Filosofia (art. La memoria)

La memoria

Immagine memoria

La natura dà immagini involute prima di presentarcele chiare; similmente fa Dio, similmente anche le arti che perseguono un ordine divino e naturale per dignità. Ma se ad alcuni sembra arduo esercitarsi sulle ombre per il sospetto che sia vano attendersi da esse un accesso alla luce, sappiano che tale difetto non deriva dalle ombre; sappiano anche preparare adeguatamente o tenere celato ciò che non si potrebbe cogliere nudo.” (Giordano Bruno)

L’origine delle tecniche e gli studi inerenti alla memoria sono molto antichi e il motivo per cui si è giunti a elaborare strategie sull’argomento in questione costituiscono il riconoscimento del ruolo fondamentale della memoria nell’evoluzione della specie: l’uomo non avrebbe mai potuto arrivare in vetta alla catena alimentare e progredire nel corso dei secoli se non avesse fatto sue tutte le esperienze necessarie a superare le difficoltà, generazione dopo generazione. Ne consegue che la memoria non è solo conoscenza; è anche istinto e esperienza. Nelle antiche società, la cultura veniva tramandata oralmente dagli anziani ai giovani; quando ancora non esisteva la parola scritta o era appannaggio di pochi, l’unico modo per imparare era ascoltare i racconti degli anziani, i saggi, da sempre custodi di ricordi e tradizioni. Il ripetersi delle situazioni, il susseguirsi delle stagioni, la ciclicità dei periodi storici ed economici sono la ragione per cui ricordare un’esperienza precedente aiuta a superare le difficoltà. Fino all’avvento della carta stampata, e alla possibilità diffusa di “leggere la cultura”, l’unica chance per apprendere era dunque “ascoltare la cultura” stessa. Anche le religioni si sono avvalse di questo sistema per catechizzare i seguaci. È per questo motivo che nel corso dei secoli sono nate e si sono affinate le strategie per migliorare il ricordo delle informazioni: perché ricordare significava vivere.

«Egli [Simonide], pertanto, a quanti esercitino questa facoltà dello spirito, consiglia di fissare nel cervello dei luoghi e di disporvi quindi le immagini delle cose che vogliono ricordare. Con questo sistema l’ordine dei luoghi conserverà l’ordine delle idee, le immagini delle cose richiameranno le cose stesse, i luoghi fungeranno da tavolette per scriverci sopra e le immagini serviranno da lettere con cui scrivere.»…«Ben vide Simonide o chiunque ne sia stato l’inventore che le impressioni trasmesse dai nostri sensi rimangono scolpite nelle nostre menti e che di tutti i sensi il più acuto è quello della vista. Per cui dedusse che la memoria conserva molto più facilmente il possesso di quanto si ascolta o si pensa quando le loro sensazioni entrano nel cervello con l’aiuto della vista. In questo modo la rappresentazione con immagini e simboli concretizza le cose astratte ed invisibili con tanta efficacia, che riusciamo quasi a vedere realmente mediante immagini concrete quel che non siano capaci di percepire col pensiero.»(Cicerone)

Nella leggenda di “Simonide di Ceo”, raccontata da Cicerone nel De oratore, egli narra appunto di quest’uomo vissuto tra il VI e il V secolo a.C. che diede un enorme contributo alla comprensione di uno dei meccanismi basilari del funzionamento della memoria. La memoria visiva. Nessuno sa se sia avvenuto davvero, ma si racconta che il poeta fosse stato invitato a un banchetto in occasione dei giochi olimpici affinché recitasse alcune sue opere. Una volta terminata la declamazione, si allontanò dalla sala in cui si svolgeva il banchetto. Così facendo si salvò dall’improvviso crollo del soffitto. Le macerie avevano sepolto la maggior parte degli invitati rendendoli irriconoscibili. Desiderando dare ai propri cari una degna sepoltura, i parenti delle vittime chiesero aiuto al poeta che, ricordando la posizione dei commensali durante il banchetto, riuscì a risalire alla loro identità. Fu così che Simonide notò una relazione tra le immagini e la capacità di ricordare: l’associazione tra i posti a sedere e i visi dei partecipanti era stata la chiave per accedere al ricordo. Una volta capito il meccanismo, era necessario ripetere l’esperimento per verificarne la validità. Successivamente per ricordare altre informazioni, Simonide si servì dello stesso stratagemma, trasformando lo scenario e creando quella che, in seguito, verrà chiamata “tecnica delle stanze”. Questa strategia è talmente efficace che viene tuttora insegnata e applicata.

Ci furono numerosi autori e pensatori che dedicarono i propri sforzi e i propri scritti a tale argomento: Platone fu uno di loro, così come Aristotele, Cicerone, Quintiliano, Lullo e Giordano Bruno, per citarne alcuni.

L’arte della mnemotecnica trovò molti sostenitori fra i greci, che peraltro le fornirono anche un’origine mitica, facendo di Mnemosine la dea della memoria.

La dea memoria dà a poeti e saggi la capacità di tramandare il passato, e conferisce una forma di immortalità agli uomini le cui gesta vengono ricordate.

Supponi che vi sia nella nostra anima una cera impressionabile, in alcuni più abbondante, in altri meno, più pura negli uni, più impura negli altri… È un dono, diciamo, della madre delle Muse, Mnemosine: tutto ciò che desideriamo conservare nella memoria di ciò che abbiamo udito, visto o concepito si imprime su questa cera che noi presentiamo alle sensazioni o alle concezioni. E di ciò che si imprime noi ne conserviamo memoria e scienza finchè ne dura l’immagine”. (Platone)

Vi furono molti contrasti e diatribe sull’argomento della memoria e della reminiscenza nella tradizione filosofica nell’antica Grecia, soprattutto tra lo stesso Platone e Aristotele. Platone afferma che ogni sapere è reminiscenza. Vale a dire che ogni cosa che sappiamo è il ricordo di ciò che abbiamo appreso in un’altra vita, in un altro mondo, precedente a questo. Anche nella filosofia di Aristotele la memoria occupa una parte rilevante, ma in un’ottica completamente diversa. Aristotele, infatti, si occupa della memoria come di una facoltà della mente umana e opera una distinzione, poi divenuta classica per tutto il Medioevo e per una larga parte dell’età moderna, tra memoria e reminiscenza. Forse le diatribe tra i due più che la memoria, riguardarono punti di vista opposti sul concetto di vita stessa e sui loro caratteri completamente discordanti ed agli opposti. Aristotele entra nella scuola di Platone all’età di 16 anni, nel 366 a.C. Grazie alle sue elevate doti d’apprendimento, ben presto cominciò a lavorare tenendo corsi, probabilmente di retorica. Comunque la vita marciana racconta che il giovane Aristotele non frequentava, o spesso si assentava dalle lezioni in Accademia; bigiava, stava a casa a studiare, stava a casa a leggere invece di presentarsi all’Accademia e partecipare ai dibattiti orali che si svolgevano lì dentro. Platone era molto infastidito da questa abitudine di Aristotele e pare che gridasse ad alta voce:“oggi manca la mente!” o nous (l’intelletto). La cosa non piaceva a Platone a tal punto che piuttosto che fare lezione senza Aristotele, diceva; ”beh, andiamo a casa sua!” Prendeva baracca e burattini ed andava da Aristotele che stava a casa a leggere libri. Emerge chiaramente come questo modo di fare di Aristotele fosse proprio il contrario di quello di Platone. Platone preferiva l’oralità, la discussione, il confronto tra le persone, il dialogo. Aristotele disprezza il dialogo e dice: “cosa vengo a fare, a sentire le vostre chiacchiere? sto a casa a leggere libri.” Perché Aristotele non pensava come Platone che ci fosse una realtà nascosta da recuperare con la memoria, ma al contrario affermava che quello che c’è da vedere è lì davanti; il mondo è tutto qua, non c’è altro e quello che ci lega è uguale per tutti. Dunque se c’è difetto di conoscenza, questo difetto dipende evidentemente da noi. Da qui si inaugura una prospettiva che non risale più all’indietro, ma va avanti. Quindi, se per Platone recuperare la conoscenza, conquistare la conoscenza è ricordare, dice nella dottrina della reminiscenza, è risalire all’indietro, ai ricordi, a quello che l’anima ha visto prima di nascere, perché quello che c’è da sapere è dietro, per Aristotele invece è davanti, cioè dietro non ho niente, tutto quello che c’è è qui. Siccome il difetto è mio, se non conosco bene la realtà che ho qui davanti, quello che posso fare, che sono in grado di fare, è perfezionare i miei metodi di conoscenza, è acquistare progressivamente una conoscenza della realtà che non ha ostacoli strutturali, che non ha niente dietro, niente di diverso. Un medico che non abbia mai studiato medicina , ma che sia esperto (avendo già curato o operato) è di sicuro meglio di un medico che abbia studiato tutto ma che non abbia mai avuto esperienze di intervento. Il medico con scienza ed esperienza risulta a sua volta essere il migliore di tutti. Aristotele dice anche: non è che gli animali siano senza memoria, hanno una memoria corta, cortissima, non sufficiente a produrre il concetto universale, e gli uomini invece si. Quegli animali in cui non si produce tale persistenza (di memoria), mancano o totalmente, o rispetto agli oggetti la cui percezione non lascia in essi alcuna traccia, di qualsiasi conoscenza al di fuori della sensazione. Conoscono solo la sensazione: caldo, freddo, bianco, nero, non di colore, o il colore bianco. Altri animali, invece, possono, dopo che la sensazione è cessata, conservare ancora qualcosa nell’anima, quando poi, questo è il punto chiave, si siano prodotte molte impressioni persistenti di questa natura, si presenta una certa differenziazione. Nella “Metafisica” Aristotele argomenta che l’uomo per sua inclinazione naturale aspira alla conoscenza e traccia dunque una scala gerarchica della conoscenza. Al gradino più basso troviamo la SENSAZIONE : ricordiamoci che Aristotele ha della conoscenza una concezione empiristica: la mente umana prima delle sensazioni è una “tabula rasa” (una tavola incerata schiacciata e rinnovata): prima dell’esperienza sensuale non c’è nulla (a differenza di quanto diceva Platone, che era un innatista); in Aristotele c’è un rifiuto radicale della concezione innatistica : la conoscenza ci deriva interamente dall’esperienza sensuale. Per Platone l’esperienza sensuale c’era , ma era una concausa: era infatti semplicemente un modo per realizzare la reminiscenza . L’opposizione Platone – Aristotele è davvero forte è come se questi due grandi filosofi avessero tracciato i due modelli per filosofare. Le sensazioni sono quelle che l’uomo ha in comune con gli animali: per Aristotele ci sono due tipi diversi di anime: un tipo, più complesso, ed un altro, più semplice. L’anima dei vegetali, per esempio, non prova sensazioni, mentre quella dell’uomo e dell’animale prova sensazioni: è proprio il poter provare sensazioni che funge da punto di partenza per la conoscenza. Aristotele attribuisce grande importanza all’udito (organo con cui si possono ascoltare i discorsi: malgrado non amasse l’oralità. Però l’organo di gran lunga più importante secondo lui, era la vista perché più di ogni altro consente di distinguere gli oggetti: non a caso conoscere significa proprio distinguere cioè definire ad un livello empirico la prima separazione è la distinzione degli oggetti sensibili . Però il grosso limite della sensazione è che fa cogliere solo il fatto, il che (in greco l'”oti”) e non il perché (il “dioti”): per arrivare al perché bisogna seguire un lungo percorso. Al secondo gradino Aristotele mette la MEMORIA : l’intelligenza si può sviluppare se accanto alla sensazione c’è la memoria: gli animali non riescono a conservare la singola esperienza e così non hanno intelligenza. La memoria consiste proprio nel conservare le singole esperienze, nel ricordare le sensazioni. Al terzo gradino Aristotele pone l’ESPERIENZA: essa non è la singola sensazione, bensì l’accumularsi di sensazioni grazie alla memoria. Se si ha avuto a che fare con malattie e cure, si avrà una generalizzazione e si saprà come agire nel caso si ripresentino. Per poter passare questi tre gradini (sensazione, memoria, esperienza) e per una conoscenza profonda ed universale al di sopra di ogni tecnica o studio settoriale e limitante secondo Aristotele, vi è una forma di conoscenza che ha di mira soltanto se stessa: il sapere per il sapere, ossia la conoscenza disinteressata, libera da vincoli, non subordinata a fini esterni ad essa . Questa è la “sophia”, il sapere più sublime a cui mira la filosofia. Così Aristotele ha definitivamente staccato l’idea del sapere da come era in passato , dove il sapere veniva visto come legato e funzionale all’agire e al produrre. Per poter accedere a questo sapere “supremo” occorre quella che in greco era detta “scholè”, ossia l “otium” latino , il tempo libero da ogni attività lavorativa o pubblica per liberare la mente da meccanismi meccanici. Dunque se è vero che tutti gli uomini per inclinazione naturale aspirano al sapere, è altrettanto vero che solo i filosofi realizzano in senso pieno questo fine iscritto nella natura dell’uomo. Platone diversamente per dar forza alla sua tesi fa una netta distinzione tra memoria e reminiscenza. La memoria è quel fenomeno per cui ci vengono in mente cose del passato, la reminiscenza è quando cerchiamo nel passato di riafferrare un pezzo che è scomparso. Quindi, la reminiscenza ha un aspetto di consapevolezza che nella memoria è in qualche modo assente. Tale dottrina si rifà alla credenza religiosa della metempsicosi propria dell’orfismo e del pitagorismo secondo cui quando il corpo muore l’anima, essendo immortale, trasmigra in un altro corpo. Platone sfrutta tale mito fondendolo con l’assunto fondamentale che esistano delle idee che hanno caratteristiche opposte agli enti fenomenici: sono incorruttibili, ingenerate, eterne e immutabili. Queste Idee albergano nell’iperurario, mondo soprasensibile e che è parzialmente visibile alle anime una volta slegate dai loro corpi.

L’universale si costruisce progressivamente attraverso l’esperienza reiterata; un pò quello che, fu il contrasto tra Hume e Kant nel secolo XVIII. Hume sosteneva che certi concetti, considerati a priori da Kant, si sviluppano sulla base dell’abitudine, dell’impressione, della reiterata impressione; invece Kant dice: no!, sono condizioni, sono possibilità dell’esperienza. Facciamo l’esempio della causalità. Essi presero ad esempio esplicativo le palle da biliardo. Secondo Hume, il fatto che una palla da biliardo muova l’altra non dipende dal concetto a priori di causa, ma dal fatto che noi, vedendo sempre questa cosa prodursi uguale, alla fine pensiamo che anche la prossima volta capiti così. E sorge il mito della causalità. Kant ragiona al contrario: c’è prima come condizione la possibilità, perché una singola esperienza possa apparirmi così, l’azione, la funzione, possiamo dire, del concetto universale. Platone la pensa uguale.

Ma ora trasferiamoci dall’antica Grecia al centro dell’impero romano. Nonostante l’impero non amasse la filosofia, anche loro si avvalsero dell’arte della memoria di strategie per migliorarne l’efficacia, utilizzandole particolarmente nell’ambito delle orazioni, di cui Cicerone fu il maestro. Esponente di un’agiata famiglia dell’ordine equestre, Cicerone fu un celebre filosofo, avvocato e scrittore latino, nonché uomo politico dell’ultimo periodo della Repubblica. La “tecnica dei loci” o tecnica delle stanze, trae origine proprio da questo eccelso oratore, del quale tutti conoscono le grandi capacità retoriche. Egli scomponeva il discorso in parole chiave e parole concetto che gli permettessero di parlare dell’argomento desiderato e associava queste parole, nell’ordine desiderato, alle stanze di una casa o di un palazzo che conosceva bene, in modo creativo e insolito. Durante l’orazione egli immaginava di percorrere le stanze di quel palazzo o di quella casa, e questo faceva sì che le parole concetto del suo discorso gli venissero in mente nella sequenza desiderata. È da questo metodo di memorizzazione che derivano le locuzioni italiane “in primo luogo”, “in secondo luogo” e così via. Le due arti più diffuse al tempo di Cicerone era la retorica e l’oratoria. La grande complessità della sola struttura di un discorso e delle modalità di esposizione, richiedevano l’applicazione di strategie specifiche, oltre che naturalmente di grande personalità e pratica. Non c’è da stupirsi se si è ritenuto importante utilizzare tecniche che permettessero di migliorare le proprie performance mnemoniche nel campo dell’oratoria. Nell’opera De Oratore, Cicerone mette in evidenza la capacità di ricordare in modo più efficace gli avvenimenti che abbiano un forte impatto sui sensi: vista, olfatto, tatto, gusto e udito. Le sensazioni e le emozioni sono il miglior metodo per fissare nella mente ogni tipo di informazione, sia volontariamente che involontariamente. Cicerone utilizzò questi principi a proprio vantaggio, creando una tecnica che potesse essere applicata per ricordare la “scaletta” del discorso. Cicerone, così come molti altri, sottolineava l’importanza della memoria come fonte di possibilità; conoscere e comprendere sono elementi fondamentali per aumentare le prospettive di percezione della realtà. La diversa prospettiva è ciò che ha reso tali alcune grandi menti del passato. Stessi concetti furono esposti da Quintiliano nella sua celebre Institutio Oratoria. Essa si fondò sulla convinzione della prevalenza della memoria visiva rispetto a quella concettuale, l’arte della memoria degli antichi si proponeva di rafforzare la facoltà immaginativa di coloro che iniziavano ad apprenderla. Lo studente doveva cominciare ad imprimersi nella memoria alcune immagini familiari, per passare in seguito a edifici e luoghi non noti, come piazze e cattedrali. Gradatamente queste costruzioni erano riempite di particolari definiti, come stanze, statue o finestre, e ad ognuno di essi lo studente associava un ricordo od un concetto preciso. In questo modo, colui che faceva lo sforzo di tenere insieme questa segreta architettura mentale, aveva a disposizione una mappa formidabile per ordinare la rete di nozioni e ricordi racchiusa nella sua mente.

Passiamo ora all’uomo che più di tutti concettualizzò il tema dell’arte della memoria e le tecniche ad essa connesse. Giordano Bruno. Filippo Bruno, noto con il nome di Giordano Bruno (1548-1600), fu un filosofo, scrittore e frate domenicano del XVI secolo il cui pensiero ruotava intorno a un’unica idea: l’infinito, inteso come l’universo infinito, effetto di un Dio infinito, fatto di infiniti mondi, da amare infinitamente.

«Io dico Dio tutto Infinito, perché da sé esclude ogni termine ed ogni suo attributo è uno e infinito; e dico Dio totalmente infinito, perché lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente: al contrario dell’infinità de l’universo, la quale è totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur, referendosi all’infinito, possono esse chiamate parti) che noi possiamo comprendere in quello» (Giordano Bruno, De infinito, universo e mondi)

Per queste argomentazioni, come quella sull’arianesimo «Ario diceva che il Verbo non era creatore né creatura, ma medio intra il creatore e la creatura, come il verbo è mezzo intra il dicente ed il detto, e però essere detto primogenito avanti tutte le creature, non dal quale ma per il quale è stato creato ogni cosa, non al quale ma per il quale si refferisce e ritorna ogni cosa all’ultimo fine, che è il Padre, essagerandomi sopra questo. Per il che fui tolto in suspetto e processato, tra le altre cose, forsi de questo ancora» e per le sue convinzioni sulla Sacra Scrittura, sulla Trinità e sul Cristianesimo, Giordano Bruno, già scomunicato, fu incarcerato, giudicato eretico e quindi condannato al rogo dall’Inquisizione della Chiesa cattolica. Fu arso vivo a piazza Campo dè Fiori il 17 febbraio 1600, durante il pontificato di Clemente VIII.

Bruno si dedicò fin da giovanissimo allo studio dell’arte della memoria, influenzato probabilmente dalla lettura del trattato Phoenix seu artificiosa memoria, del 1492, di Pietro Tommai, chiamato anche Pietro Ravennate, ma anche e soprattutto dalle opere di Raimondo Lullo. La filosofia di Lullo pone al centro della realtà gli attributi divini, potenze mediatrici tra le cose sensibili e la divinità creatrice. Tali attributi sono le cause prime del mondo sensibile, e imprimono negli enti il loro influsso e l’impronta della loro realtà perfetta. Esse sono le tre facoltà: intelletto, memoria e volontà che informano la realtà in numero di nove. Nove sono gli attributi divini, che chiama dignitates, su delle figure geometriche, le rotae, che possono essere cerchi, quadrati o triangoli. Ogni principio divino è contrassegnato da una lettera, la quale funziona da termine di un rapporto combinatorio che aspira ad avere lo stesso carattere di certezza proprio dei procedimenti astratti e universali. Ogni rotazione delle figure geometriche definisce infatti un particolare rapporto nell’intreccio di forze che manifesta il mondo. Sull’impalcatura delle rotae e delle dignità divine, Lullo edifica quindi un’algebra universale che pretende di riscoprire le verità rivelate dalle religioni e i legami che strutturano il cosmo. Dopo Lullo, prosegue la produzione di testi che riguardano l’arte della memoria, a fini retorici. Giordano Bruno intende perfezionare la macchina combinatoria lulliana, al fine di costruire un’arte mnemotecnica che dalle cose sensibili, attraverso la mediazione necessaria degli attributi divini, possa giungere a conoscere la Divinità. Le opere nelle quali il filosofo Nolano chiarifica maggiormente la sua rilettura della mnemotecnica sono il De umbris idearum, stampato a Parigi nel 1582 e dedicato a Enrico III di Francia, che intendeva apprendere da Bruno stesso l’arte della memoria, Il Cantus Circaeus, edito nello stesso anno, il Lampas triginta statuarum ed il De imaginum compositione.

Il re Enrico terzo mi fece chiamare un giorno ricercandomi se la memoria che avevo e che professavo era naturale o pur magica; al quale diedi soddisfazione; e con quello che gli dissi e che feci provare a lui medesimo conobbe che non era per arte magica ma per scienzia. E dopo questo feci stampare un libro de memoria, sotto titolo De Umbris Idearum, il quale dedicai a sua maestà; e con questa occasione mi fece lettor straordinario e provisionato…” (Dichiarazione di Giordano Bruno agli inquisitori veneziani)

Cosa differenzia profondamente Bruno dal sistema di Lullo è il vivo confronto del filosofo di Nola con l’ermetismo rinascimentale, del quale apprende, pur nell’ottica del suo pensiero, l’impianto magico. Si può infatti affermare che con Bruno l’arte della memoria rinascimentale compia la sua metamorfosi definitiva per diventare applicazione par excellence dell’arte magica. Ma vediamo nel dettaglio alcune opere di Bruno.

De umbris idearum

Il volume comprende due testi, il De umbris idearum propriamente detto, e l’Ars memoriae. Nelle intenzioni dell’autore, il volume, di argomento mnemotecnico, è distinto così in una parte di carattere teorico e in una di carattere pratico. Nel De Umbris si susseguono elenchi di 150 immagini, suddivise in gruppi di 30, destinate per la collocazione su cerchi concentrici mobili: sono immagini dello zodiaco, dei pianeti con le loro divinità e influenze, delle posizioni lunari e delle case dell’oroscopo con tutte le ulteriori divisioni. Si tratta di immagini magiche. Secondo il pensiero ermetico, che Bruno seguiva con entusiasmo, uno dei modi per operare nel mondo celeste è quello di ricorrere alla magia delle immagini talismaniche delle stelle. Per Bruno l’universo è un corpo unico, organicamente formato, con un preciso ordine che struttura ogni singola cosa e la connette con tutte le altre. Fondamento di quest’ordine sono le idee, principi eterni e immutabili presenti totalmente e simultaneamente nella mente divina, ma queste idee vengono ombrate e si separano nell’atto di volerle intendere. Nel cosmo ogni singolo ente è dunque imitazione, immagine, ombra della realtà ideale che la regge. Rispecchiando in sé stessa la struttura dell’universo, la mente umana, che ha in sé non le idee ma le ombre delle idee, può raggiungere la vera conoscenza, ossia le idee e il nesso che connette ogni cosa con tutte le altre, al di là della molteplicità degli elementi particolari e del loro mutare nel tempo. Si tratta allora di cercare di ottenere un metodo conoscitivo che colga la complessità del reale, fino alla struttura ideale che sostiene il tutto. Tale mezzo si fonda sull’arte della memoria, il cui compito è di evitare la confusione generata dalla molteplicità delle immagini e di connettere le immagini delle cose con i concetti, rappresentando simbolicamente tutto il reale.

Ars memoriae

Nel pensiero del filosofo, l’arte della memoria opera nel medesimo mondo delle ombre delle idee, presentandosi come emulatrice della natura. Se dalle idee prendono forma le cose del mondo in quanto le idee contengono le immagini di ogni cosa, e ai nostri sensi le cose si manifestano come ombre di quelle, allora tramite l’immaginazione stessa sarà possibile ripercorrere il cammino inverso, risalire cioè dalle ombre alle idee, dall’uomo a Dio: l’arte della memoria non è più un ausilio della retorica, ma un mezzo per ri-creare il mondo. È dunque un processo visionario e non un metodo razionale quello che Bruno propone.
A similitudine di ogni altra arte, quella della memoria ha bisogno di sostrati (i
subiecta), cioè “spazi” dell’immaginazione atti ad accogliere i simboli adatti (gli adiecta) tramite uno strumento opportuno. Con questi presupposti, l’autore costruisce un sistema che associa alle lettere dell’alfabeto immagini proprie della mitologia, in modo da rendere possibile la codifica di vocaboli e concetti secondo una particolare successione di immagini. Le lettere possono essere visualizzate su diagrammi circolari, o “ruote mnemoniche”, che girando e innestandosi l’una dentro l’altra, forniscono strumenti via via più potenti.

Cantus Circaeus

Quest’opera è composta da due dialoghi. Protagonista del primo è la maga Circe che risentita dal constatare che gli umani si comportino come animali, opera un incantesimo trasformando gli uomini in bestie, mettendo così in luce la loro autentica natura. Nel secondo dialogo Bruno, dando voce a uno dei due protagonisti, Borista, riprende l’arte della memoria mostrando come memorizzare il dialogo precedente: al testo si fa corrispondere uno scenario che viene via via suddiviso in un maggior numero di spazi e i vari oggetti lì contenuti sono le immagini relative ai concetti espressi nello scritto. Il Cantus resta dunque un trattato di mnemotecnica nel quale però il filosofo già lascia intravedere tematiche morali che saranno ampiamente riprese in opere successive, soprattutto nello Spaccio de la bestia trionfante.

Sigillus sigillorum

Opera considerata di argomento mnemotecnico, il Sigillus, in lingua latina, è una concisa trattazione teorica nella quale il filosofo introduce tematiche decisive nel suo pensiero, quali l’unità dei processi cognitivi; l’amore come legame universale; l’unicità e infinità di una forma universale che si esplica nelle infinite figure della materia, e il “furore” nel senso di slancio verso il divino, argomenti che saranno di lì a poco sviluppati a fondo nei successivi dialoghi italiani. È presentato inoltre in quest’opera fondamentale un altro dei temi nucleari del pensiero di Bruno: la magia come guida e strumento di conoscenza e azione, argomento che egli amplierà nelle cosiddette opere magiche.

Diamo ora un rapido sguardo a coloro che nel nostro tempo contemporaneo si sono occupati di memoria.

Henri-Louis Bergson (1859-1941) è stato un filosofo francese. Di memoria egli parlò nel “Matière et Memoire”. Questa opera, in quattro capitoli, piuttosto difficile ma brillante, investiga la funzione del cervello, intraprende una analisi della percezione e della memoria, portando a una attenta considerazione dei problemi sulla relazione tra corpo e mente. Insiste sul valore pratico della scienza; pur permanendo una antitesi fra interiorità ed esteriorità, la coscienza e il mondo sono legati l’una all’altro. Il tentativo di Bergson di andare oltre sia il realismo sia l’idealismo si concretizza nella definizione della percezione come di una forma di coscienza inglobante sia il soggettivo che l’oggettivo. L’immagine si pone come saldatura fra la materia e la memoria. Il criterio pragmatico dell’utilità è responsabile dell’evocazione di un determinato ricordo, che non è mai puro ma è “impregnato” di percezione. Il dualismo fra percezione estensiva e ricordo spirituale si risolve nell’ultimo capitolo in una metafisica dei differenti livelli di realtà, che è la teoria della percezione secondo la contrazione a differenti ritmi di durata dell’universo. Bergson approda dunque ad una concezione vibratoria e ondulatoria della materia in evidente contiguità con gli esiti della fisica del tempo, che viene poi contratta dalla nostra memoria in chiave pragmatica. Un’altra conclusione importante concerne la vita spirituale che trascende i limiti del corpo e quindi, conseguentemente, della percezione e dell’azione, vincolate esse stesse al corpo. L’opera “Matière et Memoire” verrà in seguito bandita e posta nell’indice dei libri proibiti (Decreto del 1º giugno 1914), insieme ad altre opere di Bergson, dalla Chiesa cattolica.

Tony Buzan (1942) è uno psicologo inglese, conosciuto come autore di manuali su tecniche di apprendimento e di memorizzazione che hanno conosciuto un’ampia diffusione. Ha scritto numerosi libri sull’apprendimento, il cervello e la memoria, e si è occupato in particolare delle mappe mentali. Su di esse, ha scritto numerosi libri e ha sviluppato un software con il quale poterle creare al computer, rendendole in questo modo uno strumento di pubblico dominio. È il fondatore del «Campionato mondiale della memoria», in cui centinaia di “atleti della memoria”, provenienti da tutto il mondo, si sfidano in dieci diverse “discipline” di memorizzazione.

Sergej V. Seresevskij giornalista russo, parleremo di lui non da pensatore, ma da utilizzatore di mnemotecniche. I livelli raggiunti da Seresevskij hanno dell’incredibile. Difatti, nonostante ricevesse spesso dettagliate informazioni sui proprio compiti e pur non prendendo mai appunti, portava sempre a termine i suoi incarichi con grande precisione. Inoltre era in grado di ricordare parola per parola conversazioni avvenute molto tempo prima, e addirittura una formula molto complessa e senza alcun senso, a distanza di 15 anni! Il suo responsabile, accortosi di ciò, lo accompagnò da uno specialista che lo sottopose a innumerevoli esperimenti di difficoltà sempre crescente, fino a che non svelò la fonte di tali capacità, ovvero la sua inclinazione a tradurre, in tempi brevissimi, ogni cosa in immagine; ciò gli permetteva di ricordare con estrema precisione qualsiasi particolare. Questa sua dote toccò i limiti del patologico. Il suo unico problema era opposto a quello della maggior parte delle persone: aveva difficoltà a dimenticare, la sua mente era colma di informazioni, a volte inutili, che non riusciva a eliminare. A questo pose rimedio immaginando una lavagna su cui scrivere le informazioni da “dismettere” che poi venivano fisicamente cancellate, sempre nella sua mente. Dopo avere “scoperto” queste sue doti, Seresevskij divenne mnemonista di professione e come tale ebbe grande successo.

La memoria è parte fondativa di ciò che si è ed è ciò su cui si basano le persone a voi vicine per esprimere giudizi su di voi. La memoria ed il ricordo, costituiscono la conoscenza personale anche se non sentimentale ed intima. Il sentimento è legato invece e principalmente alla propria sfera più emozionale e personale. L’introduzione della carta stampata ha provocato un enorme cambiamento nel mondo della memoria; tutto ciò che fino a quel momento era custodito nella mente di pochi, era ormai alla portata di tutti. Come però già temeva Cicerone, la mancata necessità di “ricordare” può portare al disuso della mente e alla diminuzione della capacità di ricordare. Attori, studenti, dottori, giuristi, sono solo alcuni esempi di persone che, ad oggi, si appoggiano alle tecniche di memoria; la sempre crescente mole di informazioni da apprendere come la sempre presente competizione professionale e personale fra gli individui sono solo un paio di esempi del perché siano necessarie. Le metodologie di apprendimento rapido sono solo un semplice mezzo per riappropriarsi delle naturali capacità umane.

Tercespot Navi

Letteratura (art. Le ombre delle idee – Giordano Bruno)

Le ombre delle idee (Giordano Bruno)

Immagine bruno

A ENRICO TERZO, SERENISSIMO RE

dei Francesi e dei Polacchi, eccetera.

DICHIARAZIONE.

Ombra profonda siamo; non tormentateci, o inetti.

Non voi richiede un’opera così seria, ma i dotti.

PARIGI

Presso Egidio Gorbino,

all’insegna della Speranza,

dalla regione del ginnasio Cameracense.

1582

CON PRIVILEGIO DEL RE.

FILOTEO GIORDANO BRUNO NOLANO AL LETTORE AMICO E ZELANTE.

 

E’ in alto posto

di Diana in Chio il volto,

che triste sembra a chi nel tempio entra,

allegro a chi ne esce.

Anche la lettera di Pitagora,

eseguita con bicorne linea,

a chi mostra il truce aspetto del destro sentiero,

offre un’ottima fine.

Dell’ombre, che dalle profonde

tenebre emersero,

alfin diventeran graditi, ora più aspri,

e il volto e la lettera.

 

A ENRICO TERZO SERENISSIMO RE DEI FRANCESI E DEI POLACCHI, ECCETERA

Filoteo Giordano Bruno Nolano.

A sue spese.

Chi ignora, o santissima Maestà, che i doni importanti sono riservati ai personaggi importanti, quelli più importanti ai più importanti, e quelli importantissimi ai massimi personaggi? Nessuno perciò dubiti perché quest’opera, degna di essere annoverata tra le più grandi sia per la nobiltà del soggetto che tratta, sia per la singolarità dell’invenzione su cui si fonda, sia per la serietà della dimostrazione con la quale è comunicata, sia stata dedicata a te, egregia meraviglia dei popoli, ragguardevolissimo per il valore dell’animo prestante, celeberrimo per l’altezza del sublime ingegno, e perciò illustrissimo, magnanimo e degnissimo del giusto ossequio di tutti i dotti. E’ proprio di te, poiché sembri eminentemente generoso, potente e saggio, accogliere quest’opera con animo cortese, proteggerla con grande favore ed esaminarla con maturità di giudizio.

STA BENE.

MERLINO ARTISTA.

Un tale ha dipinto galli domestici,

che, poiché non è del tutto inesperto,

affinché non possano essere sorpresi più gravemente

i tratti inetti, da inetto artista,

ha ordinato a servitorelli e compagnelli,

di cacciar lontano i polli naturali.

Non ignorando ciò, dovrai temere,

mentre tu, vero gallo, ti avvicini ai dipinti

che fan meravigliare gli orecchiuti, che,

cacciato da un servo importuno, te ne dolga.

 

MERLINO AL GIUDICE SOBRIO.

C’è un fiume nella Frigia detto Gallo

che, se ne bevi poco,

guarisce i mali fisici.

Se assorbirai insobriamente, t’assorbirà

al punto che l’animo caccerai

e una seconda volta non berrai.

Così pure le lettere di saggezza, poco toccate,

giovano alla vita civile,

e danno grandissimo diletto.

Se troppo ne ingurgiti, ti turberanno,

e alla pazzia ti condurranno

o alla rovinosa gloria.

Perciò, essendo stato finora prudente,

per non incorrere in così gran danno,

con l’approvazione dei maestri

Soltanto ti è piaciuto la saggezza assaggiare,

solo con le labbra gustare

e con le nari annusare.

Perciò dichiaro che tu bene non fai,

mentre da giudice qui ti affretti

per scrollare le orecchie di Mida.

 

MERLINO AL GIUDICE IDONEO.

C’è un motivo per cui il cane s’è avvicinato per arare,

per cui il Cammello vuol salire alle stelle, per cui,

trascinandolo la rana, il sorcio passa a nuoto il fiume,

per cui i pigri asini corrono a cacciare,

per cui il cuculo tenta di catturare i lupi, c’è un motivo per

cui i porci bramano volare:

è qualcosa di sconveniente per natura.

Non è invece di Organete questo difetto dell’arte,

o quando invita a scavare

sia a pescare

sia a trascorrere l’aria con le penne adatte,

o quando insegna a cacciare e uccellare.

Se voi vi sentite abili scavatori,

e per nulla inadatti a volare,

a pescare, cacciare e uccellare,

e perciò quindi non ci sono lamenti,

sarò d’accordo con voi, se concordate che

siete entrati nel labirinto senza filo.

 

FILOTEO GIORDANO BRUNO NOLANO

Preliminare dialogo apologetico in difesa delle ombre delle idee per la sua invenzione della memoria.

INTERLOCUTORI : ERMES. FILOTIMO. LOGIFERO.

ERMES.- Continua liberamente; infatti sai bene che il sole è lo stesso e l’arte è la stessa. Lo stesso sole innalza all’onore le gesta dell’uno, conduce al biasimo le azioni del l’altro. Per la sua presenza si rattristano i barbagianni notturni, il rospo, il basilisco, il gufo, esseri solitari, notturni e sacri a Plutone, invece smaniano il gallo, la fenice, il cigno, l’oca, l’aquila, la lince, l’ariete e il leone. Al suo stesso sorgere quelli che operano nelle tenebre si raccolgono nelle tane, ma l’uomo e gli animali diurni escono per la loro opera . Invita questi al lavoro, spinge quelli nell’ozio. Al sole si volgono il lupino e l’elitropia, ma da esso si ritirano le erbe e i fiori della notte. Innalza i vapori rarefatti sotto forma di nuvola, invece rovescia a terra i vapori condensati in acqua. Ad alcuni distribuisce una luce perenne e continua, ad altri vicissitudinale. L’intelletto che non erra insegna che esso sta fermo, ma il senso fallace induce a credere che si muove. Questo sorge per questa parte esposta della terra ruotante, nello stesso tempo tramonta per quella posta agli antipodi. Il medesimo apparentemente gira intorno ai circoli che dicono artici attraverso le differenze di quello destro e sinistro, ma a molti altri sembra percorrere un arco che passa al di sopra e al di sotto. Questo appare più grande alla terra che occupa il punto più alto del suo giro, ma appare più piccolo a quella regione che occupa il punto più basso (proprio perché è più distante da esso). In alcune parti dei semicerchi viene a mancare lentamente, ma in altre velocemente. Questo risulta più boreale per la terra che si protende verso l’Austro, ma più australe per la terra che volge verso Borea. Per coloro che hanno l’orizzonte retto riceve una latitudine in misure uguali da una parte e dall’altra; ma disuguali per coloro che lo hanno obliquo. Il medesimo distribuisce le tenebre, perennemente commisurate alla luce, agli abitanti della regione posta tra i due paralleli medi di questa mole; agli altri invece in un determinato tempo. Nel caso che la divina terra, che ci alimenta con la sua crosta, gli mostri la nostra fronte, otterrà per noi i suoi raggi obliqui; retti invece per coloro di cui gli avrà sottoposto la sommità della testa. Alcuni pianeti (che molti pensano siano animati e Dèi secondari sotto l’egida di un solo capo), avvicinàti appunto al sole, ricevono sempre la luce dall’auge o dall’apogeo (così lo chiamano); invece, gli altri; perché l’hanno di fronte, la ricevono piuttosto a medie (come le chiamano) latitudini e intervalli. Quando la luna (che moltissimi tra i filosofi pensano sia un’altra terra) nel suo emisfero rivolto al sole riceve la libera luce di tutto quel medesimo, allora la terra, triste per l’interposizione di quel globo, mostra all’emisfero opposto della luna la faccia ombrata in direzione del sole. Perciò il sole, che resta e permane sempre uno e identico si presenta diverso di volta in volta a alcuni e a altri, dato che sono disposti chi in un modo chi in un altro. Non diversamente potremmo credere che questa arte solare sarà di volta in volta diversa per gli uni e per gli altri.

FILOTIMO. – Per quale motivo, o Ermes, parli fra te? Qual è mai il libello che hai tra le mani?

ERMES. – E’ il libro “Le ombre delle idee”, raccolte per una scrittura interna; sono incerto se debba essere pubblicato oppure continuare a rimanere nelle stesse tenebre in cui un tempo è stato nascosto.

FILOTIMO. – Perché mai?

ERMES. – Perché (come dicono) il suo autore si porta nel segno in cui volgono insieme i Sagittari armati non di un sol genere.

FILOTIMO. – Se in verità tutti dovessero temere e evitare ciò, nessuno mai avrebbe tentato opere degne e niente di buono e di egregio si sarebbe mai realizzato. La provvidenza degli Dèi (lo dissero i Sacerdoti egiziani) non smette di mandare agli uomini alcuni Mercuri in certi tempi stabiliti, benché sappiano in anticipo che questi non saranno accolti per niente o saranno male accolti. Né l’intelletto, come anche questo sole sensibile, cessa d’illuminare continuamente per il motivo che né sempre né tutti ce ne accorgiamo.

LOGIFERO. – Io sarei facilmente d’accordo con quegli stessi che pensassero che le cose di tal genere non devono essere affatto divulgate: sento che Filotimo ha dubbi a questo proposito; però se avesse ascoltato con le sue orecchie quelle cose che abbiamo sentito noi, certamente le getterebbe sul fuoco per bruciarle, anziché farle pubblicare. Infatti queste fin qui hanno recato al loro maestro una messe non propizia; ora ignoro cosa mai si possa sperare per il futuro; infatti, tranne pochissimi che già da sé possono capire queste cose, per niente potranno dare un giudizio obiettivo sul le cose stesse.

FILOTIMO. – Senti cosa dice costui?

ERMES.- Sento; ma perché io senta di più, discutete tra voi.

FILOTIMO.- Quindi discetterò con te, o Logifero, e per prima cosa direi questo: il tuo discorso non è di nessuna persuasione, tanto che il vigore del tuo ragionamento non valga anzi a confermare l’opinione contraria. Infatti quei pochi che avranno compreso questa tua invenzione (e tra questi siamo io e Ermes) la esalteranno con non piccole lodi; ma coloro che non capiranno minimamente il discorso, non potranno né lodarla né biasimarla.

LOGIFERO. – Tu dici ciò che dovrebbe essere, non ciò che sarà, è stato. Molti non comprendendo, per il fatto stesso che non comprendono, per giunta anche con malanimo, dal quale sono spinti, raccolgono calunnie contro l’autore stesso e la sua arte. Non hai forse sentito con le tue orecchie il dottore Bobo, che disse che non esiste alcuna arte della memoria, ma che essa viene procurata solamente con l’abitudine e con la frequente ripetizione delle lezioni, che avviene rivedendo molte volte le cose già viste e riascoltando molte volte le cose già sentite con le orecchie?

FILOTIMO. – Se questi avesse la coda, sarebbe un cercopiteco.

LOGIFERO. – Cosa risponderai al maestro Anthoc, il quale considera maghi o indemoniati o uomini di qualche altra specie siffatta quelli che presentano operazioni della memoria oltre alle solite volgari? Tu vedi quanto si è incanutito nelle lettere!

FILOTIMO. – Non dubiterei che costui è nipote di quell’asino che fu salvato sull’Arca di Noè per la conservazione della specie!

LOGIFERO. – E poi il maestro Rocco, archimaestro delle arti e della medicina, il quale preferisce la mnemonica empirica a quella teorica, stimerebbe queste cose sciocchezzuole più che precetti fondati su un’arte.

FILOTIMO. – Non oltre il pitale!

LOGIFERO. – Uno degli antichi dottori disse che quest’arte non può essere accessibile a tutti, ma solo a coloro che sono forniti di memoria naturale.

FILOTIMO. – E’ il parere di un ultrasessantenne!

LOGIFERO. – Farfacone, dottore in entrambi i diritti e filosofo erudito, è dell’opinione che quest’arte arrechi più aggravi che sollievi: e infatti, quando dobbiamo ricordare le cose senz’arte, ormai siamo obbligati a ricorrere all’arte per ricordare le cose, i luoghi e moltissime immagini, da cui non c’è dubbio che la memoria naturale sia maggiormente confusa e impacciata.

FILOTIMO. – Il pensiero acuto di Crisippo dev’essere cardato con un grande pettine di ferro.

LOGIFERO. – Il dottor Berling disse che dal discorso di costui anche i più dotti non possono mietere niente, credo perché egli stesso niente miete.

FILOTIMO. – Sotto quei ricci neppure una castagna?

LOGIFERO. – Il maestro Maines ha detto: anche se piaccia a tutti, a me non piacerà mai.

FILOTIMO. – Né il vino che giammai gusterà.

LOGIFERO. – Cosa credi che penserà riguardo a questa cosa chi conosci come tuo amico?

FILOTIMO. – L’inchiostro di seppia aggiunto alla lucerna fa sembrare Etiopi gli uomini; così pure una mente corrotta da livore giudica turpi anche le cose indubbiamente belle.

LOGIFERO. – Si racconta che anche l’eccelso maestro Scoppet, di gran lunga il primo tra i medici di questa nostra epoca, disse all’autore di mostrargli la sua naturale memoria prima dell’arte della memoria; ed è incerto se per sdegno o per incapacità quegli non ha voluto mostrargliela.

FILOTIMO. – Se gli avesse detto: “Mostrami la tua urina prima che io esamini gli escrementi più solidi”, forse il nostro autore lo avrebbe compiaciuto e trattato in modo più ospitale, urbano e più conveniente alla sua dignità, al suo ufficio e all’arte?

LOGIFERO. – Cosa diremo del maestro Clyster, dottore medico, che non è lecito che si accosti al discorso? Infatti non differisce affatto da quel medesimo che, secondo Aknaldo e Tiberide, sostiene che una lingua di upupa trapiantata su uno smemorato conferisce, a chi la porta, una memoria tenacissima.

FILOTIMO. – Aristotele disse: “Suonando la cetra si diventa citaredo”. Se qualcuno trapianterà su questo infelicissimo un altro cervello dopo avergli tolto quello stesso che ha, forse medicando diventerà medico.

LOGIFERO. – Anche il dottor Carpoforo, secondo Proculo e Sabino itacese, disse che la sede della mente e della memoria è distinta in tre parti. Infatti tra la poppa e la prua c’è in mezzo la nave la quale, giacché aperta, quando con la memoria cerchiamo di revocare qualcosa, da prua a poppa offre accesso allo spirito animato. Del resto mai fece progressi uno spirito animato, se non sereno, lucido, chiaro; d’altra parte, lo spirito, ottuso da un’eccessiva freddezza, inebetisce e illanguidisce la nostra memoria. Invero, se questa freddezza sarà unita a secchezza, arrecherà veglie eccessive e insonnia; se sarà unita a umidità, arrecherà il letargo. Per allontanare questi mali, sono stati escogitati con arte questi rimedi: l’esercizio che stimola e eccita i sensi e quasi risveglia gli spiriti assopiti da una turpe insensatezza e dall’abbandono; l’accoppiamento moderato; la malinconia scacciata e la letizia ricondotta dal piacere; una purga di tutti i meati del corpo; lo sfregamento della testa con un pettine d’avorio e un panno ruvido; l’uso di vini piuttosto leggeri o annacquati, affinché le vene, aprendosi per l’ardore del vino, non brucino il sangue; l’occlusione dello stomaco con cose che procurano naturalmente o artificialmente la stitichezza, affinché la fumosità, evaporando dallo stomaco con l’ebollizione del cibo, non provochi il sonno che oscura la mente e l’ingegno; l’astinenza dai cibi freddi e umidi, come dai pesci in generale, dal cervello e dalle midolla, non meno che dai porri scottanti e fumanti, dai ravanelli, dagli agli, dalle cipolle, che non siano stati consumati dal fuoco; l’uso di sostanze aromatiche; la pulizia del capo e dei piedi con la cottura dell’acqua in cui abbiano bollito la melissa, le foglie d’alloro, i finocchi, le camomille, le canne e simili; l’esercitazione pitagorica che si tenga nel crepuscolo notturno, proprio perché giova massimamente alla memoria, alla mente e all’ingegno. Queste sono le cose che possono sollevare la memoria, come pure quelle che Democrito, Archigene, Alessandro e il peripatetico Andronico affidarono alla testimonianza degli scritti, non codeste arti futili che si vantano di formare una memoria solida con non so quali immagini e figure.

FILOTIMO. – Ha concluso il discorso altrui con un proprio raglio; il venerabile dottore ha sostenuto la parte del pappagallo e dell’asino.

LOGIFERO. – Il maestro Arnofago, esperto di diritto e di leggi, e molto lodato, ha detto che ci sono moltissimi dotti che non hanno quella perizia, ma l’avrebbero se esistesse.

FILOTIMO. – La ragione è una bambina che non mette ancora i denti; perciò non gli tiriamo un cazzotto.

LOGIFERO. – Il dottissimo teologo e patriarca Psicoteo, maestro sottilissimo di lettere, dichiara di avere conosciuto l’arte di Tullio, Tommaso, Alberto, Alulide e di altri autori sconosciuti e di non avere potuto trarre da loro alcun frutto.

FILOTIMO. – Giudizio di prima tonsura!

LOGIFERO. – E infine, per sintetizzare tutto in una sola parola, vari uomini hanno varie opinioni; diversi dicono cose diverse; quante sono le teste, tanti sono i pareri.

FILOTIMO. – E tante le voci. Perciò i corvi gracchiano, i cuculi fanno cucù, i lupi ululano, i maiali grugniscono, le pecore belano, i buoi muggiscono, i cavalli nitriscono, gli asini ragliano. E’ turpe, disse Aristotele, essere sollecito a rispondere a chiunque faccia domande; i buoi muggiscano ai buoi, i cavalli nitriscano ai cavalli, gli asini raglino agli asini: a noi tocca nel colloquio fare un qualche esame dell’invenzione di costui.

LOGIFERO. – Benissimo! Perciò Ermes si compiaccia di aprire il libro affinché esaminiamo i pensieri dell’autore.

ERMES. – Lo farò con molto piacere. Ecco, leggo la prefazione dell’opera. “A nessuno (dice) penso che sfugga che sono state pubblicate da altri molte arti della memoria, delle quali tutte e ognuna singolarmente, servendosi proprio degli stessi canoni, si trovano quasi nella stessa difficoltà: per questo noi abbiamo provveduto a presentare piuttosto i frutti di questa invenzione, con i quali fosse trattata più seriamente, più facilmente e più agevolmente una questione tanto illustre, per raggiungere un’arte che si desidera tanto. Le scuole più antiche, ricercando una quotidiana esercitazione, troppo inopportunamente distoglievano gli ingegni più fecondi dalla prosecuzione di esse e dallo studio: infatti gl’ingegni sono meno costanti e (per dirla più francamente) più intolleranti quanto più sono sottili e pronti; alcuni di loro si preoccupano più di sfiorare tutte le cose che apprenderne fino in fondo una sola”.

FILOTIMO. – Mi piace, appunto, di questo autore che non appartiene alla schiera di coloro che, raccogliendo insieme di qua e di là i pensieri degli altri, per ottenere l’immortalità a spese altrui, si mettono nel numero degli autori che lavorano per i posteri e, come la maggior parte di coloro, si presentano dottori di quelle discipline di cui non hanno certamente alcuna conoscenza e comprensione; e per giunta molte volte non possono evitare (dopo essersi adattata addosso alla meglio la pelle del leone con le invenzioni degli altri) di rientrare abbastanza spesso nella propria pelle e infine forzare la voce, quando lanciano qualcosa fuori dal loro fiacco Marte (poiché è facile aggiungere alle invenzioni altrui), o gettano fuori qualcosa dalla deficienza di una stupida sensibilità. Quelle cose sono gli arieti delle incapacità oratorie, le catapulte degli errori, le bombarde delle sciocchezze, e i tuoni, i lampi, le folgori e le grandi tempeste delle ciucaggini.

LOGIFERO. – Non pensi la stessa cosa circa i nostri raccoglitori di poesie e versificatori, i quali, servendosi delle invenzioni, semiversi e versi altrui, vogliono passare ai nostri occhi al posto dei loro poeti?

FILOTIMO. – Lascia perdere i poeti. Infatti, come sappiamo che i re a seconda delle occasioni hanno le mani lunghe, così i poeti a tempo e luogo sogliono avere voci alte e lunghe.

LOGIFERO. – Parlavo dei versificatori, non dei poeti!

FILOTIMO. – Bene, perciò pochi o nessuno stimerà che la cosa si riferisca a lui. Ma questo che ci interessa? Basta che nell’intenzione degli autori ci sia stata la cognizione di quest’arte.

LOGIFERO. – Non dei poeti.

FILOTIMO. – Ma andiamo avanti: leggi il seguito.

HERMES. “Di qui (dice) avendo applicato l’animo a ossequiare alcuni miei amici, dopo altre arti della memoria di genere diverso, le quali abbiamo indirizzato privatamente a diversi destinatari e, secondo i vari indirizzi, abbiamo comunicato ad altri per la loro dignità e intelligenza, abbiamo composto quest’arte che è preferibile a tutte le altre per il valore dei princìpi che sono contenuti in essa e non è da posporre a nessuna in base ai risultati. In questa prometto certamente un sistema facile e una scienza per nulla faticosa al posto della prassi, ma un libro per nulla accessibile a tutti con i suoi pensieri, contro l’abitudine di coloro che hanno tramandato libri facili e brevi intorno a questa arte, ma l’arte stessa difficile e prolissa. Pochi eruditi la comprendano e, poi, con la loro comprensione venga in uso per tutti; e sia tale che tutti, sia i rozzi sia gli eruditi, possano facilmente saperla ed esercitarla; e tale che senza una dotta guida possano comprenderla soltanto quelli ben versati nella metafisica e nelle dottrine dei Platonici. Questa arte, infatti, offre il vantaggio che, per quanto è contenuta in termini difficili, che presuppongono capacità speculative, tuttavia potrà essere spiegata a ognuno (purché non si tratti di un ingegno assolutamente ottuso); contiene infatti termini molto appropriati e massimamente adatti a significare le cose. Quest’arte non porta a una semplice arte della memoria, ma avvia e introduce anche alla scoperta di molte facoltà. Inoltre coloro ai quali sarà dato di coglierne i valori più interni, ricordino: non la rendano familiare, stando alla sua regale dignità, a chicchessia senza una selezione e spieghino i suoi canoni esplicitamente ai singoli, in modo più intenso e più dilazionato a seconda dei meriti e della facoltà ricettiva di coloro ai quali deve essere comunicata. Inoltre, sappiano nelle mani di chi è giunta questa arte: il nostro ingegno non è tale né da essere legato a una determinata corrente di filosofia altrui né da disprezzare universalmente qualunque indirizzo filosofico. Davvero non c’è nessuno che non teniamo in gran conto tra coloro che si sono appoggiati al proprio ingegno per contemplare le cose e che hanno costruito qualcosa con arte e metodo. Non trascuriamo i misteri dei Pitagorici, non sminuiamo la fede dei Platonici e non disprezziamo neppure i ragionamenti dei Peripatetici, finché hanno trovato un fondamento reale. Questo lo diciamo proprio per attenuare la preoccupazione di coloro che vogliono misurare gl’ingegni altrui con il proprio ingegno; di tal fatta è quel genere sventurato che, pur avendo speso la propria fatica troppo a lungo sui migliori filosofi, non spinse il proprio animo fino al punto di non servirsi, sempre fino alla fine dell’ingegno altrui; essendo privo del proprio, tuttavia, bisogna compatirlo più di coloro che, ignorando la propria povertà, osano cose che non devono osare, e sotto un certo aspetto (se non vi rimanga per incuria) bisogna anche lodarlo. Simili uomini, in quanto riempiti di spirito aristotelico (perché sia lecito ormai vedere i libri sonori e progressivi), quando udranno o leggeranno “Le ombre delle idee”, ormai si appiglieranno alla parola dicendo che le idee sono sogni o fantasmi. Quando abbiamo ammesso che è così, si chiede allora se sia conveniente che ciò che si conforma alla natura corre sotto le ombre delle idee. Quando invece attaccheranno il luogo dell’anima raziocinante, “O Giordano,” diranno, “ormai tu affermi che l’anima tesse o fila”. Gonfiando le bocche similmente anche in alcune altre sciocchezze, per una specie di nemico interno saranno distolti dal partecipare al frutto di questa disciplina. A costoro vogliamo dire apertamente quanto segue: anche noi, pur essendo meno dotti, ci siamo applicati nelle stesse cose; allora infatti ci servivamo (com’era giusto) della fede per conquistare le scienze. Ma ora che possiamo servirci, con l’aiuto divino, dei mezzi acquisiti e ritrovati per ulteriori proprie operazioni senza un giusto rimprovero di contraddizione, se è vantaggioso il limite platonico e l’intenzione è vantaggiosa, si accettano; se anche le intenzioni peripatetiche si adoprano per una migliore esposizione dell’oggetto in questa arte, sono fedelmente ammesse. Similmente si giudichi delle altre. Infatti non riusciamo a trovare un unico artigiano che fornisca tutte le cose necessarie a uno solo. Non sarà lo stesso artigiano, dico, che fonderà e foggerà l’elmo, lo scudo, la spada, le lance, i vessilli, il timpano, la tromba e tutti gli altri armamenti militari. Così l’officina del solo Aristotele e del solo Platone non basterà a coloro che tentano opere maggiori in altre invenzioni: anche se talvolta (e per giunta raramente) sembreremo usare termini non consueti, ciò accade perché desideriamo spiegare con essi intenzioni non consuete. D’altra parte, ci serviamo in generale degli studi diversi di vari filosofi per presentare meglio il proposito della nostra invenzione. Perciò non c’è nulla che impedisca agli esperti in vari indirizzi filosofici di potere capire da se stessi facilmente (purché vi prestino attenzione) questa e altre nostre arti. Trattiamo quest’arte sotto una duplice forma e via, delle quali una è sia più alta e generale per ordinare tutte le operazioni dell’animo, sia anche è principio di molti metodi, con i quali, come con strumenti diversi, può essere tentata e inventata la memoria artificiale. Essa consiste in primo luogo in trenta intenzioni delle ombre, in secondo luogo in trenta concetti d’idee, in terzo luogo in parecchi collegamenti che possono derivare da intenzioni e concetti attraverso un industrioso adattamento degli elementi della prima ruota agli elementi della seconda. La seconda parte che segue è più limitata a un determinato modo di acquistare la memoria attraverso l’artificio”.

 

TRENTA INTENZIONI DELLE OMBRE.

PRIMA INTENZIONE.

Con l’assenso, quindi, dell’unico Dio e con il favore dei grandi Numi sotto la protezione dello stesso altissimo Principe, cosi incominciamo. Il più saggio degli Ebrei, presentando la perfezione dell’uomo e la conquista della cosa migliore che si possa ottenere in questo mondo, fa dire così alla sua amica: “MI SONO SEDUTA ALL’OMBRA DI COLUI CHE AVEVO DESIDERATO (Cantico dei cantici, 2,3). Infatti questa nostra natura non è così grande da potere abitare, secondo la sua capacità, il campo stesso della verità. Infatti è stato detto: “L’uomo vivente è vanità, soltanto vanità”. (Qoelet,1, 2). E ciò che è vero e buono è la prima e unica cosa. D’altronde come potrebbe accadere che ciò il cui essere non è propriamente vero e la cui essenza non è propriamente verità abbia in sé efficacia e atto di verità? Perciò a esso basta, ed è anche molto, che sieda all’ombra del bene e del vero. Non dico all’ombra del vero e del bene naturale e razionale (così infatti si direbbe male e falsamente), ma metafisico, ideale e sovrasostanziale; donde è reso partecipe di ciò che è bene e vero, secondo la sua facoltà, l’animo che, anche se non possiede tanto da essere l’immagine di quello, tuttavia è a immagine di quello; allora la trasparenza, che è l’anima stessa, delimitata dall’opacità, che è il corpo stesso, esperimenta nella mente dell’uomo qualcosa dell’immagine, finché approda a essa; ma nei sensi interni e nella ragione, nei quali ci volgiamo nella nostra vita animale, esperimenta l’ombra stessa.

SECONDA INTENZIONE.

Io vorrei che tu, proprio in considerazione di ciò, ti ricordassi anche di tenere distinta l’ombra dalla proprietà delle tenebre. Infatti l’ombra non è tenebre, ma o traccia delle tenebre nella luce o traccia della luce nelle tenebre o partecipe della luce e delle tenebre o un composto di luce e di tenebre o un miscuglio di luce e di tenebre o nessuna delle due cose, separata dalla luce, dalle tenebre e da entrambe. E questo deriva o dal fatto che la verità non sia piena di luce o perché sia una luce falsa, oppure perché non sia né vera né falsa, ma traccia di ciò che è veramente o falsamente, eccetera. Perciò si tenga presente che l’ombra è traccia di luce, partecipe di luce, ma non piena luce.

TERZA INTENZIONE.

Inoltre, quando accade di cogliere una luce doppia, sia nell’ambito della sostanza, sia nell’ambito di quelle cose la cui consistenza è in relazione alla sostanza o nella sostanza (donde si assume come principio l’ombra secondo una duplice opposizione), bisogna che tu ricordi questo: la luce che è intorno alla sostanza, come ultima traccia di essa, parte dalla luce che è detta atto primo, e anche l’ombra che è intorno alla sostanza emana dall’ombra che, si dice, proviene dalla sostanza. Proprio essa è il primo soggetto che i nostri fisici chiamano anche materia prima: tutte le cose che partecipano a essa, non ricevendo una luce pura, si dice che sono e operano all’ombra della luce.

QUARTA INTENZIONE.

Conseguentemente non ti sfugga che, poiché l’ombra ha qualcosa dalla luce e qualcosa dalle tenebre, accade che qualcuno è sotto un’ombra duplice: evidentemente è l’ombra delle tenebre e (come dicono) della morte; e ciò si verifica quando le potenze superiori o s’infiacchiscono e si rilassano, o diventano sottoposte a quelle inferiori, finché l’animo rimane legato a una vita soltanto corporale e al senso. E poi è l’ombra della luce, cosa che si verifica quando le potenze inferiori sono sottoposte a quelle superiori rivolte a mete eterne e più eccellenti, come accade all’animo aggirantesi nei cieli, il quale con lo spirito soffoca gli eccitamenti della carne. Nel primo caso l’ombra si getta nelle tenebre, nel secondo l’ombra si getta nella luce. Invero nell’orizzonte della luce e delle tenebre nient’altro possiamo comprendere che l’ombra. Quest’ombra si trova nell’orizzonte del bene e del male, del vero e del falso; quest’ombra è proprio ciò che può essere reso buono e cattivo, falsato e conformato a verità, e che, tendendo in qua, si dice che sia sotto l’ombra di questo (cioè del male e del falso), ma che, tendendo in là, si dice che sia sotto l’ombra di quello (cioè del bene e del vero).

QUINTA INTENZIONE.

In proposito noi consideriamo sopratutto quelle ombre che sono obiettivi degli appetiti e della facoltà cognitiva, concepiti sotto l’aspetto del vero e del bene, che lentamente allontanandosi da quell’unità sovrasostanziale avanzano, attraverso una moltitudine crescente fino all’infinita moltitudine (per dirla alla maniera dei Pitagorici); queste ombre di quanto si separano dall’unità, di tanto si allontanano anche dalla verità stessa. Infatti, l’allontanamento avviene proprio dal sovraessenziale alle essenze, dalle essenze alle cose stesse che sono, da quelle alle tracce, alle immagini, ai simulacri e alle ombre: sia verso la materia, perché siano prodotte nel suo seno, sia verso il senso e la ragione, perché siano riconosciute attraverso la facoltà sensibile e razionale.

SESTA INTENZIONE.

L’ombra si fonda sulla materia o natura, sulle cose naturali stesse, sul senso interno e esterno, come sul moto e sull’alterazione. Ma nell’intelletto, dato che la memoria consegue all’intelletto, è come in uno stato. Perciò quel saggio presenta la vergine soprannaturale e soprasensuale come una conoscenza raggiunta, che siede all’ombra di quel primo vero e bene desiderabile. La quale positura o stato, poiché non perdura molto nella vita naturale (infatti presto e all’istante le sensazioni ci assalgono e ci turbano, e proprio le nostre guide, i fantasmi, ci seducono circuendoci), quella positura è indicata dal tempo perfetto o dall’imperfetto, anziché dal tempo presente. Infatti, dice: mi sono seduta all’ombra o sedevo.

SETTIMA INTENZIONE.

Ma poiché in tutte le cose c’è una connessione ordinata, in modo che i corpi inferiori succedono a quelli mediani e questi ai superiori, allora i corpi composti si uniscono ai semplici e quelli semplici ai più semplici, quelli materiali si accostano agli spirituali e quelli spirituali a loro volta a quelli immateriali, sicché uno solo è il corpo dell’Ente universale, uno solo l’ordine, uno solo il governo, uno solo il principio e una sola la fine, uno solo il primo e uno solo l’ultimo. E poiché è data (come non ignorarono i più autorevoli tra i Platonici) una migrazione continua dalla luce alle tenebre (quando alcune menti, attraverso una conversione alla materia e una digressione dall’atto, si sottopongono alla natura e al fato), niente impedisce che al suono della cetra universale di Apollo le cose poste in basso a poco a poco siano richiamate a quelle alte, e quelle più basse attraverso le mediane si accostino alla natura delle superiori: come anche dalla sensazione risulta chiaro che la terra si trasforma per rarefazione in acqua, l’acqua in aria, l’aria in fuoco, come pure per condensazione il fuoco si trasforma in aria, l’aria in acqua, l’acqua in terra. Così in generale vediamo in quelle cose che mutano che il moto confina sempre con lo stato e lo stato con il moto. Che poi ciò esiste sempre e si verifica anche in cielo, ottimamente lo hanno considerato alcuni dei Peripatetici; proprio perché dicono che il cielo stesso ha l’atto misto con la potenza (per quanto anche altri siano i modi di questa commistione), intendono che il suo moto è, alla fine, rivolto verso il passato e, al principio, verso il futuro. Quindi, qualunque cosa sia la discesa da un’altra specie, della quale potrebbero giudicare i Teologi con la loro sapienza, dobbiamo assolutamente sforzarci – avendo davanti agli occhi, secondo le eccelse operazioni dell’animo, la scala della natura – di tendere sempre, attraverso operazioni intrinseche, dal moto e dalla moltitudine allo stato e all’unità; quando eseguiremo ciò secondo la nostra facoltà, anche secondo la facoltà ci conformeremo alle opere divine, ammirate da tutti. A ciò stesso ci confortino e esortino il vincolo prestabilito delle cose e le conseguenti connessioni. Invero gli antichi seppero e insegnarono come giovi il trascorrere dell’uomo che ascende dai molti individui alla specie e dalle molte specie a un solo genere; inoltre, come poi l’infima delle intelligenze attraverso tutte le forme comprenda le specie distintamente, e le intelligenze inferiori concepiscano distintamente tutte le specie attraverso più numerose e molte forme stesse, mentre quelle superiori attraverso un numero minore di forme, la suprema attraverso una sola e quella cosa che è sopra ogni cosa comprenda senza bisogno di qualche forma. E inoltre, se gli antichi seppero come giovi la memoria, procedendo da molte specie ricordabili a una sola specie di molte cose ricordabili, certamente però questo non lo insegnarono.

OTTAVA INTENZIONE.

In verità la cosa vicina inferiore è spinta dalla stretta somiglianza alla cosa più vicina superiore attraverso alcuni gradi; certamente, una volta conseguiti tutti questi gradi, ormai dovrà essere considerata non simile, ma identica a quella. Invero come ciò avvenga, lo apprendiamo proprio per mezzo del fuoco, che non attrae l’acqua se non assimilata in calore rarefatto. Perciò attraverso una comune somiglianza si verifica l’accostamento dalle ombre alle tracce, dalle tracce alle immagini speculari, da queste a altre cose.

NONA INTENZIONE.

Ma, poiché ciò che è simile al simile è anche simile ai simili a esso medesimo sia per salita sia per discesa sia per ampiezza, da qui accade che (entro i suoi limiti) la natura può fare tutte le cose da tutte e l’intelletto o ragione può conoscere tutte le cose da tutte. Come la materia-dico-è modellata in tutte le forme da tutte le cose, anche l’intelletto passivo (come lo chiamano) può essere modellato in tutte le forme da tutte le cose, così, anche la memoria in tutte le cose ricordabili da tutte le cose, poiché ogni simile è fatto dal simile, ogni simile è conosciuto dal simile, ogni simile è contenuto dal simile. A sua volta il simile lontano tende al suo simile distante attraverso il simile mediano e vicino a esso. Da qui la materia, spogliata della forma dell’erba, non immediatamente assume la forma di questo animale, ma attraverso le forme mediane di chilo, sangue e seme. Di conseguenza, chi conoscerà i medi connessi agli estremi, potrà ricavare e naturalmente e razionalmente tutte le cose da tutte.

DECIMA INTENZIONE.

Del resto, quella somiglianza che scorre in modo eguale e che finisce per identificarsi con l’uniformità (ciò che diciamo equiparazione) ritienila inutile e non giovevole, nel senso proposto delle altre operazioni, sia in riferimento alle sensazioni interne sia alle esterne. Infatti in un’uniformità di calore accade che tu non avverta l’affezione, né se l’affezione è simile, né se l’affezione consiste in un grado inferiore a quella somiglianza (di scorrimento). Avvertirai invece solo quella somiglianza che supera la somiglianza già presente nel soggetto sensitivo. Da qui potrai prevedere di quale somiglianza tu debba in pratica tenere conto, affinché le cose cercate dagli adepti non trovino impedimento al loro realizzarsi.

UNDICESIMA INTENZIONE.

Considera che questo mondo corporeo non avrebbe potuto essere bello, se le sue parti risultassero del tutto simili. Perciò la bellezza delle parti si manifesta nella connessione di vari elementi e la bellezza del tutto consiste nella varietà stessa. Segue da ciò che la visione umbratile di una cosa è la più imperfetta delle visioni, poiché, mentre l’immagine mostra le cose con varietà, l’ombra presenta quasi senza varietà ciò che è all’interno dei contorni di una figura esterna, contorni per altro massimamente falsati. Questo direi per ciò che riguarda l’ombra come ombra: non certo quale l’assumiamo nel proposito.

DODICESIMA INTENZIONE.

Il vero Caos di Anassagora è una varietà senza ordine. Proprio così come nella varietà stessa delle cose distinguiamo un ordine meraviglioso, che, instaurando una connessione degli elementi sommi con gli infimi e degli infimi con i sommi, fa concorrere tutte le parti insieme a costituire il bellissimo aspetto di un solo grande essere animato (qual è il mondo), poiché tanta diversità richiede tanto ordine e un così grande ordine tanta diversità. Non ci può essere, infatti, nessun ordine dove non risulti alcuna diversità. Perciò non è lecito intendere il primo principio né ordinato né in un ordine.

TREDICESIMA INTENZIONE.

Certamente, se una concordia pressoché indissolubile connette le estremità finali dei primi elementi agli inizi dei secondi e unisce il calcagno di quelli che precedono alle teste di quelli che seguono immediatamente, tu sarai capace di abbracciare con la mente quell’aurea catena che si forma sempre tesa dal cielo alla terra; così pure, come puoi avere fatto una discesa dal cielo, facilmente potrai ritornare al cielo per una salita ordinata. Possiamo sperimentare un grande sollievo della memoria con questa connessione artificiale, la quale vale anche a presentare ordinate le cose che a loro volta di per sé non mantengono affatto la successione della memoria. Proprio questo si manifesta nel carme seguente: in esso, comprendendosi che l’Ariete avanza contro il Toro e questo, mosso da un diverso genere di azione, avanza contro i Gemelli e, poi, questi, mossi da una diversa e conseguente azione, si portano nel Cancro e, similmente, si verifica a turno negli altri segni zodiacali, accadrà che dalla vista di uno ci guadagneremo l’incontro dell’altro che segue immediatamente.

Il capo del gregge, levatosi in ira su due piedi,

con impetuosa fronte ferisce il re dell’armento.

Donde vìndice, fuori di senno, spintosi il TORO assale

con sfrenato colpo i fratelli GEMELLI.

Subito le onde accolgono i fratelli giovani parenti.

Il CANCRO si dirige ai rugiadosi prati.

Repente in moto obliquo il Cancro, alunno delle onde,

s’accosta al fiero volto del villoso LEONE.

Perciò irritato s’alza il Leone sulle spalle crinite,

onde vagante è apparsa alla rapace fiera la VERGINE.

L’assale: ella fugge e folle con fugace passo

s’imbatte nell’uomo che BILANCIA con un piatto persiano.

Questi arde d’amore, e mentre incalza in cupidi abbracci,

lo ferisce l’adunco pungiglione del duro VERME.

Mentre, temendo la morte, ricorre alle mediche arti,

avverte che dietro s’accosta un SAGITTARIO.

Questi, offeso per la vergine che crede violentata,

con il dardo, con cui assale costui, ecco ferisce il CAPRO.

Appena di malanimo avverte confitto il ferro,

fugge precipitoso alle rapide ACQUE.

Così il capro infelice, trascinato dal gorgo delle acque,

è dato come insolita esca agli immersi PESCI.

QUATTORDICESIMA INTENZIONE.

Invero l’ascesa che avviene per elementi connessi e concatenati, a proposito delle ombre ideali, non è tramite una catena continua di anelli simili, come s’intende dalle cose dette ultimamente e da quelle che saranno enunciate in seguito. Né l’anello di questa catena deve essere l’ombra sotto cui s’intende che dorme il Leviatan: non dico dunque l’ombra che allontana dalla luce, ma che conduce alla luce, la quale, per quanto non sia verità, tuttavia deriva dalla verità e porta alla verità; e perciò non devi credere che in essa ci sia l’errore, ma il nascondiglio del vero.

QUINDICESIMA INTENZIONE.

Perciò cerca assolutamente di non incappare, confondendo il significato delle ombre per un’occulta omonimia, in questo genere di stoltezza, cioè di pensare, ragionare e giudicare senza discernimento intorno alle ombre; infatti quell’ombra, che le altre ombre proteggono (per la quale si dice: “Le ombre proteggono la sua ombra”), si oppone a quella che si eleva al di sopra dell’altezza dei corpi al confine delle intelligenze, per la quale si dice: “La sua ombra coprì i monti”. Da essa sono tratte e emanano quelle cose che producono in noi intelligenza e memoria, e in essa infine terminano quelle che salgono verso la luce. Questa ombra, o una simile a questa, l’hanno figurata coloro che sono detti Cabalisti, poiché il velo, che era allegoricamente o figurativamente sul volto di Mosè (Esodo, 34, 33-35), ma figuratamente sul volto della legge, non mirava a ingannare, ma a spingere avanti ordinatamente gli occhi degli uomini, nei quali si provoca una lesione nel caso che all’improvviso passino dalle tenebre alla luce. E infatti la natura non sopporta un progresso immediato da uno degli estremi all’altro, ma con la mediazione delle ombre e con la luce adombrata gradualmente. Parecchi hanno perso la naturale capacità della vista, avanzando repentinamente dalle tenebre alla luce: fino a tal punto essi sono lontano dal raggiungere l’obiettivo ricercato. Perciò l’ombra prepara la vista alla luce, l’ombra tempera la luce, per mezzo dell’ombra la divinità tempera e propina le apparenze che anticipano le cose all’occhio, avvolto da caligine, dell’anima che è affamata e assetata. Perciò riconosci quelle ombre che non estinguono, ma conservano e custodiscono la luce in noi, e per le quali siamo avviati e condotti all’intelligenza e alla memoria.

SEDICESIMA INTENZIONE.

A suo modo, il Teologo ha detto: “Se non crederete, non comprenderete”, e a loro modo i filosofi confermano che bisogna conquistare le scienze sulla base di quelle ipotesi e di quei presupposti nei quali si dice di confidare (questa fede presso i Pitagorici era intorno alle cose non dimostrate, presso i Peripatetici intorno a quelle non dimostrabili, presso i Platonici intorno a entrambe); e da quelle cose che si fondano sulla virtù, sull’origine e su una certa implicazione dobbiamo procedere con un corso sia naturale sia razionale alla spiegazione delle forme. La natura dà immagini involute prima di presentarcele chiare; similmente fa Dio, similmente anche le arti che perseguono un ordine divino e naturale per dignità. Ma se ad alcuni sembra arduo esercitarsi sulle ombre per il sospetto che sia vano attendersi da esse un accesso alla luce, sappiano che tale difetto non deriva dalle ombre; sappiano anche preparare adeguatamente o tenere celato ciò che non si potrebbe cogliere nudo.

DICIASSETTESIMA INTENZIONE

Riguardo alle ombre fisiche, ve ne sono che derivano dagli alberi e dalle erbe, che fugano i serpenti e accolgono animali più docili, e ve ne sono anche contrarie a esse. Ma riguardo alle ombre ideali (nel caso siano veramente ideali), poiché tutte si rapportano all’intelletto e al senso interiore purificato, non ve ne sono che non facciano ottimamente da guida, se avviene tramite esse un’ascesa e non si dorme sotto esse medesime.

DICIOTTESIMA INTENZIONE.

Non dormirai se dall’osservazione delle ombre fisiche procederai a una considerazione proporzionale delle ombre ideali. Quando un corpo allontanato dai nostri occhi si avvicina alla luce distante, la sua ombra si accorcia ai nostri occhi; ma se quel corpo stesso si allontana di più dalla luce, l’ombra emessa da esso diventa maggiore ed è arrecato alla vista un ostacolo maggiore.

DICIANNOVESIMA INTENZIONE.

L’ombra diventa più penetrabile alla vista per una maggiore intensità della luce e densità del corpo: è resa più delineata – ripeto – e più definita, cosa che dipende dal fatto che imita il corpo in densità e rarità, continuità e discontinuità. Ma in vero tale imitazione è svelata per mezzo del corpo.

VENTESIMA INTENZIONE.

L’ombra segue contemporaneamente il moto del corpo e della luce. Il corpo si muove? L’ombra si muove. La luce si muove? L’ombra si muove. Si muovono l’uno e l’altra? L’ombra si muove. Contro le norme fisiche il medesimo soggetto (intendo il soggetto del moto) è sottoposto a spostamenti diversi e contrari. E perché? Forse che l’ombra non segue necessariamente il moto del corpo verso la luce e il moto della luce verso il corpo? Forse che questa necessità è eliminata dal movimento concorde di entrambi [corpo e luce], quando si sposteranno in direzioni opposte? Inoltre fa’ attenzione al modo in cui l’ombra al moto della luce si muove quasi fuggendo, invece quasi seguendo al moto del corpo; pertanto non sembra essere implicata la contrarietà, ma la concordanza nella fuga dell’una e nella scorta dell’altro opposto e contrario. Del resto tu stesso indaga e rifletti come avvenga in queste e nelle altre cose proporzionalmente: infatti per opera nostra la cosa è rivelata, più di quanto basta, a coloro che volgeranno l’attenzione a queste e altre cose.

VENTUNESIMA INTENZIONE

Non ti sfugga infine la simiglianza delle ombre con le idee; infatti sia le ombre sia anche le idee non sono contrarie dei contrari. In questo genere attraverso una sola specie si conosce il bello e il turpe, il conveniente e lo sconveniente, il perfetto e l’imperfetto, il bene e il male. Infatti il male, l’imperfetto e il turpe non hanno idee proprie con cui siano conosciuti; poiché tuttavia si dice che sono conosciuti e non sono ignorati e quanto è conosciuto intelligibilmente lo è attraverso le idee, allora il male, l’imperfetto e il turpe vengono conosciuti in una specie altrui, non nella propria, che non esiste affatto. Infatti quel che è a essi proprio, è un non-ente nell’ente o (per dirla più chiaramente) un difetto nell’effetto.

VENTIDUESIMA INTENZIONE.

Se chiami l’ombra accidente del corpo da cui è proiettata hai l’accidente del solo soggetto da cui eventualmente si separa o cui ritorna, o secondo la medesima specie o secondo il medesimo numero. Se stabilirai che essa sia accidente di quel soggetto su cui è proiettata, ormai la considererai accidente separabile da un solo soggetto, tanto che, identico per numero, percorra diversi soggetti; come quando per il moto della luce o del cavallo l’ombra equina, che veniva proiettata sulla pietra, ora è proiettata sul legno. Ciò è contro la proprietà fisica dell’accidente, a meno che tu non ti getti in braccio a Scilla dicendo che l’ombra non è accidente. Inoltre, che diciamo delle ombre ideali? Potresti ben intendere che esse non sono né sostanze né accidenti, ma una certa nozione di sostanza e di accidente. Se a qualcuno piacerà dire che esse sono accidenti dell’animo e della ragione, mostrerà, dicendolo, inesperienza; infatti non sono atteggiamenti né disposizioni né facoltà innate o aggiunte, ma da esse e per esse sono prodotte e esistono alcune disposizioni, atteggiamenti e facoltà. Infatti, se si esaminano rettamente, la sostanza e l’accidente non dividono tutto quanto si dice che sia per l’universo, come solitamente supponiamo. Questa considerazione vale non poco per farsi una conoscenza razionale delle ombre.

VENTITREESIMA INTENZIONE.

L’ombra non è soggetta al tempo, ma al tempo di questa, non al luogo, ma al luogo di questa, non al moto, ma al moto di questa. Similmente bisogna intendere riguardo agli opposti. Perciò è astratta da ogni verità, ma non è senza essa e non rende incapaci di raggiungerla (nel caso sia un’ombra ideale): infatti fa concepire i contrari e i diversi, pur essendo una sola cosa. Infatti niente è il contrario dell’ombra, e precisamente né la tenebra né la luce. Perciò l’uomo si rifugiò all’ombra dell’albero della scienza per la conoscenza della tenebra e della luce, del vero e del falso, del bene e del male, quando Dio gli chiese: “Adamo, dove sei?” (Genesi, 3, 9).

(psi greca). VENTIQUATTRESIMA INTENZIONE.

Non bisogna neanche tralasciare di considerare che un solo corpo opaco, opposto a due o più sorgenti di luce, proietta due o più ombre. Perciò capisci in che modo e in virtù di che l’ombra segue il corpo e in che modo e in virtù di che segua insieme la luce; e considera come una luce molteplice produca un’ombra molteplice da un solo corpo e come innumerevoli luci producano innumerevoli ombre, anche se non appaiono in modo sensibile. Perciò l’ombra segue la luce in un modo, sebbene sembra che la fugga in un altro modo.

VENTICINQUESIMA INTENZIONE

Né ti sfugga che l’ombra, affinché fugga la luce, simula una quantità di corpo; e soltanto in una precisa e unica distanza, luogo e disposizione, secondo la lunghezza e larghezza uguale al corpo, l’ombra è prodotta dalla luce opposta in modo che nulla sembra fuggire la stessa luce più che insinuare una quantità di corpo attraverso l’ombra. Infatti il sole in alcuni luoghi non rende mai l’ombra uguale al corpo, invece in altri più raramente e per un po’ di tempo.

VENTISEIESIMA INTENZIONE.

Nel caso che la grandezza di un corpo opaco superi la grandezza di un corpo lucido, produce un cono d’ombra sul corpo, ma proietta la base a un’infinita o indeterminata distanza. Ma nel caso che la grandezza della luce superi la grandezza di un corpo opaco, allora produce una base di ombra sul corpo, ma determinerà un cono nella sua proiezione al di fuori del corpo stesso a tale e tanta distanza per quanta misura proporzionale la grandezza del corpo lucido risulta ottenere al di sopra della grandezza del corpo opaco. Di qui, l’ombra che il corpo lucido della luna producesse dalla terra nella parte opposta (posto che il sole sia lontano dall’emisfero inferiore) avrebbe per cono un preciso margine della terra, ma la base di essa al di fuori della terra, quasi crescendo all’infinito, non sarebbe determinabile. Invece l’ombra che il corpo del sole produce dalla terra ha determinati limiti della terra per base, ma il cono non tocca la sfera di Mercurio stesso. Similmente ormai giudicherai delle idee e delle loro ombre.

VENTISETTESIMA INTENZIONE.

Di conseguenza, nota come dalla luce e dalla tenebra (infatti chiamo tenebra la densità del corpo) nasce l’ombra, di cui la luce è padre e la tenebra è madre: e essa non ha luogo se non in presenza di questa e di quello, e segue la luce in modo da fuggirla, come se si vergognasse di presentare al padre l’aspetto stesso della madre, per dimostrare almeno con il pudore la sua regale progenie, come i nobili per nascita che, non potendo mostrare la nobiltà con il proprio comportamento, la dimostrano abbastanza con il pudore stesso del proprio comportamento. Da qui, crescendo la luce, si attenua l’ombra, che si dilata se la luce si contrae; se questa medesima circonda tutto il corpo, l’ombra fugge.

VENTOTTESIMA INTENZIONE.

Come dallo gnomone posto perpendicolarmente sopra un piano tra Arcton [l’Orsa Maggiore] e l’occhio, dall’ombra immaginabile traiamo una linea meridiana e infallibilmente molte altre differenze di tempi, che nel notturno cerchio delle stelle polari portano alle differenze delle parti del circolo, che sono manifestate attraverso i numeri dalla linea tesa verso la circonferenza di quello; così anche le ombre ideali attraverso i corpi fisici potranno manifestarti le proprietà e le differenze delle cose per innumerevoli idee.

VENTINOVESIMA INTENZIONE.

E come il sole emana sei differenze fondamentali di ombre; una, quando, sorgendo, proietta l’ombra del corpo verso occidente; una seconda, quando, tramontando, la estende verso oriente; una terza a mezzogiorno e nella latitudine australe la estende verso Borea; una quarta, nella latitudine settentrionale verso Austro; una quinta, se non ammette alcuna latitudine: dalla “zona” del cielo (così la chiamano) stendendo i raggi perpendicolari, produce l’ombra della terra verso il suo nadìr; di poi, dall’antipodo stesso dell’altro emisfero espanderà verso l’auge un’ombra che dovrà attenuarsi proprio avanzando; così per noi che ci troviamo nell’orizzonte della natura e nella sua equilibrata e retta sfera, sotto l’equinoziale del senso o sotto l’equidiale dell’intelletto, si formano sotto le idee eterne sei differenze di ombre, dalle quali possiamo ricevere ogni tipo di conversione verso la luce.

TRENTESIMA INTENZIONE

Ma come comprendi che tutte le differenze delle ombre si possono infine ricondurre a sei fondamentali, nondimeno devi sapere che tutte infine dovrebbero essere ridotte a una sola fecondissima e a una generalissima fonte delle altre. Nel nostro proposito – ripeto – una sola può essere l’ombra di tutte le idee, che accresce, giudica e presenta tutte le altre con l’addizione, la sottrazione e l’alterazione generalmente dette, come nell’arte materialmente per mezzo del sostantivo soggetto, formalmente poi per mezzo dell’aggettivo, che accolgono in se stessi gli elementi che alterano, traspongono e universalmente diversificano. Una certa analogia, infatti, ammettono la metafisica, la logica e la fisica, cioè le cose prenaturali, naturali e razionali, come verità, immagine e ombra. D’altra parte l’idea nella mente divina è in atto totale simultaneamente compiuto e unico; nelle intelligenze le idee sussistono con atti discreti; nel cielo sussistono in una potenza attiva molteplice e successiva; nella natura a modo di traccia come per un’impressione; nell’intenzione razionale a modo di ombra. Ecco l’esempio di una sola idea, la quale ha in atto infinite differenze delle cose, e di una sola ombra nella possibilità d’infinite differenze. La linea orizzontale A B riceve la linea C D, che cade perpendicolarmente e forma due angoli retti. Ora, nel caso che la linea perpendicolare s’inclini verso B, renderà l’angolo da una parte acuto, ma dall’altra ottuso. Inclinata sempre più in E, F, G, H, I, K e così via, darà gli angoli più acuti di qua e più ottusi di là. […] Così risulta chiaro come nella possibilità di quelle due linee rette ci siano infinite differenze di angoli acuti e ottusi. Questa possibilità non differisce dall’atto nella prima causa, la quale e nella quale è tutto ciò che può essere, dal momento che essere e potere s’identificano in essa. Pertanto nel punto D stesso le differenze degli angoli sono nello stesso tempo infinite e una sola cosa. Nel motore celeste è in potenza attiva, come nella mano che può muoversi al punto E, F, G e altri innumerevoli, tuttavia non si muove; nel cielo, come in un misto di attivo e passivo, come nella linea C D che può muoversi per formare questo e quell’angolo; appunto in base a molte ragioni i Peripatetici comprendono che il cielo ha l’atto misto alla potenza. Nei movimenti conseguenti e nella materia è in potenza passiva, significata per il punto D, che accoglie le innumerevoli differenze di angolo acuto e di angolo ottuso attraverso il modo di essere nella materia e nell’efficiente, e il modo che partecipa dell’atto e della potenza, come appare chiaramente. Ciò che abbiamo detto delle differenze degli angoli riferiscilo alle differenze delle specie, che si dice sono come numeri. Per cui è chiaro che qualsivoglia cosa si può raffigurare in tutte le cose e per mezzo di tutte le cose.

 

TRENTA CONCETTI DI IDEE.

Accostiamoci ora successivamente a trenta concetti d’Idee, dapprima in modo semplice; in un secondo momento con le intenzioni delle ombre da concepire in modo complesso.

PRIMO CONCETTO.

Dio (dice Plotino) ha creato sul viso occhi luciferi e ha aggiunto strumenti agli altri sensi affinché con ciò e fossero conservati naturalmente e anche contraessero qualcosa con la luce a essi congiunta. Invero con queste parole manifesta che c’è qualcosa di precipuo che si estende a essi dal mondo intelligibile.

SECONDO CONCETTO.

Non è lecito pensare che questo mondo abbia più signori e di conseguenza abbia più ordini tranne uno solo. E, conseguentemente, se uno solo è l’essere ordinato, le sue parti sono unite e subordinate alcune ad alcune parti, altre ad altre, sicché le parti superiori si collocano subito dopo l’essere più vero, espandendosi in una mole estesa e in molteplice numero verso la materia; di qui l’accesso dall’ente che è massimamente per sé a quello che ha il minimo di entità e che non a caso è detto quasi nulla. Chi concepirà con la mente quest’ordine con i suoi gradi, contrarrà una somiglianza del grande mondo diversa da quella che ha in se stesso secondo natura. Donde, quasi agendo per natura, trascorrerà senza difficoltà le universe cose.

TERZO CONCETTO.

Poiché non c’è ricerca e argomentazione a proposito di quelle cose che accadono sempre, se sarà noto che qualche cosa fa sempre la stessa cosa, si distoglierà da essa ogni attività argomentativa e ogni ragionamento, come nel caso di una forma che manifesti se stessa quasi naturalmente o che porti a effetto le sue opere liberando e diffondendo ciò che è proprio della sua natura. A questo modo di operare si avvicina di più in somiglianza quella cosa che fa la stessa cosa quanto più e più frequentemente possibile. Infatti accadrà che essa proceda all’atto perfetto e eccellente con un minimo di pensiero e di decisione. Chi, perciò, consistendo nel luogo e nel tempo, libererà le ragioni delle idee dal luogo e dal tempo, si conformerà agli enti divini nelle sue opere sia che esse riguardino l’intelletto sia le volontà. Ciò faceva forse colui che disse: “Consistendo in carne, viviamo non secondo la carne” (Paolo, Lettera ai Romani, Ottavo, 12).

QUARTO CONCETTO.

Se ciò è possibile e vero, è lecito apprendere che l’anima intellettiva non è veramente insita, fissa e insistente nel corpo, ma in verità come assistente e governante del corpo, tanto che può vantare una specie perfetta, separatamente dal corpo. Alla quale opinione (senza controversia) aderisce massimamente quel Teologo che, intitolandola con un nome più preciso, la chiamò “uomo interiore”. Che, se in base all’affermazione di questo tu ricercassi operazioni possibili alla stessa anima senza corpo, ecco che essa si unisce alle idee, non determinate da luogo certo e da tempo, ogniqualvolta l’uomo libero nella mente o nell’animo abbandona la materia e il tempo.

QUINTO CONCETTO.

L’anima ha una sostanza che si comporta verso gli intelletti superiori, come il corpo diafano verso le luci (come anche i più importanti Platonici hanno compreso), poiché, secondo la sua diafanezza e trasparenza, accoglie una certa luminosità come innata. Questa è sempre in atto, quando è spogliata del corpo, come se abitasse la regione della luce. Ma quando permane nel corpo, come un cristallo la cui diafanezza è limitata dall’opacità, ha visioni sensibili vaghe che si avvicinano e si allontanano attraverso una convergenza e divergenza secondo le differenze dei tempi e dei luoghi.

SESTO CONCETTO.

Le forme delle cose sono nelle idee, sono in un certo modo in se stesse, sono in cielo, sono nel cerchio del cielo, sono nelle cause prossime seminali, sono nelle cause prossime efficienti, sono individualmente nell’effetto, sono nella luce, sono nel senso esterno e sono in quello interno, secondo il loro modo.

SETTIMO CONCETTO.

Perciò la materia non è riempita dalla ricezione delle forme (come essa indica attraverso un’eterna ricerca di nuove forme), poiché né accoglie quelle vere né veramente riceve quel che sembra ricevere. Infatti le cose che sono veramente non sono di per sé sensibili e individuali, come pensa chi le chiama anzitutto, principalmente e massimamente sostanze. Infatti le cose che sono veramente permangono sempre; quelle che, invece, sono soggette alla generazione e alla corruzione, si dice che non sono veramente. Il che non solo si accorda con un corretto filosofare, ma anche con il fatto che alcuni dei Teologi, come sentiamo, chiamano vanità l’uomo esteriore, soggetto com’è alla condizione naturale. E altri invero sostengono che sono affette da un universale carattere di vanità tutte le cose che accadono sotto il sole, cioè che abitano la regione della materia. Perciò alle idee, alle idee l’anima chieda la fissione delle concezioni, se ben ragiona.

OTTAVO CONCETTO.

Plotino, quando tratta della proprietà della moltitudine delle idee, chiama idea il primo uomo, anima il secondo, ma il terzo quasi ormai non più uomo. Il secondo dipende dal primo, il terzo dal secondo, mentre per mezzo di un ordinamento, una contrazione e una composizione si dispone all’esistenza fisica. Perciò, secondo il concetto metafisico, il terzo salga al secondo, il secondo al primo.

NONO CONCETTO.

L’identico, il permanente e l’eterno coincidono. Infatti, l’identico, poiché identico, permane ed è eterno. L’eterno, in quanto eterno, permane ed è identico. Il permanente, in quanto permanente, è identico e eterno. Perciò bisogna che tu ti appoggi proprio all’identico o a ciò che ha una condizione d’identità, perché tu l’abbia in modo permanente e perseverante. Se capirai ciò, avrai un principio con cui tu possa operare una fissione delle specie nell’anima.

DECIMO CONCETTO.

Questo pensiero è ben degno di ricevere l’attenzione della mente. L’intelletto primo, Amfitrite (VEDI NOTA) della luce, così effonde la sua luce dall’interno all’esterno e l’attira dalle estremità che qualsivoglia cosa possa da esso, secondo la capacità, trarre tutte le cose e qualsivoglia cosa, secondo la facoltà, possa volgere a esso per la via della luce stessa. Ciò è forse quel che un tale intese dicendo: “Attinge dalla fine sino alla fine” e un altro dicendo: “Non c’è chi si separi dal calore di esso”. Qui io intendo la luce come intelligibilità delle cose che sono da esso e tendono a esso, e ciò che accompagna l’intelligibilità. Queste cose, quando sgorgano quale da una e quale da un’altra, diverse da diverse, si moltiplicano all’infinito, tanto che le può determinare solo chi conta il numero delle stelle; quando invece rifluiscono, si uniscono fin proprio a quell’unità che è fonte di tutte le unità.

UNDICESIMO CONCETTO.

L’Intelletto primo con la sua fecondità a suo modo propaga idee non nuove, né in modo nuovo. La natura produce nuove cose nel numero, ma tuttavia senza novità (nel suo modo), se opera sempre allo stesso modo. La ragione forma specie nuove e in modo nuovo all’infinito: componendo, dividendo, astraendo, contraendo, aggiungendo, sottraendo, mettendo e togliendo ordine.

DODICESIMO CONCETTO.

Le forme degli animali deformi divengono belle in cielo, le forme dei metalli che non risplendono in se stesse risplendono nei loro pianeti. Infatti né l’uomo né gli animali né i metalli là esistono come sono qui. Ciò che qui corre di qua e di là, lì si trova in atto, in un livello superiore. Infatti le virtù, che si moltiplicano andando verso la materia, si uniscono e si coimplicano andando verso l’atto primo. Donde è chiaro ciò che dicono i Platonici, cioè che una qualsivoglia idea anche delle cose che non vivono è vita e, per così dire, intelligenza; egualmente anche nella mente prima una sola è l’idea di tutte le cose. Pertanto illuminando, vivificando e unendo, c’è motivo per cui, conformandoti agli agenti superiori, tu giunga alla conoscenza e al ricordo delle specie.

TREDICESIMO CONCETTO.

La luce, la vita, l’intelligenza e l’unità prima contengono tutte le specie, le perfezioni, le verità, i numeri e gradini delle cose, mentre quelle cose che nella natura sono differenti, contrarie e diverse, risultano in essa identiche, concordanti e una sola cosa. Perciò tenta se puoi con le tue forze d’identificare, conciliare e unire le specie recepite; così non affaticherai l’ingegno, non turberai la mente e non confonderai la memoria.

QUATTORDICESIMO CONCETTO.

Quando perverrai alla ragione conforme al cielo corporeo che contiene le forme degli esseri animali inferiori anche spregevoli, in un modo non spregevole, non poggiarvi il piede, ma cerca di giungere alla conformità del cielo intellettivo, che possiede le forme di tutto il mondo in un modo superiore a quello celeste.

QUINDICESIMO CONCETTO.

Certamente allora ti accorgerai di fare veramente un tale progresso e lo sperimenterai accostandoti da una pluralità confusa a un’unità distinta. Ciò infatti non equivale ad accumulare gli universali logici che dalle infime specie distinte traggono le medie specie confuse e da queste le supreme più confuse ancora, ma equivale quasi a prepararsi, partendo da parti informi e numerose, un uno e un tutto ben formato. Come la mano congiunta al braccio e il piede alla gamba e l’occhio alla fronte, quando sono collegati, diventano più facilmente conoscibili di quando sono posti separatamente, così, dato che nessuna delle parti dell’universo e delle specie è posta in disparte e sottratta all’ordine (che semplicissimo, perfettissimo e senza numero è nella mente prima), se noi le concepiamo connettendo le une alle altre e unendole secondo un processo logico, qual è la ragione per cui non possiamo capire, ricordare e agire?

SEDICESIMO CONCETTO.

Una sola cosa è quella che definisce tutte le cose, uno solo è lo splendore della bellezza in tutte le cose, un solo fulgore luccica dalla moltitudine delle specie. Se tu congetturi ciò, tra i tuoi occhi e le cose visibili in modo universale interporrai un tale oculare che non c’è niente che possa assolutamente sfuggirti.

DICIASSETTESIMO CONCETTO.

Cadiamo nell’errore e nell’oblio, poiché presso di noi vige la composizione della forma con l’informe. In quanto formazione di un mondo corporeo, questa è una forma inferiore, poiché è composta dalla deforme traccia del mondo stesso. Perciò ascendi là dove le specie sono pure, dove niente è informe e dove ogni essere formato è la forma stessa.

DICIOTTESIMO CONCETTO.

Plotino, principe dei Platonici, annotò: “Finché qualcuno si occupa d’indagare intorno alla figura, manifesta solo agli occhi, non è preso ancora da amore; ma appena l’animo, allontanandosi da essa, concepisce in se stesso la figura indivisibile e ultravisibile, subito sorge l’amore”. Il giudizio intorno agli oggetti intelligibili è simile a quello che è intorno agli appetibili. Perciò, partendo da questo, investiga e contempla come le specie possono essere concepite più in fretta, più vivacemente e più tenacemente.

DICIANNOVESIMO CONCETTO.

Plotino comprese che è fatta di sette gradini (cui ne aggiungiamo due) la scala per la quale si ascende al principio. Il primo gradino è la purificazione dell’animo, il secondo l’attenzione, il terzo l’intenzione, il quarto la contemplazione dell’ordine, il quinto il confronto proporzionale secondo l’ordine, il sesto la negazione o separazione, il settimo il desiderio, l’ottavo la trasformazione di sé nella cosa, il nono la trasformazione della cosa in se stesso. Così si aprirà la via, l’accesso e l’ingresso dalle ombre alle idee.

VENTESIMO CONCETTO.

Tutto ciò che è dopo l’uno è inevitabilmente molteplice e numeroso. Perciò, tranne l’uno e primo, tutte le cose sono numero. Donde sotto l’infimo gradino della scala della natura c’è il numero infinito o materia; invece nel sommo gradino c’è l’infinita unità e atto puro. Pertanto, la discesa, la dispersione e l’espansione avvengono verso la materia; l’ascesa, l’aggregazione e la delimitazione avvengono verso l’atto.

VENTUNESIMO CONCETTO.

Attraverso i numeri (dicono alcuni) gli enti si rapportano a ciò che veramente è, o vero ente, come la materia attraverso l’abbozzo delle forme si rapporta alle forme.

VENTIDUESIMO CONCETTO.

Considera la forma quadruplice. Di esse la prima è quella dalla quale tocca alla cosa stessa di essere formata, proprio in quanto produce l’atto: e questa chiamiamo non propriamente idea, o forma della produzione delle cose; la seconda è quella dalla quale è formata la cosa stessa come da una parte: e a questa non si addice essere detta somiglianza di quella di cui è parte; la terza è quella che, come una qualità inerente, delimita e raffigura qualcosa: essa non può accogliere la proprietà dell’idea poiché non si separa da ciò di cui è forma. Ce n’è una quarta secondo la quale si forma qualcosa e che è imitata da qualcosa: e questa, secondo l’uso del parlare, suole avere il nome d’idea. E questa è chiamata in quattro modi: nelle cose artificiali stesse, prima della realizzazione delle cose artefatte; nelle intenzioni prime, prima delle seconde; nei principi della natura, prima delle cose naturali; nella mente divina, prima della natura e di tutte le universe cose. Nelle prime l’idea è detta tecnica, nelle seconde logica, nei terzi fisica, nella quarta metafisica.

VENTITREESIMO CONCETTO.

Alcune forme imitano come per natura, come l’immagine nello specchio imita la forma di una cosa riflessa; alcune per istituzione, come una figura impressa imita il sigillo; e ancora alcune imitano come di per sé, come una pittura che rappresenta qualcuno secondo l’intenzione del pittore; alcune in un modo intermedio fra l’imitazione per accidente e quella di per sé, come se fosse fatta una pittura per presentare quello che può presentare. Ma alcune imitano come capita, a caso: come quando accade che un’immagine dipinta imita qualcuno in modo preterintenzionale. Alcune poi imitano né per sé né per caso, le quali inoltre non si riferiscono né possono essere riferite a imitare nessuno, se è possibile che tali siano le forme. Nelle prime c’è una maggiore proprietà ideale, nelle seconde minore, nelle terze minima, nelle quarte non ce n’è assolutamente.

VENTIQUATTRESIMO CONCETTO.

Ciò che agisce secondo natura o a caso e non secondo una deliberazione della volontà, non presuppone le idee. Se tale fosse il primo efficiente, non ci sarebbero le idee e nessun agente opererebbe secondo una volontà. Del resto, valgano Democrito, Empedocle e Epicuro. Se ritieni impossibile che la ragione dell’agente venga separata da chicchessia, allora ricercherai minuziosamente proprio ciò che è più inaccessibile a tutti così che, se non ti si renderanno tutte le cose possibili, moltissime almeno lo diventeranno.

VENTICINQUESIMO CONCETTO.

Uno dei nostri compatrioti disse: “La forma esemplare possiede la ragione del fine e da essa l’agente riceve la forma con cui compie ciò che sia fuori di lui”. Non è invece conveniente credere che Dio agisca per un fine diverso da sé e riceva da un’altra parte ciò con cui sia sufficiente ad agire: per questa ragione non ha idee fuori di sé. Invece noi, poiché abbiamo in noi soltanto le loro ombre, bisogna che le indaghiamo fuori e sopra di noi.

VENTISEIESIMO CONCETTO.

Attraverso l’immagine, che è nell’intelletto, si apprende qualcosa meglio che non attraverso l’immagine che è nel soggetto fisico, poiché essa è più immateriale. Similmente si conosce qualcosa attraverso l’immagine della cosa, che è nella mente divina, meglio di quanto si possa conoscere attraverso la sua stessa essenza. Due cose si richiedono per l’immagine che è mezzo di conoscenza: la rappresentazione della cosa conosciuta, la quale si unisce, secondo la vicinanza, al conoscibile, e l’essere spirituale e immateriale, come ha da essere nel conoscente.

VENTISETTESIMO CONCETTO.

Come le idee sono forme principali delle cose secondo le quali è formato tutto ciò che nasce e muore; e non solo hanno riferimento a ciò che si genera e si corrompe, ma anche a ciò che può essere generato e morire: così allora è vero che noi ci siamo formate in noi le ombre delle idee, dato che esse ammettono una tale facoltà e plasmabilità da essere adattabili a tutte le formazioni possibili. E’ con una certa somiglianza che abbiamo formato quelle che consistono nella rivoluzione delle ruote. Se puoi tentare un’altra via, tentala.

VENTOTTESIMO CONCETTO.

Platone non stabilì le idee degli accidenti proprio perché comprendeva che esse sono le cause prossime delle cose; donde, se qualche cosa, eccetto l’idea, fosse la causa prossima della cosa, non voleva considerarla idea, e perciò sostenne che non c’è idea comune in quelle cose che sono dette per ciò che è prima e dopo, ma che il primo fosse idea del secondo. Donde il filosofo Clemente affermava che le cose superiori negli enti sono idee delle cose inferiori. Sostengono che ci sono le idee degli accidenti i teologi, i quali intendono che Dio è causa immediata di ciascuna cosa, per quanto non escludano secondi Dei e cause. Perciò anche noi in proposito affermiamo che ci sono le idee di tutte le cose poiché risaliamo a esse medesime da ogni cosa concepibile. Di tutte le cose, infatti, formiamo ombre ideali. Né per questo distruggiamo la dottrina platonica, come è chiaro per chi capisce.

VENTINOVESIMO CONCETTO.

Platone non stabilì idee delle singole cose, ma solamente delle specie, sia perché le idee riguardano soltanto la produzione delle forme, non della materia, sia anche perché principalmente le forme sono intese per natura, non invece i generi e gli individui. I teologi pongono le idee delle singole cose, poiché asseriscono che Dio è causa totale e per quanto attiene alla materia e per quanto attiene alla forma. Anche noi in proposito ammettiamo le idee delle singole cose, poiché poniamo come principio la conoscenza razionale di ciò che è “ideato” secondo la somiglianza universale di ciò che è figurato e compreso, sia che essa sia ‘ante rem’ sia in ‘re’, sia ‘res’ sia ‘post rem’, così pure e nella sensazione e nell’intelletto, e questo sia pratico sia speculativo.

TRENTESIMO CONCETTO.

Certuni collocano la nascita delle idee meno comuni nelle idee più comuni e infine uniscono i generi di tutte le idee proprio nell’ente primo che chiamano sommo intelligibile. Tu ricordati di collocare le ombre delle idee meno comuni in quelle più comuni e i soggetti esterni di esse meno comuni in quelli più comuni.

 

INTORNO ALLA COMPLESSIONE CHE SI VERIFICA PER L’INCONTRO DELLA PRIMA RUOTA CON LA SECONDA.

Occorrerà perciò che chi vuole conquistare da sé l’arte generale per l’attitudine dell’intelletto, della volontà e della memoria (per quanto noi al presente la limitiamo alle percezioni della memoria), per prima cosa conosca i princìpi elementari con i loro significati, per seconda i princìpi secondari, per terza tragga i princìpi secondari per mezzo dei primari. I primi due, che sono ottimamente accessibili a quelli versati nelle dottrine peripatetiche e platoniche, li abbiamo forniti noi. La terza cosa l’affidiamo alla diligenza di quello stesso che vuole apprenderla. E’ ora di affrontare l’applicazione pratica e la concentrazione dell’intenzione universale per raggiungere l’arte della memoria.

Le ombre delle idee (Giordano Bruno)

Cultura (art. L’ipnosi regressiva od evocativa)

L’ipnosi regressiva od evocativa

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[Il tempo conosciuto vien scandito in modalità crescente e di avanzamento verso il nebuloso futuro. Concetti come vecchiaia od evoluzione sono specchietti di sazietà per cercar di concepire ciò che sarà o potrebbe essere nel raggiungimento dell’assolutismo. Ma, inversamente, esso può o potrà mai far ritornar l’uomo, materialmente, nel li era o nel li fu? Nell’era compiuta fu possibile viaggiar concretamente attraverso il tempo, solo sul piano di coscienza, grazie agli studi metodici e di tecniche sperimentali nei rami psicologici e metafisici…] (Freddy – Mente e passato – La fine dell’inizio)

Quando ti abbandoni piacevolmente e curiosamente ad un sogno ad occhi aperti, tanto profondamente da dissociarti dalla realtà circostante e da diventare totalmente assorbito nel tuo modo interno, sei in uno stato speciale di consapevolezza che è chiamato ipnosi. L’ipnosi, non è altro che uno stato psicofisico simile al sonno, provocato artificialmente. Il termine deriva dal greco “hypnos”, sonno, e fu introdotto dal medico inglese James Braid (1785-1860) che diede un’interpretazione fisiologica al fenomeno studiato nella prima metà del XIX secolo. Prima di questo periodo tutti i fenomeni che oggi possono essere fatti rientrare in specifiche potenzialità dell’immaginazione erano considerati isolatamente come manifestazioni divine o diaboliche, oppure il risultato di pratiche magiche. Gli esperti che si occupano di ipnosi hanno il compito di accompagnare questo stato di trance mantenendo sempre presente la coscienza critica in modo da non aver alcuna problematica durante il reintegro verso la coscienza presente. Il termine ipnosi vien sempre accompagnato da “regressiva od evocativa” per indicare il ritorno a stadi precedenti dello sviluppo psichico e di conseguenza all’emersione di aree e problematiche sommerse oppure occultate dalla mente.

Gli sviluppi successivi di interpretazione dell’ipnosi si devono ai lavori di Ambroise-Auguste Liébeault (1823-1904), un medico di Nancy, e di Hippolyte Bernheim (1837-1919), famoso neurologo parigino. Insieme fondarono la Scuola di Nancy. La scuola di Nancy si trovò a dover opporre studi e teorie sull’ipnosi alla scuola di Jean-Martin Charcot (1825-1893) che operava all’Ospedale della Salpêtrière di Parigi. Mentre per la scuola di Nancy l’ipnosi era un fenomeno psicologico normale e tutti i suoi fenomeni potevano essere spiegati con la suggestione, Jean-Martin Charcot considerava l’ipnosi un fenomeno patologico, una nevrosi isterica artificiale. Di ipnosi si occupò anche Sigmund Freud (1856-1939), ma la transitorietà dei risultati terapeutici, la laboriosità dei procedimenti ipnotici, la limitazione delle applicazioni terapeutiche e, forse non ultima, l’individuazione da parte sua di “un misterioso elemento” di natura sessuale, spinsero Freud ad abbandonare l’ipnosi e a creare un nuovo metodo: la psicoanalisi. La vera esplosione e lo studio dell’arte ipnotica avvenne durante tutto il periodo che attraversarono le due guerre mondiali; sia dagli scienziati e medici tedeschi, sia da quelli americani. Nel 1949 venne fondata negli USA la Society for Clinical and Experimental Hypnosis che divenne Società internazionale nel 1959. Nel 1957 venne fondata una seconda associazione, l’American Society of Clinical Hypnosis. In particolare nel 1958 l’American Medical Association riconobbe l’ipnosi come metodo legittimo di cura in medicina e in odontoiatria. Successivamente nel 1969 l’American Psychological Association creò una sezione di psicologi che si interessavano prevalentemente di ipnosi. L’ipnosi, però, intesa come potenzialità della mente umana pare essere impiegata fin dall’antichità; Charles Arthur Musès (1972) scrive di aver trovato un’antica registrazione di una seduta ipnotica nella incisione di una stele egizia risalente al regno di Ramesse XI della XX dinastia egizia, circa 3.000 anni fa.

Sono diverse le potenzialità dell’ipnosi documentate scientificamente. Il soggetto in ipnosi può modificare la percezione del mondo esterno; può percepire stimoli che in realtà non ci sono e non percepire quelli che sono presenti; può distorcere percezioni di stimoli effettivamente esistenti creando illusioni. In ipnosi è possibile modificare il vissuto sensoriale; il vissuto di schema corporeo e in particolare è possibile un controllo del dolore. Il soggetto in ipnosi può orientare con facilità la propria introspezione nei diversi settori del suo organismo, può ampliare o ridurre le sensazioni che provengono dall’interno del suo corpo, può alterare i parametri fisiologici avvertibili come il battito cardiaco, il ritmo respiratorio o la temperatura cutanea. Viene sempre più utilizzata anche e con buoni risultati nel controllo delle emozioni (disturbi d’ansia, attacchi di panico, rabbie, tristezze) e delle dipendenze (alcol, fumo, droghe), attraverso le varie forme di psicoterapia e ipnositerapia. È impiegata in ostetricia nella preparazione e nella conduzione del parto, in odontoiatria nelle varie fobie da studio dentistico e come analgesico, in dermatologia nelle diverse forme di malattie psicosomatiche, e negli ultimi anni anche in oncologia come strumento del sostegno psicologico, impiegata come tecnica di rilassamento, e nella eliminazione degli effetti collaterali alle diverse terapie quali la nausea, il vomito, l’eccessiva stanchezza e ovviamente nella gestione delle diverse emozioni negative. In questa speciale condizione sia psicologica sia neuro-fisiologica, la persona funziona in un modo speciale, un modo in cui la persona può pensare, agire, e comportarsi come nel normale stato di coscienza o anzi anche meglio, grazie all’intensità della sua attenzione e alla forte riduzione delle distrazioni. In questa situazione focalizzata, la persona che sta funzionando ipnoticamente non solo mantiene la capacità di usare la volontà o la ragione, ma dimostra anche di essere meno manipolabile, al punto che non è in alcun modo possibile costringerla ad agire contro il suo volere. Anzi, gli stessi fallimenti dell’ipnositerapia dimostrano che a volte è difficile persino raggiungere gli obiettivi che pure si desiderano fortemente. La sola relazione ipnotica utile tra ipnotista e soggetto ipnotico è quindi quella basata su una profonda e sincera collaborazione al fine di raggiungere gli obiettivi personali dell’interessato. Parallelamente all’ipnosi possiamo trovare l’autoipnosi. L’autoipnosi è la realizzazione dello stato ipnotico su se stessi. In ambito clinico l’ipnotista impartisce al paziente delle istruzioni particolari affinché apprenda a entrare autonomamente nello stato ipnotico. All’inizio dell’apprendimento, per agevolare la realizzazione della trance, possono essere utili delle audiocassette con la voce registrata del terapeuta. Con l’allenamento e l’esperienza migliora sempre più l’abilità del soggetto a realizzare l’ipnosi.

L’uso delle tecniche ipnotiche in diversi campi ha prodotto numerose attività diversamente definite; tra esse:

  • Ipnosipedia: l’impiego dell’ipnosi nell’apprendimento. Il suo impiego è finalizzato ad aumentare la concentrazione, a realizzazione monoideismi che esaltino le capacità intellettuali e, attraverso suggerimenti post-ipnotici, è possibile rafforzare la personalità ed aumentare la motivazione allo studio.
  • Ipnosi per lo sport: riguarda tecniche utilizzate per la preparazione psicologica degli atleti in diverse discipline sportive.
    I risultati che si possono ottenere con l’impiego dell’ipnosi con gli atleti sono:
    1) il raggiungimento di rilassamento sia muscolare che mentale, il che favorisce il controllo del tono muscolare e dello stato emotivo,
    2) il controllo dell’ansia pre-agonistica,
    3) il recupero della fatica fisica e mentale.
  • Ipnosi per scopi militari.
  • Ipnosi nei programmi spaziali.
  • Ipnosi da palcoscenico.
  • Ipnosi per lo studio di fenomeni paranormali.
  • Ipnosi “illegale”, applicazioni extracliniche per finalità illecite, solitamente truffaldine. 
  • Ipnosi di massa con attività visive o di comando, pubblicitarie, finalizzate all’acquisto di prodotti di consumo

Fra i pregiudizi diffusi sull’ipnosi (da cui derivano le riserve di alcuni pazienti) vi è quello secondo cui essa consentirebbe il controllo della mente e la perdita di coscienza. Questa idea, che corrisponde all’immagine dell’ipnosi riportata più frequentemente nella narrativa, nel cinema e soprattutto in televisione, è fuorviante. Più corretto è dire che l’ipnosi fa vivere al soggetto un’esperienza di trance, senza tuttavia modificarne la personalità (e quindi, per esempio, la volontà o i principi morali). Altri pregiudizi arrivano dalla scienza, che non potendo misurare gli effetti dell’ipnosi su larga scala non ne riconosce l’efficacia. Ne consegue che L’ipnosi regressiva è una metodologia non scientifica utilizzata da alcuni psicoterapeuti che, secondo i suoi sostenitori, sarebbe in grado di fare affiorare durante la trance, ricordi rimossi di eventi traumatici che influenzerebbero la vita presente di un soggetto provocando pertanto in lui problemi di ordine psicologico. Secondo tale ipotesi il termine “regressiva” indicherebbe proprio l’intenzione di stimolare nel soggetto in trance la capacità di ricordare esperienze rimosse dal conscio facendo, per l’appunto, “regredire” lo stesso soggetto nello stato ipnotico capace di indurlo a recuperare suoi ricordi rimossi di eventi passati e, grazie a questo recupero, di eliminare i suoi problemi psicologici conseguentemente. L’ipnosi regressiva è considerata dalla maggior parte dei medici e più in generale dalla comunità scientifica una procedura metodologica pseudoscientifica che crea dei falsi ricordi: la fonte dei ricordi, presentati come frutto di vite passate, è costituita da racconti creati dal subconscio sotto l’influenza delle informazioni e dei suggerimenti forniti dal terapeuta. Altri soggetti si spingono a ritenere l’ipnosi in grado di far retrocedere i ricordi a tempi antecedenti alla vita attuale, postulando perciò forme di “resurrezione” pisco-spirituale. Di conseguenza, la liberazione e la rielaborazione dei contenuti emozionali favorirebbero il riequilibrio psicologico del soggetto. i praticanti della disciplina quali Raymond Moody, Brian Weiss, Ian Stevenson, Angelo Bona che nella loro pratica clinica affermano di avere riscontrato, durante le regressioni ipnotiche, l’emersione di contenuti riferibili a presunte vite precedenti.

Le più antiche pratiche di regressione a vite precedenti compaiono nelle Upaniṣad, risalenti al 900 a.C. Patanjali, vissuto probabilmente tra il IX e il IV secolo a.C. e ritenuto il maggior esponente del Raja Yoga, negli Yogasutra definisce la regressione pratiprasavah (riassorbimento, nascita a ritroso). Secondo la scuola di pensiero a lui ispirata la regressione a vite precedenti sarebbe in grado di eliminare il Karma accumulato nei samskara (impressioni coscienziali) durante esistenze precedenti. Il Karma accumulato nei samskara obbligano il corpo etereo a reincarnarsi.

Il dottor Angelo Bona, il dott. Angelo Bona, presidente dell’AIIRe – Associazione Italiana Ipnosi Regressiva Evocativa segue proprio questa filosofia. Durante una recente intervista egli esplica alcuni concetti in modo esaustivo e che possono far comprendere meglio le metodologie utilizzate dagli esperti ipnotizzatori. Alcune domande a lui rivolte sono:

Cosa succede durante la seduta di ipnosi regressiva?
Entri in un altra dimensione di te stesso sperimentando un profondo stato di benessere e di rilassamento psico-fisico attivato dal flusso delle endorfine. E’ il piacere di momenti di “non-pensiero”, è la percezione di una realtà senza l’interposizione di diaframmi interpretativi: dove non c’è giudizio c’è una dimensione “senza tempo”. Affini le tue capacità mnemoniche, sensoriali ed emotive in un’ atmosfera di graduale liberazione dalle tensioni e dai blocchi la mente finalmente si schiude rivelandoti i misteri e le meraviglie del tuo “passato più profondo”.

Qual’é la durata della seduta di ipnosi regressiva?
La prima seduta di regressione alle vite precedenti dura circa due ore, le eventuali sedute successive, un ora e un quarto circa.

Qual’é la frequenza?
Una seduta al mese.
Gli effetti positivi della seduta continueranno ancora per diversi giorni facendo affluire, alla tua mente, ricordi, idee e consapevolezze e al tuo corpo nuove sensazioni; durante le notti successive alla seduta è possibile che tu faccia alcuni sogni particolarmente significativi per te. Tra una seduta e l’altra consiglio di tenere un diario dei tuoi sogni psichici o precognitivi.

Qual’é il numero delle sedute di ipnosi regressiva alle vite precedenti?
Puoi fare anche una sola seduta o comunque solo quel numero di sedute che tu desideri e che senti intuitivamente utili per te.

Bona parla anche dei pericoli della regressione ipnotica.

Numerose persone chiedono di accedere ad una psicoterapia che utilizzi l’ ipnosi regressiva. Secondo il pensiero e l’esperienza dei terapeuti associati all’AIIRe sono importanti i seguenti punti:

  1. La psicoterapia con l’utilizzo dell’ipnosi regressiva sia condotta individualmente e non in gruppo e da un medico o psicologo psicoterapeuta.
  2. Chiedere sempre la qualifica di chi vi cura. La psicoterapia non può essere condotta da chiunque decida di porsi come guida di un percorso psicologico senza l’opportuna preparazione e qualifica.
  3. Si consiglia di non utilizzare Cd o audiovisivi di autoregressione. E’ pericoloso il fai da te che espone il soggetto a rischi di grave scompenso.
  4. Occorre una diagnosi preventiva seria attuata da un medico o psicologo psicoterapeuta competente prima di accedere al trattamento, perché occorre escludere i soggetti che non sono idonei all’ipnosi regressiva. I pazienti affetti da un quadro di depressione maggiore acuta, i bambini, gli adolescenti, le donne gravide, le persone in terapia con farmaci anticonvulsivanti non devono essere, a nostro avviso, trattati. Quali rischi incombono su tali categorie? I pazienti depressi con istinti suicidari, potrebbero reagire alla metodologia attuando i loro propositi autolesivi; i bambini e gli adolescenti non posseggono ancora una sufficiente stabilità nella struttura della loro personalità e l’emozionale impatto dell’ipnosi potrebbe disorientarli. Ancora, la gravidanza è un tempo di rispetto e di amplificata sensibilità, un periodo ove forti emozioni sono da escludersi. Intendiamo dire che non è opportuno sottoporre donne incinte alla regressione ipnotica per tutela del loro stato. Pensiamo che sia proficuo invece un corretto training ipnotico non regressivo di preparazione al parto. Per quanto riguarda l’induzione di pazienti portatori di focolai convulsivanti o in terapia con farmaci antiepilettici, crediamo ancora che ci si debba astenere dalle pratiche di ipnosi per non slatentizzare eventuali accessi.

Quindi, la regressione serve per:

  • Cercare eventi del passato quando questi non siano noti.
  • Far rivivere eventi del passato quando già conosciuti.
  • Ricordare in dettaglio fatti accaduti e poi dimenticati.
  • Ritrovare oggetti di cui si è dimenticato il nascondiglio.

Indipendentemente dallo scopo per cui questa tecnica è utilizzata bisogna notare due fatti essenziali di cui tenere conto.

  1. In mancanza di una prova certa di quanto ricordato, detto o rivissuto dal soggetto in ipnosi, non si può essere certi della verità di quanto affermato in regressione, indipendentemente dalla buona fede della persona in ipnosi.
  2. La capacità dell’ipnotista di condurre una seduta di regressione nella maniera corretta. Infatti, il rischio maggiore in cui si incorre utilizzando questa tecnica, è di suggerire al soggetto ciò che dovrà ricordare. Questo fenomeno è a volte del tutto inconsapevole, e causarlo è molto semplice. Bisogna anche molta attenzione al linguaggio utilizzato dal soggetto durante la regressione. I verbi che esprimo l’evento devono essere al presente, perché l’evento è rivissuto “qui” ed “ora” dal soggetto. Se il soggetto dice “Ero”, “Avevo”, “Andavo”, si tratta di ricordi, non di emozioni rivissute durante la trance. Quando un soggetto parla dell’evento della regressione, utilizza spesso il tono di voce dell’età che aveva in quel periodo della sua vita, può cominciare quindi a parlare con una voce infantile. Cambiano spesso le proporzioni delle cose, se il soggetto parla di un ricordo infantile, descriverà le cose in proporzione alla sua età, si arrampicherà su delle”alte” sedie, guarderà oltre il bordo del tavolo sollevandosi sulle punte dei piedi, etc.Che si tratti di una regressione spontanea o no, si ha spesso un’abreazione, cioè un rilascio delle emozioni associate all’evento. Un’abreazione è un buon indicatore di regressione, e può essere anche molto violenta. A volte si manifesta con un semplice pianto, a volte con delle urla ed è compito dell’ipnotista controllare queste emozioni. Non è necessario il sonnambulismo per ottenere la regressione, che si può essere ottenuta a qualunque livello di trance, anche se le regressioni più convincenti sono quelle spontanee o quelle ottenute dai soggetti sonnambulici.

In definitiva la raccomandazione che gli esperti danno è quella di prestare molta attenzione a chi ci si rivolge per un’esperienza di questo genere. Bisogna sempre chiedere credenziali ed informarsi per bene, magari con libri che ne trattano l’argomento, per avere un’idea del percorso eventuale che si vorrà intraprendere se si sceglierà di curare le proprie patologie attraverso l’ipnosi regressiva od evocativa.

Tercespot Navi

Società (art. Deficit dell’attenzione ed iperattività nel bambino)

Deficit dell’attenzione ed iperattività nel bambino

psicofarmaci

La sindrome da deficit dell’attenzione ed iperattività (ADHD) è un insieme di comportamenti riscontrabile in molti bambini, ma anche in adulti. Chi ne soffre ha problemi a prestare attenzione e a concentrarsi a scuola, a casa o sul posto di lavoro. Anche se cerca di concentrarsi, può avere molte difficoltà. Alcuni bambini possono essere molto più attivi e/o impulsivi rispetto ai loro coetanei. Questi comportamenti causano problemi significativi nella vita di relazione, nell’apprendimento e nel comportamento. Per questo motivo i bambini che soffrono di ADHD in alcuni casi sono considerati “difficili” oppure si ritiene che abbiano problemi comportamentali. La neuropsichiatra afferma che chi soffre di questa malattia, che ha denominato ADHD, ha molte difficoltà a organizzarsi, ad ascoltare le istruzioni, a ricordare i dettagli e a controllare il proprio comportamento, quindi spesso ha problemi di relazione in casa, a scuola o sul posto di lavoro. Affermando anche che questa sindrome sia probabilmente ereditaria, anche se non si ha la certezza, una volta riconosciuto il disturbo nel bambino, in automatico e di conseguenza, viene diagnosticato anche ad uno dei genitori, previa valutazione psicologica. Chi soffre della sindrome da deficit di attenzione e iperattività non produce una quantità sufficiente di sostanze chimiche nelle zone del cervello responsabili dell’organizzazione del pensiero. Senza una quantità sufficiente di queste sostanze chimiche i centri organizzativi del cervello non riescono a lavorare bene e quindi si verificano i sintomi dell’ADHD. Quando a un bambino viene diagnosticata l’ADHD, i genitori spesso iniziano ad avere sensi di colpa, ma le cause del disturbo probabilmente hanno più a che vedere con fattori ereditari che non con le scelte dei genitori. L’ADHD ha ancora molti lati oscuri, però si ritiene che possa essere causata da diversi fattori:

  • Anomalie della funzionalità e dell’anatomia cerebrali. La causa esatta dell’ADHD rimane un mistero, ma gli esami di scansione del cervello hanno scoperto differenze importanti nella struttura e nell’attività cerebrale dei pazienti colpiti dall’ADHD. Ad esempio sembrerebbe, anche se non si ha la certezza che, in tali pazienti, le aree del cervello deputate al controllo dei livelli di attività e dell’attenzione siano meno attive del normale.
  • Ereditarietà. L’ADHD tende ad essere ereditaria. Attualmente sono in corso ricerche su diversi geni che potrebbero essere connessi a questo disturbo.
  • Fumo durante la gravidanza, uso di droghe ed esposizione alle tossine. Le gestanti che fumano corrono un rischio maggiore di mettere al mondo un figlio affetto dall’ADHD. L’abuso di alcol o di droghe durante la gravidanza probabilmente fa diminuire l’attività dei neuroni (cellule nervose) che producono i neurotrasmettitori. Anche le gestanti esposte alle tossine ambientali potrebbero correre un rischio maggiore di mettere al mondo figli affetti dall’ADHD.
  • Esposizione del bambino alle tossine ambientali. I bambini in età prescolare esposti a determinate tossine presentano un rischio maggiore di soffrire di problemi comportamentali e dello sviluppo. L’esposizione al piombo, che si trova soprattutto nelle vernici e nei tubi degli edifici vecchi è stata connessa ai comportamenti distruttivi e persino violenti e alla diminuzione della capacità di concentrazione.
  • Additivi alimentari. Gli additivi alimentari, come i coloranti ed i conservanti artificiali, probabilmente contribuiscono al comportamento iperattivo. Lo zucchero è da più parti sospettato di causare l’iperattività, ma finora non c’è alcuna prova attendibile a sostegno di questa tesi.

Ma cosa intendiamo quando parliamo di deficit dell’attenzione ed iperattività?

Per rispondere a questa domanda utilizzeremo quel che dice il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association (Diagnostic and statistical manual of mental disorders, indicato con la sigla DSM-IV TR). Questo è il protocollo diagnostico corrente utilizzato come Bibbia in ambito medico per arrivare alla diagnosi della sindrome.

DEFICIT DELL’ATTENZIONE O DISATTENZIONE

  1. Il paziente spesso non presta attenzione ai dettagli o fa errori di sbadataggine a scuola, al lavoro o durante le altre attività.
  2. Spesso ha problemi a prestare attenzione a scuola, al lavoro o durante il gioco.
  3. Sembra distratto quando ci si rivolge direttamente a lui.
  4. Non segue le istruzioni e i comandi e non riesce a portare a termine i lavori a scuola, in casa o sul posto di lavoro (non si tratta di un comportamento opposizionale e il paziente riesce benissimo a capire ciò che gli viene detto o ordinato di fare).
  5. Ha spesso problemi a organizzare le proprie attività.
  6. Spesso evita, non ama o non vuole dedicarsi alle attività che richiedono uno sforzo mentale intenso e prolungato (come i compiti a casa o le attività scolastiche).
  7. Perde spesso ciò che gli serve per portare a termine i compiti e le attività (ad esempio i giocattoli, il diario, le matite, i libri o altri oggetti).
  8. Tende a distrarsi facilmente.
  9. Nella vita di tutti i giorni è spesso distratto.

IPERATTIVITA’

  1. Il paziente gesticola, muove i piedi o si agita sulla sedia quando dovrebbe stare seduto tranquillo.
  2. Si alza anche quando dovrebbe stare seduto.
  3. Corre o si arrampica anche in situazioni non appropriate
  4. Ha problemi a giocare o a divertirsi tranquillamente.
  5. Sembra in perenne movimento o agisce come se fosse in moto perpetuo.
  6. In molti casi parla troppo.

Chi nella propria vita non ha incrociato un bambino che avesse almeno alcune delle caratteristiche riportate qui sopra? Li avreste mai giudicati malati? La disattenzione sembrerebbe riportare la descrizione d’un bambino pigro e sognatore, mentre l’iperattività un bambino forse troppo vivace ed impaziente, che voglia sperimentare e sperimentarsi e che voglia sentirsi al centro dell’attenzione. La maggior parte dei bambini sani è disattenta, iperattiva o impulsiva di tanto in tanto. Ad esempio i genitori potrebbero preoccuparsi se il figlio di tre anni non riesce a prestare attenzione dall’inizio alla fine quando gli si racconta una storia; tuttavia è normale che i bambini in età prescolare si distraggano facilmente e non siano in grado di concentrarsi troppo a lungo su un’attività. Anche nei bambini più grandi e negli adolescenti la capacità di concentrarsi dipende spesso dall’interesse che si prova per l’attività. La maggior parte degli adolescenti è perfettamente in grado di ascoltare la musica o di parlare con gli amici per ore, ma può essere molto meno concentrata sui compiti. Lo stesso discorso vale per l’iperattività. I bambini piccoli normalmente sono pieni di energie e riuscirebbero a esaurire le energie di qualsiasi adulto prima di stancarsi. Inoltre possono diventare ancor più attivi quando sono stanchi, hanno fame, sono ansiosi o si trovano in un ambiente nuovo. Alcuni bambini, infine, sono più attivi dei loro coetanei. Non si dovrebbe mai giungere alla diagnosi di ADHD solo perché un bambino è diverso dagli amici o dai fratelli. I bambini che hanno problemi scolastici ma se la cavano bene sia a casa sia con gli amici probabilmente si trovano ad affrontare un disturbo diverso dall’ADHD. Lo stesso discorso vale per i bambini che hanno problemi di iperattività e disattenzione a casa, ma sono perfettamente a loro agio sia a scuola sia con gli amici. Ricordiamoci che questa patologia viene trattata e curata con psicofarmaci. Alcuni dei farmaci usati per combattere l’ADHD appartengono alla categoria degli psicostimolanti.

Tra di essi figurano: metilfenidato, dextroanfetamina, atomoxetina, clonidina, desipramina, imipramina, bupropione e anche un farmaco che combina la dextroanfetamina e l’anfetamina (miscela racemica di l-anfetamina e d-anfetamina).

È importante ricordare comunque che i farmaci psicostimolanti usati per la cura dell’ADHD sono farmaci sottoposti ad una legislazione restrittiva e severa. Consideriamo anche gli effetti collaterali dei farmaci psicostimolanti, i quali sono come sempre in maggior numero rispetto agli effetti positivi. I psicostimolanti possono far diminuire l’appetito e causare mal di stomaco o mal di testa. La perdita di appetito può causare perdita di peso in alcuni pazienti. Questi effetti collaterali sembrano essere più comuni tra i bambini. Alcuni pazienti iniziano a soffrire di insonnia. Tra gli altri possibili effetti collaterali ricordiamo: accelerazione del battito cardiaco, dolore al torace, vomito.

La cura psicologica nel bambino con farmaci specifici si sta sempre più diffondendo anche in Europa, sul modello statunitense, l’abitudine di prescrivere psicofarmaci a bambini nel pieno dell’infanzia, per i problemi più disparati che vanno da ritardi mentali e disturbi dell’apprendimento a quelli del comportamento e all’iperattività. In Stati Uniti e Canada, e anche in Gran Bretagna per la verità, sono decenni che si usa trattare milioni di bambini con alcuni tipi di psicofarmaci per indurre comportamenti più miti in soggetti difficili e distruttivi all’interno dell’attività scolastica. I risultati disastrosi sono però ormai di dominio pubblico. Molti di questi bambini, una volta divenuti adulti hanno sviluppato alcuni tipi di tossicodipendenza, tentato il suicidio e accumulato una considerevole mole di altri disturbi psiscologici e fisici. Alcune statistiche ufficiali sostengono che in Italia si può parlare di presenza “certa” di 1 bambino con questa tipologia di problemi ogni 25, ossia più o meno uno per ogni classe scolastica. Ma uno psicologo serio sa per esperienza che i bambini che è possibile diagnosticare così duramente sono in realtà pochissimi, e anzi ancor meglio vede nella sua pratica clinica che i bimbi che gli vengono segnalati con queste problematiche non hanno mai raggiunto le percentuali di tali stupefacenti statistiche. Nel campo neuropichiatrico, bisogna dire comunque che sono molti i medici che si dicono contrari a queste tipologie di cure sul bambino. Come ad esempio, Federico Bianchi, dell’équipe dell’Istituto di Ortofonologia di Roma. Egli afferma in un’intervista:

Il problema attuale che fa la differenza è che qui a pagarne le conseguenze sono direttamente i bambini stessi e le loro famiglie, dato che gli effetti collaterali degli psicofarmaci in bimbi che probabilmente, nella maggior parte dei casi, hanno problemi di maleducazione, di allergia o sono naturalmente dei distratti (perché no?), sono devastanti. Quello che mi sembra inquietante è che oggi, soprattutto in ambito psicologico ma anche in quello medico più stretto, a seconda dello specialista cui una persona si rivolge si possono avere diagnosi e terapie completamente diverse, con rischi talora elevati per la salute che si intendeva invece curare.” 

Serve allora sapere che in Canada già negli anni Settanta del secolo scorso è nata una branca della psicologia che si chiama ortomolecolare, i cui aderenti, medici, psichiatri e ricercatori, sono riusciti a dimostrare che è possibile curare e guarire patologie psicologiche anche gravi come la schizofrenia, le allucinazioni, i disturbi del comportamento, i ritardi mentali ecc. semplicemente supplementando l’alimentazione del bambino (e dell’adulto) con potenti dosi di vitamine. Tra questi ricercatori ci sono anche premi Nobel come il biochimico Linus Pauling. L’utilizzo soprattutto di niacina (vitamina B3) e di piridossina (vitamina B6) ha svelato panorami di impensabile efficacia rispetto a patologie che normalmente la medicina ufficiale non riesce a curare e per le quali i pazienti trascinano una vita imbottiti di sostanze che li devastano nel corpo e nella mente. Tra i pionieri di queste tematiche troviamo anche Abram Hoffer che a scritto molti testi sull’argomento. Il dott. Hoffer ritiene infatti che «l’uomo stia attraversando adesso un processo che non lo rende più capace di sintetizzare vitamina B3 dal triptofano. La conseguenza è un aumento esponenziale delle patologie considerate psicologiche e psichiatriche. Man mano che le diete sono diventate meno naturali e più sintetiche, la quantità di vitamina B3 è diminuita, e chi non ha più gli strumenti per convertire abbastanza triptofano in vitamina si ammala. Hoffer è convinto che se aggiungessimo 100 mg di vitamina B3 in forma di niacinamide alla dieta di ognuno, ci sarebbe una grande diminuzione dei casi di schizofrenia e di molte altre malattie, come l’iperattività e i problemi caratteriali e di apprendimento nei bambini. In decenni di pratica clinica il dott. Hoffer ha effettivamente curato con successo migliaia di bambini con questi sintomi patologici.

70 bambini all’anno sottoposti a trattamento sanitario obbligatorio, 6.000 bambini all’anno ricoverati in psichiatria, 40.000 bambini in strutture residenziali per minori, più di 60.000 bambini trattati con psicofarmaci Le recenti notizie di cronaca riguardanti l’unità di Neuropsichiatria Infantile del Polo Ospedaliero degli Ospedali Civili di Brescia sono solo la punta dell’iceberg di un’emergenza minorile nascosta che interessa migliaia di bambini con un giro d’affari miliardario per le case farmaceutiche, gli operatori psichiatrici e le strutture residenziali per minori. In Italia stanno spuntando come funghi dei reparti psichiatrici per minori che una volta aperti dovranno essere riempiti. Invece di puntare verso attività di prevenzione del disagio minorile, la direzione intrapresa è quella del ricovero e dell’istituzionalizzazione, tendenza che fa aumentare esponenzialmente i costi dei servizi sanitari e assistenziali e che, attraverso interventi invasivi e coercitivi nei confronti dei bambini spesso accompagnati da terapie farmacologiche, finisce con il creare dei nuovi pazienti psichiatrici invece di prevenire la malattia.

Chi trae vantaggio da questa schiera di bambini istituzionalizzati?

In un documento del 2009 “Psicofarmaci e minori: tra abuso e disinformazione” pubblicato da Roberta Angelilli, si affermava che in Italia i bambini che assumevano psicofarmaci erano tra i 30.000 e i 60.000. Il numero di bambini che consumano psicofarmaci in età giovanile, secondo Giuseppe Mele, presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri è in costante aumento. Nel suo documento Angelilli, presentata al parlamento italiano denunciava che “accade di frequente che un bambino o un ragazzo in difficoltà venga trattato con psicofarmaci solamente perché non vi sono le necessarie conoscenze pedagogico-educative per aiutarlo a superare le proprie difficoltà comportamentali.” Nel documento Angelilli, riguardo l’ADHD afferma anche: “Non c’è nessuna certezza che questa sia una malattia vera e propria. Nonostante alcuni medici affermino che il disturbo sia di natura genetica e sia legato a fattori morfologici cerebrali, non è stato individuato ancora nessun marcatore biologico e nessuna prova definitiva che questo sia vero.” Ma non solo, lo psichiatra statunitense Leon Eisenberg, padre scientifico dell’ADHD, ha affermato nella sua ultima intervista che: “L’ADHD è il principale esempio di una malattia inventata”. La sua denuncia non è stata presa in considerazione dato che si va verso la medicalizzazione e l’istituzionalizzazione, invece di puntare a un miglioramento delle conoscenze pedagogico-educative. Questa tendenza è sorretta dalle lobby delle case farmaceutiche, della psichiatria istituzionale e organicista e delle strutture residenziali per minori, sostenute, queste ultime, dalle gerarchie ecclesiastiche e dei potentati della sotto politica religiosa. Come ha detto l’onorevole Guidi: «vale più un chilo di eroina che un chilo di bambino». Le lobby psichiatriche e farmaceutiche si incontrano frequentemente, organizzando innumerevoli Congresso Mondiali con a tema”Il disturbo ADHD dall’infanzia all’età adulta”. Questi sono sponsorizzati principalmente dalle grandi catene che fanno affari sulla pelle dei bambini; come Shire AG, Eli Lilly and Company, MEDICE Arzneimittel Pütter GmbH & Co. KG, SensoDetect AB (publ), Vifor Pharma e Wisepress Ltd. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, adottata e proclamata il 10 dicembre 1948, stabilisce, all’articolo 3, che «nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti». La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, approvata il 20 novembre 1989, all’articolo 33, ha stabilito che i bambini devono essere protetti dall’uso illecito di sostanze psicotrope. Tuttavia, a causa di eccessive diagnosi psichiatriche di disturbi infantili che riguardano il comportamento e l’apprendimento come, ad esempio, il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività (ADHD), a milioni di bambini in tutto il mondo vengono somministrati psicofarmaci che provocano assuefazione.

Nelle scuole, tanti maestri preferiscono insegnare ai bambini a leggere e scrivere, e rifiutano di cedere agli interessi multimiliardari delle case farmaceutiche, ma nelle nostre scuole si è ormai insinuata una schiera di psicologi, psichiatri e consulenti, trasformandole da centri del sapere in centri di controllo e sperimentazione psichiatrica. Sempre più spesso, se un bambino ha problemi, la colpa è dei genitori (e il bambino viene portato via dal tribunale e dai servizi sociali), oppure è del bambino: è malato e va curato con gli psicofarmaci. Se i genitori si oppongono a queste ‘cure’, possono addirittura perdere la patria potestà e il bambino può essere messo in una casa famiglia. Forse è arrivato il momento di ripensare al concetto stesso di scuola; siete convinti che ad ora siano luoghi sicuri per i vostri figli? 

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Arte (art. Quando l’uomo diventa opera d’arte)

Quando l’uomo diventa opera d’arte

Potrà sembrar una normalità a noi tutti, nel momento in cui ci si imbatte in un’opera d’arte. Diamo per fatto acclarato che dietro un’opera d’arte vi sia una mente, l’artista cioè colui che pensa visualizzando in propria mente l’opera e che la trasferisce come “traghettatore” nella realtà, un mezzo cioè l’oggetto che permette la creazione materiale di ciò che è stato idealizzato (ad esempio una tela, dei pennelli, la pittura, lo scalpello, uno strumento musicale, uno spartito) ed infine l’opera stessa compiuta, la risultante, cioè la rappresentazione in materia di ciò che l’artista pensò (un dipinto, una scultura, una sinfonia ecc.). Ma siamo sicuri che questa regola vale sempre? Vi sono situazioni in cui ciò non avviene. Situazioni in cui ciò che non doveva esser chiamata arte si è trasformata in essa. Prenderemo in esame tre casi particolari che spiegheranno meglio ciò cui si sta scrivendo. Questi tre casi sono legati da un filo conduttore assai macabro da un certo punto di vista cioè la morte, la natura viva che diventa natura morta, identificata nell’uomo stesso.

GUNTHER VON HAGENS (CADAVERI E SCULTURE)

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Ribattezzato dai media “Dottor Morte”, Gunther von Hagens, tedesco nato nel 1945, è professore di anatomia, nonché artista autoproclamato. Nel 1977 ha messo a punto un metodo di conservazione delle salme che permette di preservare organi e tessuti attraverso un trattamento chimico. La Plastination (Plastinazione), questo il nome della procedura, che prevede di sostituire con plastica l’acqua che compone le cellule. Una tecnica che permette di ottenere corpi plastinati durevoli e fedeli alla natura mediante un’impregnazione sotto vuoto. La Plastination ha un vantaggio rilevante: permette ai cadaveri di mantenere posizioni realistiche, e di utilizzarli quindi per composizioni artistiche. Si potranno ammirare così corpi che giocano a scacchi, a scherma, a basket, o che vanno a cavallo. Ma anche donne gravide col ventre aperto o corridori coi muscoli tagliati e disposti in modo che sembrino le penne di un volatile…

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Ogni visitatore, all’uscita di ogni sua mostra, è invitato a firmare un foglio con cui dona il proprio corpo (naturalmente dopo il decesso) all’eccentrico anatomopatologo. Nonostante quel che si crederebbe, sono in molti a farlo. Nella lista del patologo tedesco ci sarebbero circa 3.600 persone desiderose di donare il proprio corpo, e le richieste aumentano a un ritmo di cinque al giorno. «Per molti la plastinazione», spiega il professor von Hagens, «è il modo per secolarizzare la propria sepoltura e attenuare l’angoscia di perdere la vita, attraverso la possibilità di estendere la propria esistenza fisica dopo la morte». «La mostra anatomica di veri corpi umani permette di capire cose uniche del corpo umano sano e malato. Durante la visita vedrete diversi organi in una serie di circostanze differenti. Potrete imparare cose riguardo le loro funzioni e le malattie che li interessano. Infine avrete l’occasione di studiare le diverse e complesse strutture anatomiche dei corpi interi e a sezioni trasversali».

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Dietro le quinte delle mostre ci sarebbe però un’azienda che conta ben 170 operai impegnati a scuoiare e sezionare cadaveri in stile catena di montaggio, in attesa che von Hagens crei l’opera e, qualcuno sostiene, una compravendita di corpi, non donazioni. È la Von Hagens Plastination Ltd, con sede a Dalian, nella Repubblica popolare cinese. A quanto emerso da ricerche compiute nel 2004 dalla rivista tedesca Der Spiegel, l’inventario totale dei corpi, scorte incluse, ammontava in data 12 novembre 2003 a 647 cadaveri di adulti, 3.909 membra tra mani, gambe, piedi, peni e uteri, 182 tra embrioni, feti e neonati. Si dice che l’artista scelse Dalian perchè dispone di due penitenziari e un campo di lavoro, dove sono rinchiusi e anche giustiziati, oltre a delinquenti comuni, dissidenti, attivisti del Fulan Gong e attivisti per i diritti umani e perchè la legislazione cinese sull’utilizzo dei cadaveri è molto più flessibile rispetto alla Germania precisamente Heidelberg ove si trova un’altra azienda riconducibile all’artista e dove solo i corpi degli individui che avevano dato il conseso possono essere indirizzati a scopi scientifici. L’artista avrebbe ammesso che i suoi collaboratori hanno accettato la consegna di corpi importati con modalità truffaldina e poco chiara, cosa che ha suscitato in lui orrore, tanto che i responsabili sono stati licenziati. Von Hagens vende i suoi corpi plastificati alle università di circa 40 Paesi nel Mondo.

Nel caso di von Hagens l’artista può idealizzare pensare all’opera non nella sua immagine precisa e completa perché il volto ed il corpo del cadavere che diventerà opera ovviamente non sarà quello idealizzato dall’artista. Qui abbiamo un’artista che può pensare solo al tema ed all’ipotetica forma. Il mezzo non è altro che la tecnica di plastificazione e la risultante è l’opera che non costituirà mai ciò che l’artista idealizzò per intero.

LE MUMMIE EGIZIANE

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Anche le mummie, arrivate a noi dall’antico Egitto possono essere identificate come vere e proprie opere d’arte dal momento che noi stessi ci rechiamo verso esposizioni e musei per ammirarne l’eccezionalità. Anche qui parliamo di tecniche di imbalsamazione con tecniche legate, a differenza di von Hagens, al culto religioso egizio e non all’esigenza dell’artista. Le mummie strappate dai loro sarcofagi e dai loro sonni eterni furon opera di mani sapienti che utilizzarono, con rispetto verso il corpo e verso il passaggio nell’aldilà, l’arte dell’imbalsamazione. Arte che ha permesso di portare in modo integro a noi le mummie e le tecniche stesse utilizzate dai Sacerdoti. Già furon loro l’artista in questione. Un’artista che non idealizzò alcuna forma o opera, ma che pensò solo ed esclusivamente al rispetto del corpo e della persona. Un artista, non artista. Un artista inconsapevole. Il mezzo, come già esposto è l’arte dell’imbalsamazione egiziana e le mani sapienti che posarono con cura bende olii e quant’altro. Anche in questo caso la risultante non costituirà mai ciò che l’artista idealizzò perché l’artista stesso (Il Sacerdote) non pensò di dover creare alcuna opera d’arte.

CALCHI DELLE VITTIME DI POMPEI ED ERCOLANO

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Pompei ed Ercolano erano due città a sud di Napoli, nelle vicinanze della linea di costa dell’epoca, più arretrata rispetto a oggi, sovrastate dal cono del vulcano Vesuvio che domina tutto il Golfo. Il 24 agosto del 79 d.C. il Vesuvio eruttò e le due città furono travolte dalla lava, dal fumo e dalle ceneri che uccisero tutti gli abitanti. Alcuni giorni prima dell’eruzione, tutti i pozzi d’acqua della città di Pompei si seccarono, tuttavia non si avevano le conoscenze scientifiche per comprendere la gravità di quel segnale della natura. Il vulcano eruttò una micidiale miscela di anidride carbonica, zolfo, ceneri e lava che si innalzarono nel cielo, e ricaddero velocemente sulla Terra. Spinte da una leggera brezza investirono Ercolano, Pompei e Stabia, posta sulla costa subito a sud di Pompei. A Ercolano e Stabia le ceneri laviche furono precedute da una nube tossica che uccise gli abitanti, molti dei quali cercarono di salvarsi correndo verso la spiaggia. Il giorno dopo, passata la nube tossica, furono rinvenuti molti corpi e tra questi quello di Plinio il Vecchio rimasto incredibilmente integro. Il nipote scrisse che il suo aspetto era più simile a quello di un uomo addormentato, che a quello di un morto.
A Pompei il vento sospinse in pochi secondi una palla infuocata di ceneri incandescenti che ricoprì tutto, compresi i poveri abitanti, i cui corpi vennero sepolti nelle pose che avevano nel momento in cui furono raggiunti dalle ceneri. La cenere con il passar del tempo si solidificò, e pian piano con il passare inesorabile del tempo si perse addirittura memoria di quei luoghi. Solo nel ‘500, durante gli scavi per la costruzione di un canale, fu riscoperta così per caso la città di Pompei. Nel corso del diciottesimo secolo gli scavi hanno riportato alla luce i resti delle due città, di uomini, donne e bambini, fermati nell’attimo della fine e che sono arrivati a noi attraverso un processo di carbonizzazione dovuto ai gas ed al magma che viaggiò a 160 km/h, distruggendo tutto sotto la sua ferocia naturale e che li ha “roccificati”. Le contrazioni dei corpi, la disperazione dei volti, la verità di gesti drammatici che cercano la salvezza: tutto restituito dalla plasticità dei calchi, prima in gesso, poi in resina. Nei siti di Pompei ed Ercolano si possono trovare non solo le strutture dell’epoca rinvenute, non solo essere umani in fuga ed in cerca di salvezza come ad esempio la donna rinvenuta nella Villa della Pisanella di Boscoreale, l’uomo caduto dalle scale durante la fuga dalla Casa di Fabio Rufo o l’intera famiglia che viveva nella cosiddetta Casa del Bracciale d’oro (da uno dei gioielli ritrovati), ma anche animali come ad esempio il calco di un cane della Casa di Orfeo e quella di un maialino. La tecnica utilizzata dagli archeologi per catturare i momenti tragici della vita dei cittadini di Pompei ed Ercolano è molto semplice, si è versato dell’intonaco all’interno dei corpi carbonizzati per catturare le posizioni delle persone gli attimi in cui hanno perso la vita. Grazie a questa tecnica è oggi è possibile osservare le espressioni angosciate e dolenti di uomini, donne e bambini che perirono tutti, così come sono resi chiari i dettagli delle acconciature e degli abiti. La creazione di calchi è una scienza esatta, poiché l’intonaco deve essere sottile abbastanza per mostrare i dettagli della persona, ma di spessore sufficiente per sostenere i resti. Questi calchi rappresentano opere d’arte dall’inestimabile valore visivo e storico. In questo caso non possiamo neppure parlare d’artista almeno in carne ed ossa. Nessuno ideò o pensò all’opera e se proprio qualcuno lo fece va ricercato verso disegni ed entità più grandi dell’essere materiale. A noi rimane un artista rappresentato dalla natura stessa e più precisamente dal vulcano con la sua forza distruttiva d’eruzione. Non possiamo denominare artisti gli archeologi che intonacarono le opere pietrificate in quanto esse stesse sopravvissero senza alcun intervento dell’uomo per migliaia di anni. Gli archeologi furon semmai un mezzo, insieme al magma ed ai gas, che aiutarono queste opere a veder luce e di conseguenza a renderle visibili a tutti noi. Ed infine la risultante, rappresentata da opere create dalla forza della natura che di per se rappresenta l’espressione della perfezione divina nelle sue forma d’equilibrio.

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