potrà bere solo quello che vuole senza che nessuno stia lì ad obbligarlo, io propongo di mandare a spasso la suonatrice di flauto, che è entrata ora (che se ne vada a suonare per conto suo o, dentro, dalle donne) e noi, invece, di restare un po’ qui, oggi, a chiacchierare insieme; potrei anche dirvi di cosa, se volete.» Tutti, allora, almeno così riferì Aristodemo, approvarono e lo esortarono a proporre l’argomento. E così, Erissimaco, incominciò: «Inizio come la Melanippe di Euripide, non sono mie le parole che sto per dirvi, infatti sono di Fedro. È Fedro che ogni volta, tutto sdegnato, mi dice: ‹Non è una indecenza, Erissimaco, che i poeti si mettano a comporre inni e canti a tutti gli dei e che per Amore, invece, per un dio di quella specie, per un dio così grande, non ce ne sia uno, tra tanti, che abbia scritto un solo verso di lode? Se pigliamo i sofisti di fama, quello stesso grand’uomo di Prodico, per esempio, ti scrivono in prosa di Ercole o di altri; e questo sarebbe niente se non mi fosse capitato tra le mani il libro di un gran cervellone nel quale, costui, non faceva niente po’ po’ di meno che l’elogio sperticato del sale e della sua utilità: di questi elogi ne puoi trovare dovunque, in abbondanza. E pensare che si spreca tanta fatica per simili argomenti e, poi, per Amore non s’è ancora trovato nessuno, almeno fino ad oggi, che s’è sentito di celebrarlo degnamente: ecco come si tratta un dio simile.› Secondo me Fedro ha proprio ragione. Quindi, è mio desiderio fargli questo regalo e mostrarmi compiacente e, nello stesso tempo, profittando dell’occasione, niente di meglio, a mio avviso, per tutti noi, di rendere onore a questo dio. Se siete d’accordo anche voi potremmo passare il tempo così: ognuno di noi, cioè, io penso, per esempio partendo da destra, dovrebbe fare un discorso in lode di Amore, si capisce meglio che può; e che cominci proprio Fedro che è il primo della fila e che, d’altro canto, è stato lui proprio a darci l’idea per un simile argomento.» «Nessuno sarà contrario, Erissimaco,» intervenne Socrate, «a cominciare da me che affermo di essere un esperto soltanto in cose d’amore, né Agatone, né Pausania, figuriamoci poi Aristofane che tra Bacco e Venere, ci passa la vita, e nemmeno questi altri a quanto vedo. C’è un fatto però, che noi che siamo seduti quaggiù, per ultimi, veniamo a trovarci in svantaggio; comunque, se i primi diranno quel che devono dire e lo diranno bene, a noi basterà. E, allora, buona fortuna, Fedro, comincia a fare le lodi di Amore.» Al che tutti quanti approvarono e fecero eco alle parole di Socrate. Ora, quello che ciascuno disse, Aristodemo non lo ricordava bene e, dal canto mio, io stesso, ora, non ricordo più, tutto quello che lui mi riferì, tranne le cose più importanti e, perciò, vi potrò ripetere solo quei discorsi che mi parvero più degni di ricordo.

VI

IL DISCORSO DI FEDRO:

Amore è un dio potente, antichissimo e meraviglioso

E, così, il primo a parlare, mi raccontò, fu Fedro che incominciò presso a poco col dire che Amore è un dio possente, meraviglioso, tanto fra gli uomini che fra gli dei per molte e tante ragioni ma, soprattutto, per quel che riguarda la sua nascita: «Egli ha il vanto,» continuò Fedro, «di essere, fra tutti, il dio più antico e, prova di questo è il fatto che non ha genitori e mai nessuno ne ha parlato, prosatore o poeta che fosse. Esiodo ci dice che ci fu dapprima il Caos:

la Terra dall’ampio petto, sicura sede e poi per tutti sempre e, poi, Amore

Insomma, secondo questo poeta, dopo il Caos ci furono queste due divinità: Terra e Amore. E Parmenide così narra la genesi:

Primo di tutti gli dei creò Amore

Con Esiodo concorda Acusilao. Quindi, da più fonti, si conviene che Amore è antichissimo. E, così com’è il più antico, è fonte, per noi, di grandissimi beni. Io, infatti, non so se vi sia un bene maggiore che avere, fin da giovani una persona virtuosa da amare o anche viceversa, che ci ami. E, in effetti, niente come Amore può dare all’uomo quei principi che valgono per vivere rettamente tutta la vita, non la nascita, non gli onori, non la ricchezza, niente di questo. Ma a quali principi voglio alludere?, mi chiedo: alla vergogna per le brutte azioni e al desiderio di buone, senza dei quali né stati né individui possono mai realizzare qualcosa di grande e di bello. E, inoltre, io dico che un uomo innamorato, sorpreso a commettere una brutta azione o a subirla, se la sua viltà non gli consente di difendersi, non proverà mai tanto dolore se lo vede il padre o l’amico o chiunque altro, quanto se lo vedesse la persona amata, E lo stesso è per quest’ultima, che se fa qualcosa di male si vergogna soprattutto se è vista da chi la ama. Oh, se ci potesse essere una città o un esercito composto tutto di innamorati, non vi sarebbe modo migliore di reggerlo e di vedere uomini rifuggire dal male e rivaleggiare tra loro nelle belle azioni; in guerra, poi, messi uno al fianco dell’altro, anche se in pochi, si può dire che vincerebbero il mondo intero. Perché l’uomo innamorato sarebbe disposto ad abbandonare il suo reparto, a gettare le armi sotto gli occhi di tutti, ma non dinanzi alla persona amata, piuttosto preferirebbe centomila volte morire; e, d’altronde, abbandonare la persona cara, non prestarle il suo aiuto se è in pericolo, non c’è nessun uomo tanto vile cui Amore non riesca ad infondere il necessario coraggio, come se fosse posseduto da un dio e renderlo uguale a chi è coraggioso di natura. Insomma, lo stesso soffio divino che, a quanto dice Omero, un dio infonde in taluni eroi, Amore, come un suo dono, suscita in quelli che amano.

VII

L’esempio di Alcesti e di Achille

«E poi, solo quelli che amano sono pronti a morire per gli altri e non solo gli uomini ma anche le donne. Vedi Alcesti, per esempio, la figlia di Pelia che per noi greci è la più bella prova di ciò che dico, la quale fu la sola a voler morire al posto del suo sposo che aveva pure un padre e una madre; costei fu tanto più sublime, nel suo cuore di donna, acceso, appunto dall’amore, da far apparire i parenti di lui quasi degli estranei al loro stesso figliolo, legati a lui soltanto dal nome. E questo gesto fu giudicato così bello non solo dagli uomini ma anche dagli dei, che questi, pur concedendo solo a pochi, tra i tanti che compiono belle imprese, il privilegio di vedersi restituita alla luce la loro anima, consentirono a questa fanciulla il ritorno alla terra, commossi del suo gesto; questo dimostra che gli dei apprezzano moltissimo lo zelo e la virtù che nascono dall’amore. Orfeo, invece, il figlio di Eagro, te lo rimandarono fuori dall’inferno senza che avesse ottenuto nulla, mostrandogli solo la falsa immagine della sua donna, per la quale egli era sceso nell’Ade e non gliela restituirono, considerandolo un debole (suonatore di cetra com’era) perché non aveva avuto il coraggio di morire per amore, come Alcesti, ma, vivo, era riuscito a penetrare nell’Ade e con l’astuzia. Ecco perché gli inflissero questa punizione e lo fecero morire per mano di donne. Non così Achille che onorarono invece e mandarono alle isole dei beati perché per quanto egli fosse già stato avvertito dalla madre che se avesse ucciso Ettore sarebbe morto mentre se l’avesse risparmiato sarebbe ritornato in patria e lì avrebbe finito vecchio i suoi giorni, preferì scendere in campo per Patroclo, per l’amico che amava e vendicarlo e morire per lui, non solo, ma per lui morto; per questo gli dei profondamente ammirati gli resero onori grandissimi, come quello che aveva tenuto così alto nel suo cuore l’amico amato. Eschilo dice un’inesattezza quando afferma che era Achille l’amante di Patroclo, lui che non solo era più bello di Patroclo ma di tutti gli altri eroi, imberbe ancora e quindi molto più giovane di lui come dice Omero. La verità, però, è che gli dei pur onorando assai questo sentimento d’amore, volgono più la loro ammirazione, le loro lodi a colui che ricambia l’amore di chi lo ama, piuttosto che a quest’ultimo. Colui che ama è cosa più divina di chi si lascia amare, perché un dio lo possiede; per questo gli dei onorarono maggiormente Achille che non Alcesti e gli dischiusero le isole dei beati. Per concludere io affermo che Amore è il più antico degli dei, il più degno di onori, quello che più può infondere agli uomini virtù e felicità, sia mentre vivono che dopo la loro morte.»

VIII

IL DISCORSO DI PAUSANIA:

ci sono due tipi di amore, e solo uno è positivo

Questo, presso a poco, a quanto mi riferì Aristodemo, fu il discorso di Fedro. Dopo di lui parlarono altri, però non ricordava molto. E così passò a riferirmi il discorso di Pausania che prese a dire: «Non mi pare che tu abbia ben impostato il tuo discorso, Fedro, così come hai troppo semplicisticamente fatto le lodi di Amore. Se, infatti, Amore fosse uno solo, la cosa sarebbe potuta anche passare; ma il fatto è che non è uno soltanto e quindi è più giusto precisare prima qual è che bisogna lodare. Ed è a questo errore che io cercherò di rimediare, in primo luogo dicendo quale Amore convenga lodare e poi facendone in modo degno l’elogio. Tutti riconoscono che non si può concepire Venere senza Amore. Se di Venere ce ne fosse una sola, lo stesso dovrebbe dirsi di Amore, ma poiché due sono le Veneri, due saranno anche gli Amori. Non sono forse due le dee? Una, la più antica, che non ebbe madre, la figlia del Cielo, che appunto chiamiamo Celeste, l’altra, più giovane, figlia di Giove e di Dione, che chiamiamo Pandemia. Ne consegue che l’Amore che convive con quest’ultima, giustamente vien chiamato Pandemio, l’altro, Celeste. Gli dei, in verità, bisogna onorarli tutti, ma ora, di questi due, occorre pur dire quali sono gli attributi. Intanto, ogni azione ha questo di caratteristico: che per se stessa non è mai bella o brutta. Per esempio: quello che noi ora stiamo facendo, cioè bere, cantare, discutere, in se stesso, non è che sia bello, ma lo diventa dal modo con cui questa azione viene compiuta: onestamente e rettamente, è bella, altrimenti, la stessa azione è cattiva. Lo stesso è quando si ama: non ogni Amore è bello o degno di lode, ma solo quello che spinge a nobilmente amare.

IX

Solo l’amore omosessuale è nobile

«Orbene, l’Amore che convive con la Venere Pandemia, è ovvio che sarà anch’egli Pandemio, cioè volgare e si comporta un po’ alla carlona; questo tipo d’Amore vien prediletto dai mediocri che non fan differenza a giacersi con donne o giovincelli di cui amano, oltretutto, più il corpo che l’animo, anzi preferiscono gli esseri sciocchi, tutti presi come sono dall’atto carnale, senza un briciolo di buon gusto, e accade così che finiscono per comportarsi come capita, bene o male che sia. Questo perché un simile Amore deriva dalla Venere più giovane che, nascendo, s’ebbe i caratteri della femmina e, insieme, quelli del maschio. L’altro Amore, invece, deriva dalla Venere Celeste che anzitutto non partecipa della natura femminile ma solo di quella maschile (e questo è l’amore per i giovinetti) e, in secondo luogo è più antica e immune da ogni forma di libidine. Così, quelli che sono infiammati da questo Amore, volgono le loro predilezioni al sesso maschile presi come sono da ciò che, per natura, è più vigoroso e dotato di più aperto intelletto. E in questa passione per i giovani è facile riconoscere quelli che sono nobilmente infiammati da questo Amore; costoro, infatti, non si legano ai giovani se non quando questi hanno già una loro maturità intellettuale e vedono spuntare la prima barba. Io penso, infatti, che chi per amarli attende che essi giungano a questa età, lo fa per poter convivere poi tutta la vita con loro in una dolce intimità e non per ingannarli, per approfittare della loro ingenuità e sbeffarli, piantandoli poi in asso per correre dietro a un altro. Anzi ci vorrebbe proprio una legge che vietasse di aver relazioni amorose con i minorenni, per evitare che si sciupi tempo e fatica per un esito incerto; con i ragazzi, infatti, non si sa mai come vada a finire, se faranno una buona riuscita o meno, sia per quel che riguarda le doti fisiche che per quelle morali. I galantuomini se la pongono da sé questa legge, ma per i dongiovanni da quattro soldi, sarebbe proprio necessario far qualcosa in proposito, così come abbiamo impedito, meglio che s’è potuto, che avessero rapporti intimi con donne di condizione libera. Sono questi che han fatto degenerare la cosa a tal punto che ora c’è gente che afferma che è brutto corrispondere chi ci ama; e lo dice proprio perché ha davanti agli occhi l’esempio di questi tipi, privi affatto di buon gusto e di un minimo di pudore, giacché nessuna cosa, se è fatta nei dovuti limiti e secondo onestà, può giustamente tirarsi dietro un qualche biasimo. Negli altri Stati, intanto, le leggi sull’amore non sonio di difficile interpretazione, regolate da principi assai semplici, così come concettosi e ingarbugliati sono da noi. Nell’Elide, per esempio o a Sparta o anche in Beozia, dove la gente non è abituata a far bei discorsi, viene, molto semplicemente, riconosciuto che è bello corrispondere chi ama e nessuno, giovane o vecchio che sia, si sognerebbe di dire che è cosa brutta; questo, a mio avviso, perché non vogliono pigliarsi troppo la briga di persuadere i giovani, inesperti come sono nell’arte del dire. Nella Ionia, invece, e in molte altre parti dove predominano popolazioni non greche, la cosa è ritenuta vergognosa; presso i popoli stranieri, del resto, proprio per i loro regimi tirannici, anche l’amore che uno può portare alla sapienza o alla ginnastica, è cosa disonesta. Infatti, io penso che ai governanti non convenga che sorgano tra i sudditi nobili e forti proponimenti o salde amicizie o identità di vedute, tutte cose, queste, che è proprio l’amore, di solito, a far nascere. E questo l’hanno imparato anche qui da noi i nostri tiranni, come l’amore di Aristogitone e l’intrepida amicizia di Armodio, abbiano distrutto il loro potere. Pertanto, là dove si ritiene che è cosa disonesta corrispondere chi ama, ciò è dipeso dalla mediocrità dei legislatori, dall’arroganza dei governanti e dalla viltà dei sudditi; laddove, invece, la cosa è ritenuta senz’altro bella, in linea assoluta, è stato per la pigrizia di chi ha fatto la legge. Quindi, da noi, vige una consuetudine più bella che altrove ma, come dicevo prima, non è facile, però, interpretarla.

X

Pregiudizi sull’amore omosessuale

«Si pensi, infatti, che da noi si reputa più bello amare alla luce del sole che di nascosto, amare, poi, soprattutto, chi è virtuoso e nobile anche se è più brutto degli altri e che si dà un incoraggiamento straordinario a chi ama, non ritenendo affatto che la sua sia un’azione vergognosa, anzi è motivo di orgoglio riuscire nel proprio intento ed è quasi un disonore, invece, fallire nella conquista e che la legge accorda all’amante, per le sue imprese amorose, la libertà di fare cose addirittura straordinarie e di riceverne lode, cosa che se uno facesse con altre intenzioni e per altri fini, si tirerebbe addosso il biasimo di tutti. Se uno, infatti, volendo farsi dare del denaro da qualcuno o desiderando ottenere un pubblico impiego o qualche carica, si mettesse a fare quel che gli amanti fanno per i loro fanciulli, suppliche, scongiuri, per ottenere quello che bramano, i giuramenti che fanno, tutte le notti che passano fuori davanti all’uscio del loro amore, tutti i servizi a cui si piegano, quelli più infimi, cui nessuno schiavo s’adatterebbe, costui si vedrebbe ostacolato in questo suo modo di fare, non solo dagli amici ma anche dai suoi avversari che gli rimprovererebbero queste smancerie e questo servilismo, richiamandolo al dovere e vergognandosi per lui; se tutto questo uno, invece, lo fa per amore, acquista addirittura pregio e la nostra legge glielo consente, senza che su di lui ricada biasimo alcuno, come se, in effetti, compisse una cosa bellissima. Ma quello che è ancora più straordinario è che, a quanto dicono i più, solo a chi ama è concesso, quando giura e poi non mantiene il giuramento, di ottenere il perdono degli dei perché, a quanto si dice, in amore non c’è giuramento che valga. È per questo che sia gli dei che gli uomini hanno concesso, a chi ama, un’assoluta libertà, come ci provano le nostre leggi. Tutto questo autorizzerebbe a credere che in questa nostra patria, amare e corrispondere chi ama è ritenuta cosa bellissima. Eppure quando i genitori ti mettono alle calcagna dei loro figlioli un pedagogo, col preciso incarico di tenerli lontani dai loro corteggiatori, quando i compagni e i coetanei fanno quasi succedere uno scandalo se si accorgono di qualcosa del genere, mentre i più anziani lasciano che dicano e non intervengono a queste esagerate reazioni, a guardar bene tutto questo sembrerebbe proprio che qui da noi l’amore sia considerato cosa del tutto disonesta. Il fatto è, a mio avviso, che la cosa sta invece così: non c’è nulla di assoluto, come accennai prima, e niente è bello o brutto per se stesso, ma diventa l’uno o l’altro a seconda che sia fatto bene o male. Così, l’amore diventa cosa spregevole se, senza alcun buon gusto, uno si concede a un essere spregevole, è cosa bella, invece, quando lo si fa onestamente con persona onesta. Ed amante del tutto indegno, volgare, è colui che ama più il corpo che l’animo, perché costui, infatti, non è costante, preso com’è da cosa che non dura. Quando, infatti, sfiorisce la bellezza del corpo, di quel fiore che amava, egli ‹fugge lontano, scompare› e addio promesse e belle parole. Chi, invece, ama qualcuno per la bellezza del suo animo, gli resta fedele per tutta la vita, perché s’è congiunto a cosa che dura. Perciò le nostre leggi si prefiggono di ben individuare tutti costoro per accordare, agli uni, ogni favore e mettere al bando gli altri e per questo si esortano gli amanti a insistere nelle loro profferte e gli amati a schermirsi, cercando così, per questa specie di gara, di stabilire a quale delle due categorie appartengano gli uni e gli altri. Per questo motivo è ritenuta gran brutta cosa, prima di tutto, lasciarsi sedurre, così, in quattro e quattr’otto, senza dar tempo al tempo, che, in fondo, si sa, per tante cose è un gran maestro; in secondo luogo, lasciarsi incantare dal denaro o dalle prospettive di cariche politiche, sia che il giovane per qualche violenza subita si intimorisca e si metta in condizione di non reagire, sia che, prospettandogli la possibilità di far denaro o di avere successo in politica, egli non vi rinunci sdegnosamente: infatti, nessuna di queste cose è sicura e durevole, oltre al fatto, poi, che da esse non potrà mai nascere una lunga amicizia. Quindi, secondo la nostra legge, non c’è che una strada perché l’amato possa onestamente corrispondere e compiacere l’amante, ed è questa: come non è affatto vergognoso e umiliante, per chi ama, sottoporsi per il suo amore, a ogni sorta di schiavitù, così c’è una sola servitù volontaria, non indecorosa o infamante: quella che ha per oggetto la virtù.

XI

Aristofane, còlto dal singhiozzo, salta il turno

«Ed è norma ancora, da noi, che se uno si mette al servizio di un altro ritenendo che ciò possa contribuire a renderlo migliore nel campo del sapere o in qualche altra virtù, questa sottomissione volontaria non è vergognosa, né servile. Occorre, pertanto, che queste due norme, quella sull’amore dei giovinetti e quella sul desiderio di acquistar sapienza o qualsiasi altra virtù, si fondano insieme se si vuole che sia veramente una cosa bella che il giovane conceda le sue grazie a un amante. Infatti quando l’amante e la persona amata s’incontrano, ciascuno, ligio a una sua precisa condotta, cioè l’uno disposto a servire il giovane che gli ha concesso i suoi favori e a servirlo onestamente, l’altro, con la stessa onestà, a seguire la volontà di chi lo rende sapiente e migliore e quando il primo sia veramente capace di dare senno e virtù e l’altro veramente desideroso di educarsi e d’acquistar, in ogni modo, sapienza, quando questo avviene, quando queste due direttrici convergono a un unico fine, oh, allora, si è cosa bella che la persona amata conceda i suoi favori a chi l’ama, altrimenti niente da fare. In questo caso essere ingannati non è nemmeno mortificante; in tutti gli altri casi, ingannati che si sia o meno, c’è da arrossir di vergogna. Se un giovane, infatti, in un miraggio di ricchezza, si è lasciato sedurre per denaro e poi resta ingannato perché s’accorge che il suo seduttore è povero, questo giovane, compie un’azione molto spregevole, perché s’è rivelato quel che egli era: un uomo capace di darsi a chiunque per sete di denaro e questo non è bello. E per un ragionamento analogo, se lo stesso giovane, invece, si fosse concesso a persona virtuosa, riconoscendo che sarebbe divenuto migliore proprio in virtù di quella corrispondenza e poi fosse stato ingannato perché il suo amante s’è rivelato persona del tutto mediocre, priva di qualsiasi virtù, ebbene questa delusione è motivo di compatimento; infatti, egli ha dimostrato di esser pronto a dar tutto se stesso a chiunque, ma per la virtù e pur di diventar migliore, e questo, certo, è tra tutte, cosa bellissima. In conclusione, il concedersi per ottenere, in cambio, virtù, è bello. Questo è l’Amore della dea celeste, celeste egli stesso, degno in tutto di venerazione da parte dello stato come dei singoli individui, che spinge gli amanti e le persone amate, ciascuno per quel che gli compete, a preoccuparsi soltanto d’essere virtuosi. Quanto agli altri amori, provengono tutti dalla Venere Pandemia, volgare. Questo è quanto ho improvvisato, Fedro, così su due piedi, a proposito di Amore.» Dopo la pausa di Pausania (guarda un po’ che giochetti di parole ti sto a fare, che m’insegnano i dotti), a quanto ebbe a riferirmi Aristodemo, toccava ad Aristofane1, senonché, vuoi per la pienezza di stomaco, vuoi per qualche altra causa, costui aveva il singhiozzo e, quindi, era nell’impossibilità di parlare. Si rivolse, allora a Erissimaco, il medico, che gli era seduto accanto: «Cerca di liberarmi da questo singhiozzo, Erissimaco,» gli disse, «o, almeno, prendi tu la parola, fino a quando non si sarà calmato.» «Cercherò di venirti incontro in un modo e nell’altro; parlerò io al tuo posto e poi interverrai tu quando ti sarà passato; intanto cerca di trattenere il respiro per qualche minuto e vedrai che il singhiozzo se ne andrà, oppure bevi un sorso d’acqua, fai dei gargarismi e, se persiste, prendi qualcosa che ti solletichi il naso e cerca di starnutire e vedrai che, con un paio di starnuti, per quanto ostinato, ti passerà.» «Sì, ma tu sbrigati a parlare,» insistette Aristofane, «intanto io cercherò di fare come tu dici.»

XII

IL DISCORSO DI ERISSIMACO:

esiste un amore di vita ed un amore di morte

E così Erissimaco incominciò: «A mio avviso, mi par necessario che cerchi di concludere il discorso che Pausania ha iniziato così bene ma che poi non ha portato a termine. Che Amore sia duplice, ci sembra distinzione esatta; ma che esso non alberga solo negli uomini attratti dalle belle creature, ma in tutti gli altri esseri, a loro volta presi per altre forme, negli animali, per esempio, nelle piante e comunque in tutte le creature viventi, io credo di averlo dedotto dalla medicina, la nostra arte e, altresì, come Amore sia grande e meraviglioso iddio, presente ovunque in ogni cosa umana e divina. Comincerò, quindi, a trattar l’argomento da un punto di vista medico, anche in omaggio a questa arte. La natura dei corpi è tale che essi hanno in sé questo duplice Amore; infatti, per il corpo, malattia e salute sono, come tutti sanno, due condizioni diverse e contrarie e, come tali, perciò, non appetiscono e non desiderano mai le stesse cose. In poche parole, altro è il desiderio che prova la parte sana, altro quello che sente la parte malata. E come Pausania diceva poco fa che è bello concedersi a un amante virtuoso e vergognoso è, invece, darsi a un dissoluto, lo stesso è anche per i corpi per cui è cosa bella, anzi doverosa, favorire lo sviluppo delle parti sane di ciascun organismo (e, in fondo, proprio questo è il compito del medico) ed è male, invece, farlo per le parti malate per le quali occorre agire con intransigenza, se si è veramente capaci nell’arte medica. Infatti, la medicina, per dirla in breve, è la scienza che studia le tendenze affettive dell’organismo nel suo riempirsi e svuotarsi e chi sa distinguere in queste tendenze, le buone dalle cattive, costui è un gran medico; chi, poi, queste tendenze le sappia anche modificare o suscitarne una al posto dell’altra o stimolarne qualcuna laddove non ve ne siano e invece dovrebbero esservi o, addirittura, cancellare quelle che vi sono, costui, allora, sarà proprio un maestro eccellente. Bisogna, infatti, che le parti di un organismo che sono tra loro incompatibili si riconcilino e trovino una loro reciproca armonia. E gli elementi più incompatibili sono quelli contrari, freddo e caldo, amaro e dolce, secco e umido e così via; e poiché ad aver saputo conciliare ed armonizzare tutti questi contrari è stato nostro padre Asclepio, egli, come dicono questi poeti e come anch’io sono convinto, è il fondatore di questa nostra scienza. Tutta la medicina, dunque, come vi sto dicendo, è governata da questo dio, come del resto la ginnastica e l’agricoltura. Quanto alla musica, poi, basta un minimo di riflessione perché tutti comprendano che essa si comporta alla stessa stregua delle altre arti, come anche Eraclito, del resto, forse vuol dire, sebbene non si esprima in termini molto chiari: ‹L’unità in sé discorde,› dice, ‹con se stessa s’accorda, come l’armonia dell’arco e della lira.› Ora, è assurdo pensare che l’armonia sia mancanza di accordi o che nasca da elementi ancora discordanti tra loro. Egli, forse, voleva dire che essa nasce da elementi prima discordanti, l’acuto e il grave, per esempio, che si son poi accordati per virtù della musica; infatti, non è certo possibile che l’armonia risulti da suoni tuttora discordi tra loro quali l’acuto e il grave. In verità, l’armonia è consonanza e la consonanza è accordo; non è possibile, ora, che vi sia accordo da cose discordi finché restino tali, come impossibile è che vi sia armonia quando gli elementi discordanti non abbiano trovato il loro accordo; così come anche il ritmo, del resto, che risulta dal veloce e dal lento prima discordi tra loro ma poi armonizzati insieme. E l’accordo fra tutti gli elementi, come per quelli di prima era dato dalla medicina, così per questi è dato dalla musica che produce, quindi, tra loro, reciproca armonia e corrispondenza. La musica, quindi, per quanto riguarda il ritmo e l’armonia, è scienza d’amore. Non è difficile, poi, individuare nella stessa costituzione del ritmo e dell’armonia questa sua peculiarità, in quanto in essa non vi sono le due specie d’amore. Quando però si compongono ritmi e armonie per la gente (ed è questa, propriamente, ciò che si chiama composizione musicale) o si eseguono fedelmente melodie e partiture altrui (e questo è virtuosismo), allora sì che viene il difficile e occorre un bravo artista. E qui si torna al discorso di prima, cioè che bisogna compiacere alle persone per bene o a quelle che ancora non lo sono ma vogliono diventarlo e conservarsi il loro amore che è poi quello bello, quello celeste, l’amore di Afrodite Urania; quello di Polimnia, invece, è l’amore pandemio, volgare, cui bisogna concedersi con prudenza e che dobbiamo, a nostra volta, con prudenza concedere per goderne senza tuttavia farne abuso. Del resto, anche nella nostra scienza è molto importante sapersi ben destreggiare con i desideri per la buona cucina in modo da saperla gustare senza poi ammalarsi. E così nella musica, nella medicina e in tutto il resto, sia nelle cose umane come in quelle divine, occorre tener presenti, per quanto possibile, l’uno e l’altro amore, dovunque contenuti entrambi.

XIII

Bisogna imparare a coltivare l’amore benigno

«E anche le stagioni dell’anno, nella loro successione, son colme di questi due amori e quando gli elementi contrari di cui parlavo prima, il caldo e il freddo, il secco e l’umido, cadono sotto l’influenza dell’amore benigno che li armonizza e li compone sapientemente, allora le stagioni recano abbondanza e salute agli uomini, agli animali e alle piante e non portano alcun danno. Quando, invece, ha il sopravvento l’altro amore, con tutta la sua violenza, ecco, allora, rovine e distruzione ovunque, ecco la causa di pestilenze e di molti altri simili morbi per gli animali e le piante; e, infatti, il gelo, la grandine, la rubigine derivano dalla violenza e dal disordine con cui si manifestano queste tendenze d’amore. La scienza che, attraverso il moto degli astri e il succedersi delle stagioni indaga questi fenomeni, si chiama astronomia. Inoltre, tutti i sacrifici e i riti a cui presiede l’arte profetica, nel loro insieme (sono essi a mantenere un rapporto tra gli uomini e le divinità) non hanno altro scopo che di custodire e salvaguardare l’Amore; ogni scelleratezza, infatti, nasce perché non si dimostra buona disposizione nei riguardi dell’amor benigno, né, in quel che si fa, lo si tiene nella dovuta stima e lo si onora. Cose, invece, che si concedono tutte all’altro amore, sia per quel che riguarda i rapporti con i propri genitori, vivi o morti che siano, sia quelli con gli dei. A queste cose, appunto, l’arte profetica è destinata, per cui deve sorvegliare gli amori e apprestarne i rimedi; e la divinazione è all’origine dell’amicizia tra gli dei e gli uomini in quanto, delle tendenze umane, conosce quelle che si volgono alla giustizia e alla pietà. Dunque, tanto grande e vasta, anzi, universale è la forza d’Amore, ma quello che si volge al bene con saggezza e giustizia sia nei nostri rapporti umani che in quelli degli dei tra loro, ha forza ancora maggiore e ci dà la felicità e ci fa vivere nella concordia e nell’amicizia con tutti e con chi è migliore di noi, cioè con gli dei. Forse anch’io ho tralasciato molte cose, mio malgrado, in questo elogio d’Amore; se l’ho fatto, è compito tuo Aristofane rimediarvi; se, invece, vuoi onorare il dio in altro modo, fallo pure, dato che il singhiozzo t’è passato.» E così, mi riferì Aristodemo, cominciò a parlare Aristofane che disse: «Veramente è passato ma solo con lo starnuto, tanto che io mi meraviglio come il corpo umano, così ben fatto, abbia proprio bisogno di tanto rumore e solleticamenti, come lo starnuto. Sta di fatto, però, che il singhiozzo è cessato appena ho starnutito.» «Ma, mio caro Aristofane,» ribatté Erissimaco, «sta un po’ attento a quel che fai; ti metti a far dello spirito proprio ora che devi parlare e così mi costringi a stare sul chi va là per ogni tua parola, nel caso ti saltasse in mente di dirle grosse, e sì che potresti parlar tranquillamente.» «Hai ragione, Erissimaco,» ammise Aristofane, ridendo, «fingi come se non avessi detto nulla. Ma non stare sul chi va là mentre parlo perché io ho proprio paura, non tanto perché, forse, con quello che sto per dire, farò ridere, il che potrebbe essere anche piacevole e coerente con la mia musa, ma perché mi farò invece deridere.» «Sì, sì, va bene, Aristofane, tu prima lanci il sasso e poi nascondi la mano; mettici attenzione, invece, e parla come se dovessi dar conto di quello che dici; da parte mia, intanto, vedrò di lasciarti tranquillo.»

XIV

IL DISCORSO DI ARISTOFANE (“mito dell’andrògino”):

una volta i sessi umani erano tre, e gli uomini erano “a tutto tondo”…

«Per dir la verità, Erissimaco,» cominciò Aristofane, «io avrei in mente di fare un discorso diverso da quello tuo e di Pausania. Io credo, infatti, che di tutta questa potenza dell’Amore, gli uomini non se ne siano accorti per niente, altrimenti gli avrebbero innalzato templi grandiosi, altari, gli farebbero sacrifici magnifici e, invece, nulla di tutto questo mentre sarebbe la prima cosa da fare. Nessuno come lui, tra tutti quanti gli dei, è amico degli uomini, viene in loro aiuto, cerca di curarne i mali, la cui guarigione, forse, sarebbe la più grande felicità del genere umano. Quindi, io cercherò di svelarvi la sua potenza e voi, a vostra volta, la rivelerete agli altri. Per prima cosa, dovete rendervi conto cosa sia la natura umana e quali siano state le sue vicende; per il passato, infatti, essa non era quella che è oggi. Nel principio, tre erano i sessi dell’uomo, non due, il maschio e la femmina, come ora: ce n’era un terzo che aveva in sé i caratteri degli altri due, ma che oggi è scomparso e del quale resta soltanto il nome: l’andrògino. Esso, infatti, era un essere a sé stante che, nell’aspetto esteriore e nel nome, aveva dell’uno e dell’altro, cioè, del maschio e della femmina; oggi, ripeto, non resta che il nome che, per di più, ha un significato infamante. Inoltre, la figura di questo essere umano era arrotondata, dorso e fianchi formavano come un cerchio; aveva quattro mani e quattro erano pure le gambe; aveva anche due facce, piantate su un collo anch’esso rotondo, completamente uguali e attaccate, in senso opposto, a un unico cranio; aveva quattro orecchie, doppi gli organi genitali e, da tutto questo, possiamo immaginarci il resto. Camminavano in posizione eretta, come noi, volendo potevano spostarsi in qualunque direzione e, quando correvano, facevano un po’ come i nostri saltimbanchi che gettano in aria le gambe e capriolettano su se stessi: e poiché gli arti erano otto, appoggiandosi su di essi, procedevano, a ruota, velocemente. I sessi erano tre, perché quello maschile aveva avuto origine dal sole, quello femminile dalla terra e l’altro, con i caratteri d’ambedue, dalla luna, dato che quest’ultima partecipa del sole e della terra insieme: perciò avevano quell’aspetto e si spostavano rotolando, perché somigliavano a quei loro progenitori. Avevano una resistenza e una forza prodigiosa, nonché un’arroganza senza limiti, tanto che si misero in urto con gli dei e quel che dice Omero di Efialte e di Oto, che tentarono di scalare il cielo, va riferito a costoro.

XV

Zeus decide di tagliarli in due, ma le due metà si cercano disperatamente

«E così Giove e gli altri dei si consigliarono sul da farsi ma non seppero risolversi: non era il caso di ucciderli, infatti, come i Giganti, e di estinguerne la specie a colpi di fulmine (il che sarebbe stato come far sparire onori e sacrifici agli dei da parte degli uomini) e del resto non era possibile continuare a sopportare oltre la loro tracotanza. A furia di pensare, Giove, finalmente, ha un’idea: ‹Ho trovato il sistema,› esclamò, ‹perché gli uomini sopravvivano ma, nello stesso tempo, divengano più deboli e la smettano con la loro prepotenza. Ecco che li taglierò, ciascuno, in due,› continuò, ‹così diventeranno più deboli, e, dato che aumenteranno di numero potranno esserci anche più utili. Cammineranno su due gambe e, se non si metteranno tranquilli e faranno ancora i prepotenti, li taglierò ancora e cosi impareranno a camminare su una gamba sola, come nel gioco degli otri.› Detto fatto, si mise a tagliare gli uomini in due come si tagliano le sorbe quando si mettono a seccare, o come si divide un uovo col crine. E via via che tagliava, poi, raccomandava ad Apollo che a ciascuno gli rivoltasse il viso e la metà del collo dalla parte del taglio in modo che l’uomo, vedendosi sempre la sua spaccatura, diventasse più mansueto; Apollo, infine, provvedeva a chiudere le altre parti. Girava la faccia e, tirando la pelle, tutta verso quel punto che noi ora chiamiamo ventre, come chi fa per chiudere coi lacci una borsa, faceva una specie di groppo, che legava proprio in mezzo alla pancia, quello che noi chiamiamo ombelico. Spianava, poi, le molte rughe e modellava il petto usando un arnese un po’ simile a quello che adoperano i sellai per spianare, sulla forma, le grinze del cuoio: ne lasciava, però, qualcuna, nei paraggi del ventre e intorno all’ombelico, in ricordo dell’antico castigo. Fu così che gli uomini furono divisi in due, ma ecco che ciascuna metà desiderava ricongiungersi all’altra; si abbracciavano, restavano fortemente avvinti e, nel desiderio di ricongiungersi nuovamente, si lasciavano morire di fame e di accidia, non volendo far più nulla, divise com’erano, l’una dall’altra. Quando, poi, una delle due metà, moriva, quella rimasta in vita, se ne cercava un’altra e le si avvinghiava, sia che le capitasse una metà di sesso femminile (che oggi noi chiamiamo propriamente donna) che una di sesso maschile; e così, morivano. Allora Giove, impietosito, ricorse a un nuovo espediente: spostò il loro sesso sul davanti; prima, infatti, l’avevano dalla parte esterna e generavano e si riproducevano non unendosi tra loro, ma alla terra, come le cicale. Dunque, trasferì questi organi sul davanti e, così facendo, rese possibile la procreazione attraverso l’unione del maschio nella femmina; lo scopo era quello di far generare e di perpetuare la specie grazie a un simile accoppiamento tra maschio e femmina; se, invece, l’unione fosse stata fra maschi, dopo un po’ sarebbe venuta sazietà da questo connubio e così, una volta separatisi, sarebbero potuti ritornare al lavoro e alle altre cure della vita. Da tempi remoti, quindi, è innato negli uomini il reciproco amore che li riconduce alle origini e che di due esseri cerca di farne uno solo risanando, così, l’umana natura.

XVI

Da che cosa derivano l’amore eterosessuale e quello omosessuale

«Quindi, ciascuno di noi è come la metà di un unico contrassegno, dal momento che fu tagliato in due, come le sogliole, e va continuamente in cerca dell’altra metà. Ora, tutti quegli uomini che son derivati dalla divisione di quel doppio essere, cioè, dall’andrògino, come l’abbiamo appunto chiamato, sentono tutti l’attrazione per le donne e da lì provengono anche la maggior parte degli adulteri; così pure hanno la stessa origine le donne che vogliono il maschio e le adultere. Invece, le donne che son derivate dalla divisione di un essere di sesso femminile, sono frigide nei riguardi dell’uomo e sentono, piuttosto, attrazione per le altre donne e da qui sono nate le lesbiche. Quegli uomini, infine, che son nati dalla divisione di un essere maschile, van dietro ai maschi e, finché son ragazzi, per il fatto che son parti di maschio, amano gli uomini e godono di giacersi stretti abbracciati con loro. Questi sono i ragazzi, i giovinetti più in gamba, dotati di un’indole virile; c’è della gente che dice che costoro sono degli svergognati, ma sbaglia: non per impudenza, infatti, fanno questo ma perché sono arditi, valorosi e virili e, come tali, cercano il loro simile. E questa è la prova migliore: in età matura, soltanto costoro diventano dei veri uomini e partecipano alla vita politica. Da adulti, poi, sono loro ad amare i fanciulli e se non fosse perché la consuetudine un po’ ve li costringe, se dipendesse dalla loro natura, certo non penserebbero affatto a sposarsi e ad avere dei figli, anzi sarebbero contentissimi di vivere così da scapoli. Insomma, da qui nascono quelli che amano gli uomini o si lasciano da essi amare, preferendo sempre chi ha la loro stessa natura. E quando uno incontra quella che fu la sua metà, non solo chi si sente attratto verso i fanciulli, ma anche ogni altro, sente allora nascere in sé quel sentimento di amicizia, di intimità, di amore per cui non sa più vivere separato dall’altro, nemmeno un istante, tanto per dire. E questi che passano insieme la loro vita non ti saprebbero nemmeno più dire quello che vogliono per loro; e io penso che nessuno crederà che sia soltanto l’attrazione fisica a tenerli così appassionatamente uniti; è certo che l’anima loro cerca qualcos’altro, che non sa definire ma che vagamente intuisce. Se, per esempio, mentre stanno dolcemente insieme, comparisse Efesto, con gli strumenti del suo potere e chiedesse loro: ‹Cosa vorreste, uomini, l’uno dall’altro?› e vedendoli incerti chiedesse ancora: ‹Non desiderate, forse, diventare una cosa sola in modo che non possiate mai separarvi, né di giorno né di notte? Se è questo che volete, io vi unirò, vi fonderò in una stessa natura così che da due voi diventiate uno e la vostra vita la viviate come un essere solo e quando morrete, anche laggiù, nell’Ade, possiate essere uno solo invece di due, uniti da un’unica morte. Vedete un po’, allora, se è questo che desiderate, se è questo che vi basta ottenere.› Dunque. se udissero queste parole, siamo convinti che nessuno dei due rifiuterebbe, nessuno mostrerebbe di voler altro, anzi, ognuno penserebbe di aver finalmente udito le parole che da tanto tempo sognava di ascoltare, diventare cioè di due una sola cosa, unirsi, confondersi nella creatura amata. E la ragione di tutto questo è che tale era la nostra antica natura e che noi eravamo uniti; e lo struggimento per quella perduta unità, il desiderio di riottenerla, si chiama amore. Ripeto, noi, prima eravamo un essere solo ma poi, per i nostri falli, da dio siamo stati divisi, un po’ come gli Arcadi lo sono stati dagli Spartani. E c’è da temere che se non saremo obbedienti verso gli dei, verremo ancora tagliati e vagheremo un po’ simili a quelle figure in bassorilievo, segate in due lungo la linea del naso, che si vedono sulle steli, ridotti come dadi a metà. Occorre, perciò, che ogni uomo consigli gli altri ad essere pii verso gli dei, sia per evitare questo male, sia per ottenere quel bene al quale Amore ci volge e ci guida. Nessuno sia ostile ad Amore (chi lo è, è inviso agli dei); perché se gli saremo amici, se ci riconcilieremo con questo dio, noi riusciremo a trovare e a congiungerci con la nostra anima gemella, cosa che oggi capita a pochi. E non insinui Erissimaco, canzonandomi per questo che sto dicendo, che io voglio alludere a Pausania e ad Agatone (molto probabilmente essi sono tra questi pochi e hanno entrambi natura virile). Ad ogni modo io dico, in generale, di tutti, uomini e donne, che la razza umana sarà felice nella misura in cui ciascuno realizzerà il suo amore e troverà la sua creatura amata, ritornando così all’antica condizione. Se questo è il bene più grande, ne consegue che, nelle presenti condizioni, la cosa migliore è quella che più gli si avvicina: incontrare l’amante che meglio ci sappia corrispondere. Se, dunque, vogliamo levar lodi al dio che ci può dar tutto questo, è ad Amore che dobbiamo inneggiare il quale, per ora, favorisce il nostro incontro con chi ci è affine e, un domani, ci darà le più grandi speranze che, se noi ci mostreremo riverenti verso gli dei, ci restituirà l’antica natura e, risanandoci, ci renderà felici e beati. Questo, o Erissimaco,» concluse, «il mio discorso su Amore, diverso dal tuo, a quanto vedi. Come ti ho pregato, non starmelo a canzonare, dato che dobbiamo ancora sentire quel che diranno gli altri, anzi gli ultimi due, perché non sono rimasti che Agatone e Socrate.»

XVII

Piccolo battibecco fra Socrate e Agatone

«E va bene, t’accontento,» rispose Erissimaco, «anche perché il tuo discorso m’è proprio piaciuto; anzi, se non sapessi che Socrate e Agatone son ferratissimi in fatto d’amore, avrei proprio paura, con tutto quel che s’è detto, che rimanessero a corto d’argomenti. Ma, nonostante questo, invece, mi sento sicuro.» E Socrate, intervenendo: «Eh, già, Erissimaco, perché tu hai già detto la tua e bene anche; ma se ti trovassi qui, al mio posto o meglio nella posizione in cui mi troverò quando Agatone avrà finito anche lui di fare il suo bel discorso, saprei immaginare la tua paura, e quanta anche, come ce l’ho io adesso.» «Non m’incanti, Socrate,» fece, di rimando, Agatone, «tu vuoi proprio confondermi facendomi credere che queste persone son tutte qui ad aspettare chissà cosa dal mio discorso.» «E io, allora, sono uno smemorato, Agatone,» replicò Socrate, «se credessi che ora tu hai paura di noi che siam qui in pochi. Ho visto il tuo coraggio, la tua sicurezza quando sei salito sul podio con gli altri attori e hai abbracciato con uno sguardo tutto il teatro pieno zeppo, poco prima di rappresentare la tua opera.» «Ma che c’entra, questo, Socrate?» ribatté Agatone. «Non mi crederai mica tanto infatuato per una rappresentazione teatrale, da non capire che per uno che abbia un po’ di buon senso, poche persone intelligenti fan più paura di una folla di sciocchi?» «Non sarebbe bello da parte mia, Agatone,» insisté Socrate, «se ti pensassi capace di un pensiero volgare. So benissimo che se ti venissi a trovare fra persone che tu ritenessi sapienti, ne saresti preoccupato più che se fossi in mezzo a un mucchio di gente; il fatto è che noi non siamo tali e, del resto, c’eravamo anche noi, lì, non più che folla tra la folla. Se tu, invece, ti incontrassi veramente con dei sapienti, ti vergogneresti davanti a loro, se ti accorgessi di far qualche brutta figura, non credi?» «Certo, dici bene,» ammise. «E se tu la brutta figura la facessi davanti alla folla, non ti vergogneresti?» A questo punto intervenne Fedro e: «Mio caro Agatone,» disse, «se stai lì a rispondere a Socrate, te le saluto le cose che stavamo dicendo, ma tanto a lui non gliene importa niente, basta che abbia qualcuno con cui discutere, specie poi se è un bel ragazzo. Con questo non è che io non ascolti volentieri una discussione di Socrate, ma certo che ora mi sta più a cuore l’elogio di Amore e avere, da ciascuno di voi, il rispettivo discorso. Pagate al dio il vostro debito e poi discuterete come vi pare.» «Dici proprio bene, Fedro,» esclamò Agatone; «niente mi impedisce di parlare; con Socrate non mancheranno certo le occasioni per discutere.»

XVIII

IL DISCORSO DI AGATONE:

diamo una definizione dell’amore: esso è il più buono e il più bello degli dèi

«Io desidero prima dirvi com’è che intendo impostare il mio discorso, dopo entrerò nel vivo della questione. A me pare che tutti quelli che hanno parlato finora non abbiano celebrato il dio ma soltanto posto l’accento su quanto gli uomini siano felici per quei beni di cui, appunto, quel dio è la causa; nessuno ha detto chi sia propriamente costui che ci offre tutti questi beni. Orbene, l’unico metodo giusto per far qualsiasi elogio, di qualunque cosa, è quello di illustrare prima chi sia, in effetti, quello di cui si parla e poi di quali beni sia la causa. Ecco perché noi dobbiamo prima lodare Amore per quel che egli è, poi per i doni che ci reca. Intanto io affermo che tra tutti i beatissimi dei (se m’è lecito dirlo e non è peccato) Amore è il più beato perché è il più bello e il più buono. Il più bello soprattutto perché è il più giovane degli dei, Fedro. Egli stesso ce ne dà la prova migliore fuggendo dinanzi alla vecchiaia che, tutti sanno, è veloce e ci casca addosso più presto di quel che dovrebbe. Naturalmente Amore la odia e non le si avvicina nemmeno da lontano. Giovane com’è, invece, sta sempre con i giovani e ha ragione l’antico detto che il simile s’accompagna sempre al suo simile. Ed io, pur consentendo con Fedro in molte cose, non condivido il fatto che Amore sia più antico di Crono e di Giapeto. Ripeto, invece, che è il più giovane di tutti gli dei, eternamente giovane e tutti quei vecchi fatti tra gli dei che raccontano Esiodo e Parmenide, accaddero per opera di Necessità, non di Amore, ammesso pure che quei due abbiano detto il vero. Non ci sarebbero state, infatti, mutilazioni, catene e tutte quelle altre violenze se Amore fosse stato in mezzo a loro, ma solo amicizia e concordia come è ora, da quando egli regna sugli dei. Dunque egli è giovane e non solo, è gentile. Il fatto è che gli manca un poeta, un poeta come Omero che ne esalti la delicata bellezza. Di Ate, per esempio, Omero dice non solo che è una dea ma che, appunto, è delicata (almeno i suoi piedi sono tali), quando scrive:

morbidi sono i suoi piedi che non accosta alla terra

ma ella procede sfiorando le teste degli uomini.

E mi pare che egli ci abbia dato una bella prova della sua delicatezza col dirci che non cammina sul duro ma sul morbido. Serviamoci, anche noi, per Amore, dello stesso indizio a conferma che è delicato; egli, infatti, non cammina per terra e nemmeno sulle teste degli uomini che, poi, tanto morbide non sono, ma tra le più tenere delle cose che esistono egli procede e dimora: egli, infatti, ha posto la sua sede nel cuore e nell’animo degli uomini e degli dei; non però in tutte le anime indistintamente. Se, infatti, ne trova una rozza, fila via, se gentile invece, vi resta. Dato, quindi, che egli è sempre a contatto, e non solo con i piedi ma anche con tutto se stesso, con le più tenere tra le tenerissime cose, necessariamente deve essere delicatissimo. Il più giovane, dunque, e il più delicato; ma oltre a questo è duttile. Non potrebbe piegarsi in tutte le direzioni e entrare di soppiatto nelle anime e così uscirne se fosse rigido; la leggiadria, per consenso comune, è la prova evidente delle fattezze armoniche e flessuose che Amore possiede. Infatti, fra l’amore e la bruttezza c’è sempre reciproca guerra. La bellezza del suo incarnato ci dice che egli indugia tra i fiori, poiché Amore non resta dove non v’è cosa in fiore o che sia avvizzita, sia essa corpo o anima o altro, ma dove tutto è fiorito e olezzante, là si posa e dimora.

XIX

Dall’amore nasce ogni bene

«Sulla bellezza del dio può anche bastare, per quanto ce ne sarebbe ancora da dire. Ma ora parliamo delle sue virtù. La cosa che prima di tutto bisogna notare è che Amore non fa torti a nessuno, né a uomini né a dei e nemmeno ne riceve. Egli non subisce violenza (ammesso che subisca qualcosa), perché essa non lo tocca, né con prepotenza fa quel che fa, ma ognuno serve Amore spontaneamente in ogni cosa; e quando c’è accordo reciproco tra due volontà, ‹le Leggi che sono le regine degli Stati›, dicono che è giusto. Oltre che la giustizia, Amore possiede in sommo grado anche la temperanza. Tutti son d’accordo nell’affermare che la temperanza consiste nel dominio delle passioni e dei piaceri. Ma non c’è nessun piacere più intenso dell’Amore e quindi se tutti gli altri sono meno intensi, sono inferiori a lui che, perciò, trionfa e ha il dominio sulle passioni e sui piaceri e, come tale, è in sommo grado, temperante. Per quanto riguarda la forza, ad Amore ‹neanche Marte può stargli a fronte›. Non è, infatti, Marte che conquista Amore, ma Amore che seduce Marte, amore di Venere a quanto si dice; e chi possiede è più forte di chi si lascia possedere: quindi, vincendo chi è più forte degli altri, egli è il più forte di tutti. Della giustizia, quindi, della temperanza e della fortezza del dio, s’è già detto; resta ora da dire della sua sapienza: per quanto è possibile, bisogna cercare di non tralasciare nulla. Intanto, per prima cosa per rendere onore alla nostra arte, come Erissimaco ha fatto per la sua, dirò che questo dio è poeta cosi sapiente da far diventare tali anche gli altri; in effetti, ognuno diventa poeta se è toccato da Amore, anche se non ha mai avuto prima a che fare con le Muse. Da qui possiamo trarre la conferma che Amore, in generale, è buon poeta in ogni genere di produzione artistica. Infatti, ciò che uno non ha e non conosce, non può certo darlo, né insegnarlo a nessuno. E, infatti, chi è che vorrà contestare che la creazione di tutti gli esseri viventi non avvenga per la sapienza d’Amore che genera e fa crescere tutte le creature? E, inoltre, nell’attività artistica non sappiamo forse che chi ha per maestro questo dio diviene famoso e illustre, chi invece non è toccato da Amore resta oscuro? L’abilità nel tiro dell’arco, la sapienza nella medicina, l’arte profetica, Apollo le ha scoperte sotto l’impulso del desiderio e dell’amore, così che anch’egli può dirsi discepolo di questo dio, come le Muse per le loro arti, Efesto per l’arte di forgiare metalli, Minerva per quella del tessere e Giove, infine, per quella di governare sugli dei e sugli uomini. Fu cosi che tutte le questioni tra gli dei si appianarono, da quando Amore comparve in mezzo a loro, si capisce, Amore della bellezza, perché delle cose brutte non c’è amore; mentre, come ho detto, prima d’allora, molte e orribili cose, a quanto si dice, accadevano tra gli dei, perché regnava Necessità. Ma dopo che nacque questo dio, si amarono le cose belle e ne venne per gli dei e per gli uomini abbondanza di beni. Così, Fedro, mi sembra proprio che Amore, bellissimo e buonissimo com’è, rechi anche agli altri bellezza e bontà. Quasi quasi mi vien da dire in versi quello che fa, per esempio così:

pace agli uomini reca, calma sul mare

tregua ai venti e, nel dolore, il sonno.

Egli ci libera dal timore di essere estranei a noi stessi, ci dà un senso di calda intimità, ci invita a partecipare a riunioni come questa, a feste, a danze, a sacrifici di cui diventa un po’ l’auspice, assicura la benevolenza, allontana ogni rancore, largo in favori, incapace di malvagità, benigno, buono, esempio ai saggi, ammirato dagli dei, invidiato dagli infelici, posseduto dai fortunati, padre della Delizia, dell’Eleganza, del Fasto, della Grazia, del Desiderio, della Bramosia, sollecito verso i buoni, incurante dei malvagi, nelle fatiche, nelle paure, nelle passioni, nelle conversazioni, è guida, guerriero, compagno di lotta, salvezza provvidenziale, ornamento di tutti gli dei e di tutti gli uomini, duce meraviglioso e perfetto che ognuno deve seguire e celebrare con inni degni di lui, partecipando al suo canto col quale egli ammalia il cuore degli uomini e degli dei. Questo, Fedro, il mio discorso in omaggio al dio, svolto un po’ celiando, un po’ con ben dosata gravità, secondo le mie capacità.»

XX

SOCRATE NON VUOLE PARLARE:

credevo che si dovesse dire la verità!

Quando Agatone ebbe finito di parlare, raccontò Aristodemo, ci fu uno scroscio di applausi da parte di tutti i presenti che riconobbero come il discorso del giovane fosse stato degno di lui e del dio. E, allora, Socrate volgendosi ad Erissimaco: «E così, figlio di Acumeno, ti sembra ancora fuori posto il mio timore di prima o non ho forse previsto giusto, poco fa, quando ho detto che Agatone avrebbe parlato benissimo e che io mi sarei trovato in un bell’imbarazzo?» «Per il primo punto,» rispose Erissimaco, «ti do anche ragione, cioè quando dici di aver previsto che Agatone avrebbe parlato bene, ma che tu, poi, ti trovi nell’imbarazzo questo proprio non lo credo.» «Ma come faccio a non esserlo, mio caro, e come me chiunque altro dovesse parlare dopo un discorso così bello e così interessante? Certo in qualche parte non è stato stupendo come nel resto, ma verso la fine chi non sarebbe rimasto sbalordito di fronte a tanta bellezza di vocaboli e di espressioni? Quasi quasi, pensando che non sarei mai stato capace di dire qualcosa che solo si avvicinasse a tanta bellezza, stavo per fuggirmene dalla vergogna. Perché il suo discorso m’ha fatto venire in mente Gorgia, tanto da farmi sentire nella stessa situazione di cui parla Omero, temevo proprio, cioè, che alla fine Agatone con il suo discorso, gettasse sul mio la testa di Gorgia, di quel formidabile oratore, togliendomi l’uso della favella e facendomi diventare di pietra. E ho capito, allora, di essere stato proprio un ingenuo quando ho accettato di celebrare, insieme a voi, Amore, dicendo che ero un, esperto su questo argomento, mentre invece, e me ne accorgo adesso, non sapevo un bel niente, persino come si fa un elogio qualunque. Da quell’ingenuo che sono credevo che nel fare l’elogio di chicchessia o di qualcosa si dovesse dire la verità e che questa era la cosa fondamentale; poi pensavo che bisognasse scegliere, tra le cose vere, le più belle e disporle nel modo migliore; ed ero tutto contento del fatto mio, sicurissimo che avrei fatto un figurone dato che conoscevo esattamente il modo di imbastire un elogio. E, invece, a quanto pare, non è così che si fa un bell’elogio: bisogna al contrario fare le lodi più sperticate e più belle, corrispondano o meno al vero: si vede che eravamo d’accordo di lodare Amore, così, per burla, non di farne l’elogio seriamente. Ed è per questo, credo, che voi tirate in ballo ogni sorta di argomenti e li affibbiate ad Amore e affermate che egli è questo e quello ed è la causa di un sacco di cose in modo che appaia bellissimo e perfettissimo ma, è chiaro, a chi non lo conosce, non a quelli che ne sanno qualcosa. Sfido io che, così, il bel panegirico è presto fatto. Ma io non conoscevo un simile sistema di far gli elogi e proprio per questo fui d’accordo con voi di pronunciarne uno anche io, seguendo il mio turno: la lingua lo promise, non il cervello. E, allora, statevi bene, perché io un elogio con questo sistema non ve lo faccio, è più forte di me. La verità, invece, se volete, eccomi qua, pronto a dirvela, a modo mio, senza far gare con nessuno perché non ho proprio voglia di farmi ridere dietro. Vedi tu, quindi, Fedro se è proprio necessario un discorso di questo genere e sentire come veramente stanno le cose, a proposito dell’Amore, con quei termini e con quello stile poi che lì per lì mi passeranno per la mente.» Ma Fedro e gli altri, mi riferì Aristodemo, lo invitarono a parlare come volesse. «E va bene, Fedro, però lasciami prima fare una piccola domanda ad Agatone, perché voglio mettermi un po’ d’accordo con lui e poi parlerò.» «Ma figurati,» commentò Fedro, «fa pure.» E allora Socrate cominciò presso a poco così:

XXI

SOCRATE CONFUTA AGATONE:

se Amore desidera il bello e il buono, vuol dire che non li possiede.

Dunque non può essere bello e buono.

«Dunque, mio caro Agatone, m’è parso proprio buono l’inizio del tuo discorso quando hai detto che prima di tutto bisogna esporre quale sia la natura d’Amore e poi passare alle sue opere; un esordio che mi è proprio piaciuto. Ma ora, dato che hai così magnificamente parlato su tutto quel che riguarda la natura d’Amore, dimmi una cosa: Amore, è amore di qualche cosa o amore di nulla? Bada che non ti chiedo se amore per una madre o per un padre (sarebbe ridicolo chiedere se Amore sia amore verso la madre o il padre), ma come se ti chiedessi a proposito del padre: il padre è padre di qualcuno o no? tu, certo, mi risponderesti, se volessi darmi una risposta appropriata, che il padre deve essere necessariamente padre di un figlio o di una figlia, non ti pare?» «Ah, certamente,» ammise Agatone. «E la stessa cosa è per una madre?» Era d’accordo anche in questo. «E rispondimi ancora,» proseguì Socrate, «a una piccola cosa per capire meglio dove voglio arrivare: se ti chiedessi: e allora, un fratello, come tale, è fratello di qualcuno?» «Sicuro che lo è.» «Fratello di un fratello o di una sorella?» «D’accordo.» «Prova a dire la stessa cosa a proposito di Amore: Amore è amore di qualcosa o amore di nulla?» «Certo amore di qualcosa.» «Ebbene,» riprese Socrate, «questo tientelo per te bene a mente e dimmi, invece: Amore desidera o meno ciò di cui è amore?» «Certo,» rispose. «E quel che egli desidera e ama, l’ama e lo desidera perché lo possiede o proprio perché, invece, gli manca?» «Probabilmente perché non lo possiede,» rispose. «Sta attento,» insisté Socrate, «che non si tratta di probabilità, ma è necessariamente logico che si desidera quello che non si possiede; quando si ha una cosa, invece, non la si desidera affatto. Di qui non si scappa ed io ne sono assolutamente convinto, tu no, invece?» «Ah, anch’io lo sono,» fece. «Ben detto. Ed effettivamente uno che lo è già potrebbe desiderare di essere grande? E essere forte uno che è già tale?» «Dopo quel che s’è convenuto, è impossibile.» «Effettivamente, non può essere privo di queste qualità chi le ha già.» «È chiaro.» «Eppure,» osservò Socrate, «se uno che è forte, volesse esser forte o se è veloce, volesse essere veloce o, ancora, se è sano, volesse esser sano, dato che qualcuno potrebbe pensare, di fronte a un esempio simile o a casi del genere, che vi siano persone che pur possedendo tutte queste qualità, tuttavia le desiderano sempre (ti sto dicendo questo per non lasciarci trarre in inganno); ebbene, Agatone, se ci pensi, costoro che al momento posseggono queste qualità, è inevitabile che le abbiano, lo vogliano o meno, e se le posseggono già, come possono desiderarle? Ma se uno dicesse: ‹lo che son sano voglio essere sano o, pur essendo già ricco, voglio essere ricco e desidero questo che già posseggo,› gli potremmo rispondere: ‹Tu, caro mio, che hai già ricchezze, salute, forza, vuoi continuarle ad avere anche per l’avvenire, giacché, per il momento, tu voglia o non voglia, già le possiedi; pensa un po’ se, quando dici che desideri le cose che hai, tu non voglia dire, invece, semplicemente, che desideri di possedere anche per l’avvenire quello che oggi già possiedi.› Credi che non sarebbe d’accordo?» E Aristodemo mi riferì che Agatone lo ammise. Socrate allora proseguì: «E desiderare che per l’avvenire ci siano preservate le cose che noi già possediamo oggi, non vuol forse dire amare quel che ancora non si possiede o di cui tuttora non si dispone?» «Certo,» ammise. «E quindi, se Tizio o Caio desiderano qualcosa, sarà sempre ciò di cui ancora non dispongono, che ancora non hanno o quelli che essi stessi non sono o di cui si sentono privi; non è tutto qui il loro desiderio e il loro amore?» «Senza dubbio,» fece. «Bene, ricapitoliamo, allora, quanto s’è convenuto. Amore, prima di tutto è amore di qualcosa e, in secondo luogo, di ciò di cui si è privi?» «Sì, sempre.» «E adesso ricordati quello che hai detto poco fa, che cioè l’Amore tende a qualcosa. Se credi cercherò io di ricordartelo: se non sbaglio, tu hai detto, su per giù, che le questioni tra gli dei s’aggiustarono grazie all’Amore del bello e che per le cose brutte non c’è amore; non è questo che hai detto?» «Sì, questo,» ammise Agatone. «E l’hai detto molto opportunamente, mio caro,» riprese Socrate; «e se le cose stanno così, Amore, che altro è se non amore del bello e non del brutto?» «D’accordo.» «Ma non abbiam detto che si ama ciò di cui si è privi, ciò che non si ha?» «Sì,» fece. «Dunque, l’Amore, non ha la bellezza, ne è privo.» «Per forza.» «E allora? Chi è privo di bellezza, chi non ne ha, tu lo chiami bello?» «Affatto.» «Se le cose stanno così, tu sei sempre del parere che Amore sia bello?» «Temo proprio, Socrate, di non capir più niente di quel che ho detto,» esclamò Agatone. «Eppure hai parlato bene, Agatone,» incalzò Socrate. «Ma dimmi un’altra cosetta: quello che è buono, secondo te, non è anche bello?» «Per me sì.» «Se, dunque, Amore non ha la bellezza e se quello che è bello è anche buono, egli sarà anche privo di bontà.» «Io non sono in grado di contraddirti, Socrate e quindi sia pure come tu dici.» «È la verità, Agatone carissimo, e tu non puoi contestarla; Socrate, invece, sì, lo puoi contraddire e la cosa non è per niente difficile.»

XXII

SOCRATE RIFERISCE IL DISCORSO DI DIOTIMA:

Amore non è un dio

«Ma sì, via, ora ti lascerò in pace. Vi racconterò, piuttosto, quello che sull’Amore, mi disse un giorno una donna di Mantinea, Diotima, molto dotta sull’argomento e su un’infinità di altre questioni. Figuratevi che una volta, con i sacrifici che fece fare agli ateniesi, prima della peste, riuscì a ritardare l’epidemia di dieci anni. Fu lei a erudirmi nelle questioni d’amore e quindi, partendo dalle conclusioni che Agatone ed io abbiamo tratto, cercherò di ripetervi, come posso, a parole mie, il discorso che ella mi fece. Ebbene, proprio come tu dicevi, Agatone, bisogna definire prima chi sia Amore, quale la sua natura e poi le sue opere. Ora io penso che la cosa più facile per me, sia quella di seguire lo stesso metodo che usò quella straniera quando discusse con me. Anch’io, infatti, le dicevo un po’ le stesse cose che ora mi ha ripetuto Agatone, cioè che Amore è un grande dio, che è amore di cose belle ed ella cominciò a confutarmi con gli stessi argomenti, precisamente, che io ho usati ora con costui, cioè che Amore non è né bello (per usare le mie parole) né buono. Ed io: «Ma com’è che dici questo, Diotima? Allora Amore è brutto e malvagio?» «Ma che? Ora ti metti pure a bestemmiare?» fece lei. «Credi forse che ciò che non è bello debba necessariamente essere brutto?» «Sicuro, io sì.» «E credi anche che chi non è sapiente, sia ignorante? Ma non ti accorgi che c’è sempre una via di mezzo tra sapienza e ignoranza?» «E quale?» «Avere un’opinione giusta, ecco, ma senza poterne dare una spiegazione; non sai,» fece «che questo non è sapere (e come può esserlo se non se ne sa dare una spiegazione?), ma non è nemmeno ignoranza (e come, infatti, potrebbe se coglie nel vero?). Insomma, la retta opinione è qualcosa di simile, una via di mezzo tra la sapienza e l’ignoranza.» «È vero quello che dici,» ammisi io. «E quindi non insistere a credere che ciò che non è bello debba essere, a tutti i costi, brutto e ciò che non è buono, debba esser malvagio. E così anche a proposito di Amore, visto che anche tu sei d’accordo che non è buono né bello, non pensare che debba essere malvagio e brutto,» concluse, «ma qualcosa tra questi due estremi.» «Eppure,» obbiettai io, son tutti d’accordo che è un dio potente.» «Tutti chi?» ribatté lei, «quelli che non sanno o anche quelli che sanno?» «Tutti quanti.» «Ma come fanno, Socrate, a dirlo un gran dio,» fece lei, ridendo, «se affermano che non è nemmeno un dio?» «E chi sono questi?» «Uno, intanto, sei tu, l’altra sono io.» «Ma come fai a dir questo?» «Semplice. E tu, infatti, rispondimi: non affermi che gli dei son tutti beati e belli? avresti il coraggio di dire che qualcuno non è bello o non è beato?» «Santo cielo, io no,» risposi. «E beati, secondo te, non sono quelli che hanno bontà e bellezza?» «Sicuro.» «Ma non hai convenuto che Amore desidera le cose buone e belle, proprio perché ne è privo?» «Già, certo.» «E, allora, come può essere un dio chi non ha né bellezza né bontà?» «Ah, no, assolutamente.» «Vedi, dunque,» concluse, «che anche tu affermi che Amore non è un dio.»

XXIII

Amore è un dèmone. Amore è filosofo

«Ma, allora,» chiesi, «chi sarebbe Amore? Un essere mortale?» «Ma niente affatto.» «Ma allora?» «Come nel caso precedente, qualcosa di mezzo, tra, il mortale e l’immortale.» «E cioè, Diotima?» «Un demone possente, Socrate, che come tutti i demoni, sta tra il divino e l’umano.» «E qual è il suo potere?» chiesi. «Quello di interpretare e di recare agli dei le preghiere e i sacrifici degli uomini e, agli uomini, i comandamenti e i premi degli dei per i sacrifici compiuti; nel suo ruolo di intermediario, egli colma l’enorme distanza tra gli uni e gli altri, così l’universo risulta in se stesso collegato. Da lui procede tutta l’arte della divinazione, tutta la scienza sacerdotale, per quel che riguarda i sacrifici e le iniziazioni e poi gli incantesimi, ogni sorta di profezie e la magia. Dio non scende a contatto con l’uomo ma è attraverso i demoni che egli parla e ha rapporto con gli uomini, sia quando sono svegli, sia durante il sonno; e chi è sapiente in queste cose è un ispirato chi invece s’intende d’altro, esercita, per esempio, una diversa arte o un mestiere qualsiasi, non è che un manovale. Molti sono i demoni e di ogni specie. Amore ne è uno.» «E suo padre e sua madre,» chiesi, «chi sono?» «È, una cosa lunga,» fece, «ma te la racconterò ugualmente. Quando nacque Afrodite, gli dei si trovavano a banchetto e, tra gli altri, c’era anche Poro, il figlio di Metide. Avevano già finito di pranzare, quando giunse Penia, per elemosinare, dato che sontuoso era stato, il banchetto e se ne rimase sull’uscio. In quel mentre Poro, gonfio di nettare (il vino infatti non era ancora conosciuto), se ne uscì nel giardino di Giove e, mezzo ubriaco com’era, s’addormentò. Allora, Penia, sempre afflitta dalle sue angustie, pensò se non le fosse possibile avere un figlio da Poro e così gli si stese al fianco e restò incinta di Amore. Per questo Amore è compagno e ministro di Afrodite, perché fu concepito nel giorno della sua nascita ed è, nello stesso tempo, amante del bello perché bella è Afrodite. D’altro canto, per il fatto che Amore è figlio di Poro e di Penia, si trova in questa condizione. Anzitutto è sempre povero e tutt’altro che delicato e bello, come i più se lo figurano; anzi è grossolano, mezzo selvatico, sempre scalzo, vagabondo, dorme sempre per terra, allo scoperto, davanti agli usci e nelle strade, sotto il sereno, perché ha la natura della madre ed è tutt’uno con la miseria. Per parte del padre, invece, è fatto per insidiare ciò che è bello e buono, essendo di natura virile, audace, violento, gran cacciatore, sempre pronto a tramare inganni, amico del sapere, ricco di espedienti, tutta la vita dedito a filosofare, abilissimo imbroglione, esperto di veleni, sofista. Inoltre né immortale, né mortale, ma, in uno stesso giorno, sboccia rigoglioso alla vita e muore, poi torna a vivere grazie a mille espedienti e in virtù della natura paterna; sfumano tra le sue dita le ricchezze che si procura, così che Amore non è mai al verde e mai ricco. Inoltre è a mezzo tra sapienza e ignoranza. Ecco come: nessun dio s’occupa di filosofia, né ambisce a diventar sapiente (ché già lo è), né, del resto, chi è sapiente, si dedica alla filosofia; d’altra parte, nemmeno gli ignoranti si dedicano alla filosofia, né ambiscono a diventar sapienti; e questo è il brutto dell’ignoranza, che chi non è né bello, né buono, né saggio, crede, invece, di esserlo abbondantemente; naturalmente chi non si accorge di esser privo di qualcosa, non desidera quello di cui non sente il bisogno.» «Ma, allora,» feci io, «chi sono, Diotima, quelli che si dedicano alla filosofia, se non sono né i sapienti, né gli ignoranti?» «Ma è chiaro,» mi rispose, «anche un bambino lo capirebbe che son quelli che stanno in una posizione intermedia, tra, i primi e i secondi e, tra questi, c’è anche Amore. La sapienza, infatti, è tra le cose più belle e Amore ama le belle cose e, quindi, necessariamente, è anche filosofo e, come tale, sta fra il sapiente e l’ignorante. E la sua origine è un po’ la causa di tutto questo: suo padre è sapiente e pieno di estro, ma sua madre, invece, non lo è affatto, è ignorante. Tale, Socrate, è la natura di questo demone. Come poi tu immaginavi che fosse, non c’è da meravigliarsi; per quel che ho potuto capire dalle tue parole, credevi che Amore fosse colui che si ama, non colui che ama. Ecco perché, io penso, ti sembrava così bello. Infatti, chi è amato è veramente bello, seducente, perfetto, degno di ogni felicità; colui che ama, invece, ha un altro aspetto, quale io ti ho descritto.»

XXIV

Amore è desiderio di possedere il Bello (che è il Bene)

Ed io: «E sia, straniera, tu parli bene, ma se tale è Amore, che utilità arreca agli uomini?» «È questo che ora cercherò di chiarirti, Socrate. Tale, dunque, è Amore e così è nato: Amore del bello, come tu dici. Se qualcuno, ora, domandasse: ‹In che senso, Socrate e Diotima, l’Amore è amore del bello› o più precisamente, ‹chi ama le cose belle, ama, ma ama che cosa?›» «Che diventino sue,» risposi. «Ma questa tua risposta,» mi precisò, «esige che si ponga un’altra domanda, di questo genere, per esempio: ‹Che cosa gliene viene a chi possiede le cose belle?›» Io risposi che, a una domanda simile, non sapevo sul momento che dire. «E immaginiamo, allora, incalzò, che uno al posto del bello mettesse il bene e che chiedesse: ‹Via, Socrate, chi ama il bene, ama, ma ama che cosa?›» «Che diventi suo,» risposi. «E che cosa gliene viene a chi possiede il bene?» «A questo,» dissi, «mi è più facile rispondere: sarà felice.» «E, infatti, concluse, è proprio per il possesso del bene che le persone felici sono tali e non è proprio il caso di star lì a chiedersi perché uno vuole essere felice. Mi pare che la domanda abbia già avuto la sua risposta definitiva.» «È vero quello che dici,» ammisi. «E allora, questo desiderio e questo amore, credi siano un po’ comuni a tutti gli uomini e che tutti desiderano sempre possedere il bene o pensi diversamente?» «Sì, io credo proprio che siano comuni a tutti,» feci. «E, allora, Socrate,» continuò, «come mai non diciamo che tutti quanti gli uomini amano dato che tutti desiderano sempre le stesse cose, ma diciamo, invece, che solo alcuni amano ed altri no?» «Anch’io me ne meraviglio,» ammisi. «E non devi stupirtene,» riprese, «siamo noi, infatti, che prendiamo, dell’amore, soltanto un aspetto e a questo solo diamo il nome generico di ‹amore›, mentre per il resto usiamo altri appellativi.» «Cioè,» chiesi. «Ecco, tu sai che la poesia è creazione ed ha un significato quanto mai vasto; tutto ciò, infatti per cui qualcosa passa dal non essere all’essere, è poesia e, quindi, ogni attività creativa è poesia e tutti i creatori sono poeti.» «È vero.» «Ma intanto,» continuò lei, «sai che non tutti sono chiamati poeti, ma con altri nomi; di tutte le attività creative, solo alcune e precisamente quelle che si occupano della musica e della metrica, noi chiamiamo poesia; solo questa è poesia e poeti, solo quelli che si dedicano a questo particolare aspetto della poesia.» «È vero,» ammisi. «E così è anche per l’amore. In genere ogni desiderio di bene e di felicità è, per ognuno, ‹possente e ingannevole amore›, ma mentre quelli che cercano di realizzarlo per altre vie, come per esempio attraverso i guadagni o l’educazione fisica o la filosofia, noi non diciamo che amano né che sono amanti, gli altri, invece, quelli che seguono e preferiscono un particolare tipo d’amore, ne prendono anche il nome generico: amore, amare, amanti.» «Sembra proprio che tu abbia ragione,» confermai. «Eppure va in giro un certo discorso secondo il quale gli amanti sono quelli che cercano la loro metà. La mia opinione, invece, è che non esiste amore né per la metà, né per l’intero, a meno che, mio caro, non si tratti di un bene; perché gli uomini si lascerebbero tagliare volentieri e mani e piedi se li credessero dannosi per loro, perché io credo che nessuno ami le cose proprie a meno che ciò che ci appartiene non sia il bene e ciò che ci è estraneo, invece, il male; infatti, gli uomini non amano altro che il bene. Non pare anche a te?» «Per Giove, a me sì,» ammisi. «E, dunque, possiamo senz’altro affermare che gli uomini amano il bene?» «Sì,» confermai. «Ebbene, non bisogna aggiungere che essi, questo bene, desiderano anche possederlo?» «Sicuro.» «E non solo possederlo per un momento, ma per sempre?» «Sicuro, anche questo bisogna aggiungere,» feci. «Per concludere, l’amore è possesso perenne del bene.» «È verissimo quello che dici,» feci.

XXV

Amore è desiderio di immortalità

«Ora, se questo è l’amore,» proseguì, «quando è che la sollecitudine e lo sforzo di quelli che, in ogni modo e in ogni azione, lo perseguono, può chiamarsi, appunto, amore? Quand’è, insomma, che questo succede? Sai rispondere?» «Se lo sapessi, Diotima, non sarei così pieno di meraviglia per la tua sapienza, né sarei venuto da te per imparar tutto questo.» «E, allora, te lo dirò io: quando si concepisce nel bello, sia da parte del corpo che da parte dello spirito.» «Bisognerebbe essere indovini,» azzardai io, «per capire quello che dici ed io, proprio non lo sono.» «Mi spiegherò più chiaramente,» fece. «Tutti gli uomini, Socrate, hanno in loro, nel corpo come nell’anima, un seme fecondo e quando giungono a una certa età, come per un bisogno naturale, desiderano produrre qualcosa; concepire nel brutto, però, non è possibile, nel bello, invece, sì. Così l’unione dell’uomo con la donna è procreazione ed è veramente quest’atto una cosa divina, questo concepire e generare è veramente ciò che di immortale ha la creatura che pure ha vita mortale. Ma tutto ciò non può avvenire nella disarmonia; e disarmonia, rispetto a tutto ciò che è divino, è il brutto, come il bello è armonia. Quindi la bellezza fa da Parca e da Ilitia al miracolo della vita. Per questo, quando chi ha dentro di sé un seme fecondo, si avvicina al bello, diventa sereno, atteggia a letizia l’animo suo e allora crea, produce; quando, invece, s’accosta al brutto, allora, s’incupisce, si chiude in se stesso tutto afflitto, si ritrae, si ravvolge e non genera ma resta col suo seme fecondo e ne soffre. Di qui, nella creatura feconda e già ricca, sorge un intenso desiderio per tutto ciò che è bello perché il bello soltanto libera chi lo possiede da atroci doglie. Infatti, Socrate,» concluse, «Amore non è amore del bello, come tu credi.» «Ma, allora, cos’è?» «Produrre e creare nel bello.» «E sia,» ammisi. «Sicuro,» confermò lei. «E perché questo generare? Perché generare è quanto di sempre rinascente e immortale vi possa essere in una creatura mortale. E l’immortalità è naturale che si desideri come il bene, almeno da quel che abbiamo convenuto se è vero che amore è possesso perenne del bene; ne consegue, inoltre, da tutto questo discorso che l’amore è amore di immortalità.»

XXVI

La procreazione è il mezzo attraverso il quale la creatura mortale cerca l’immortalità

Queste cose ella mi insegnava, quando indugiava a parlarmi di questioni d’amore e, un giorno, mi chiese: «Quale pensi, Socrate, sia la causa di tutto questo amore, questo desiderio? Non vedi in che terribile stato son tutti gli animali, sia quelli che camminano sulla terra che quelli che volano nel cielo, quando son presi dal desiderio di generare, malati tutti d’amore, prima per il desiderio d’accoppiarsi tra loro, poi per la cura e per l’allevamento dei loro nati, e son pronti a combattere per essi, perfino i più deboli contro i più forti e a dare la vita oppure a lasciarsi morire di fame per nutrirli e a far qualunque altra cosa. Gli uomini, si può dire, che facciano tutto questo perché dotati di ragione ma, negli animali, donde proviene questa disposizione all’amore? Sai dirmelo?» E io ancora ad ammettere di non saperlo. «E credi,» continuò ella, «allora di diventare un esperto nelle questioni d’amore se non sai nemmeno questo?» «Ma proprio per questo, Diotima, come t’ho già detto, io son qui, perché so che ho bisogno di maestri. Dimmela tu, dunque, la causa di queste cose e di tutto ciò che riguarda l’amore.» «Orbene, se tu sei convinto che l’amore, per natura, tende a ciò su cui più volte s’è discusso, non devi meravigliarti; anche ora vale il discorso di prima che cioè la natura mortale tende, sempre, per quanto le sia concesso, di essere immortale. E le è possibile in un modo soltanto, attraverso la procreazione, per cui essa lascia sempre un essere nuovo al posto del vecchio, il che succede anche nella vita di ogni creatura, quando si dice che resta sempre la stessa; si dice, per esempio, che uno è sempre la stessa persona, da quando è bambino fino a che è vecchio; in effetti, si dirà che è sempre lo stesso individuo, benché in lui molte cose si mutino; ma si rinnova continuamente, perdendo sempre qualcosa, nei capelli, nelle sue ossa, nel suo sangue, insomma in tutto il suo corpo. E non solo nel corpo, ma anche nell’animo: sentimenti, abitudini, modo di pensare, desideri, piaceri, dolori, timori, ognuna di queste cose non resta sempre la stessa in un individuo, ma si rinnova e poi muore. Ma quel che è ancora più straordinario è che anche le nostre cognizioni non solo nascono e periscono e quindi noi non siamo sempre gli stessi nemmeno per quel che riguarda il nostro sapere, ma ciascuna, presa in se stessa, segue, anch’essa sempre la stessa sorte. Infatti quel che si dice esercitarsi nello studio presuppone che qualche cognizione possa sfuggire; dimenticare, infatti, vuol dir perdita di cognizioni, l’esercizio nello studio, invece, suscita un nuovo ricordo al posto di quel che s’è perduto e salva il sapere in modo che esso appaia sempre eguale. Del resto è in questo modo che si perpetua tutto ciò che è mortale, non col rimanere sempre e immutabilmente se stesso, come ciò che è divino, ma lasciando – ciò che invecchia e vien meno – qualcosa di nuovo al suo posto in tutto simile ad esso. Ecco, Socrate,» concluse, «in che modo tutto ciò che è mortale, sia esso corpo od altro, ha la possibilità di partecipare dell’immortalità; diversamente non c’è altro mezzo. Non stupirti, quindi, se ogni creatura, per legge naturale, cura e protegge il suo seme, perché in tutti, questo zelo e questo amore nascono dal desiderio dell’immortalità.»

XXVII

Alcuni uomini sono atti non alla procreazione fisica, ma a quella spirituale

Ed io sentendola parlare così, tutto stupito, le chiesi: «Ma sapientissima Diotima, sono proprio vere queste cose?» Ed ella con un fare tipicamente cattedratico: «Persuaditi pure, Socrate, che è proprio così; basta che tu faccia caso al desiderio di onori che hanno gli uomini; se tu non riflettessi a quel che ho detto, ti meraviglieresti della loro follia, considerando quanto grande è il loro desiderio di diventar famosi

e acquistar gloria immortale per l’eternità

e come per questo siano disposti a correre tutti i rischi, più che per i loro figli e sperperare ricchezze, sopportare fatiche, sacrificare perfino la loro vita. Credi proprio che Alcesti sarebbe morta per Admeto o Achille per Patroclo o il vostro Codro per conservare il regno ai figli, se essi non avessero creduto che sarebbe rimasta immortale la loro memoria, quale oggi noi la serbiamo? Assolutamente,» disse. «Invece, credo che ognuno faccia di tutto per ottenere merito imperituro le fama gloriosa (e questo quanto più si è migliori) affascinato com’è dall’immortalità. E così quelli che han fecondo il corpo si volgono essenzialmente alle donne e il loro modo d’amore si risolve nel generare figli e così procurarsi secondo loro, immortalità, memoria e felicità per tutto il tempo a venire. Quelli, invece, che han feconda l’anima (e ve ne sono fecondi spiritualmente più di quanto non lo siano nel corpo), di una fecondità, beninteso che si addice all’anima, ma quale? la saggezza e ogni altra specie di virtù,» diceva, «di cui tutti i poeti sono gli artefici, insieme a quegli artigiani che hanno il nome di inventori; la più alta e più bella forma di saggezza è quella relativa all’ordinamento dello Stato e di ogni organismo sociale, quella che prende il nome di prudenza e di giustizia. Dunque, quando uno di quelli, quasi esseri divini, fin da giovane, ha l’animo fecondo di tali cose e quando, giunto all’età giusta, desidera creare e produrre, io credo che anche lui vada alla ricerca del bello in cui generare; perché nel brutto non lo farà mai. Quindi, fecondo com’è, sentirà maggiore attrazione per le belle sembianze che per le brutte, figuriamoci poi se, in più, incontra un’anima bella e gentile; quando si rallegra di questo felice connubio, accanto a una simile creatura egli sentirà tutto un fervore di ammaestramenti sulla virtù e sul come un uomo per bene debba comportarsi, iniziando, così, la sua opera di educatore. Infatti, penso che a contatto con una bella creatura, convivendole accanto, egli esprima e dia alla luce ciò che da tempo custodiva dentro e, o che le stia vicino o che le stia lontano, sempre la porta alla memoria e nutre, insieme con lei, ciò che è nato dalla loro unione; e tra loro nasce un’intimità, un legame molto più profondo di quello che lega i genitori ai figli, un affetto più intenso dato che hanno in comune figlioli più belli e immortali. Ognuno preferirebbe figli simili piuttosto che creature umane e guardando a Omero o a Esiodo o agli altri grandi poeti non può non provare invidia pensando quale progenie, immortale essa stessa, essi hanno lasciato, che ha loro assicurato memoria e gloria eterna o, se tu vuoi, diceva, figli come quelli che Licurgo lasciò a Sparta, a salvezza di Sparta o meglio ancora di tutta la Grecia; così presso di voi è onorato Solone per avervi dato le leggi e così altrove, altri grandi uomini, sia in Grecia che nei paesi stranieri, che hanno compiuto molte e belle opere, realizzando ogni sorta di virtù. Per questi loro figli sono già stati tributati ad essi molti onori, il che mai nessuno s’ebbe per quelli di carne e di ossa.»

XXVIII

Per costoro è necessaria una particolare iniziazione all’amore, che consenta la risalita attraverso i vari gradi dell’eros

«Ebbene, Socrate, io penso,» continuò, «che anche tu potresti essere iniziato alle cose d’Amore, ma fin qui; a un grado più alto, a quello contemplativo, cui si giunge appunto passando attraverso questi stadi, sempre che si proceda sulla via giusta, non credo tu sia adatto. Tuttavia te ne parlerò egualmente e farò del mio meglio,» disse; «tu cerca, intanto, di seguirmi come puoi. Dunque,» incominciò a dire, «è necessario, prima di tutto che chi vuol tendere a questo fine, debba, fin da giovane, avvicinarsi alla bellezza fisica e, sin dall’inizio, se chi lo guida lo dirige bene, amare una sola persona e ad essa rivolgere i migliori discorsi; successivamente dovrà pur rendersi conto che la bellezza che alberga nel corpo di una persona, è sorella di quella che può esservi in ogni altra e che quindi se bisogna ricercare quella bellezza che è insita nelle forme visibili, sarebbe sciocco pensare che essa non sia identica e uguale per tutti i corpi; convinto di questo deve, allora, sentire trasporto per tutti quelli che hanno belle sembianze e frenare un po’ la sua passione nei riguardi di una sola persona, riconoscendo come ciò sia meschino e mediocre. Ma, infine, deve ben comprendere che la bellezza spirituale ha pregi assai maggiori di quella fisica, di modo che se dovesse incontrare una creatura dall’anima bella ma dal corpo non florido, se ne contenti egualmente ed ugualmente se ne innamori e le mostri sollecitudine e sia l’autore di discorsi tali che rendano migliori i giovani, per cogliere poi, da qui, la bellezza che è nelle azioni e nelle istituzioni umane e comprendere come essa sia, ovunque, sempre se stessa e persuadersi come la bellezza fisica sia ben piccola cosa. Dopo le attività umane, si rivolga alla scienza per conoscerne la bellezza e ammirarne l’ampio dominio sul quale ormai ella si spande: così non sarà più come uno schiavo, preso d’amore per un sol giovinetto o per un solo uomo o per una sola attività, non sarà più succube inetto e meschino ma, rivolto allo sterminato oceano della bellezza e contemplandolo, potrà dar vita a molti e bei discorsi, a splendidi pensieri concepiti nell’amore infinito per la sapienza finché egli stesso, rinvigorito e arricchito, non riuscirà a scorgere che una scienza unica che ha per oggetto la stessa bellezza. Ma cerca, ora,» continuò, «più che puoi, di farmi attenzione.

XXIX

La mèta finale è la contemplazione della Bellezza divina

«Chi è stato, via via, guidato fin qui nelle questioni d’amore attraverso la contemplazione delle cose belle, quando sarà giunto al termine di questa iniziazione, scorgerà, Socrate, a un tratto, una meravigliosa bellezza, quella stessa che era un po’ la ragione di ogni sua precedente fatica, una bellezza, anzitutto, eterna, che non ha origine né fine, che non cresce né si consuma e, inoltre, che non è per un verso bella e per un altro brutta o che a volte sì e a volte no, né bella da un punto di vista e brutta da un altro, né bella qui e brutta là, come se lo fosse per alcuni e per altri no, né, questa bellezza, gli apparirà con un volto o con due mani, né come qualcosa che possa riferirsi ad alcunché di corporeo e nemmeno come discorso o come dottrina, né come quella che possa esistere in qualche altra cosa, in altri esseri viventi, per esempio, o nella terra o nell’aria o altrove, ma quale essa è, in sé e per sé, sempre uniforme e mentre tutte le altre cose belle che di quella partecipano, nascono e periscono, essa non ha alterazione di sorta, in più o in meno, non subisce mutamento. E così, quando sollevandosi dalle cose terrene, in virtù anche dell’amore che si porta ai giovinetti, uno comincia a scorgere questa bellezza, allora potrà dire di essere vicino alla meta. Infatti questo è il retto cammino per procedere da soli o insieme a una guida verso le questioni d’amore, cominciare, cioè, dalle cose belle di quaggiù e, avendo come fine ultimo questa bellezza, innalzarsi continuamente, come su una scala, da uno a due, da due fino a tutti i bei corpi e da questi alle belle occupazioni e poi alle belle scienze, finché non si giunga a quella scienza che di null’altro è scienza che della stessa bellezza e finché non si conosca, giungendo, così, alla meta, il Bello in sé. Questo, caro Socrate,» diceva la straniera di Mantinea, «è il momento della vita che più di ogni altro, per un uomo, val la pena di vivere: quando giunge alla contemplazione della Bellezza in sé. Se una volta sola tu riuscirai a vederla, oh, ti sembrerà assai più preziosa dell’oro o di una veste o degli stessi bei fanciulli e giovinetti che ora guardi non senza un palpito e per i quali, tu e molti altri, se fosse possibile, rimarreste anche senza mangiare e senza bere, pur di poterveli sempre contemplare e stare in loro compagnia. Cosa succederebbe allora,» continuava a dire, «se uno riuscisse a vedere la Bellezza in sé, in tutta la sua adamantina purezza e non già quella offuscata dalla carne, dai colori, da tutte le altre vanità terrene, se gli riuscisse, insomma, di scoprire la Bellezza in sé, divina e uniforme? Credi forse che sarebbe miserabile la vita di quest’uomo che fissasse quel punto, lassù e lo contemplasse come va contemplato, congiunto con esso? Ed è soltanto in quel punto,» continuava, «contemplando la bellezza con quella facoltà che la rende visibile, che egli potrà dar vita non a parvenze di virtù, dato che non è a una falsa immagine di bellezza che egli si è accostato, ma a una virtù vera, per il fatto che egli è nella verità; non pensi, del resto, che avendo dato vita alla virtù vera e avendola continuamente alimentata, costui potrà diventare caro agli dei ed essere anch’egli immortale, se mai altro uomo lo è stato?» Queste cose, Fedro e anche tutti voi, Diotima mi ha detto ed io ne sono rimasto persuaso e come tale, quindi, cerco ora di persuadere gli altri che per il conseguimento di tanto bene, non è facile che l’uomo trovi chi possa meglio soccorrerlo dell’Amore. Per questo io affermo che ogni uomo deve onorare Amore, come io stesso faccio, esercitandomi nelle sue discipline ed esorto gli altri a fare altrettanto ed ora e sempre esalto la potenza e la forza d’Amore, nel modo che ne sono capace. Ed ora, Fedro, questo discorso giudicalo, se credi, come un elogio d’Amore, altrimenti definiscilo pure come meglio ti piace.»

XXX

L’ARRIVO DI ALCIBIADE:

Irrompe al simposio Alcibiade, bellissimo e ubriaco

Quando Socrate ebbe concluso, continuò a riferirmi Aristodemo, e mentre tutti ne elogiavano il discorso, Aristofane stava per intervenire, perché Socrate aveva a un certo punto, fatto un’allusione sul suo conto a proposito di una certa teoria. Ma ecco che, a un tratto, si sentì picchiare alla porta dell’atrio e, poi, un gran vociare, come di gente allegra e la voce di una suonatrice di flauto. «E, allora, ragazzi, non correte a vedere?» esclamò Agatone ai servi; «se è gente di casa, fatela pure entrare, altrimenti dite che abbiam già finito di bere e stiamo riposando.» Dopo un po’ si udi nell’atrio la voce di Alcibiade, ubriaco fradicio, che urlava a squarciagola chiedendo dove fosse Agatone e che lo conducessero da lui. Egli, infatti, comparve sulla soglia, sostenuto dalla suonatrice di flauto e da alcuni della compagnia e s’avanzò verso i convitati, incoronato da una folta ghirlanda di edera e di viole e con la testa piena di nastri. «Salve, amici,» esclamò, «lo volete con voi, a bere, un uomo già completamente ubriaco? Oppure possiamo soltanto mettere questa corona in testa ad Agatone, dato che siamo venuti per questo e poi filarcela subito? Ieri non mi è stato possibile venire e così eccomi qua ora, con questi nastri in testa, per passarli su quella di uno che, senza offesa per nessuno, è il più sapiente e il più bello di tutti. Ma voi ridete perché sono ubriaco? E ridete pure, tanto lo so; ma, piuttosto, ditemi, posso o non posso entrare? Berrete con me, o no?» Tutti allora si misero ad applaudirlo e gli dissero di entrare e di prender posto in mezzo a loro. Anche Agatone lo invita ed egli si fa avanti sorretto dai suoi amici e, togliendosi dal capo i nastri, fa le mosse di incoronarlo senza accorgersi che Socrate era proprio lì, sotto i suoi occhi, al punto che, quando egli si pose a sedere in mezzo a loro, questi dovette scostarsi per fargli posto. Non appena si fu accomodato, cominciò ad abbracciare Agatone e a cingerlo di ghirlande. «Ragazzi,» veniva, intanto, dicendo Agatone, «slacciate i sandali ad Alcibiade, ché si metta comodo e sia terzo tra noi due.» «Benissimo,» approvò Alcibiade, «ma chi è questo terzo?» e così dicendo si volse e vide Socrate; a quella vista fece un balzo: «Santi numi,» esclamò, «ma chi è questo? Proprio Socrate? Ti sei messo qui per giocarmi ancora qualche tiro e mi compari davanti, al tuo solito, quando meno me l’aspetto. Che sei venuto a fare? E perché ti sei messo qui e non vicino ad Aristofane o a qualche altro che voglia fare lo spiritoso? Ma tanto hai fatto che ti sei piazzato vicino al più bello.» E Socrate: «Vedi un po’ di difendermi tu, Agatone, perché l’affetto di quest’uomo mi sta dando non pochi fastidi. Da quando, infatti, mi sono legato a lui, non posso più guardare una persona di bello aspetto, né stare un po’ a conversare con nessuno perché, geloso e invidioso com’è, mi salta su e me ne dice un sacco e poco ci manca che non mi metta le mani addosso. Sta attento, quindi, che anche ora non me ne faccia una delle sue e cerca di mettere un po’ di pace tra noi e difendimi, se egli vuol farmi ancora qualche sfuriata, perché comincio proprio ad aver paura delle sue manie e del suo temperamento eccessivo.» «Niente affatto,» gridò Alcibiade, «fra te e me, nessuna pace e di quello che hai detto faremo i conti dopo. Ora tu, Agatone,» riprese, «dammi un po’ di questi nastri, ché incoroni anche lui, questa testa meravigliosa, in modo che non s’abbia poi a lagnare che ho cinto te di ghirlande e lui niente, lui che nel parlare vince tutti e sempre, non una volta sola, come te, ieri.»

E così dicendo prese dei nastri e incoronò Socrate, mettendosi, poi, comodo.

XXXI

IL DISCORSO DI ALCIBIADE:

Io non farò l’elogio dell’amore, ma quello di Socrate

«E allora signori,» esclamò quando si fu messo a suo agio, «mi sa che qui volete fare gli astemi; non ve lo posso permettere; bisogna, invece, bere, così eravamo d’accordo. Fino a quando non avremo preso l’avvio, i brindisi li dirigo io. Avanti, Agatone, fa portare una bella coppa, di quelle grandi, anzi, anzi, non ce n’è bisogno; invece, ragazzo, dà qui quel vaso per tener il vino in fresco.» Ne aveva, infatti, intravisto uno che conteneva più di otto quartini abbondanti. Dopo esserselo riempito, se lo scolò per primo; poi disse di riempirlo per Socrate, soggiungendo: «Amici belli, con Socrate, però, non c’è niente da fare: più gli se ne versa e più ne beve e non c’è caso che si ubriachi.» Infatti, appena il servo versò, Socrate prese a bere. Ma Eressimaco, intervenendo. «Ma così che facciamo, Alcibiade? Vogliamo proprio starcene coi bicchieri in mano, senza dire una parola, senza cantare un po’, vogliamo proprio darci sotto come tanti assetati?» «Salve, mio caro Eressimaco,» esclamò allora Alcibiade, «ottimo figlio di ottimo e assennatissimo padre.» «Salute anche a te,» rispose Eressimaco, «e, allora, che facciamo?» «Ai tuoi ordini, siamo qui per obbedirti:

poiché un medico regge da solo il confronto con molti.

Perciò, comanda quello che vuoi.» «Stammi a sentire, allora,» fece Eressimaco; «prima che tu venissi si era stabilito che ognuno di noi, partendo da destra, facesse un discorso in lode di Amore, come meglio ne fosse capace. Noi abbiamo già tutti quanti parlato, tu, invece, no e dato che hai bevuto, è giusto che ora tocchi a te; dopo, potrai proporre a Socrate quello che vorrai e lui, a sua volta, passerà l’invito al compagno che è alla sua destra e così gli altri.» «Oh, un’ottima idea la tua, Eressimaco,» fece Alcibiade, «solo che non puoi mettere a confronto il discorso di un ubriaco con quello di gente che s’è mantenuta sobria; e poi, mio caro, tu ci credi a quello che Socrate ha detto un momento fa? Non lo sai che è invece, tutto il contrario? Questo qui, se io mi metto in sua presenza a fare le lodi di qualcuno, uomo o dio che sia, solo per il fatto che non si tratta di lui, mica me le risparmia le legnate.» «Ma la vuoi piantare?» fece Socrate. «Per mille tempeste,» rimbeccò Alcibiade, «è inutile che protesti; in tua presenza io non posso lodare nessun altro.» «E allora, fa così,» intervenne Eressimaco; «se vuoi, loda Socrate.» «Come dici?» fece Alcibiade. «Vuoi proprio, Eressimaco, che io me la pigli con questo tipo e mi vendichi davanti a voi?» «Ma che ti salta in testa,» intervenne Socrate, «di prendermi in giro con la scusa dell’elogio? Ma che intenzioni hai?» «Dirò la verità e tu vedi se ti garba.» «Allora, sicuro, la verità te la concedo, anzi voglio che tu la dica.» «Eccomi subito a te,» fece Alcibiade, «e tu, intanto fa una cosa: se io non dico il vero, interrompimi se vuoi e dì pure che sto mentendo, per quanto io, di bugie, non ho intenzioni di dirne. Se, poi, nel riferire i fatti, io non andrò per ordine, non meravigliarti, perché non è certo facile, nello stato in cui sono, fare l’elenco ordinato e completo di tutte le tue stranezze.»

XXXII

Socrate è una sgraziata statuetta di sileno che nasconde al suo interno

l’immagine di un dio

«Ebbene, signori, io, Socrate comincerò a lodarlo così, per immagini. Lui, crederà che io voglia continuar nello scherzo e invece, le immagini mi serviranno per precisare la verità, non per scherzare. Comincio col dire, infatti, che egli somiglia a quei sileni che si vedono nelle botteghe degli scultori, che hanno in mano zampogne e flauti, fatti in modo che, aprendosi a metà, mostrano, all’interno, immagini di divinità; e soggiungo anche che somiglia al satiro Marsia. Eh, sì, Socrate, ci somigli proprio, almeno nell’aspetto, tu stesso non puoi negarlo; e sta a sentire come poi ci somigli anche nel resto. Non sei forse petulante, e ti posso portare i testimoni se non vuoi ammetterlo. E non sei un suonatore di flauto? E come assai più portentoso di Marsia. Lui aveva bisogno dello strumento per incantare gli uomini a forza di fiato e così, anche oggi, deve fare lo stesso chi vuol suonare le sue melodie; (quelle che suonava Olimpo, infatti, erano di Marsia, che gliele aveva insegnate). Insomma le sue melodie, sia che le suoni un flautista di vaglia o una suonatrice di mezza tacca, sono le sole a commuoverci, a farci quasi sentire il desiderio di dio, divine come sono e di iniziarci ai suoi misteri. Tu soltanto in questo gli sei diverso, che senza strumento, con le sole parole, ottieni lo stesso risultato. Infatti noi, quando ascoltiamo qualcuno che parla, fosse pure il più bravo oratore di questo mondo, di quello che dice, non ce ne importa niente, per così dire, proprio niente di niente; quando invece ascoltiamo te, o anche soltanto un altro che riferisce i tuoi discorsi, fosse pure un buono a nulla, quanti ne siano, uomini, donne o giovani, restiamo tutti sbalorditi e affascinati. Quanto a me, signori, se non temessi di passare completamente per ubriaco, vi direi, dietro giuramento, quello che ho provato e provo ancora quando questo qui comincia a parlare. Quando lo sto a sentire, il cuore mi si mette a battere forte, peggio di quello dei Coribanti, alle sue parole mi vengono giù le lacrime e vedo tutti gli altri, ma tutti, quanti ne sono, che provano la stessa impressione. Quando invece sentivo parlare Pericle o altri bravi oratori, mi rendevo conto che anch’essi parlavano bene, eppure non provavo niente di simile, non mi sentivo l’anima in tumulto, né turbata al pensiero di essere una ben povera cosa. Ma per costui, invece, per questo Marsia qui, quante volte mi son sentito come se non mi fosse più possibile vivere come vivevo. E non dirai mica, Socrate, che tutto questo non sia vero? Ed io sono convinto che anche adesso, se decidessi di ascoltarlo, non riuscirei a resistere e proverei le stesse emozioni. Egli, inevitabilmente, mi farebbe persuaso delle mie molte deficienze e che, perciò, invece, di badare un po’ a me stesso, m’intrigo dei fatti degli Ateniesi. E così, mio malgrado, io mi tappo le orecchie, come se fossi in mezzo alle sirene e scappo via perché non voglio mica invecchiare vicino a lui. Soltanto davanti a quest’uomo io ho provato una cosa che nessuno mi sospetterebbe: quella di vergognarmi. Davanti a lui solo, io mi vergogno, perché riconosco che non ho la forza di contraddirlo, di oppormi a quello che mi dice di fare, ma poi, appena mi allontano da lui, ecco che mi lascio nuovamente prendere dal favore popolare; così lo evito e lo fuggo e quando lo vedo, solo a pensare a tutte le cose di cui mi ha convinto, arrossisco dalla vergogna. Tante volte mi farebbe addirittura piacere che non fosse più a questo mondo, anche se poi, so benissimo che questo mi addolorerebbe assai di più e così, con un uomo simile, non so proprio come fare.

XXXIII

Alcibiade racconta: quella notte in cui tentai di sedurre Socrate…

«E così, questi sono gli effetti che io e tanti altri proviamo per le melodie che questo satiro sa tirar fuori dal suo flauto. Ma state ancora a sentire come egli somiglia anche nel resto a quelli cui l’ho paragonato, e quale straordinario potere egli ha. Mettetevelo bene in testa, costui nessuno lo conosce: ma ve lo farò conoscere io, dato che mi ci trovo. Guardatelo qui, Socrate, pronto sempre a innamorarsi dei bei giovanotti, a corteggiarli, a perdere addirittura la testa; mica poi che capisca qualcosa, non sa proprio niente, almeno dall’apparenza. E questo non significa essere un sileno? Altro che: lo stesso aspetto esterno di una di quelle statuette di sileni; ma dentro, se lo aprite, ve la immaginate, commensali miei, la saggezza che ha? E poi, dovete sapere che a lui, non gliene importa niente se uno è bello, anzi lo tiene in così poco conto, che non ne avete l’idea; e se uno è ricco e ha tutto quello che, secondo la gente fa beato un uomo, egli dice che tutto questo non vale un bel niente, anzi che noi stessi siamo addirittura delle nullità, questo ve l’assicuro io. E per giunta passa la vita, poi, a fare il finto tonto e a pigliarsi un po’ gioco di tutti. Se poi fa sul serio, però e si lascia veder dentro, non so se l’avete mai viste le bellezze che ha. Io però le ho viste, una volta, e mi son sembrate così divine, così preziose, stupende e straordinarie, che mi sentii soggiogato e pronto a fare tutto ciò che Socrate avesse voluto. Credendo che egli s’interessasse alla mia bellezza, pensai che era proprio un’occasione e una bella fortuna la mia se, cedendogli i miei favori, avessi potuto apprendere da lui tutte le cose che sapeva: io infatti andavo tutto superbo della mia bellezza. Con queste intenzioni, allora, io che prima non ero solito restarmene da solo con lui, senza la compagnia di un servo, un bel giorno congedai il mio schiavo e rimasi solo con lui. Bisogna che ve la dica tutta la verità e voi fate attenzione e se dico bugie, Socrate, smentiscimi pure. E così me ne rimasi solo soletto con lui ed io credevo che egli avrebbe subito attaccato con quei discorsi che di solito un innamorato fa al suo ragazzino, quando si trovano a tu per tu ed ero tutto contento. Invece, niente da fare ma, come al solito, parlò con me e giunta la sera, se ne andò. Vedendo questo, lo invitai, allora, a far ginnastica insieme a me, cominciai a esercitarmi con lui e speravo di concludere qualcosa. Anche lui, in verità, faceva i suoi bravi esercizi con me e lottavamo insieme, spesso senza che nessuno fosse presente. Ebbene, ve lo devo dire? Non ne cavai un bel niente. E quindi, visto che in questo modo non combinavo nulla, pensai che con un uomo simile bisognasse adoperare le maniere forti, altro che lasciar perdere, dato poi che mi ci ero messo, e vedere un po’ come andava a finire la faccenda. E così lo invita a cena, addirittura come fa uno spasimante quando vuol far cascare la persona amata. Macché, mica accettò subito; tuttavia, dopo qualche tempo, si convinse. La prima volta che venne, però, volle andarsene subito, appena mangiato; quella volta io mi vergognai un po’ e lo lasciai andare. La volta appresso, però, gli tesi il laccio e dopo che finimmo di mangiare, gli impiantai una discussione che si protrasse fino a tarda notte e così, quando fece le mosse di congedarsi, io gli dissi che ormai s’era fatto tardi e quindi lo convinsi a fermarsi. Così egli si mise a riposare in un letto accanto al mio, lì dove aveva cenato: nella sala, nessun altro avrebbe dormito tranne noi due. Fin qui niente di male nel mio racconto e anzi potrei continuare a parlare di fronte a tutti ma, a questo punto, io non vi darei più nulla se, anzitutto, nel vino, come dice il detto (aggiungeteci pure i bambini o meno) non vi fosse la verità e poi perché mi sembrerebbe proprio una cosa ingiusta, dal momento che sto facendo l’elogio di Socrate, passare sotto silenzio il suo nobilissimo comportamento. Oltre a questo, ancora, io mi sento come uno che è stato morso da una vipera che, a quel che si dice, non vuol raccontarlo a nessuno, tranne a quelli che sono stati anch’essi morsi, ai soli, cioè, che potrebbero comprendere e compatire i suoi gesti e tutte le frasi che si dicono sotto l’influsso del dolore. Ed io che sono stato punto dal morso più doloroso e nella parte che più duole… al cuore o all’anima o come vuoi chiamarla, trafitto e punto dai ragionamenti filosofici che penetrano più profondamente del dente di una vipera specie quando afferrano l’anima di un giovane non mediocre e lo spingono a fare e a dire qualunque cosa… io che mi vedo dinanzi un Fedro, un Agatone, un Eressimaco, un Pausania, un Aristodemo, un Aristofane (e bisogna anche nominarlo Socrate?) e tanti altri, tutta gente un po’ patita e fuori di sé per la filosofia… Eh, sì, per questo, ora, voi tutti, mi starete a sentire. E mi compatirete per quello che è accaduto allora e per quanto sto per dirvi ora. E voi, famigli e quanti ne siete, rozzi o villani, tappatevi con grossissime porte le orecchie.

XXXIV

Socrate si dimostra insensibile alla bellezza fisica di Alcibiade

«Dunque, signori, quando la lampada fu spenta e i servi se ne furono andati, pensai che non era più il caso di star lì a gingillarsi ma di esprimergli chiaramente le mie intenzioni. «Dormi, Socrate?» perciò gli chiesi scuotendolo. «Nient’affatto,» mi rispose. «Sai cos’ho pensato?» «Cosa?» «Che tu mi sembri l’unico amante degno di me, però mi pare che tu esiti a dichiararti. Però, sai, io ho deciso; credo proprio che sia da sciocchi non esserti compiacente in questo, come in tutto il resto, se tu ne avessi bisogno, dei miei amici per esempio, delle mie sostanze. Perché, vedi, niente mi sta più a cuore che diventare il più possibile migliore e nessuno, io penso, può far meglio di te al caso mio. Anzi mi vergognerei molto di più, di fronte alle persone intelligenti se non compiacessi un uomo simile, che non dinanzi alla gente ignorante se gli cedessi.» E lui, dopo essere stato lì a sentirmi, col suo solito fare un po’ ironico: «Mio caro Alcibiade,» rispose, «può darsi proprio il caso che tu non sia uno sciocco se è vero che io ho tutto quello che tu dici e se c’è in me una specie di potere che ti possa far diventare migliore. Se è così, devi aver visto in me un’irresistibile bellezza, di gran lunga superiore alla tua e, rendendotene conto, ora cerchi di far comunella con me, di metterci le mani addosso e barattar bellezza con bellezza e così concludere, alle mie spalle, un affare non poco vantaggioso; cerchi, insomma, di pigliarti una bellezza vera in cambio della tua che è apparente e pensi proprio di scambiare oro con rame. Ma benedetto figliolo, fa più attenzione, ché tu non t’inganni nei miei riguardi, dato che io non sono proprio nulla. Il fatto è che l’occhio della mente comincia a veder chiaro quando s’affievolisce quello del corpo e per te, ce ne vuole del tempo.» Ed io dopo averlo ascoltato: «Per quel che mi riguarda, le cose stanno cosi ed io non ho detto nulla di diverso da quello che penso. Tu, piuttosto, devi decidere quello che è meglio per te e per me.» «Così va bene,» mi rispose. «In seguito vedremo e faremo quello che ci sembrerà meglio per tutti e due a proposito di questa faccenda e anche per il resto.» Quanto a me, dopo quello che aveva detto, e ora che avevo udito la sua risposta, come se gli avessi lanciato un dardo, pensavo d’averlo già bell’e trafitto. E così, senza dargli la possibilità di dire una parola di più, balzai su e gli gettai addosso il mio mantello (infatti eravamo d’inverno) ficcandomi, poi, sotto quello suo, logoro, e stringendolo nelle mie braccia (sì, proprio costui, questo essere veramente divino e meraviglioso) e tutta la notte gli stetti disteso vicino. Nemmeno questo, Socrate, puoi dire che non è vero. Ebbene, nonostante che io avessi osato tanto, si dimostrò superiore e mi disprezzò beffandosi della mia bellezza, schernendola; e si che io credevo di non essere mica poi tanto male, o giudici (sì, giudici dell’insolenza di Socrate); ebbene, sappiate, ve lo giuro su tutti gli dei e le dee, che io dopo aver passato la notte accanto a Socrate, mi alzai come se avessi dormito con mio padre o con mio fratello maggiore.

XXXV

Enorme ammirazione di Alcibiade per Socrate

«Dopo tutto questo, ve lo immaginate come ci rimasi. Da una parte l’idea di essere stato disprezzato, dall’altra la mia ammirazione per le sue qualità, per la sua saggezza, per la sua forza d’animo. Mi resi conto di aver proprio incontrato un uomo quale non avrei immaginato, per rettitudine e per fortezza. E così non riuscii né a pigliarmela con lui e, quindi, troncare ogni rapporto, né, d’altro canto, a trovare il modo di conquistarlo. Sapevo benissimo che col denaro non c’era niente da fare: era più invulnerabile d’Aiace di fronte alle frecce, ed ora anche l’unico modo con cui pensavo di poterlo conquistare, m’era fallito. Privo così d’argomenti, schiavo quasi di quest’uomo, come nessuno lo fu mai d’alcun altro, gli stavo sempre dietro. Tutto questo accadde prima della campagna di Potidea, durante la quale combattemmo insieme e fummo anche compagni di mensa. Ricordo che alle fatiche era più resistente non solo di me ma di tutti quanti gli altri; quando poi si restava bloccati, tagliati fuori, come capita spesso in guerra e così ci toccava patir la fame, la capacità di resistenza degli altri non era niente al confronto della sua; quando invece c’era abbondanza, lui era il solo a godersela veramente; e a bere, poi, vinceva tutti, non perché ci fosse portato, ma solo quando ve lo spingevano e quello che è straordinario è che mai nessuno ha visto Socrate ubriaco e di questo, io credo che ne avrete anche ora una prova. Quanto poi a sopportare i rigori dell’inverno (e lì il gelo non scherza), era addirittura straordinario. Ricordo che, una volta, durante una gelata terribile, mentre tutti se ne stavano chiusi dentro e se qualcuno usciva, s’infagottava fino all’inverosimile e si fasciava i piedi con panni di feltro e pelli di pecora, lui se ne andò in giro con quel suo solito mantelluccio che porta sempre, camminando sul ghiaccio, a piedi nudi, assai meglio di quelli che avevano le scarpe; e i soldati lo guardavano un po’ in cagnesco credendo che, così, egli li volesse umiliare.

XXXVI

Socrate non assomiglia a nessun altro

«E a questo proposito, bisogna proprio sentire ‹quello che ancora fece e sostenne quest’uomo animoso,› laggiù, durante la spedizione. Tutto preso non so in quali pensieri, una volta se ne rimase in piedi, immobile a meditare, fin dal mattino presto e, poiché non riusciva a venirne a capo, non la smise, ma continuò a restarsene tutto assorto nelle sue riflessioni. Era già mezzogiorno e i soldati cominciarono a farci caso e a passarsi la voce, tutti stupiti che Socrate, pensando a chissà cosa, se ne stava lì dal mattino presto. In conclusione, col calar della sera, alcuni soldati della Ionia, dopo il rancio, portarono fuori, all’aperto, i loro pagliericci (s’era, infatti, in estate) per dormire al fresco ma anche per star lì un po’ a vedere se quel tipo se ne fosse rimasto immobile tutta la notte. Ed egli lì se ne restò fino a che non si fece mattino e non spuntò il sole; dopo di che, fece al sole una preghiera e se ne andò. E in battaglia, poi, se volete sentire, perché anche questo bisogna riconoscergli. Quando ci fu quello scontro in cui i generali mi dettero una ricompensa al valore, nessun altro mi salvò tranne costui che non volle lasciarmi lì ferito ma riuscì a portarmi in salvo con le mie armi. Ed io, Socrate, in quell’occasione, insistetti perché la ricompensa la dessero a te (neanche in questo caso tu potrai riprendermi e dirmi che sto mentendo). E poiché i generali, considerando il mio rango, volevano dare a me la ricompensa, tu fosti più zelante di loro perché venisse a me attribuita invece che a te. E non è finita, signori miei, perché bisognava vederlo Socrate, quando il nostro esercito fu rotto a Delio. In quell’occasione io ero col mio cavallo, lui a piedi, con tutte le sue armi. Tra lo scompiglio delle truppe in fuga, dunque, egli ripiegava insieme a Lachete. Io per caso sopraggiungo e, vedendoli, grido di farsi coraggio, assicurandoli che non li avrei abbandonati. In quella occasione meglio che a Potidea, potetti ammirare Socrate, anche perché, a cavallo come ero, avevo meno da temere. Prima di tutto dimostrava un controllo superiore a quello dello stesso Lachete; secondariamente parve anche a me quello che tu stesso, Aristofane, hai detto di lui che cioè anche là egli camminava come qui, ‹tutto altero gettando occhiate di traverso›, tenendo sempre sott’occhio amici e nemici, facendo capire a tutti, anche a distanza, che se qualcuno lo avesse attaccato, egli era il tipo che si sarebbe difeso strenuamente. E così procedeva sicuro insieme al compagno, perché è proprio vero che quelli che si comportano così in guerra, i nemici nemmeno li toccano, mentre incalzano chi si dà a gambe levate. E ancora per molte altre cose, tutte straordinarie, Socrate andrebbe lodato. Probabilmente, però, queste altre qualità si possono anche trovare in qualche altro; quello che invece è meraviglioso è il fatto che lui non è simile a nessun uomo del passato né del nostro tempo. Ad Achille, per esempio si potrebbe avvicinare, in un certo qual modo, Brasida e altri e per Pericle potrebbe trovarsi una certa somiglianza con Nestore o Antenore e non con questi soltanto e altri paragoni se ne potrebbero far sempre. Ma quanto a quest’uomo, per il suo modo di fare, per i suoi discorsi, è impossibile trovare uno che gli somigli, nemmeno lontanamente, né tra i viventi, né tra gli antichi, a patto che uno non lo volesse paragonare, appunto come dicevo, lui e i suoi discorsi, ai sileni e ai satiri, ma non certo a un uomo. Anzi, a proposito, i suoi discorsi (me ne ero dimenticato di precisarvelo prima) sono proprio come i sileni che si aprono.

XXXVII

Fascino dei discorsi di Socrate

«Infatti, se uno si mette a sentire i discorsi di Socrate, all’inizio, gli sembreranno addirittura ridicoli, come sono tutti inviluppati per il di fuori, da termini e da sentenze, una specie di pelle di satiro petulante; infatti, non fa altro che parlare di asini da soma, di fabbri, di sellai, di conciatori e sembra che dica sempre le stesse cose, tanto che se uno non se ne intende o è uno sciocco, gli riderebbe dietro. Ma se cerchi di aprirli, i suoi discorsi, e di guardarvi dentro, prima di tutto ti accorgerai che sono i soli, tra tutti, ad avere un loro senso profondo, poi che sono addirittura divini, ricchi di ogni virtù possibile e immaginabile, volti al sublime o meglio a ciò che deve tener presente chi voglia diventare un vero galantuomo. Questo è quanto ho da dirvi in lode di Socrate, amici miei. Quanto al biasimo io ve l’ho già mescolato, riferendovi le offese che mi ha fatto; del resto egli non s’è comportato così solo con me, ma ha fatto lo stesso con Carmide, il figlio di Glaucone e con Eutidemo, il figlio di Diocle e con molti altri, tutta gente che egli ha ingannato fingendo, appunto, la parte dell’innamorato, con la conseguenza che furono, invece, costoro ad innamorarsi di lui. E questo lo dico anche per te, Agatone, ché non debba cascarci anche tu in modo che, fatto esperto dalle nostre disavventure, tu possa stare in guardia da costui e non debba imparare, da citrullo, a tue spese, come dice il proverbio.»

XXXVIII

Socrate ironizza: il discorso di Alcibiade non aveva altro scopo che quello di seminare zizzania fra lui ed Agatone

Appena Alcibiade ebbe concluso, l’ilarità fu generale, proprio per quel suo modo franco di parlare, anche perché, così, aveva fatto capire di essere ancora innamorato di Socrate. «Mi sembra, invece, che tu, Alcibiade, non abbia proprio bevuto per niente,» esclamò a un certo punto Socrate, «altrimenti non l’avresti rigirata tanto abilmente, nascondendo il vero scopo del tuo discorso e alludendovi solo alla fine, come un di più, come se tutto il tuo parlare non fosse stato per seminar zizzania tra me e Agatone, fissato come sei che io debba amare solo te e nessun altro e che Agatone devi amarlo soltanto tu e gli altri niente. Ma non t’è andata bene e questa tua farsa a base di satiri e di sileni è apparsa evidente. Mio caro Agatone, costui non deve spuntarla e bada tu che, tra me e te, nessuno venga a mettere disaccordo.» E Agatone, di rimando: «Ah, sì, Socrate, forse hai proprio ragione. Ora capisco perché s’è venuto a piazzare tra me e te, proprio per dividerci. Ma sta fresco, anzi, eccomi qua che ti torno vicino.» «Oh, benissimo,» fece Socrate, mettiti qua, al mio fianco.» «Santo cielo,» esclamò Alcibiade, «quante me ne fa passare quest’uomo. Vuole sempre stravincere; ma, almeno, mio straordinario amico, lascia che Agatone resti tra noi due.» «Impossibile,» fece Socrate. «Infatti tu hai fatto, in questo momento, le mie lodi ed ora tocca a me farle a quello che mi sta a destra. Quindi, se Agatone se ne viene vicino a te, non può mica mettersi a fare il mio elogio prima che io non abbia fatto il suo, ti pare? Piantala, quindi, tesoro, e non essere geloso se elogerò questo giovane: io desidero molto tesserne le lodi.» «Iuh, iuh, Alcibiade,» si mise a fare Agatone, «non è proprio il caso che io me ne resti qui, anzi, mi alzo subito perché le lodi di Socrate io le voglio avere.» «Eh, già,» commentò Alcibiade, «la solita musica; quando c’è Socrate, niente da fare con i belli. Guarda un po’ anche adesso, come ha saputo trovarsela facilmente la sua ragione, in modo che costui gli si strofini al fianco.»

XXXIX

Tutti, contravvenendo alle regole stabilite, si ubriacano, tranne Socrate

E così Agatone si alzò per mettersi vicino a Socrate, quando a un tratto, una numerosa brigata di buontemponi si fece sulla soglia e trovando la porta aperta perché qualcuno era uscito, irruppe dentro di filato verso di noi e ognuno si trovò comodamente il suo posto. Ne nacque un baccano dell’altro mondo e si perse ogni misura, tanto che ci demmo a bere a più non posso. Allora Eressimaco, Fedro e qualche altro se ne andarono, continuò a raccontarmi Aristodemo; quanto a lui fu vinto dal sonno e dormì profondamente anche perché le notti erano lunghe; si svegliò ch’era giorno e che i galli cantavano. Quando aprì gli occhi, vide che gli altri o dormivano ancora o se n’erano andati e che solo Agatone, Aristofane e Socrate erano svegli e bevevano da una grande coppa che si passavano da sinistra a destra. Socrate stava discorrendo con loro, ma Aristodemo disse che non ricordava quello che si dicevano dato che non li aveva seguiti fin dal principio e, poi, perché (almeno così disse) era tutto insonnolito, ma che, in conclusione, Socrate stava persuadendo i due amici ad ammettere che uno può comporre ugualmente sia commedie che tragedie e che chi, per vocazione, è poeta tragico, sarà anche poeta comico. Quelli, costretti ad ammetterlo, ma senza capir molto, sonnecchiavano. E ci disse che fu Aristofane ad addormentarsi per primo, poi, a giorno fatto, anche Agatone. Socrate, quando li vide addormentati, si alzò e se ne andò e lui, Aristodemo, com’era sua abitudine, lo seguì. Giunto al Liceo si lavò e, come al solito, trascorse il resto della giornata, poi verso sera se ne andò a casa a riposare.

FINE

Platone (Il Simposio)

Cultura (art. Stato mentale e di coscienza della popolazione terrestre)

Stato mentale e di coscienza della popolazione terrestre

Immagine controllo

Il pianeta Terra si presenta come un vastissimo recinto strutturato in innumerevoli sottorecinti. Recinti fisici (come le case, le chiese, le fabbriche, ecc.), recinti amministrativi (confini di stato e di status sociale), recinti di ruolo, di ceto, di censo, recinti mentali e culturali (credo, convinzioni, ideologie, religioni) e recinti percettivi (qui nella norma non si percepisce se non con i 5 sensi fisici, comunque sottoposti a stress da iperstimolazione oltre che ad intossicazioni che portano a varie forme di indebolimento e di “invecchiamento” delle loro funzionalità e a malattie indotte).

Tutto è regolamentato e il Sistema imperialista si fonda sull’acutissima capacità di dividere e dominare: attraverso l’iper-regolamentazione ha parcellizzato l’attività umana trasformandola in lavoro legalmente schiavizzato, in socialità iperstrutturata, in conoscenza iperspecialistica, prendendo possesso della gestione del tempo (guidato da orologi, agende, scadenze), degli spazi (proprietà privata/pubblica), del corpo (sistema sanitario), dell’anima (religioni), delle relazioni sociali (politica), dell’apprendimento (scuole), degli scambi di valore (economia, finanza), del piacere (corporation dell’intrattenimento) tendendo sempre più verso un unico modello di vita definibile Dittatura Globale.

Il pianeta è stato ampiamente saturato ad ogni livello vibrazionale (dal denso al sottile, dalla materia fisica ai vari spettri superiori delle manifestazioni elettromagnetiche) e fortemente aggredito da svariate forme di tossicità (fisiche, chimiche, mentali, emotive, elettromagnetiche), che inquinano e intossicano la terra (fonte del cibo), l’aria (fonte di ossigeno ed energia vitale), l’acqua (basico nutrimento e veicolo di informazioni), le capacità mentali (espresse tramite il nostro computer biologico, il cervello), il funzionamento del DNA, la sensibilità emotiva, l’evoluzione della coscienza.

In questo contesto globale di controllo pervasivo l’essere umano medio versa in uno stato mentale di confusione (perdita di SENSO), scissione interna (perdita di INTEGRAZIONE), egocentrismo (perdita di APERTURA), paura (perdita di AMORE), da cui sbocciano molte forme di conflittualità interne (nevrosi e psicosi) e di manipolazioni e distruttività esterne (sociopatie).

Ha innumerevoli condizionamenti mentali radicati ai vari sottosistemi di appartenenza: familiari, religiosi, ideologici, politici, di classe ecc.

E’ convinto di essere separato dal resto della vita, ha un comportamento territoriale animale, lotta per conquistare uno spazio per vivere ed essere riconosciuto dai suoi simili, lavora sotto ipnosi per sopravvivere.

E’ passivo e remissivo e tende ad un’obbedienza cieca, inconsapevole. Ha terrore di confrontarsi con gli aspetti emotivamente intensi della propria vita, con ciò che minaccia di portare cambiamenti nella propria coscienza. Tende a raggiungere con la cosiddetta maturazione una situazione di vita ritenuta normale nella quale adagiarsi in attesa della morte.

L’essere umano non vede la manipolazione e quindi ne prende parte inconsapevolmente, divenendo il miglior collaboratore dei propri carcerieri, con danno a sé stesso e a tutti i suoi simili (anzitutto quelli più vicini e con i quali è più affettivamente coinvolto).

La maggior parte dei terrestri nella propria evoluzione mentale, emotiva e spirituale, non ha ancora superato l’infanzia o l’adolescenza (fondamento affinché gli umani si mantengano obbedienti ai “grandi/potenti” abusanti che li guidano oppure in un contrasto incapace di alternative vere). E’ raro, anche tra gli umani umani, trovare adulti reali, cresciuti, che hanno sviluppato: consapevolezza di sé e della propria guida interiore, capacità di scelta, amore e compassione senza giudizio, apertura verso il divenire della vita e il suo eterno mutamento. E’ raro trovare umani non sclerotizzati da consuetudini, rituali, abitudini, circoli viziosi.

Eppure, se gli Umani (condizionati, manipolati, posseduti) hanno saputo sottostare a tutte queste limitazioni, contribuendo a crearle e mantenerle,  cosa sapranno creare una volta che un sufficiente numero di essi avrà evoluto la propria coscienza oltre la matrix ingannevole, oltre la percezione materialistica, consumistica, conflittuale, competitiva, oltre le limitazioni dei sensi fisici e della coscienza condizionata?

Chi ha le abilità di creare l’inferno, una volta riorientata la propria intenzione a seguito di un ampliamento della consapevolezza è anche in grado di creare il paradiso, in molte forme.

Forme del controllo

Dividere e dominare: il potere si esprime in un’architettura onnipervasiva strutturata in forma di grande piramide, costituita da piramidi che contengono piramidi. Il tutto per compartimentare la gestione del potere e delle conoscenze sul vero senso dell’agire umano e rendere più efficace la trasmissione dei comandi e il controllo sugli eventi; attraverso l’uso di strategie come: problema-reazione-soluzione e incremento micrograduale del danno.

Le forme del controllo osservabili e comprensibili sinora nella mia esperienza terrestre sono le seguenti:

  • uso dei mezzi di comunicazione di massa per diffondere conoscenze frammentate, deformate, parziali, false e distraenti; con questi mezzi si ottiene inoltre di iperstimolare la mente cosciente razionale, impedirle di accedere alla vera informazione, funzionare in modo autonomo, critico, in sintonia con la mente intuitiva e la sensibilità del cuore;

  • uso della politica come strumento per mantenere divisione tra i popoli e le culture e al contempo distruggerne le peculiarità e per veicolare le scelte dell’elite dominante lungo la catena piramidale del potere, dal vertice fino ai popoli/schiavi. La politica sulla terra è strumento predatorio che ambisce a diffondere un approccio alla vita omogeneo e manipolato;

  • uso dell’educazione/istruzione (attraverso tutte le sue agenzie) come forma di addestramento per diffondere una conoscenza miope della realtà, schizofrenica, disconnessa, parziale, contraffatta; programmando le menti ad un funzionamento iper-razionale e iper-analitico, mortificando lo sviluppo della vitalità fisica ed energetica e delle intelligenze che rendono più liberi: capacità di sintesi, visione panoramica, intelligenza artistica, capacità di rielaborazione emotiva delle esperienze, intelligenza spirituale, autonomia, iniziativa, ispirazione, libertà di Essere ciò che si E’;

  • uso delle corporation internazionali per diffondere prodotti, oggetti, concetti, esperienze, forme di dipendenza, valori, modalità di “cura”, ecc. atte a rendere le persone dipendenti dal denaro e dall’avere, ignoranti sulla natura della realtà, condizionate nello stile di vita e nella realizzazione dei propri bisogni/desideri manipolati;

  • uso della cultura e delle mode, per manipolare desideri, stili di vita, bisogni, improntandoli ad una logica di consumo, di spreco, di accumulo, di dipendenza;

  • uso del sistema giuridico per limitare la libertà individuale con la scusa della sicurezza, per irrigidire la vita sociale in un sistema di regole oppressive che rendono l’essere umano sempre più docile (quindi governabile) e robotico nel suo funzionamento;

  • uso della scienza per creare tecnologie che, mentre rispondono a bisogni superficiali apparenti dell’uomo, introducono altri livelli di manipolazione, controllo e tossicità (inquinamento chimico ed elettromagnetico), oltre alla perdita di capacità funzionali autonome;

  • uso della medicina per indebolire il sistema immunitario, disarmonizzare il corpo a livello chimico oltre che energetico, rendendolo dipendente da cure esterne e riducendo le sue capacità naturali di autoguarigione e rigenerazione;

  • uso delle religioni per manipolare le coscienze individuali, ancorandole a forme pensiero e valori indotti (senso di colpa, peccato originale, necessità di mediazione tra l’uomo e il divino, impotenza, obbedienza);

  • uso di tecnologie avanzate (fondate sugli studi di Nikola Tesla oltre che su scambi con entità extra-terrestri) per la manipolazione del clima, degli eventi atmosferici e tellurici, del funzionamento mentale e la schermatura atmosferica dalle energie cosmiche che innescano e sostengono il risveglio planetario (es. progetto Haarp, scie chimiche, microchip sottocutanei, MKUltra).

Il potere del controllo si associa a forme variegate e pervasive di distruttività: verso il Pianeta, il corpo umano, la sensibilità emotiva, le capacità psichiche, la socialità.

Ciò con il pieno silenzio-assenso di tutti quegli umani che accettano questa situazione perché non ne riconoscono il senso, incastrati come sono nelle apparenze date dalla propaganda incessante, in uno stato di costante ipnosi collettiva. E che in questo modo danno energia, potere, tempo, attenzione, valore al sistema predatorio dominante, senza porlo in discussione, senza vedere alternative. Senza il consenso di questa gran massa di incoscienti il piano del Male perderebbe rapidamente forza, venendo meno il suo ambito di manifestazione: il buio dell’inconsapevolezza umana.

Cambiamenti in atto

All’oscuro (inconsapevole) dominio delle forze di controllo globale fanno da bilanciamento una serie di dinamiche evolutive macroscopiche che coinvolgono il Cosmo (per quel che ci riguarda direttamente mi riferisco in particolare al Sistema Solare di appartenenza del pianeta Terra) e microscopiche che riguardano l’azione di individui e gruppi sul pianeta.

Epocali cambiamenti cosmici nelle radiazioni (informazioni) solari e nel bilanciamento elettromagnetico della terra, stanno modificando le informazioni che giungono sul pianeta sino a quelle antenne biologiche che sono i corpi umani (e così il cervello e il DNA), favorendo l’evoluzione di coscienza e il risveglio in numerosi esseri viventi incarnati sul pianeta. Lo stesso sta accadendo al pianeta, in quanto microrganismi vivente. Siamo nelle vicinanze di un parto Cosmico.

Aumenta il numero di persone che risvegliano capacità intuitive, sensibilità empatiche, disponibilità ad essere guidati dalle sincronicità, lettura dei segni, nonché svariati poteri percettivi e attivi che superano l’agire di quarta dimensione: chiaroveggenza, volo astrale, telepatia, capacità di guarigione energetica, lettura del campo aurico, capacità di spostamento interdimesionale. Aumentano anche i contatti, tramite canalizzazioni oltre che incontri, con intelligenze extraterrestri ed extradimensionali evolute e connesse alla coscienza Universale, le Gerarchie Cosmiche, che sostengono con azioni sottili e informazioni, l’evoluzione di coscienza sul pianeta.

Ci sono starseeds, walk-in, giovani indaco, ragazzi cristallo, nuovi bambini con caratteristiche genetiche nuove e numerosi operatori di luce che veicolano l’amore anzitutto con la loro Presenza, oltre che attraverso le proprie azioni di guarigione, di comprensione, di approfondimento della conoscenza della realtà. Aumentano gli “Umani in divenire”, quegli esseri umani che attraversando crisi fisiche, emotive, mentali, di coscienza, spirituali, riescono a stare al passo con l’evoluzione, procedendo nel trasformare le esperienze di contrasto tipiche della vita sulla Terra in conoscenza e saggezza e in disponibilità a condividere, agendo l’amore in via di risveglio. Vi sono numerosi ricercatori e scienziati d’avanguardia, critici verso la scienza meccanicistica e materialistica che condividono e diffondono scoperte, conoscenze e invenzioni improntate a liberare i terrestri dai limiti imposti dal paradigma dominante, in ogni ambito della vita e in relazione a tecnologie esteriori ed interiori.

Vi sono inoltre maestri incarnati risvegliati che condividono con le loro parole e la loro presenza lo stato di connessione all’Essere e stimolano le persone ad osservarsi in profondità e abbandonarsi ai processi trasformativi in atto, ritrovando così il senso del proprio essere al mondo e il proprio contributo alle dinamiche globali.

Inoltre, sempre più esseri implicati nel sistema di schiavizzazione, a vari livelli di consapevolezza, stanno vivendo crisi e trasformazioni di coscienza, togliendo forza al sistema imperialistico, che ha bisogno di grandi incessanti sforzi diffusi e di obbedienza cieca per mantenersi in vita.

Sempre più individui e gruppi si interessano a quello che mangiano e bevono, a come si prendono cura del corpo, a come si relazionano con gli altri, a come imparano, a come si divertono, ecc.; praticano modi di vita più sostenibili, più equi, improntati alla salute, alla condivisione, all’espressività, all’arte, facendo prevalere l’amore sulla paura, la creatività sulla distruttività.

Coloro che sono coinvolti in questa onda evolutiva stanno prendendo sempre più coscienza del proprio ruolo nel piano generale e, senza bisogno di organizzazione gerarchica, stanno sincronicamente danno il loro contributo, ciascuno dal livello di coscienza raggiunto, in un’azione armonica guidata dalla Coscienza Universale, calata in modo specifico in ogni singola individualità, con le proprie specificità creative.

Sempre più esseri viventi si riconoscono parte di un’unità più grande che non ha bisogno di controllori e controllati, solamente di individualità sensibili, aperte, in ascolto dei segnali “deboli” della Coscienza, capaci di percepire e agire nella trasparenza, nella pienezza, nell’autenticità.

Chi vive in questo modo coglie l’entusiasmante occasione di partecipare consapevolmente alla nascita di una civiltà nuova sul pianeta Terra e di accompagnare il risveglio del pianeta e dei suoi abitanti.

Cosa fare ora – strumenti in azione

Cosa fare di fronte a questo quadro in cui gli estremi del male e del bene, della paura e dell’amore trovano spazio? L’unica risposta veramente onnicomprensiva è: ESSERE.

Qui alcuni orientamenti e alcuni suggerimenti pratici:

– sottrarsi alla comunicazione massmediatica e ricercare informazioni (tramite video, libri, internet, incontri personali) seguendo la propria sensibilità, curiosità e livello di comprensione;

– portare coscienza a tutti gli ambiti della propria vita in cui si agisce inconsapevolmente e ridare attenzione a tutto ciò che si da per scontato; abbracciare ogni dettaglio del proprio passato come “ciò che è stato”, perdonando sé stessi e ogni essere, riconoscendo quello che ogni esperienza ci ha insegnato;

– approfondire la consapevolezza del proprio corpo (la nostra prima astronave per la navigazione sul pianeta): sviluppare energia e sensibilità; mantenerlo in salute prendendosi cura in modo non aggressivo, ritrovando fiducia nelle sue capacità di autoguarigione, accompagnandolo dolcemente e sensibilmente attraverso l’ascolto dei suoi bisogni e dei suoi desideri;

– aumentare la capacità di ascolto delle informazioni provenienti dal “cuore”, dal sistema emotivo e valoriale che risuona nel centro del petto; essere più centrati nel sentire in modo da risvegliare l’intuito e la capacità immediata di discriminazione tra ciò che è sano e ciò che tossico, tra ciò che promuove la crescita e ciò che la inibisce, ecc.

– frequentare persone, attività, luoghi, ambienti che suscitano emozioni espansive o ci permettono di rilasciare (risolvere) emozioni contratte; frequentare maggiormente la natura, gli animali, i bambini; praticare forme d’arte che generino un senso di rilascio e ispirazione; scegliere chi e cosa si frequenta, quali libri si leggono, quali musiche si ascoltano, quali informazioni si interiorizzano;

– seguire ciò che più entusiasma, ciò che più attiva vibrazioni espansive nel sistema energetico. Questo lo si può fare tanto meglio, quanto più si è interi, integrati (nel rapporto corpo, cuore, mente, spirito). Altrimenti occorre in vario modo auto-disciplinarsi coscientemente per favorire l’integrazione, evitando così di indulgere nell’entusiasmo di una parte di sé, anziché del tutto integrato che noi siamo;

– sviluppare la capacità di ascolto, ad ogni livello (fisico, emotivo, mentale, spirituale). Esplorare il silenzio, l’attesa, la sospensione, l’esitazione. Meditare nel quotidiano, in ogni azione;

Occorre diventare esploratori attivi e consapevoli di sé stessi, lasciando sempre più andare il controllo della propria vita, per amplificare l’ascolto e la coscienza di Essere.

Questo cerco di promuovere negli umani che incontro, attraverso le varie sfaccettature del mio agire. Questo il senso parziale e provvisorio del mio essere al mondo, mentre evolve la coscienza di chi sono e di cosa è la vita.

Scrivo ora questo rapporto, ad un punto della vita incarnata in cui il profumo del risveglio è sempre più percepibile e al contempo il dolore per la schiavitù del mondo umano è acutizzato proprio dal risveglio della sensibilità.

Avendo basilarmente risvegliato in me la coscienza della mia connessione con la fonte, per quanto ancora sfuocata e alterna, mi trovo impossibilitato ad agire secondo regole, prescrizioni, guide esterne, dettami culturali, preferenze parentali, suggerimenti di persone interessate e persino secondo le indicazioni di maestri di qualsiasi tradizione. Mi ritrovo ad essere agito dalla stessa coscienza che è me e che mi guida momento dopo momento nel divenire dell’eterno presente. Mentre gli strati di inconsapevolezza e cecità si sfogliano.

Ormai la mia vita quotidiana è nelle mani della Vita.

Il mio io, nelle mani dell’IO.

Il QUI ed ORA è il TEMPO (della comprensione e dell’azione).

Il vento dell’ISPIRAZIONE è la guida.

Le EMOZIONI ESPANSIVE sono il motore.

nell’Amore

per il Risveglio del Pianeta Terra e dei suoi Ospiti

Magoo Passpartout

Società (art. Report di viaggio di uno starseed in via di risveglio)

Report di viaggio di uno starseed in via di risveglio

Immagine starseed

Chi sono

In termini di incarnazione terrestre ho 41 anni e sono nato in Lombardia, in prossimità delle Alpi, da una famiglia di persone semplici e pienamente ancorate alla percezione della realtà 4d (3 dimensioni spaziali e una dimensione temporale), tipica di questo piano d’incarnazione.

Le caratteristiche psicologiche e relazionali della mia famiglia d’origine terrestre (e del suo sistema costellativo), ampiamente compreso e integrato negli anni, hanno posto le giuste condizioni (sintesi tra opportunità e limitazioni) che mi hanno consentito di vivere profondamente la mia inquietudine di fronte al mondo folle e disfunzionale che si presentava man mano alla mia coscienza durante la crescita e nel quale mi sentivo solo e spaesato, senza nessuno che potesse comprendermi.

La compressione esercitata da un mondo sociale e culturale lontano dal Vero, dal Bello, dal Buono e dal Giusto si è manifestata nella primissima infanzia come Artrite Reumatoide, una schiacciante pressione globale del sistema energetico. Un po’ come vivere su di un pianeta con un multiplo della gravità terrestre, trascinandosi.

Dopo i primi lunghi anni di cure aggressive e inutili, con l’avanzare dell’adolescenza la mia coscienza mi ha guidato – prima intuitivamente e inconsapevolmente, poi con crescente consapevolezza –  alla ricerca di sistemi di cura alternativi e, soprattutto, a ritrovare fiducia nelle naturali capacità di autorganizzazione (quindi di autoguarigione) del sistema corpo-cuore-mente.

La grande fatica fisica, i dolori acuti periodici, le ossessioni, l’ansia e l’angoscia, la depressione, il senso di inferiorità, di impotenza e la delusione, mi hanno permesso di rimanere ancorato alla percezione di me stesso, faticosissima all’inizio e via via sempre più attiva.

I primi venti anni di profondo coinvolgimento con la Chiesa Cattolica, tra incubi, momenti estatici e una lotta di coscienza continua incarnata nel confronto/scontro con un alto rappresentante del Clero, non immune dagli aspetti oscuri di quel mondo culturale (ad es. la pedofilia), mi hanno portato verso un periodo di “ateismo iroso”, sconfinato dopo anni in un agnosticismo riflessivo fino alla riscoperta della spiritualità naturale innata senza mediatori esterni, risvegliata dall’incontro con le parole di molti maestri illuminati del passato e del presente e lo strumento della meditazione come via alla ricerca interiore totale.

Cominciavo a sentire il profumo di casa, sebbene fossi ancora seppellito dentro una gabbia di tensioni fisiche, blocchi emotivi e confusione mentale.

L’incontro con la mia compagna, divenuta presto sposa e poi madre dei nostri due figli, i lunghi anni di conflitti, le fughe, i ritorni, i fraintendimenti, le proiezioni nevrotiche, i giochi egoici, la continua dinamica interazione con questa creatura meravigliosa, compagna di viaggio prima ancora del nostro arrivo sulla Terra, come me alla dinamica ricerca di sé stessa, ha portato nell’arco di 22 anni all’emergere di una relazione che ha trasceso le due individualità che la compongono, realizzando un intero “più grande della somma delle parti”. Io SONO, noi SIAMO.

I nostri figli sono stati lo stimolo ad alzare il livello di attenzione, di percezione della realtà, data la loro vulnerabilità. Grazie a loro e al desiderio assoluto di sostenerli nel Bene e proteggerli dalle tossicità (il Male) che intuivamo onnipresenti nella vita umana, abbiamo sviluppato il coraggio per guardare nel dettaglio alla realtà che ci circonda e scoprirne il vero volto.

Guidati dalle letture, dal nostro intuito e dai vari coraggiosi fratelli che condividono informazioni non manipolate sulla vita, svelando i segreti e connettendo il senso ampio delle cose, abbiamo scelto di  sottrarre il nostro consenso all’opera di manipolazione totale (del corpo, dell’anima, della mente, della coscienza) in atto da parte del sistema predatorio imperialista satanista connesso alle forze demoniache extraterrestri ed extradimensionali rettiliane e associate, vittime di un processo evolutivo che le ha portate, nell’ordine generale del Cosmo, a perdere la connessione con la propria Anima e quindi all’impossibilità di sentire il “richiamo dell’Uno”.

Ci siamo così gradualmente scollocati dal sistema imperialista (processo ancora in corso per quanto riguarda alcuni aspetti pratici, ma ormai consolidato per quanto riguarda la consapevolezza), sottraendo attenzione, energia, denaro, tempo ai vari “tentacoli del polipo”: economia consumistica, finanza, sistema bancario, corporazioni, religione, politica, informazione manipolata, pubblicità, lavoro schiavizzato, agenzie educative e formative, sistema sanitario. A tutti questi livelli abbiamo riorganizzato gradualmente la nostra vita ri-fondandola sui bisogni reali: nutrimento, protezione, salute, relazione, apprendimento, sostenibilità, gioia di vivere, realizzazione dei propri talenti, evoluzione della Coscienza, rispetto della Legge Universale (realizzati, in accordo con gli altri e senza danno ad alcun essere).

Grazie a diversi anni di ristrettezza economica abbiamo risvegliato il senso dell’essenzialità, base per una vita sostenibile, priva di sprechi, di accumuli e di scorie.

Con questa nuova sana base nel vivere quotidiano, con una compagna-moglie-donna stupenda, perfettamente complementare a me, con due figli liberi dalle tossicità manipolate del sistema vivente umano e in contatto con i suoi aspetti sani adatti alla loro età ed evoluzione e un manipolo di amici vicini al nostro sentire, mi sono aperto alla consapevolezza/ricordo dell’esistenza di sconfinati mondi, dimensioni e civiltà a vari livelli di evoluzione.

La dimensione del Male è ben rappresentata dalle civiltà che collaborano con l’élite dominante terrestre ad un progetto di colonizzazione planetario volto alla creazione di un ordine mondiale totalitario con una popolazione ridotta ai minimi termini (non oltre 500.000.000 a regime, come citano le Georgia Guidestones) attraverso agghiaccianti forme di abuso e controllo del Libero Arbitrio umano che si perpetuano nei secoli e nei millenni. La dimensione del Bene è invece rappresentata da civiltà variamente molto più evolute, che osservano molto attivamente le vicende terrestri, il variopinto dipanarsi del dualismo (la danza/lotta) e sostengono l’evoluzione a moltissimi livelli d’azione (dal governo delle forze fisiche nel Sistema Solare, all’ispirazione di parole, invenzioni, azioni, sino ai suggerimenti spirituali o alle informazioni veicolate attraverso le canalizzazioni sul pianeta terra).

Magoo Passpartout

Arte (art. V-J Day in Times Square – Alfred Eisenstaedt)

V-J Day in Times Square (Alfred Eisenstaedt)

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Dalle foto di baci nascono sempre delle storie. Anche se spesso non sono -come si potrebbe immaginare- storie d’amore.

Siamo a New York, in Times Square, il 14 agosto del 1945, data che sarà ricordata come V-J Day: il presidente Truman ha appena annunciato alla radio la resa del Giappone che segna, di fatto, la fine della seconda guerra mondiale.

Dopo quasi cinque anni di un conflitto durissimo l’entusiasmo è alle stelle e, nell’euforia generale, molti scendono in strada applaudendo, cantando ed urlando. Una foto straordinaria: il simbolo dell’uscita da un incubo e della ripresa della vita; almeno così parrebbe, perché in realtà, intorno a quel bacio, definito dai più sentimentali come “uno dei più romantici di tutti i tempi”, si intrecciano storie e verità diverse.

Ma cominciamo a presentare l’uomo che scattò questa fotografia simbolo:

ALFRED EISENSTAEDT

Alfred Eisenstaedt (1898-1995) è stato un fotografo e fotoreporter tedesco, naturalizzato statunitense. Nacque da una famiglia ebrea a Dirschau (Tczew) nella Prussia dell’ovest. La sua famiglia si trasferì a Berlino nel 1906. Eisenstaedt combatté nell’artiglieria dell’esercito tedesco durante la prima guerra mondiale, rimanendo ferito il 9 aprile 1918. Mentre lavorava come venditore di cinture e bottoni nel 1920, Eisenstaedt iniziò a scattare fotografie come freelancer per il Berliner Tageblatt; ebbe un buon successo, tanto da diventare un fotografo a tempo pieno nel 1929. Dopo 4 anni fotografò un incontro fra Adolf Hitler e Benito Mussolini in Italia. Altre famose fotografie di Eisenstaedt agli inizi della sua carriera comprendono un cameriere che fa pattinaggio su ghiaccio a St. Moritz nel 1932 e Joseph Goebbels alla Società delle Nazioni a Ginevra nel 1933. Quest’ultima foto è citata per la sua capacità di cogliere l’attimo dello scatto che rivela la ferocia del Ministro della Propaganda nascosta sotto l’apparenza delle buone maniere. A causa dell’estrema oppressione del regime nazista, egli decise d’emigrare nel 1935 negli Stati Uniti. Visse a Jackson Heights nel Queens (New York) per il resto della sua vita. Lavorò come fotografo per la rivista Life dal 1936 al 1972. Le sue foto di eventi di cronaca e celebrità, come quella che ritraevano Sophia Loren ed Ernest Hemingway e quelle che ritraevano Marilyn Monroe, apparvero in oltre 86 copertine della rivista. La copertina che lo rese celebre fu comunque quella che riprese con la sua immancabile Leica M3 con obbiettivo fotografico da 35 mm a Times Square. Essa rappresenta un marinaio americano che bacia una giovane donna. La foto è nota sotto vari nomi poiché Eisenstaedt scattò numerose fotografie durante le celebrazioni del V-J Day e non ebbe la possibilità di dare un nome e di fornire dettagli su questa foto.

Ma cosa accadde il 14 agosto 1945?

Come noto questa fu la data simbolo della fine della seconda guerra mondiale. Questa venne esclamata concretamente alle ore 19:00 con il discorso di Truman alla nazione. Da lì fu il delirio per le strade. Eisenstaedt non dovette far altro che seguire la massa di gente fino a ritrovarsi in Times Square, il celebre crocevia divenuto il principale punto di ritrovo per le celebrazioni dei newyorkesi.

Fu lì che lo sguardo di Eisenstaedt colse il movimento di un marinaio dell’US Navy che preso dall’entusiasmo baciava ogni donna che gli capitava a tiro, e lo seguì. Notò anche un’infermiera ed è proprio su quest’ultima che si concentrarono le speranze dell’artista per la riuscita dello “scatto perfetto”. In una manciata di attimi accadde esattamente ciò che il fotografo voleva si realizzasse. Come se il disordine generale diventasse improvvisamente apparente,e l’aria, la luce, l’espressività, i contrasti dei colori, tutto fosse perfettamente in armonia . Come se i due sconosciuti passanti fossero in realtà attori su un set cinematografico intenti a girare la scena finale di un copione recitato a memoria.

“Stavo camminando in mezzo alla folla- racconta- alla ricerca di foto da scattare. Ho visto un marinaio che veniva nella mia direzione, abbracciando e baciando tutte le donne- giovani o vecchie- che incrociava. Ho notato anche che in mezzo alla folla c’era un’infermiera. Mi sono concentrato su di lei e, come speravo, il marinaio si è avvicinato, l’ha rovesciata all’indietro e l’ha baciata. Se non fosse stata un’infermiera, se avesse portato degli abiti scuri, non avrei scattato la foto. Il contrasto tra la veste bianca e quella nera del marinaio, ha dato alla foto tutta la sua intensità”. (Alfred Eisenstaedt)

Pochissimi secondi, quattro scatti (sopra il provino a contatto originale), e tutto era finito. La foto venne pubblicata la settimana successiva il 27 Agosto del 1945 su “Life” a pagina piena. Data la rapidità degli eventi Eisenstaedt non ebbe il tempo a chiedere ai soggetti il loro nome, e nei decenni successivi si scatenò la caccia ai due protagonisti. La stessa scena fu ritratta nello stesso istante, ma da un’altro angolo di ripresa, anche da un’altro fotografo, Victor Jorgensen. Mentre la foto di Eisenstaedt però riprende perfettamente i due soggetti nella cornice di Times Square, la foto di Jorgensen è inquadrata in modo molto più ordinario, è tagliata all’altezza delle gambe dei soggetti, e manca dell’enfasi dell’altra.

Nei decenni successivi V-J Day in Times Square è divenuta l’immagine simbolo della seconda Guerra Mondiale, e una delle più grandi icone della storia, tanto che nel 2010, centinaia di volontari si sono riuniti proprio a Time Square per ripetere il bacio leggendario. La stessa rivista, a distanza di anni, pubblicò un appello al fine di ritrovare la coppia originale.

Qui inizia l’intrigo.

All’appello si presentarono ben 3 “infermiere” e 12 “ marinai”. La donna fu identificata come Edith Shain che al tempo della fotografia faceva l’infermiera in un ospedale non lontano dalla piazza newyorchese. Si risalì all’identità del “baciatore” solo dopo una serie di accurate ricerche condotte da un medico forense, che nel 2007 riuscì ad arrivare all’ex marinaio in pensione Glenn Mc Duffie. L’uomo, rivendicò il suo ruolo in tribunale, sottoponendosi perfino alla macchina della verità. Autenticata la sua posizione l’arzillo anziano poté godere della celebrità acquisita, con interviste, apparizioni televisive da tutto il mondo. “Per un po’- grazie a quell’immagine, ha avuto la vita più glamour di qualsiasi altro ottuagenario“:- ha ammesso la figlia.

La favola dei due amanti ritrovati sembra conclusasi con un bel lieto fine, tuttavia a ribaltare la vicenda ci pensarono nel 2012, due scrittori che hanno passato addirittura vent’anni, a confrontare foto, interviste e i ricordi sempre più appannati dei testimoni, e che pubblicano un libro, in cui ricostruiscono, punto per punto, l’accaduto. Alla fine emerge un’altra verità. E stavolta sembra quella definitiva. Secondo le ricerche eseguite, l’uomo della foto non sarebbe affatto quello proposto dal medico legale, ma un altro marinaio, George Mendosa, riconosciuto con sicurezza dai suoi vecchi commilitoni; mentre la vera donna della foto sarebbe Greta Zimmer un’ assistente odontoiatra.che aveva indossato l’uniforme per il suo primo giorno di lavoro. Tutto sistemato! L’uomo e la donna sono stati identificati e, finalmente, si può stare tranquilli. Ed invece, no! Perché in questa ingarbugliata vicenda, nemmeno il bacio è quello che sembra. La Zimmer, circa l’episodio avrebbe raccontato di un marinaio, mai visto prima, che in preda all’euforia (e forse anche all’alcool) venendole in contro l’avrebbe presa come in una morsa e baciata con foga. Commento questo, che cambierebbe senz’altro la poetica trama del bacio tanto celebrato.

“Non l’ho nemmeno visto arrivare -racconta Greta Zimmer- e ancora prima di rendermene conto mi sono trovata afferrata come in una morsa. Ed è così che mi ha baciato.”

[Che questa fotografia tratti la storia di una vita o un bacio fugace e rubato in un momento non ha grande importanza. L’amore è fatto di gesti impulsivi, a volte rischiosi, capaci però di fermare il tempo e rendere l’attimo immortale come un capolavoro da custodire nel cuore.]

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Arte (art. Creazione di Adamo – Michelangelo Buonarrotti)

Creazione di Adamo (Michelangelo Buonarroti)

Michelangelo Buonarroti (1475 – 1564) fu scultore, pittore, architetto e poeta italiano e tra i principali protagonisti del rinascimento italiano. Fu nell’insieme un artista tanto geniale quanto irrequieto per la sua irascibilità, permalosità ed insoddisfazione continua. Lo studio delle sue opere segnò il suo tempo vissuto e le generazioni successive d’artisti, dando vita, con altri modelli, a una vera e propria scuola che fece arte “alla maniera” sua e che prese il nome di “manierismo”.
La sua opera più celebre è senza dubbio, l’affresco (280x570cm) “Creazione di Adamo”. Esso fu commissionato da papa Giulio II (noto come il papa guerriero o terribile per lo spirito audace, la maestria nello stratagemma politico, e l’indifferenza morale nella scelta dei mezzi), databile al 1511 circa e facente parte della decorazione della volta, in quarta fascia, della Cappella Sistina nei Musei Vaticani a Roma. In quest’opera il Buonarroti raffigurò su uno sfondo naturale spoglio e poco caratterizzato, simboleggiante l’alba del mondo, la figura giovane e atletica di Adamo, che da un pendio erboso, quasi sul ciglio di un abisso, fa per sollevarsi da terra, tendendo un braccio verso l’Eterno, che si avvicina in volo entro un nimbo angelico e Dio, con la veste purpurea, circondato, secondo la tradizione iconografica, da un gruppo d’angeli. La figura del primo uomo presenta morbidi trapassi chiaroscurali, che però, tramite il ricorso a tonalità brillanti, rendono un forte risalto scultoreo. Il suo volto, con occhio non dipinto, ma ricavato direttamente dal bianco dell’intonaco venne posto di profilo e leggermente ruotato all’indietro, è quello di un adolescente, senza un’espressione definita, che si contrappone all’intenso ritratto di Dio Padre, maturo e carico d’energia, con la capigliatura grigia e una lunga barba con baffi fluttuanti nell’aria. Dio Padre accompagnato dal soffio dello Spirito divino è tutto teso nell’atto Creatore e il suo braccio allungato attrae a sé il giovane Adamo che è adagiato sulla terra informe testimoniando così la sua provenienza da essa. Il gruppo divino è inserito in un grande manto rossastro, gonfio di vento, che abbraccia l’Eterno e gli angeli con una curva dinamica.

Il punto focale dell’affresco (posto in primo piano), è rappresentata senza dubbio dall’invenzione degli indici alzati dalle braccia protese, un attimo prima di entrare in contatto, come efficacissima metafora della scintilla vitale che passa dal Creatore alla creatura forgiata, di straordinaria bellezza che riflette la perfezione e la potenza divina. Alcuni pensano che il contatto che non avviene tra le due dita sia voluto, per sottolineare l’irraggiungibilità della perfezione divina da parte dell’uomo.

L’opera fu analizzata a lungo nel corso dei secoli a venire e molte ed incredibili tematiche vennero sviluppate sulla “Creazione di Adamo” del Michelangelo.

Nel 1990, il neurologo statunitense Frank Lynn Meshberger, pubblicò sulla rivista “Journal of American Medical Association” uno studio che egli aveva condotto sulla quarta fascia della Cappella Sistina. Secondo le sue ricerche, il mantello e la corte angelica che circondano la figura del Signore corrisponderebbe alla sezione trasversale di un cervello umano. A seguito di accurate ricerche e confronti tra l’anatomia umana e l’opera di Michelangelo, si è notata una reale spiccata somiglianza tra il cervello umano e la raffigurazione michelangiolesca: molte, dunque, sono state le ipotesi riguardanti i motivi che avrebbero spinto Michelangelo a scegliere questo tipo di raffigurazione e le possibili implicazioni teoriche di tale scelta. Se questa interpretazione potesse esser confermata concretamente, ci si renderebbe subito conto di come tutta l’opera a questo punto sarebbe stata “pilotata” dalle conoscenze letterario-filosofiche del Buonarroti. Durante il suo soggiorno fiorentino presso la famiglia dei Medici, infatti, Michelangelo ebbe l’opportunità di entrare in contatto con grandi pensatori del suo tempo, quali Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. I filosofi di cui Lorenzo il Magnifico si circondava provenivano tutti dalla scuola rinascimentale neo-platonica, che collocava proprio nel cervello il centro del pensiero e della coordinazione delle azioni umane. Coadiuvato dal punto di vista tecnico dai suoi brevi studi di sezionamento dei cadaveri, per comprendere e riprodurre al meglio l’anatomia umana, Michelangelo avrebbe potuto ispirarsi alle teorie neoplatoniche dei suoi illustri amici e collocare un riferimento neoplatonico nella Creazione di Adamo. La filosofia neoplastica, infatti, riprendeva moltissimi dei tratti del platonismo e li congiungeva al cristianesimo; non per niente Platone, prima fonte ispiratrice della filosofia rinascimentale, veniva spesso considerato come uno tra i filosofi che anticiparono il cristianesimo. Ma quale poteva esser la motivazione che spinse Michelangelo a riprodurre l’anatomia umana all’interno dell’affresco? Un’interpretazione convincente è quella secondo cui Michelangelo avrebbe scelto di rendere la figura del Signore all’interno di un cervello per affermare che l’intera mole delle idee umane risultino già espresse in Dio. Questa interpretazione tiene conto non soltanto della profonda religiosità che sempre caratterizzò Michelangelo, ma anche del suo legame con la scuola neoplatonica: il riferimento chiaro di questa interpretazione, infatti, rimanda alle Idee platoniche, gli stampi che rendono la nostra realtà visibile. Sia Platone sia il Cristianesimo forniscono una risposta precisa all’uomo che ricerca la verità: le Idee e Dio sono la matrice della realtà ed il nostro mezzo per modificarla, un mezzo che, nell’affresco di Michelangelo, si avvicina lentamente ad Adamo, per rendere l’idea di quanto lento e graduale sia il percorso umano verso la sapienza. Egli infatti esprime con la semplicità il massimo dell’arte: l’importanza dell’Uomo nel mondo; il viaggio che egli deve compiere, nonostante i molteplici ostacoli del cammino; il raggiungimento della sapienza. La sapienza… in fondo, cos’è la sapienza? Se volessimo avvicinarci alle interpretazioni sopra elencate, si potrebbe dire che il massimo concetto di sapienza sia il conoscere le vere matrici della nostra realtà, rispettarle ed agire affinché esse, non le effimere apparenze che ci circondano, possano diventare la realtà. Un percorso umano, filosofico, eminentemente artistico per rendere reali le irrealtà visibili. Altro legame tra l’anatomia dell’uomo e l’opera vien espressa da un gruppo di ricercatori italiani, in un lavoro recentemente pubblicato sulla rivista Mayo Clinic Proceedings, ha accostato la sagoma del “mantello” raffigurato nell’affresco con una sezione anatomica di utero post-partum, ottenendo una suggestiva sovrapposizione. La corrispondenza dei dettagli anatomici, sorprendente per l’esattezza, non può essere ritenuta casuale. Già Adrian Stokes nel 1955 aveva parlato di “uterine mantle” ed il Professor Andrea Tranquilli aveva intuito che il mantello fosse la rappresentazione di un organo cavo di colore rosso deputato alla “creazione”. Altre intuizioni provengono da vari studiosi che invece avrebbero notato sorprendenti somiglianze esistenti tra il drappo che circonda Dio e la schiera angelica e l’immagine della sezione trasversale dell’organo del cuore. In tal caso si potrebbe parlare di “perfetta corrispondenza tra Dio, la schiera angelica, il cuore e il cervello umano”. Il Dio-cuore-cervello, sostanza increata ma creata allo stesso modo, Adamo, perfetto corpo che prende vita da quel soffio vitale divino. Alla fusione tra Cervello-cuore, Dio- Anima e Uomo- corpo, a questa Trinità indissolubile di cui siamo composti. Sulla base di tutto quel che è stato scritto fin d’ora, senza dubbio si può notare come Michelangelo, non solo conosceva le ricerche degli anatomisti suoi contemporanei, ma non poteva non condividere le argomentazioni neoplatoniche della cultura d’avanguardia, a lui più vicina, che affermavano che la sede dell’intelletto era da individuare, nella mente. Adamo è perfetto corpo, Dio è perfetta mente. A lungo si è cercato di comprendere il vero significato di questa sorprendente opera. Se effettivamente Michelangelo, a suo tempo, volesse rappresentare qualcosa che andasse oltre l’umana comprensione. Michelangelo non espresse pittoricamente semplicemente ciò che gli venne richiesto per commissione, ma andò ben oltre tutto ciò che oggi si cerca ancora di comprendere. Il suo pensiero era in filo diretto con la Fonte, era espressione del suo mondo interiore, così vasto ed articolato, di quella luce della conoscenza, della voce della cosidetta coscienza. Ciò che esiste all’interno viene a manifestarsi all’esterno, in questo caso sotto forma di impulso pittorico, di realizzazione visibile e nota. Una grande rappresentazione dell’interno più veritiero, che ha una voce propria, che urla per farsi ascoltare, ma che viene ignorato dai nostri sensi coscienti. Dio non crea l’uomo uguale a Lui nella fisicità, ma nella sua Essenza, nell’essenza che altro non è che Pensiero. Non è infatti un caso che il braccio teso di Dio verso Adamo, sempre attenendoci alla somiglianza del dipinto con un cervello umano, si protragga a partire dal lobo frontale, sede per eccellenza dei più alti processi cognitivi che ci distinguono dagli altri esseri viventi, tra cui i processi decisionali sottostanti l’azione, quindi del pensiero. Esso è il luogo della progettazione, della creazione, sede in cui il pensiero diventa materia. Questo è il messaggio fondamentale, questa è insieme la conoscenza, l’inizio e il termine. Solo partendo da questa meravigliosa intersezione può essere compresa la base, il punto di partenza da cui tutto si origina e prende forma, del perché l’essere umano sia così complesso e il dove e il come il pensiero si origini. La creazione di Adamo è in realtà la creazione dell’uomo, dell’uomo creatore della realtà stessa, che ha tra le sue corde la capacità di rendere operativo l’atto del creare. E’ tutto racchiuso qui, davanti ai nostri occhi increduli. Il Dio-cervello-cuore-spirito che con le sue vibrazioni tocca l’uomo e lo anima di vita ed essenza propria, di coscienza, una coscienza allargata, in quanto luogo e sede del raccordo tra questi vari elementi che compongono l’essere in una sola unità imprescindibile e che trovano manifestazione sotto forma di tutto ciò che noi abbiamo modo di sperimentare quotidianamente nella realtà concreta.

Quando si parla di pensiero, si parla di Dio, si parla del Divino Io, del dove io sono, mi colloco e produco, in quanto noi stessi siamo in rapporto diretto con la Fonte dell’esistenza e possediamo le sue stesse caratteristiche creative e trasformative.

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Società (art. Le radici)

Le radici società 2

Tra i drammi che agitano l’epoca contemporanea la perdita delle “origini” e delle “radici” ovvero dei legami, lo spaesamento, la solitudine, la vita labile e precaria che si agita sconclusionata costituisce sempre più rilevanza e concretezza, visibile ad occhio nudo nella quotidianità d’ogni giorno. Avere radici vuol dire non esaurire la propria vita nel presente o nell’egoismo di una esistenza autarchica o nella consapevolezza d’una identificazione lontana. Avere radici vuol dire anche, avere un passato e di certo un avvenire, coltivare la vita e non consumarla, amare le proprie origini e stabilirne connessioni. L’atto dello sradicamento evoca in se violenza, cosa che è completamente assente nel radicarsi. Lo sradicamento viene infatti considerato, in nostra epoca, come la più pericolosa delle malattie della “società umana”, perché risulta impossibile imporre l’amore delle radici, a chi non le ha, non le sente o non le riconosce. Eppure se entrassimo più in profondità alla frase appena scritta, ci accorgeremmo che nella storia dell’uomo il richiamo alle radici, paradossalmente ha sempre costituito le premesse per rancori e odi, verso chi non condivide le nostre radici o manifestato intolleranze verso chi non li riconosce. Questo lo si può notare ai giorni nostri, ad esempio per tutte quelle persone (migranti) che fuggono dall’Africa e dal Medio-Oriente alla ricerca d’un rifugio sicuro in Europa. Essi si lasciano alle spalle la loro origini, loro malgrado, per una vita migliore. Per la maggior parte delle volte ciò non accade, ed essi vengon rinchiusi in campi d’identificazione o centri d’accoglienza in stato di semi prigionia e nell’attesa che autorità statali e parastatali decidano sulla loro sorte. Questo potrebbe richiamare il pensiero a vecchi spettri della storia europea. La violenza in se sta nel capovolgere le radici in frutto e poi brandir i rami, violando la loro nascosta profondità. La stessa cosa non è forse accaduta in nome dei diritti umani dell’uguaglianza, della libertà o persino della fede? Oggi viviamo in un tempo di continui “trapianti” , sembrano quasi logici il vivere e lo sradicarsi frequentemente senza curarsi della nostra capacità di “attecchimento”. La cosiddetta globalizzazione, poi, non fa altro che distorcere ed accentuare questa fase di cambiamento nell’uomo moderno, sembra quasi che, se si vuol pensar male, si voglia arrivare ad una popolazione mondiale con pensieri, tradizioni e culture unificate in una e sola. Se così fosse, essa sarebbe punto di congiunzione tra diverse etnie oppure stiamo parlando di pensiero mentale impostato (uomini fotocopia)? Gli ideatori della globalizzazione trovano braccio armato soprattutto nelle multinazionali che hanno l’imperativo di propinarci e venderci ciò che “vogliono” e ai mezzi di massa: radio, giornali, televisori che adulano e plasmano il pensiero a loro piacere. È quasi paradossale che gli artefici della distruzione delle nostre radici, aiutano a ricordarle; specialmente la televisione per mezzo di documentari, film, programmi… Pian piano ci dimenticheremo chi siamo e vivremo giorno per giorno, al momento, senza conoscere il nostro passato. Per vivere bene e per costruirci un futuro, bisogna sapere chi si era, chi si è. Poi è indispensabile avere dei valori in cui credere per i quali vivere, lottare e battersi. Quindi, bisogna sempre chiedersi il perché delle cose e non prendere sempre per buono quello che ci viene detto da altri. Forse senza il richiamo alle radici un “tradizionalista” non riuscirebbe a dirci come sia concretamente costituita la tradizione o l’identità. In fondo le radici sono un simbolo riassuntivo che lega l’uomo alla terra, la vita umana alla natura. Cerchiamo di comprenderne i presupposti: quando un bimbo nasce, la sua sopravvivenza e la sua educazione, perfino la definizione della sua identità, dipendono in toto dalla famiglia di origine e dalla madre in primis. All’inizio nella fase simbiotica, fino allo svezzamento e spesso anche oltre, il bimbo non ha ancora un Io definito e ben distinto da quello materno, spesso si guarda stupito le mani o i piedi, inconsapevole che sono suoi. In questo caso l’appartenenza al nucleo familiare è fonte di sicurezza, protezione, cura, fiducia, possibilità di rilassarsi, trovare nutrimento, apprendere le regole per sopravvivere ed adattarsi all’ambiente ed evitare così i pericoli e il disadattamento. Ma, il processo di individuazione dell’io, di caratterizzazione della propria individualità, di differenziazione e specificazione delle singole potenzialità e talenti, incomincia presto. Il bimbo vuole provare “da solo”, cerca spontaneamente di affermare la propria indipendenza di azione, di scelta e di pensiero. Questo fenomeno necessario e naturale tende a manifestarsi in modo evidente e a volte esasperato nel periodo della pubertà e dell’adolescenza, dove però il bisogno di appartenere spesso si sposta a livello non più familiare ma gruppale o sociale con gli eccessi di trasgressione, ribellione, rifiuto delle autorità, tipiche di questa età, che vanno comprese, aiutate e incanalate in modo costruttivo da chi è vicino. Dopo di che, subentra una ulteriore fase evolutiva di individuazione e di orientamento alla identificazione del sé, nelle sue manifestazioni artistiche, culturali, professionali, morali e affettive. Questo processo di evoluzione e realizzazione del sé, prevede una adeguata capacità di discernimento dei modelli, dei valori e principi familiari e culturali acquisiti, distinguendo in maniera auto centrata quelli ritenuti attualmente o generalmente validi, utili e convenienti a quelli invece limitanti, castranti, condizionanti, auto ed etero distruttivi; secondo il proprio sentire e il proprio livello di coscienza. L’equilibrio fra il vecchio e il nuovo, la saggezza di ciò che è antico e la creatività di ciò che è moderno, innovativo, permette la conservazione della specie e della cultura e l’evoluzione individuale e sociale. Come un albero per crescere, fiorire, fruttificare, evolvere e realizzare il proprio potenziale ha bisogno di un terreno ricco, nutriente e solido dove sviluppare radici potenti e sicure che permettono alle fronde di espandersi, così è per l’uomo. I condizionamenti, la scarsa consapevolezza di sé e del proprio scopo nella vita, la paura dell’ignoto e del cambiamento, il conflitto con le figure parentali o le autorità reali o percepite come tali, oppure eventuali traumi subiti in età precoce, possono causare squilibri in questo delicato rapporto tra appartenere, uniformarsi, ed essere spirito libero di autoaffermazione, indipendenza, di svincolo dai legami. Da questi squilibri nascono profonde problematiche intrapsichiche, caratteriali e comportamentali, di relazione con il sé, le proprie radici (paterne e materne) con le istituzioni, il lavoro. Con i rapporti interpersonali in genere. È bene, in un lavoro interiore, comprendere gli aspetti sani e quelli nevrotici che si hanno in relazione al nostro vivere questi due aspetti dell’essere e riuscire ad integrarli tra loro. Se abbiamo avuto o percepito di aver ricevuto una buona educazione nella nostra infanzia, ci è rimasto impresso nel profondo un senso di positività e di gratitudine nei confronti delle nostre origini, delle nostre radici che è fonte di sicurezza e amore. Ci sentiamo sostenuti, protetti, dall’esperienza di chi ha vissuto ed è sopravvissuto prima di noi. Ma se i modelli educativi e culturali si sono basati su un eccesso di autorità e controllo, scarsa motivazione all’autostima e all’autodeterminazione, anche con strategie iperprotettive o umilianti, la personalità può sviluppare un atteggiamento disturbato della personalità e dei meccanismi di difesa orientati alla dipendenza e all’inibizione del sé. Questo limita la spontaneità, la creatività e l’espressione del proprio potenziale individuale, l’autenticità, le capacità di porsi obiettivi propri indipendenti dalla volontà familiare. Crea un attitudine al controllo, alla contrazione, all’annullamento di sé. La persona s’impigrisce, smette di pensare e di ascoltarsi, ha paura eccessiva di cambiare, soffre disperatamente le perdite e gli abbandoni, tende a sottomettersi passivamente alle richieste degli altri; con diversi livelli di gravità questa risorsa, l’appartenenza, può diventare un problema. Un albero senza radici, non si regge, non ha piedi ben piantati per terra, gli manca sostegno, calore e nutrimento. Il sacrosanto diritto alla propria individuazione e all’espressione libera del sé, non può realmente avvenire in una situazione di rifiuto o assenza di radici comprese, accettate, amate e integrate. Spesso la ribellione e il rifiuto totale delle radici o la sensazione di non averle o comunque di non poterci contare, può portare a tutta un’altra serie di problematiche personali e relazionali. Pur essendo auspicabile nascere in una famiglia e in una cultura rispettosa delle libertà individuali, che ci permetta di sbagliare da soli e di scegliere con autodeterminazione, aiutandoci a imparare l’interdipendenza con gli altri, l’eccesso di queste spinte centrifughe crea uno squilibrio che può portare a: senso di isolamento e di abbandono, egocentrismo, antisocialità auto ed etero-distruttività, dissociazione. Conseguenze di questo stato potrebbero essere le dipendenze da alcool e stupefacenti, ricercando in questi quel calore, quel sostegno, quella pace che non riusciva a vedere e a trovare in casa. Spesso questo eccesso di separazione crea una chiusura di cuore, un senso profondo di distacco, di solitudine, di depressione, sfiducia, difficoltà a creare o a restare dentro a legami affettivi e relazionali duraturi e sani, inaffidabilità, rifiuto delle regole e dell’autorità. Le caratteristiche individuali e temperamentali di noi esseri umani ci possono rendere inclini più ad uno spirito da coloni o da pionieri, da conservatori o da rivoluzionari, da custodi o da inventori e ciò rende varia e meravigliosa la vita, nell’equilibrio continuo e necessario fra l’essere e il divenire. La virtù dello stare nel mezzo, del cercare in modo originale la propria libertà in armonia e con gratitudine per quello che già esiste di buono, è un processo continuo di crescita e adattamento che ci sprona ad integrare il “padre” e la “madre”, lo spirito che discerne e separa con l’amore che fonde ed unisce, alla ricerca dell’unità che ci completa e forgia. Per riuscire nel difficile compito di “essere nel mondo, senza essere del mondo”. Sapendo, allo stesso tempo, stare insieme e da soli.

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