Filosofia (art. La filosofia della politica)

La filosofia della politica 

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«La filosofia è uno dei modi in cui una comunità riesce a interiorizzare un qualche senso del possibile, di come le cose potrebbero andare, una qualche forma di diversità, una qualche coscienza delle alternative, senza andare completamente in tilt. […] Il filosofo non è il solo a occuparsene, ovviamente anche scrittori e pagliacci faranno la loro parte. […] I pagliacci lo faranno per divertire, gli scrittori per affascinarci con le loro storie e i filosofi con la scusa di capire come stanno le cose, di dare un fondamento solido e certo a ciò che crediamo e facciamo» (E. Bencivenga)

La filosofia della politica ha il compito di studiare, porre riflessioni: sui concetti, i fondamenti, le teorie, i significati ed i modelli della politica e del suo agire all’interno di una società ed in altri ambiti della vita. Essa vuole indagare, ricercare l’origine del miglior modo di convivenza civile in una comunità appunto politica. Vuole occuparsi di tutte quelle interazioni sociali che, tra gli uomini, si configurano come relazioni atte a dar luogo a uno o più equilibri per la pace sociale, come branca della filosofia che deve confrontarsi, quando occorre, con l’etica, la bioetica, la filosofia del diritto e la sociologia. Proprio l’etica, costituisce uno dei fondamenti di studio della filosofia politica; in particolare il rapporto tra l’agire politico e l’agire morale. Difatti, molti pensatori giunsero alla conclusione che l’azione umana riconosciuta moralmente giusta non corrisponde necessariamente ad un’azione politicamente valida e viceversa. A questa posizione tuttavia si oppone l’oggettività della posizione platonica: poiché la politica è l’applicazione del bene comune al fine di rimuovere tutti gli ostacoli che si frappongono tra l’individuo e la sua completa realizzazione, allora non è possibile pensare a una politica giusta che non faccia il bene, e qualsiasi altro intendimento ha come fine il dominio e non il bene. In epoca moderna lo studio di queste relazioni si configura in particolare come studio delle relazioni di “potere”. Se per gli antichi filosofi il pensiero politico si configurava come lo studio e la ricerca del “buon governo”, per i pensatori moderni la filosofia politica è la forma di pensiero che assume come oggetto centrale il problema del “potere”. Con la parola “potere”, in politica, s’intende quella capacità di controllare con l’influenza, con la forza, con le sanzioni il comportamento altrui. Esso avviene all’interno di un determinato territorio denominato Stato. Lo Statoè un’entità giuridica temporanea che governa ed esercita il potere sovrano; questa è la definizione che diamo oggi a tal parola. Lo stato, nella sua unità sottrae ai singoli il diritto di usare la forza su altri uomuni, evocandola a sé.

«Lo Stato è, come le associazioni politiche che storicamente lo precedono, un rapporto di dominio di uomini su uomini basato sul mezzo della forza legittima…» (Max Weber, conferenza del 1919 su “La politica come professione”)

Per Weber, le caratteristiche del potere dello Stato sono:

  • possibilità di esercitarsi in un determinato territorio;

  • monopolio della forza legittima.

La “forza legittima” è una questione centrale nella filosofia politica: da un lato vi è il concetto “macchiavelliano”; secondo cui, la “forza legittima” si occupa del potere e dei vari aspetti dell’agire politico, mentre dall’altro lato troviamo la concezione della Repubblica di Platone, che pone la questione di quale sia il modo giusto di organizzare la nostra convivenza e quali forme di potere siano legittime.

Da qui va da se che gli uomini abbiano ricercato, nel corso dei secoli, l’ordinamento politico che meglio riconoscesse questa legittimità e, quindi, il più giusto ordinamento politico. Da qui nascono le due grandi attenzioni di base della filosofia politica: quella sul potere e quella sulla giustizia. Da una parte abbiamo la filosofia politica “realista” o che si dichiara tale, che pone innanzi a tutto lo studio del “potere”, come conquistarlo e mantenerlo (l’agire politico), dall’altra la filosofia politica “idealista”, la quale si pone domande sul migliore, sul più giusto ordinamento politico. Le domande che si pone la filosofia politica sono principalmente quattro, ovvero sulla costituzione, sull’obbligo, sull’agire e sul metodo.

«Mi ritengo un uomo del dubbio e del dialogo. Del dubbio, perché ogni mio ragionamento su una delle grandi domande termina quasi sempre, o esponendo la gamma delle possibili risposte, o ponendo ancora un’altra grande domanda. Del dialogo, perché non presumo di sapere quello che non so, e quello che so metto alla prova continuamente con coloro che presumo ne sappiano più di me.» (Norberto Bobbio, Elogio della mitezza 1994)

Esse furon teorizzate da Norberto Bobbio (1909-2004) filosofo e politico italiano.

Le prime due domande sono di tipo normativo, le altre due di tipo realistico:

1. Qual’è la migliore costituzione politica?
2. Qual’è il fondamento dell’obbligo politico e di obbedienza?
3. Qual’è la natura dell’agire politico?
4. Qual’è il miglior metodo applicabile nella scienza politica?

Le prime due domande sollevate da Bobbio sono direttamente interconnesse, in quanto, riguardano l’approccio normativo della filosofia politica. In altre parole, ci si chiede quali caratteri deve aver l’ordine politico per meritare l’obbedienza da parte di coloro che ad esso sono sottoposti. Per gli antichi la norma non era scissa dalla realtà, ma come ciò che le corrisponde. Insomma un ordine politico giusto e legittimo basati su valori di giustizia e bene comune. Per i moderni, invece, grazie ad Hume, si è diviso l’essere dal dover essere. Di conseguenza, nel pensiero politico moderno, si ha un ordine politico commisurato alla libertà. Per rispondere più precisamente al secondo quesito, cioè perché dobbiamo obbedire – prenderemo come fondamento i teoremi dell’approccio realistico di Macchiavelli. Macchiavelli (1469-1527) filosofo, politico, nonché cancelliere della seconda repubblica fiorentina è considerato il fondatore della moderna scienza politica.

Ideologia di Macchiavelli:

Per ritrovare forza, per sfuggire alla decadenza le comunità devono ritornare ai principi che le hanno fatte nascere e sviluppare (recuperare la vitalità primitiva, quella che ha portato quella data comunità all’apice della sua potenza). Così, se la nazione italiana vuole ritornare ad essere unita e libera – dice Machiavelli, per il quale era questo l’obiettivo – è necessario ritornare alle origini (cioè, secondo lui, alla Roma repubblicana). Per ritornarvi bisogna:

  • prima di tutto studiare ed aver bene presente la storia (ricerca storica);

  • Capire e valutare le condizioni reali attuali; capire concretamente cosa fare per ritornare al principio (realismo politico);

    Colui che deve guidare una comunità (il principe) deve essere innanzi tutto realistico (realismo politico):

  • Un principe deve essere pronto a tutto (anche ad azioni moralmente non buone: non deve essere limitato da nulla. Il principe deve essere non solo “uomo”, ma anche, se serve, “bestia”, ossia “volpe” e “leone”, astuto e forte). Insomma, il principe deve agire in modo libero e consapevole. La sua virtù consiste dunque nell’adottare i mezzi idonei a conseguire il fine (che in questo caso è la conservazione dello Stato). E per conservare lo Stato servono astuzia, fermezza, destrezza, coraggio, parsimonia, persino crudeltà (“il fine giustifica i mezzi”). Le virtù tradizionali (come giustizia, temperanza, magnanimità) potrebbero infatti non essere utili per mantenere la forza dello Stato. Insomma, Machiavelli, nell’analisi delle virtù, sostituisce al bene il criterio dell’utile.

  • La stessa religione deve essere sottoposta alla politica: deve essere usata come strumento di potere (il principe è invitato a servirsene, sia facendosi credere un privilegiato della divinità, sia mostrandosi molto devoto – pur non essendolo).

Machiavelli è antropologicamente pessimista (non ha nessuna illusione nei confronti degli esseri umani: pensa che la natura umana sia malvagia, ne vede le grandi debolezze). Gli uomini sono “ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno” e dimenticano più facilmente l’uccisione del padre che la perdita del patrimonio: la molla che li spinge è l’interesse materiale e non sono i valori sentimentali disinteressati e nobili . Tra tanti uomini malvagi il principe non deve né può ” fare in tutte le parti la professione di buono ” perché andrebbe incontro alla rovina: deve anche sapere essere “non buono” laddove lo richiedano le necessità dello Stato. Il vero politico agli occhi di Machiavelli deve essere un centauro, ossia un essere metà uomo e metà animale, deve cioè essere umano o feroce come una bestia a seconda delle situazioni. Tuttavia Machiavelli sa bene come il venir meno alla parola data o l’uccidere spietatamente i nemici per un principe siano cose ripugnanti moralmente: tuttavia se il principe eticamente è malvagio in politica diventa buono , perché uccide per difendere lo Stato e le sue istituzioni; allo stesso modo i “buoni” moralmente sarebbero “cattivi” politicamente perché non uccidendo e non compiendo azioni malvagie lascerebbe perire lo Stato. Il “Principe” di Macchiavelli è il testo più classico ed emblematico del realismo politico; esso sta alla base della concezione politica moderna.

Perché el nostro libero arbitrio non sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi. Et assomiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi, che, quando s’adirano, allagano e’ piani, ruinano li arberi e li edifizii, lievono da questa parte terreno, pongono da quell’altra: ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede allo impeto loro, sanza potervi in alcuna parte obstare. E, benché sieno cosí fatti, non resta però che li uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessino fare provvedimenti, e con ripari et argini, in modo che, crescendo poi, o andrebbono per uno canale, o l’impeto loro non sarebbe né si licenzioso né si dannoso. Similmente interviene della fortuna: la quale dimonstra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle, e quivi volta li sua impeti, dove la sa che non sono fatti li argini e li ripari a tenerla“. (Da “Il principe”, Niccolò Macchiavelli)

Per la terza domanda di Bobbio bisogna soffermarsi sulla natura dell’agire della politica e la distinzione che obbligatoriamente è legata ad essa. Parliamo di etica e politica. In parte questa risposta l’abbiamo esposta sopra con il principe macchiavellano. Vediamo il punto di vista di M.Weber su questo punto di vista; egli afferma che ogni azione eticamente orientata può trovarsi tra due massime opposte. Esse sono:

  • secondo l’etica della convinzione: qui l’azione morale è basata su morale privata, senza badare alle conseguenze;

  • secondo l’etica della responsabilità: qui l’azione morale è di colui che si sente in dovere di rispondere delle conseguenze delle proprie azioni.

Hannah Arendt invece, ci parla della ricerca del senso poiché comprendere il senso della politica necessità d’una veduta più ampia che riguarda la condizione umana. L’obbiettivo di Hannah è quello di mettere in relazione l’attività umana con la condizione dell’uomo. Ella trovò tre dimensioni:

  • l’attività lavorativa: l’uomo deve riprodurre le condizioni materiali della sua vita;

  • l’operare: l’esistenza umana a differenza di quella animale, ha come condizione e condanna, quella della creazione di un mondo artificiale di cose;

  • l’azione: in questa dimensione si radica la politica. L’azione non ha a che fare con i rapporti uomo-cosa, ma con i rapporti diretti tra uomini. Essa va compresa a partire dalla:

    – pluralità: cioè il presupposto dell’azione umana; siamo uguali perché umani, ma viviamo l’unicità della personalità che ci caratterizza.

    – natalità: secondo Arendt, è nell’azione politica che la categoria della natalità trova la sua corrispondenza più diretta; nell’azione che fonda un organismo politico nuovo, o che ne rinnova uno esistente, si esprime tanto la natalità che caratterizza l’umano, quanto il ricordo (il nuovo crea le condizioni per il ricordo e la storia). Ed allora si connettono natalità ed immortalità: nell’azione politica ciò che si compie nello spazio pubblico costituisce il modo in cui l’individuo può mettere in scena la sua identità unica. Al tempo stesso, questa è la condizione perché ciò che si è compiuto possa essere ricordato e tramandato, conservandone la memoria.

Il segno dell’uomo di passaggio inciso e scalfito sulla pietra a colata incandescente, il ricordo etereo impresso sui libri della conoscenza, il desiderio di manipolar vita da giocatore d’azzardo furon concetti che l’essere si pose nell’estremo tentativo di riconoscimento di propria esistenza terrena, d’approvazione in vanità, di scopo e senso alla vita e nella ricerca della propria divinità. Immortalità; fu questa la parola chiave. (Rudy-Il chimico, da “La fine dell’inizio”)

Per quanto riguarda la quarta ed ultima domanda; cioè quale sia il miglior metodo applicabile nella scienza politica, la risposta è assai semplice. Non lo sappiamo; nel corso dei secoli molte forme di governo e di metodologie politiche si sono succedute; ognuna di esse ebbe punti di forza e punti deboli. Non né è eccezione la democrazia che presenta molte lacune e defezioni sistemiche. Fino a che nessuno metterà in dubbio tale sistema e lotterà per sostituire la democrazia con una nuova forma ideologica politica essa rimarrà probabilmente l’unica forma di governo considerata dai più abbastanza accettabile.

«Molte forme di governo sono state sperimentate e saranno sperimentate in questo mondo di peccato e di dolore. Nessuno ha la pretesa che la democrazia sia perfetta o onnisciente. Infatti, è stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo ad eccezione di tutte le altre forme che sono state sperimentate di volta in volta.» (Winston Churchill)

Importante citare nell’era rinascimentale, la nascita di due movimenti di idee che si occupano di temi politici. Essi sono: storicismo e giusnaturalismo ed hanno come obbiettivo il ritorno alle origini. Lo Storicismo ricerca le origini storiche della società nel nome di un ritorno al principio. Alla storia viene dunque data grande importanza: ogni aspetto della realtà è storia. Il diritto (l’insieme delle leggi) non è dunque immutabile e universale, ma è il prodotto della vita dei popoli. Fu proprio Macchiavelli a dar inizio al movimento dello Storicismo. Il Giusnaturalismo invece è quella corrente di pensiero che ammette la distinzione tra diritto naturale (razionale) e diritto positivo e sostiene la supremazia del primo sul secondo. Insomma, il diritto positivo (le leggi) deve essere dedotto dal diritto naturale (le leggi di natura, fondate sulla ragione). Il giusnaturalismo vuole mostrare la natura razionale dello Stato e vuole riportare ad essa ogni comunità politica (ogni stato deve avere una struttura razionale).

«Il diritto di natura, che gli scrittori chiamano comunemente jus naturale, è la libertà che ciascuno ha di usare il proprio potere a suo arbitrio per la conservazione della sua natura, cioè della sua vita e conseguentemente di fare qualsiasi cosa che, secondo il suo giudizio e la sua ragione, egli concepisca come il mezzo più idoneo a questo fine.» (Thomas Hobbes, Leviatano, capitolo XIV)

Tra gli esponenti di questo movimento troviamo:

Jean Bodin (1529-1596): fu filosofo e giurista francese. Affermò che il carattere fondamentale dello Stato è la sovranità (una persona che comanda sugli altri e che ha ogni potere). Egli analizzò lo Stato separando e distinguendo tra persona fisica (il sovrano in carne ed ossa) e persona giuridica (il sovrano come figura). Tutt’oggi il diritto romano lo prevede. Espose anche le caratteristiche che deve avere la sovranità. Essa dev’essere:

  • indivisibile (altrimenti si giungerebbe al caos);

  • Inalienabile (il potere può venir delegato solo temporaneamente);

  • Irrevocabile (non c’è infatti potere più alto);

  • Perpetua (il potere è illimitato nel tempo);

  • Assoluta (la sovranità non ha limiti).

Il sovrano però non è un tiranno. Egli è infatti limitato dalle leggi non scritte che regolano tutta la vita dell’uomo: le leggi divine e quelle naturali della moralità, che prescrivono ad esempio il rispetto per la proprietà e per la famiglia. Per questo si parla di gius (diritto) – naturalismo: perché si pensa appunto che esista un diritto naturale, un insieme di leggi naturali di comportamento, che devono essere rispettate sempre, anche dal sovrano di uno Stato assoluto.

Thomas More (1478-1535): fu un umanista, scrittore e politico cattolico inglese e canonizzato a Santo dalla chiesa cattolica come martire da Pio XI nel 1935. More è l’iniziatore del giusnaturalismo. Nella sua opera (Utopia) racconta di una società perfetta (su un’isola immaginaria, Utopia), retta da semplici regole dettate dalla ragione: la proprietà privata è abolita, tutte le religioni sono ammesse ecc. Insomma, l’isola di Utopia (termine che usiamo ancora oggi per descrivere una condizione immaginaria perfetta) è una proiezione fantastica di quello che dovrebbe essere, per More, uno Stato guidato solo dalla ragione (e quindi da leggi naturali).

Huig de Groot (1583-1645): fu giurista, filosofo e scrittore olandese. Si occupa dell’identificazione tra ciò che è naturale con ciò che è razionale (la natura dell’uomo è la ragione). Se un’azione è comandata dalla ragione, è quindi senz’altro buona (perché naturale)! E sarebbe “buona” anche ammettendo che Dio non esistesse (anche se in realtà, dice Groot, Dio esiste e comanda le cose proprio in virtù della loro razionalità): dunque Groot fonda il diritto in autonomia dalla teologia. Esistono dunque leggi di natura (come il diritto alla vita, alla proprietà) su cui si deve fondare il diritto. Groot inoltre dice che la socievolezza naturale degli uomini li spinge a dar vita a forme civili di convivenza. Cosa fanno gli uomini per unirsi? In pratica si uniscono tramite un patto o contratto (teoria contrattualistica). Quest’ultimo contiene in sé due aspetti: esso è…

  1. un patto di unione (pactum unionis) con cui gli individui stabiliscono di entrare in una società politica

  2. e un patto di sudditanza (pactum subjectionis) con cui gli individui si sottomettono a un’autorità sovrana, definendo contemporaneamente la forma di governo in cui essa si dovrà esprimere (monarchia, aristocrazia, democrazia).

Per concludere quest’articolo non possiamo far altro che fare un passo indietro nel tempo, più precisamente nel luogo ove la filosofia della politica ebbe in suo inizio. Nell’antica Grecia. La politica, come la intendiamo noi uomini moderni ha origine nella polis della Grecia classica (tra il VII ed il VI secolo a.c.). Qua il potere non è più in mano alle stirpi aristocratiche, ma passa in quello che è il centro simbolico della città: l’agora, lo spazio comune a tutti i cittadini. Qui nasce la discussione politica nello spazio pubblico. Nasce la legge scritta “comune a tutti e superiore a tutti”. Il modello della polis democratica si basa sull’Assemblea, aperta a tutti i cittadini maschi che abbiano compiuto i 18 anni. In essa tutti hanno diritto di parola e le decisioni vengono prese a maggioranza. Insomma una democrazia diretta e non rappresentativa (forma di governo ben conosciuta ai giorni nostri). In questo contesto nascono le prime forme di pensiero: i sofisti ribaltano le leggi della città rispetto ad una presunta giustizia naturale. Anche in questo caso prenderemo in esame le teorie dei due più grandi filosofi della storia greca: Platone ed Aristotele. Platone nel Politico, definisce la politica come l’arte suprema che deve orientare tutte le altre e la vita della comunità nel suo complesso; essa deve attuare il bene di ognuno nel bene della comunità. Anzi, il vero bene consiste nel coltivare la purezza della propria anima e nel seguire la giustizia, quindi, al tempo stesso la politica di cui parla Platone è capace non solo di gestire la comunità, ma di rendere migliori i suoi cittadini: “buone leggi e buon governo creano buoni cittadini”.

Non dalla ricchezza nasce la virtù, ma che dalla virtù deriva, piuttosto, ogni ricchezza e ogni bene, per l’individuo come per gli stati.” (Platone)

Platone afferma che una buona politica potranno farla solo i filosofi che, non essendo interessati al potere, si applicheranno per la giustizia. Platone fa un’analogia tra la comunità politica e l’anima individuale, distinguendo tre parti:

  • concupiscibile: mira alla soddisfazione dei piaceri del corpo;

  • razionale: cerca la conoscenza e la verità;

  • animosa: è l’energia del volere, grazie alla quale l’anima si dirige verso l’uno o l’altro dei suoi obbiettivi con maggiore o minore coraggio e determinazione.

L’individuo giusto è quello che non ha queste tre parti in conflitto tra loro, e dove domina la parte razionale sulle altre; solo così l’individuo può arrivare alla sua felicità autentica. La platonica città, bene ordinata è quella che assicura agli uomini la possibilità di vivere nel modo cui il temperamento li indirizza, ma tenendoli entro quei limiti che fanno si che essi contribuiscano, ciascuno a suo modo, al bene della città. Platone afferma che la classe dei reggitori (politici che governano) deve rimanere lontana da tutto ciò che implichi un privato interesse acquisitivo (cioè trarre più guadagno di altri); perciò essi non devono possedere proprietà privata, ma devono avere tutto in comune. Nel libro V della Repubblica, Platone ribadisce la sua ferma convinzione che l’instaurazione di uno Stato giusto sia possibile, ma solo attraverso un governo gestito da filosofi.

Aristotele fu, indubbiamente, un abile teorico della politica e della società. Le sue riflessioni in ambito socio-politico (strettamente connesse, anche, alle sue considerazioni profonde di antropologia filosofica), rappresentano alcuni tra i maggiori spunti d’approfondimento per il discorso filosofico-dialettico in generale. La Politica (scritto fondamentale per il pensiero aristotelico), altro non è che un trattato di filosofia politica costituito di otto libri, strutturati secondo la solita perizia organica del filosofo, nella forma dei seguenti titoli concettuali di riferimento: “Organizzazione della famiglia ed economia domestica” (Libro I); “Analisi critica delle costituzioni in vigore e di quelle proposte dai filosofi precedenti” (Libro II); “Definizione di cittadino, classificazione delle costituzioni ed analisi del regno” (Libro III); “Analisi di oligarchia e democrazia” (Libro IV-V) ed, infine, “La costituzione migliore” (Libro VII-VIII). Alla base dell’idea socio-antropologica di Aristotele, v’è una forte propensione al ritenere l’uomo, sostanzialmente, un essere sociale, ritenendo l’uomo quasi incapace di vivere al di fuori di un contesto socializzato di relazioni con altri uomini, poiché chi non vive in società o è talmente autosufficiente da poterlo fare o non potrebbe che essere una belva selvaggia. Quindi, la socialità, nell’uomo, è quasi un fatto naturale e spontaneo. Aristotele incomincia l’opera interrogandosi, specialmente (come fece anche il suo maestro Platone nella celebre Repubblica), su quale sia l’origine dello Stato e quale sia il suo nucleo fondante costitutivo, iniziando dalla riflessioni sui nuclei sociali primari (riflessioni che verranno riprese anche da Hegel, successivamente, in riferimento alla sua teoria della lotta sociale per il riconoscimento), ovvero la famiglia, la quale costituisce l’insieme delle relazioni primitive affettive tra gli uomini, la cui unione con altri ordini famigliari determina la nascita dei primi villaggi e l’unione dei primi villaggi la nascita delle prime forme di Stato. Se usassimo termini moderni, secondo Aristotele, più che di comunità (fondata su una realtà comune che non dipende dall’intelligenza; es. sangue, lingua, etnia), dovremmo parlare di società (fondata su un fine comune da perseguire con intelligenza e volontà). Egli chiarisce anche il concetto di “politica”, parlando di cittadini forniti tutti di potere ed impegnati nel perseguimento di un fine comune a tutti. Tali cittadini sono i capifamiglia (essi hanno il potere supremo sulla propria famiglia o casa, intesa nella sua totalità, ossia comprendente la moglie, i figli, i servi, gli animali e l’intero patrimonio). Aristotele sottopone a critica anche la grande teoria politica del maestro Platone, ritenendola inapplicabile e poco preferibile; infatti egli nega (a differenza di Platone) la possibilità di rendere la famiglia un corpo dissolto (Platone era per la soppressione del concetto di famiglia e la condivisione dei figli e delle donne tra la collettività), ed anche la proprietà privata (che nelle logiche comunitarie platoniche doveva essere soppressa, tranne che per la classe degli agricoltori) diviene, invece, un diritto fondamentale dell’individuo. Alla Repubblica platonica, Aristotele critica il ruolo marginale dato alla famiglia ed alla proprietà. Egli esamina diversi ordinamenti della proprietà:

  • proprietà privata della terra, ma con uso comune dei prodotti;

  • proprietà comune con uso privato;

  • proprietà con uso comune.

Secondo Aristotele, il miglior sistema è il primo elencato. Il problema fondamentale della comunità politica, è per il filosofo quello del rapporto fra unità e differenze: certamente lo Stato, come famiglia, deve realizzare l’unità, ma non in modo assoluto; deve essere un’unità la cui forza sta nel saper ospitare in sé tutti i diritti legittimi della particolarità. Il fine dello Stato (questa volta in accordo con Platone), deve essere elevato cioè il vivere bene. Come Platone, Aristotele distingue tre tipi fondamentali di costituzioni: la monarchia o governo di un solo; l’aristocrazia o governo dei migliori; la democrazia o governo della moltitudine. Quest’ultima si chiama politia, cioè costituzione per antonomasia, quando la moltitudine governa per il vantaggio di tutti. A questi tre tipi corrispondono altrettante degenerazioni quando il governo trascura il vantaggio comune per il proprio vantaggio. La tirannide è infatti una monarchia che ha per fine il vantaggio del monarca, l’oligarchia ha per fine il vantaggio degli abbienti, la democrazia il vantaggio dei nullatenenti: nessuna mira all’utilità comune. In realtà, poi, ognuno dei tipi di costituzione può assumere caratteri diversi. Non vi è una sola monarchia ed una sola oligarchia, ma questi tipi si diversificano a seconda delle istituzioni in cui si realizzano. Vi sono anche diverse specie di democrazie a seconda che il governo si fondi sull’eguaglianza assoluta dei cittadini o sia riservato a cittadini forniti di speciali requisiti. La democrazia stessa si trasforma in una specie di tirannide quando a scapito delle leggi prevale l’arbitrio della moltitudine. Il miglior governo è quello in cui prevale la classe media, cioè dei cittadini forniti di modesta fortuna. Questo tipo di governo è il più lontano dagli eccessi che si verificano quando il potere va in mano di quelli che non posseggono nulla o di quelli che posseggono troppo. Nel delineare la migliore costituzione Aristotele, conformemente al principio che ogni tipo di governo è buono purché si adatti alla natura dell’uomo e alle condizioni storiche, non si ferma a descrivere un governo ideale, ma determina solo le condizioni per le quali un qualsiasi tipo di governo può raggiungere la sua forma migliore. La prima e fondamentale condizione è che la costituzione dello stato sia tale da provvedere alla prosperità materiale e alla vita virtuosa e felice dei cittadini. A questo proposito vanno tenute presenti le conclusioni dell’Etica e cioè che la vita attiva non è la sola vita possibile per l’uomo e neanche la più alta e che accanto ad essa e al di sopra di essa c’è la vita teoretica. Altre condizioni concernono il numero dei cittadini, che non deve essere né troppo elevato né troppo basso, e le condizioni geografiche, cioè il territorio dello stato. Importante è poi la considerazione dell’indole dei cittadini che deve essere coraggiosa e intelligente, come quella dei Greci, che sono i più adatti a vivere in libertà e a dominare gli altri popoli.

Le rivoluzioni dunque non riguardano piccole questioni, ma nascono da piccole questioni e mettono in gioco grandi questioni” (Aristotele)

È necessario inoltre che nello stato comandino gli anziani, giacché nessuno si rassegna con amarezza alla condizione di obbedienza se questa è dovuta all’età e se sa di giungere, in età più avanzata, alla condizione superiore. Infine, lo stato deve preoccuparsi dell’educazione dei cittadini che deve essere uniforme per tutti e diretta non solo ad allenare alla guerra ma a preparare alla vita pacifica, alle funzioni necessarie e utili e soprattutto alle azioni virtuose. La Politica, pur presentando alcuni elementi criticabili e rivedibili rimane, comunque sia, un ottimo tentativo organico ed ordinato di analisi del reale e delle strutture del politico e del sociale, e, per alcuni aspetti, anche, se vogliamo, un continuum con la filosofia politica platonica. Chissà se un giorno non lontano non si possa rivedere e tornare ad una democrazia diretta dal popolo al posto della nostra ben conosciuta democrazia rappresentativa…

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Letteratura (Mein Kampf – La mia battaglia – Adolf Hitler)

Mein Kampf – La mia battaglia (Adolf Hitler)

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CAPITOLO I

CONCEZIONE DEL MONDO E PARTITO

Il 24 febbraio 1920 ebbe luogo la prima grande manifestazione pubblica del nostro giovane movimento. Nel salone della Birreria reale, a Monaco, le venticinque tesi del programma del nuovo partito furono esposte ad una moltitudine di quasi duemila persone, e ciascun punto fu approvato fra grida di consenso e di giubilo. Con ciò furono poste le direttive e i principii fondamentali di una lotta mirante a farla finita con la sozzura vera e propria di concezioni e opinioni decrepite e con tutti gli scopi poco chiari, anzi dannosi. Una nuova forza doveva scagliarsi contro il pigro e codardo mondo borghese, contro la marcia trionfale della ondata marxista, per rimettere in equilibrio, all’ultima ora, il carro del Destino. Com’era naturale, il nuovo movimento poteva solo sperare di acquistare l’importanza e la forza necessaria a questa gigantesca lotta, se fin dal primo giorno fosse riuscito a destare nel cuore dei suoi partigiani la sacra certezza che esso non dava alla vita politica una nuova parola d’ordine elettorale ma le presentava una nuova concezione del mondo, fondata su principii eterni, e di suprema importanza. Si pensi, di quali pietosi elementi siano composti, in generale, i cosiddetti «programmi di partito», e come di tempo in tempo vengano spolverati e rimessi alla moda! E’ necessario porre sotto la lente d’ingrandimento i motivi essenziali delle «commissioni per il programma» dei partiti, soprattutto borghesi, per bene intendere il valore di questi aborti programmatici. Una sola preoccupazione spinge a costruire programmi nuovi o a modificare quelli che già esistono: la preoccupazione dell’esito delle prossime elezioni. Non appena nella testa di questi giullari del parlamentarismo balena il sospetto che l’amato popolo voglia ribellarsi e sgusciare dalle stanghe del vecchio carro del partito, essi danno una mano di vernice al timone. Allora vengono gli astronomi e gli astrologi del partito, i cosidetti «esperti» e «competenti», per lo più vecchi parlamentari che, ricchi di esperienze politiche, rammentano casi analoghi in cui la massa finì col perdere la pazienza, e che sentono avvicinarsi di nuovo una minaccia dello stesso genere. E costoro ricorrono alle vecchie ricette, formano una «commissione», spiano gli umori del buon popolo, scrutano gli articoli dei giornali e fiutano gli umori delle masse per conoscere che cosa queste vogliano e sperino, e di che cosa abbiano orrore. Ogni gruppo professionale, e perfino ogni ceto d’impiegati viene esattamente studiato, e ne sono indagati i più segreti desiderii. Di regola, in quei casi diventano maturi per l’indagine anche «i soliti paroloni» della pericolosa opposizione e non di rado, con grande meraviglia di coloro che per primi li inventarono e li diffusero, quei paroloni entrano a far parte del tesoro scientifico dei vecchi partiti, come se ciò fosse la cosa più naturale del mondo. Le commissioni si adunano e «rivedono» il vecchio programma e ne foggiano uno nuovo. E nel far ciò, quei signori cambiano le loro convinzioni come il soldato al campo cambia la camicia, cioè quando quella vecchia è piena di pidocchi. Nel nuovo programma, è dato a ciascuno il suo. Al contadino è data la protezione dell’agricoltura, all’industriale quella dei suoi prodotti; il consumatore ottiene la difesa dei suoi acquisti, agli insegnanti vengono aumentati gli stipendi, ai funzionari le pensioni. Lo Stato provvedere generosamente alle vedove e agli orfani, il commercio sarà favorito, le tariffe dei trasporti saranno ribassate, e le imposte, se non verranno abolite, saranno però ridotte. Talvolta avviene che un ceto di cittadini sia dimenticato o che non si faccia luogo ad una diffusa esigenza popolare. Allora si inserisce in gran fretta nel programma ciò che ancora vi trova posto, fin quando si possa con buona coscienza sperare di avere calmato l’esercito dei piccoli borghesi e delle rispettive mogli, e di vederlo soddisfatto. Così, bene armati e confidando nel buon Dio e nella incrollabile stupidità degli elettori, si può iniziare la lotta per la «riforma» (come si suol dire) dello Stato. Quando poi il giorno delle elezioni è passato e i parlamentari del quinquennio hanno tenuto il loro ultimo comizio, per passare dall’addomesticamento della plebe all’adempimento dei loro più alti e più piacevoli compiti, la commissione per il programma si scioglie. E la lotta per il nuovo stato di cose riprende le forme della lotta per il pane quotidiano: presso i deputati, questo si chiama «indennità parlamentare». Ogni mattina, il signor rappresentante del popolo si reca alla sede del Parlamento; se non vi entra, almeno si porta fino all’anticamera dove è esposto l’elenco dei presenti. Ivi, pieno di zelo per il servizio della nazione, inscrive il suo nome e, per questi continui debilitanti sforzi, riceve in compenso un ben guadagnato indennizzo. Dopo quattro anni, o nelle settimane critiche in cui si fa sempre più vicino lo scioglimento della Camera, una spinta irresistibile invade questi signori. Come la larva non può far altro che trasformarsi in maggiolino, così questi bruchi parlamentari lasciano la grande serra comune ed, alati, svolazzano fuori, verso il caro popolo. Di nuovo parlano agli elettori, raccontano dell’enorme lavoro compiuto e della perfida ostinazione degli altri; ma la massa ignorante, talvolta invece di applaudire li copre di parole grossolane, getta loro in faccia grida d’odio. Se l’ingratitudine del popolo raggiunge un certo grado, c’è un solo rimedio: bisogna rimettere a nuovo lo splendore del partito, migliorare il programma; la commissione, rinnovata, ritorna in vita e l’imbroglio ricomincia. Data la granitica stupidità della nostra umanità, non c’è da meravigliarsi dell’esito. Guidato dalla sua stampa e abbagliato dal nuovo adescante programma, l’armento «proletario» e quello «borghese» ritornano alla stalla comune ed eleggono i loro vecchi ingannatori. Con ciò, l’uomo del popolo, il candidato dei ceti produttivi si trasforma un’altra volta nel bruco parlamentare e di nuovo si nutre delle foglie dell’albero statale per mutarsi, dopo altri quattro anni, nella variopinta farfalla. Nulla è più mortificante che l’osservare, nella sua semplice realtà, questo processo, che il dover assistere ad un trucco sempre rinnovantesi. Certo, coll’alimento di questo terreno spirituale non si attingerà mai in campo borghese la forza di condurre la lotta contro l’organizzata potenza del marxismo! E’ anche vero che quei signori non pensano mai sul serio a ciò. Tenuto pur conto di tutta la cortezza di mente e di tutta l’inferiorità spirituale di questi «stregoni» parlamentari della razza bianca, neppure essi possono immaginarsi seriamente di battersi, sul terreno d’una democrazia occidentale, contro una dottrina per la quale la democrazia, con tutti i suoi annessi e connessi, non è nella migliore delle ipotesi altro che un mezzo impiegato per paralizzare l’avversario e per spianare la via alle proprie azioni. Se è vero che una parte del marxismo cercò, con molta scaltrezza, di far credere d’esser indissolubilmente congiunta con le massime della democrazia, non si deve però dimenticare che nelle ore critiche quei signori non si curarono un fico di prendere una decisione di maggioranza conforme alle concezioni della democrazia occidentale! Alludo ai giorni in cui i parlamentari borghesi ravvisarono garantita la sicurezza del Reich dalla prevalenza del numero, mentre il marxismo traeva senz’altro a sé il potere, insieme con un mucchio di vagabondi, disertori, bonzi di partito e letterati ebrei, mettendo così la museruola alla democrazia. Certo, ci vuole la credulità d’uno di questi «stregoni» parlamentari della democrazia borghese per figurarsi che ora o in avvenire la brutale risolutezza degli interessati o dei portatori di quella peste mondiale possa essere eliminata dai semplici esorcismi d’un parlamentarismo occidentale. Il marxismo marcerà con la democrazia fin quando riuscirà a conservare, per via indiretta, ai suoi fini delittuosi l’appoggio del mondo intellettuale nazionale da lui destinato alla morte. Ma se esso oggi venisse a convincersi che nello stregato calderone della nostra democrazia parlamentare potesse ad un tratto formarsi una maggioranza che (fosse solo sul fondamento maggioritario che l’abilita a legiferare) mettesse alle strette il marxismo, le gherminelle parlamentari sarebbero presto finite. Allora gli alfieri dell’Internazionale rossa, in luogo di rivolgere un appello alla coscienza democratica, lancerebbero una invocazione incendiaria alle masse proletarie, e la loro lotta si trasferirebbe, di colpo, dalla mefitica atmosfera dell’aula parlamentare alle fabbriche ed alle strade. E la democrazia sarebbe tosto spacciata ; e ciò che non sarebbe riuscito alla flessibilità morale di quegli apostoli del popolo in Parlamento riuscirebbe in un lampo, come nell’autunno 1918, alle leve e ai martelli delle aizzate masse proletarie: le quali insegnerebbero al mondo borghese quanto sia stolto immaginarsi di potersi opporre, per mezzo della democrazia occidentale, alla conquista ebraica del mondo. Come dissi, ci vuole un bel grado di credulità per legarsi, di fronte ad un simile giocatore, a regole che per costui esistono solo per servirsene a scopo di bluff od a proprio profitto, e che il giocatore non osserverà più non appena cessino di rispondere al suo interesse. Poiché, per tutti i cosidetti partiti borghesi la lotta politica consiste solo nell’azzuffarsi per conquistare seggi in Parlamento, e i principii e gli orientamenti vengono abbandonati a seconda dell’opportunità. Lo stesso valore hanno, s’intende, i loro programmi, e nello stesso senso sono valutate le loro forze. Manca loro quella grande attrazione magnetica a cui la larga massa obbedisce solo sotto la impressione di grandi ed eminenti punti di vista, sotto la forza persuasiva di un’assoluta fede nella bontà di questi punti di vista accoppiati alla fanatica volontà di battersi per essi. Ma in un tempo in cui l’una delle parti, armata di tutte le armi di una concezione del mondo sia pure mille volte delittuosa, si lancia all’assalto dell’ordine costituito: opporre resistenza l’altra parte può solo se la resistenza stessa riveste le forme d’una fede nuova, nel caso nostro, d’una nuova fede politica, e se alla parola di una debole e codarda difesa sostituisce il grido di guerra d’un coraggioso e brutale assalto. Quindi, se oggi al nostro movimento vien fatto, da parte soprattutto dei cosiddetti ministri nazionali borghesi, ed anche dal centro cattolico lo spiritoso rimprovero di tendere ad una «rivoluzione», a questo politicantismo da burla si può dare una sola risposta: «Sì, noi cerchiamo di ricuperare ciò che voi, nella vostra criminale stoltezza, avete perduto. Voi, con i principi del vostro parlamentarismo da bifolchi, avete contribuito a trascinare all’abisso la nazione; noi invece, nelle forme dell’assalto, istituendo una nuova concezione del mondo e difendendone con fanatismo i principi essenziali, costruiremo al nostro popolo i gradini per i quali potrà un giorno ascendere di nuovo al tempio della libertà». Perciò, nell’epoca della fondazione del nostro movimento, dovemmo sempre ed anzitutto preoccuparci di impedire che un esercito di combattenti per una nuova radiosa convinzione si tramutasse in una semplice lega per il favoreggiamento di interessi parlamentari. La prima misura preventiva fu la creazione d’un programma spingente ad un’evoluzione che già nella sua intima grandezza appariva idonea a scacciare gli spiriti deboli e meschini della nostra odierna politica di partito. Ma l’esattezza della nostra idea, che fosse necessario imprimere al nostro programma mete finali ben nette e recise, risultò nel modo più chiaro da quei funesti mali che condussero al crollo della Germania. Dal riconoscimento dell’esattezza della nostra concezione dovette formarsi una nuova concezione dello Stato che alla sua volta è un elemento essenziale d’una nuova concezione del mondo.

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La parola «popolare» o «nazionale» è troppo poco concettualmente definita per permettere la creazione d’una chiusa comunità di combattenti. Al giorno d’oggi una quantità di cose che nei loro fini essenziali divergono immensamente fra loro passa sotto la denominazione comune di «nazionale». Quindi io, prima di accingermi a spiegare i compiti e gli scopi del partito operaio nazional-socialista tedesco, vorrei chiarire il concetto di «nazionale» e il suo rapporto col movimento del partito. Il concetto di «nazionale» appare tanto poco chiaramente impostato, tanto variamente interpretabile e di significato pratico tanto illimitato quanto, per esempio la parola «religioso». Anche con questa parola è assai difficile rappresentarsi alcunché di preciso, né nel senso spirituale né nell’azione pratica. La parola i «religioso» diventa chiara e comprensibile solo quando va congiunta ad una determinata forma di azione. Si da una spiegazione molto bella ma di poco valore quando si definisce «profondamente religioso» il temperamento d’un uomo. Forse, alcuni pochi si contenteranno d’una definizione così generica, la quale potrà trasmettere loro un’immagine più o meno netta di quello stato d’animo. Ma la grande massa non è composta né di santi né di filosofi; e per i singoli, una simile idea religiosa, del tutto generica, significherà solo la libertà del pensiero e dell’azione individuale, senza avere l’efficacia che l’intima nostalgia religiosa ottiene nel momento in cui il puro sconfinato pensiero metafisico si trasforma in una fede religiosa nettamente limitata. Certo, questo non è il fine in sé, ma solo un mezzo per raggiungere il fine. E questo fine non è solo ideale: in ultima analisi, è anche pratico. Bisogna convincersi che i più alti ideali corrispondono sempre ad una profonda necessità della vita, così come, in fin dei conti, la nobiltà della più sublime bellezza si trova solo in ciò che è più logico e più opportuno. La fede eleva l’uomo al disopra dell’esistenza animale e contribuisce a rafforzare ed assicurare l’esistenza. Si tolgano all’odierna umanità i principii religiosi e morali corroborati dalla sua educazione e aventi per essa un valore di morale pratica, abolendo l’educazione religiosa senza sostituirle nulla di equivalente: ne risulterà una grave scossa delle fondamenta dell’esistenza. Si può stabilire che non solo l’uomo vive per servire ideali superiori ma questi stessi ideali danno la premessa della sua esistenza come uomo. E così il cerchio si chiude. Com’è naturale, già nel generico termine di «religioso» si trovano certe idee o convinzioni fondamentali, per esempio quella dell’indistruttibilità dell’anima, dell’eternità della sua esistenza, della realtà d’un Essere supremo, ecc. Ma queste idee, per quanto convincenti per l’individuo, vanno soggette all’esame critico dell’individuo medesimo e all’oscillazione fra il consenso e il ripudio, fin quando il presentimento o il riconoscimento sentimentale non assumono la forza di una fede apodittica. E’ questo il primo tra i fattori di combattimento che apre una breccia all’accettazione di principi religiosi e spiana la strada. Senza una fede nettamente limitata, la religiosità, vaga e multiforme, non solo sarebbe priva di valore per la vita umana ma condurrebbe, con ogni probabilità, ad uno scompiglio generale. Le cose vanno col concetto «nazionale» così, come col concetto «religioso». Anche in quello si trovano già certi riconoscimenti fondamentali. Ma essi, sebbene molto importanti, sono per la loro forma, determinati con così poca chiarezza da non elevarsi al disopra del valore d’un’opinione se non quando vengono intesi come elementi essenziali entro la cornice d’un partito politico. Perché la realizzazione di ideali rispondenti ad una concezione del mondo, e delle esigenze che ne derivano non segue in grazia del sentimento puro né della intima volontà dell’uomo in se, così come la conquista della libertà non segue dal generale desiderio di libertà. No; solo quando l’aspirazione ideale all’indipendenza viene organizzata e resa idonea al combattimento in forma di mezzi di potenza militari, solo allora l’impulso di un popolo può trasformarsi in splendida realtà. Ogni concezione del mondo, quand’anche fosse mille volte giusta ed utile all’umanità, non avrà importanza per la conformazione pratica della vita d’un popolo fin quando i suoi principii non saranno diventati il vessillo d’un movimento popolare di lotta, e questo movimento sarà solo un partito fin quando la sua azione non si sarà completata con la vittoria delle sue idee, fin quando i suoi dogmi di partito non formeranno le nuove leggi statali detta comunità d’un popolo. Ma se una idea morale generica vuol servire di fondamento ad un futuro sviluppo, è necessario, anzitutto, creare un’assoluta chiarezza circa l’essenza, il genere e l’ampiezza di quella idea: perché solo su una simile base si può edificare un movimento capace di sviluppare nell’intima omogeneità delle sue convinzioni la forza necessaria alla lotta. Con le idee generali si deve coniare un programma politico, con una generica concezione del mondo una determinata fede politica. Questa fede, poiché il suo scopo deve essere praticamente raggiungibile, dovrà non solo servire all’idea in sé ma occuparsi pure dei mezzi di combattimento che già sussistono per condurre quest’idea alla vittoria e che debbono trovare impiego. Ad un’idea morale astratta che spetta all’autore d’un programma di propagare, deve associarsi quel riconoscimento pratico che è proprio dell’uomo politico. Perciò un ideale eterno deve, quale stella polare dell’umanità, purtroppo tenere conto delle debolezze di questa umanità, per evitare loro di naufragare contro la generale insufficienza umana. All’indagatore della verità deve unirsi il conoscitore della, psiche popolare per estrarre dal regno della verità eterna e dell’ideale ciò che è umanamente possibile a noi piccoli mortali, e dargli forma. La trasformazione di un’idea generica, d’una concezione del mondo esattissima, in una comunità di credenti e di combattenti delimitata con precisione, rigidamente organizzata, una di spiriti e di volontà, è il compito più importante: perché solo dalla esatta soluzione di questo problema dipende la possibilità della vittoria. A tal fine è necessario che dall’esercito di milioni di uomini aventi, in modo più o meno chiaro, il presentimento e, in parte, la comprensione di queste verità, esca un, uomo. Quest’uomo dovrà, con forza apodittica, con le ondeggianti idee dell’ampia massa foggiare granitici principii e condurrà la lotta per realizzarli fin quando, dalle onde d’un libero mare d’idee, si elevi la bronzea rupe d’un’unitaria comunanza di fede e di volontà. Il diritto, comune a tutti, di agire così è fondato sulla sua necessità; il diritto personale è fondato sul successo.

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Se tentiamo di estrarre dalla parola «nazionale» il senso profondo, giungiamo alla seguente constatazione. La concezione politica oggi corrente si basa in generale sull’idea che allo Stato si debba assegnare una forza creatrice, civilizzatrice, ma che lo Stato non abbia nulla di comune con premesse di razza. Lo Stato sarebbe piuttosto un prodotto di necessità economiche, o, nel migliore dei casi, il risultato naturale di forze e di impulsi politici. Questa concezione fondamentale conduce, nel suo sviluppo logico, non solo al misconoscimento delle primordiali forze etniche, ma anche ad una sottovalutazione della persona. Perché, se si contesta la diversità delle singole razze in riguardo alle loro forze d’incivilimento, si deve di necessità trasferire questo grande errore anche al giudizio dei singoli. L’ammissione dell’equivalenza delle razze diventa la base di una eguale valutazione dei popoli e, inoltre, dei singoli individui. E il marxismo internazionale non è altro che il trasferimento, operato dall’ebreo Carlo Marx, d’una concezione che in realtà esisteva già da gran tempo, ad una determinata professione di fede politica. Se non fosse già esistita questa intossicazione molto diffusa, non sarebbe mai stato possibile lo stupefacente successo politico di quella dottrina. Carlo Marx in realtà fu solo uno tra milioni che, nel pantano d’un mondo in putrefazione, riconobbe col sicuro sguardo del profeta i veleni essenziali, e li estrasse, per concentrarli, come un negromante, in una soluzione destinata ad annientare in fretta l’esistenza indipendente di libere nazioni sulla Terra. Ma tutto ciò egli fece al servizio della sua razza. Così, la dottrina marxista è l’estratto, la quintessenza della mentalità oggi vigente. Già per questo motivo è impossibile, anzi ridicola, ogni lotta del nostro cosiddetto mondo borghese contro di essa; poiché anche questo mondo borghese è impregnato di tutti quei veleni ed ha una concezione del mondo che solo per gradi e per persone si distingue dalla marxista. Il mondo borghese è marxista, ma crede alla possibilità della dominazione di determinati gruppi umani (borghesia), mentre il marxismo stesso mira a mettere metodicamente il mondo nelle mani del giudaismo. All’opposto, la concezione nazionale, razzista, riconosce il valore dell’umanità nei suoi primordiali elementi di razza. In conformità coi suoi pricipii, essa ravvisa nello Stato soltanto un mezzo per raggiungere un fine, il fine della conservazione dell’esistenza razzista degli uomini. Con ciò, non erede affatto ad un’eguaglianza delle razze, ma riconosce che sono diverse e quindi hanno un valore maggiore o minore; e da questo riconoscimento si sente obbligata ad esigere, in conformità con l’eterna Volontà che domina l’Universo, la vittoria del migliore e del più forte, la subordinazione del peggiore e del più debole. E così rende omaggio all’idea fondamentale della Natura, che è aristocratica, e crede che questa legge abbia valore fino al più umile individuo. Essa riconosce non solo il diverso valore delle razze ma anche quello degli individui. Estrae dalla massa l’individuo di valore, e opera così da organizzatrice, di fronte al marxismo disorganizzatore. Crede nella necessità di idealizzare l’umanità, ravvisando solo in questa idealizzazione la premessa dell’esistenza dell’umanità stessa. Ma non può concedere ad un’idea elica il diritto di esistere se questa idea costituisce un pericolo per la vita razziale dei portatori d’un’etica superiore; perché in un mondo imbastardito e «negrizzato» sarebbero perduti per sempre i concetti dell’umanamente bello e del sublime, nonché ogni nozione d’un avvenire idealizzato del genere umano. Nel nostro continente, la cultura e la civiltà sono connesse, in modo indissolubile, con la presenza degli Arii. Il tramonto e la scomparsa dell’Ario ricondurrebbe sul globo terrestre tempi di barbarie. Il seppellire il contenuto della civiltà umana mediante l’annientamento di coloro che la rappresentano appare il più deprecabile fra i delitti agli occhi d’una concezione nazionale del mondo. Chi osa mettere la mano sulla più alta fra le creature fatte ad immagine di Dio pecca contro il generoso creatore di questa meraviglia e collabora all’espulsione dal Paradiso. Quindi, la concezione nazionale del mondo risponde alla più intima volontà della Natura, poiché restaura quel libero giuoco delle forze che deve condurre ad una durevole reciproca educazione delle razze, finché, grazie al conquistato possesso di questa Terra, venga spianata la via ad una migliore umanità, la quale possa operare in campi situati in parte al disopra e in parte al di fuori di essa. Noi tutti presentiamo che in un lontano avvenire gli uomini dovranno affrontare tali problemi, che a dominarli sarà eletta una razza superiore, una razza di padroni, che disporrà dei mezzi e delle possibilità di tutto il globo. Come ben s’intende, una fissazione tanto generica del contenuto d’una concezione razzista del mondo permette migliaia di interpretazioni diverse. In realtà, non c’è nessuna delle nostre nuove fondazioni politiche che in qualche modo non si richiami a quella concezione. Ma quest’ultima, appunto col fatto di avere un’esistenza propria di fronte alle molte altre, dimostra che qui si tratta di concezioni diverse. Così, con la concezione marxista, diretta da un organismo supremo unitario, contrasta un miscuglio di concezioni che già dal punto di vista delle idee fa meschina impressione a petto del chiuso fronte nemico. Non si vince con armi così deboli! Solo quando alla concezione internazionale marxista (rappresentata in politica dal marxismo organizzato) — si opporrà una concezione nazionale altrettanto unitariamente organizzata e diretta, e solo se sarà eguale nei due campi l’energia del combattere, la vittoria si troverà dalla parte della verità eterna. Ma una data concezione del mondo può solo essere organizzata sulla base d’una precisa formulazione di quella: i principi fondamentali d’un partito sono, per un partito politico in formazione, ciò che per la fede sono i dogmi. Quindi, per la concezione nazionale del mondo bisogna creare uno strumento che le assicuri la possibilità di ottenere una rappresentanza battagliera, cosi come l’organizzazione marxista di partito spiana la via all’Internazionalismo.

Il partito nazional-socialista persegue questa meta. La fissazione, a servizio d’un partito, del concetto nazionale è la condizione preliminare del trionfo della concezione nazionale. Ciò è nel modo più chiaro provato da un fatto ammesso, almeno in modo indiretto, perfino dagli avversari di quel collegamento fra concezioni e partito. Appunto coloro che non si stancano mai di accentuare che la concezione nazionale del mondo non è retaggio d’un individuo ma sonnecchia o «vive» nel cuore di milioni di uomini, documentano con ciò la verità di questo fatto, che la generale presenza di tali idee nel cuore degli uomini non basta a impedire la vittoria delle concezioni opposte, rappresentate da partiti politici di classe. Se non fosse così, il popolo tedesco avrebbe già oggi riportata una immensa vittoria, mentre in realtà si trova sull’orlo d’un abisso. Ciò che diede la vittoria alla concezione internazionale fu la circostanza che essa è rappresentata da un partito politico organizzato in riparti d’assalto. Ciò che fece soccombere la concezione opposta fu la mancanza (finora) d’una rappresentanza unitaria. Una concezione del mondo può solo combattere e vincere nella forma limitata e comprensiva di un’organizzazione politica, non nella illimitata libertà d’interpretazione d’una dottrina generica. Perciò io considerai mio proprio compito quello di estrarre dalla materia vasta ed informe di una concezione generale le idee essenziali, dando loro forma più o meno dogmatica; idee che nella loro chiara delimitazione sono idonee a dare un’organizzazione unitaria a coloro che le accettano. In altre parole: Il partito nazional-socialista riprende le linee essenziali d’una concezione del mondo genericamente nazionale e, tenendo conto della realtà pratica, dei tempi, del materiale umano esistente, e delle debolezze umane, foggia con esse una professione di fede politica. Questa, alla sua volta, crea, nell’organizzazione rigida di grandi masse umane resa cosi possibile, le condizioni preliminari per il trionfo di quella concezione.

CAPITOLO II

LO STATO

Fin dal 1920-21 i circoli dell’ormai superato mondo borghese rinfacciavano al nostro movimento di assumere una posizione negativa di fronte allo Stato odierno. E da ciò i partiti politici di tutte le tendenze traevano per sé il diritto d’intraprendere con tutti i mezzi la lotta e la persecuzione contro il giovane incomode annunziatore di una nuova concezione. Si dimenticò, di proposito, che oggi lo stesso mondo borghese non c’è e che non vi può essere una definizione unitaria di questa idea. Spesso, gli interpreti seggono nelle nostre Università in qualità di professori di diritto pubblico, il cui compito più alto è quello di trovare spiegazioni e giustificazioni della più o meno felice esistenza di quello Stato che fornisce loro gli alimenti. Quanto più assurda è la forma d’uno Stato, tanto più oscure, artificiose e incomprensibili sono le definizioni dello scopo della sua esistenza. Che poteva mai scrivere, per esempio, un imperiale regio professore d’Università sul senso e sullo scopo d’uno Stato in un paese la cui esistenza statale personifica il più grande aborto del secolo ventesimo? Era questo un compito ben grave, se si riflette che per l’odierno professore di diritto pubblico esiste meno l’obbligo della verità che il conseguimento d’uno scopo determinato. E lo scopo è questo: conservare ad ogni costo quel mostro di meccanismo umano che oggi è chiamato Stato. Ciò posto, non c’è da stupirsi se nella soluzione di questo problema si evitano quanto più possibile i punti di vista reali per immergersi invece in un miscuglio di valori ideali, di compiti e di scopi «etici» e «morali». All’ingrosso, si possono distinguere tre gruppi:

a) Il gruppo di coloro che nello Stato ravvisano semplicemente una comunità più o meno volontaria di uomini sotto una sovrana potestà di impero.

Questo è il gruppo più numeroso. Nelle sue file si trovano, particolarmente, gli adoratori dell’odierno principio di legittimità, ai cui occhi la volontà dell’uomo non sostiene nessuna parte in tutto quest’affare. Per essi, nel solo fatto della esistenza d’uno Stato è già fondata la sua sacrosanta invulnerabilità. Per adattarsi a questo vaneggiamento di cervelli umani, occorre avere una canina adorazione dell’autorità statale. Nella testa di questa gente, in un attimo il mezzo si trasforma nello scopo finale. Lo Stato non esiste più per servire gli uomini; ma gli uomini esistono per adorare un’autorità statale che racchiude in sé anche l’ultimo dei funzionari. Affinché questa tacita, estetica adorazione non si trasmuti in inquietudine, in agitazione, l’autorità statale esiste unicamente per conservare l’ordine e la calma: essa pure non è ormai più un mezzo, ma un fine. L’autorità statale deve vegliare all’ordine e alla calma, e, viceversa, l’ordine e la calma debbono rendere possibile l’esistenza dello Stato. La vita intiera deve muoversi entro questi due poli. In Baviera, questa mentalità è in prima linea rappresentata dagli artisti politici del Centro bavarese, chiamato «partito populista bavarese» ; in Austria, dai legittimisti giallo-neri; e nel Reich, purtroppo, gli elementi cosiddetti conservatori si fanno questa idea dello Stato.

b) Il secondo gruppo è alquanto meno numeroso; di esso fanno parte coloro che almeno connettono certe condizioni all’esistenza d’uno Stato. Essi vogliono non solo un medesimo governo ma anche, se è possibile, una medesima lingua, sia pure partendo da punti di vista di generica tecnica amministrativa. L’autorità statale non è più l’unico ed esclusivo scopo dello Stato: ad esso aggiunge quello di promuovere il bene dei sudditi. Nella concezione dello Stato, propria di questo gruppo, s’insinuano già idee di «libertà» — per lo più una libertà malintesa. La forma di governo non appare più intangibile per il fatto stesso della sua esistenza; ma viene esaminata per constatarne la vantaggiosità. La santità della tradizione non protegge dalla critica del presente. Del resto, questa concezione attende, soprattutto, dallo Stato una favorevole configurazione della vita economica, e quindi giudica partendo da punti di vista pratici e secondo principii economici generici, fondati sulla produttività. I principali rappresentanti di queste opinioni si incontrano nella normale borghesia tedesca, e specialmente nei circoli della nostra democrazia liberale.

c) Il terzo gruppo è il meno numeroso.

Esso ravvisa già nello Stato un mezzo per realizzare le tendenze di potenza politica per lo più poco chiare di un popolo unito e ben caratterizzato da un suo proprio linguaggio. Qui, la volontà di un’unica lingua statale si manifesta non solo nella speranza di creare con ciò a questo Stato una solida base per accrescere la sua potenza all’estero, ma altresì con l’opinione (del resto, falsissima) di potere con ciò nazionalizzare lo Stato in una direzione determinata. Negli ultimi cento anni fu una vera pietà il dover veder come questi circoli giocassero, talora in buona fede, con la parola «germanizzare». Io stesso rammento che, quand’ero giovane, questo termine conduceva ad idee d’incredibile falsità. Perfino nelle sfere del pangermanesimo si poteva allora sentir dire che, con l’aiuto del governo, il germanesimo d’Austria poteva riuscire benissimo a germanizzare i paesi slavi austriaci. Costoro non capivano affatto che si può solo germanizzare il suolo ma non mai gli uomini. Ciò che allora s’intendeva con quella parola era solo la forzata accettazione esteriore della lingua tedesca. E’ invece un grave errore il credere che, poniamo, un Cinese o un Negro diventi un Tedesco perché impara il tedesco ed è pronto a servirsi in avvenire della lingua tedesca e a dare il suo voto ad un partito politico tedesco. Il nostro mondo borghese non ha mai capito che una simile germanizzazione è, in realtà, una sgermanizzazione. Perché se, con l’imposizione d’una lingua comune, certe distinzioni finora visibili fra popolo e popolo vengono superate e infine cancellate, ciò significa l’inizio d’un imbastardimento e, nel caso nostro, non una germanizzazione ma un annientamento di elementi germanici. Troppo spesso nella storia accade che un popolo conquistatore riesca, grazie ai suoi mezzi di potenza, ad imporre ai vinti la propria lingua, e che dopo mille anni la sua lingua sia parlata da un altro popolo e quindi i vincitori diventino i veri vinti. La nazione, o, meglio, la razza non consiste nella lingua, ma solo nel sangue. Quindi si potrà parlare d’una germanizzazione solo quando si sappia trasformare con questo processo il sangue dei vinti. Ma ciò non è possibile: a meno che grazie alla mescolanza dei sangui si produca un mutamento, significante l’abbassamento del livello della razza superiore. Il risultato finale di questo processo sarebbe dunque la distruzione appunto di quelle qualità che un giorno resero il popolo conquistatore capace di vincere. Particolarmente le forze culturali sparirebbero nell’accoppiamento con una razza inferiore, quand’anche il risultante prodotto misto parlasse mille volte la lingua della razza che una volta era superiore. Per un certo tempo sussisterà ancora una lotta fra le spiritualità diverse, e può darsi che la nazione piombante sempre più in basso, in un ultimo scatto riveli valori culturali eminenti. Ma questi sono solo gli elementi appartenenti alla razza superiore, oppure bastardi, in cui, nel primo incrocio, prevale ancora il sangue migliore e cerca di farsi strada, non mai però prodotti conclusivi della miscela, nei quali si mostrerà sempre un movimento culturale retrogrado. Si deve oggi considerare come una fortuna che una germanizzazione dell’Austria nel senso di Giuseppe II non abbia avuto successo. Probabilmente, se avesse avuto successo, lo Stato austriaco si sarebbe conservato, ma la comunanza di linguaggio avrebbe addotto un abbassamento del livello razziale della nazione tedesca. Nel corso dei secoli si sarebbe bensì formato un certo istinto di armento, ma l’armento avrebbe avuto minor valore. Sarebbe forse nata una nazione-Stato, ma sarebbe andato perduto un popolo d’alta cultura. Per la nazione tedesca fu meglio che questo processo di mescolanza sia fallito, se non in conseguenza d’un nobile pensiero, almeno grazie alla miope meschinità degli Absburgo. Se le cose fossero andate altrimenti, il popolo tedesco non conterebbe oggi tra i fattori della civiltà. Non solo in Austria ma anche in Germania i cosiddetti circoli nazionali professano simili idee del tutto false. La politica polacca, da tanti approvata, nel senso d’una germanizzazione dell’Oriente si fondò, purtroppo, quasi sempre su questo sofisma. Anche qui si credette di poter germanizzare l’elemento polacco mediante una germanizzazione puramente linguistica del medesimo, E anche qui il risultato fu infelice: si ebbe un popolo d’altra razza esprimente in lingua tedesca pensieri estranei ai Tedeschi, compromettente col suo minor valore l’altezza e la dignità della nostra propria nazione. Terribile è già oggi il danno che sofferse per via indiretta il germanesimo in causa del fatto che gli ebrei masticanti il tedesco, quando entrano in America sono scambiati per Tedeschi da molti Americani ignoranti delle cose nostre. Ma a nessuno verrà in mente di trovare la prova della origine e nazionalità tedesca di questi pidocchiosi immigranti, nella circostanza che essi parlano tedesco. Ciò che netta storia fu utilmente germanizzato fu il suolo, che i nostri antenati conquistarono con la spada e colonizzarono con contadini tedeschi. Quando iniettarono nel corpo detta nostra nazione sangue straniero, cooperarono a quel disgraziato frazionamento del nostro essere che si manifesta nel superindividualismo tedesco, putroppo ancor oggi spesso esaltato.

Anche in questo terzo gruppo lo Stato è pur sempre, in certo modo, fine a sé stesso, e la conservazione dello Stato è la più alta meta dell’esistenza umana. Concludendo, si può stabilire che tutte queste concezioni non hanno le loro radici profonde nel riconoscimento che le forze foggiami la civiltà e i valori si basano essenzialmente su elementi razziali e che quindi lo Stato deve considerare sua missione suprema la conservazione e l’elevamento della razza, condizione preliminare di ogni sviluppo della civiltà umana. Quindi, l’ebreo Marx poté trarre la conseguenza estrema di quelle false concezioni e idee sull’essenza e sullo scopo d’uno Stato: il mondo borghese, abbandonando il concetto politico delle obbligazioni di razza, senza poter trovare un’altra formula da tutti accettata, spianò la via ad una dottrina negante lo Stato in sé. Già per questo e su questo campo la lotta del mondo borghese contro l’Internazionale marxista è destinata a fallire. Il mondo borghese ha da lungo tempo sacrificato le fondamenta indispensabili a sostenere il suo stesso mondo d’idee. Il suo scaltro avversario s’è accorto della debolezza della sua costruzione ed ora la attacca con le armi che esso medesimo gli ha involontariamente fornite. Quindi, il primo dovere d’un nuovo movimento basato su una concezione razzista del mondo è quello di fare in modo che la nozione dell’essenza e dello scopo dell’esistenza dello Stato assuma una forma chiara ed unitaria. Bisogna anzitutto riconoscere questo, che lo Stato non rappresenta un fine ma un mezzo. Esso è la premessa della formazione d’una superiore civiltà umana, ma non è la causa di questa. La causa è riposta solo nella presenza d’una razza idonea alla civiltà. Quand’anche si trovassero sulla Terra centinaia di Stati modello, nel caso che si spegnesse l’Ario portatore di civiltà non sussisterebbe nessuna civiltà rispondente all’altezza spirituale degli odierni popoli superiori. Si può andare ancor più oltre e dire che il fatto della formazione di Stati non escluderebbe punto la possibilità dell’annientamento del genere umano se andassero perdute le facoltà intellettuali superiori e l’elasticità, in conseguenza della mancanza d’una razza che le porti in sé. Se, per esempio, oggi la superficie della Terra fosse scossa da un fatto sismico, e dalle onde dell’oceano si sollevasse un nuovo Himalaia, una sola crudele catastrofe annienterebbe l’umana civiltà. Nessuno Stato potrebbe più sussistere; sarebbero infranti tutti i vincoli dell’ordine, frantumati i documenti d’un’evoluzione millenaria, la Terra sarebbe un unico grande cimitero inondato dall’acqua e dal fango. Ma se da questo orribile caos si salvassero anche solo pochi individui d’una determinata razza capace di civiltà, la Terra, sia pure dopo migliaia d’anni, quando si fosse calmata conserverebbe testimonianze d’una umana forza creatrice. Solo la distruzione dell’ultima razza capace di civiltà e degli individui che la compongono apporterebbe alla Terra la desolazione definitiva. Viceversa vediamo, dagli esempi stessi che il presente ci offre, che formazioni statali ai loro inizii per la mancanza di genialità nei portatori della loro razza non seppero conservare questi ultimi. Come grandi varietà di animali preistorici dovettero cedere ad altre e sparirono senza lasciar traccia, così anche l’uomo deve cedere, se gli manca una determinata forza spirituale, la quale sola gli fa trovare le armi necessarie alla propria conservazione.

Non lo Stato in sé crea una determinata altezza di civiltà; esso può solo conservare la razza che è condizione di quell’altezza. In caso diverso lo Stato può continuare a sussistere, come tale, per secoli, mentre, perché non gli fu vietata una mescolanza di razze, la capacità di cultura e la vita d’un popolo condizionata da questa hanno già da lungo tempo sofferti profondi mutamenti. Lo Stato odierno, per esempio, può, come meccanismo formale, seguitare per secoli ad esistere, ma l’intossicazione razziale del corpo della nostra nazione opera una decadenza culturale che già oggi si rivela spaventosa.

Così, la premessa dell’esistenza d’un’umanità superiore non è lo Stato ma la nazione, sola capace di addurla.

Questa capacità è sempre presente, ma deve essere destata all’azione pratica da determinate condizioni esteriori. Le nazioni o, meglio, le razze dotate di qualità creatrici portano in sé, latenti, queste condizioni, anche se, in un dato momento, sfavorevoli circostanze esterne non permettono alle loro buone disposizioni di realizzarsi. E’ una incredibile stoltezza il rappresentare come incivili, come barbari i Germani dei tempi anteriori al cristianesimo. Non furono mai tali. Ma la asprezza del loro clima nordico li costrinse a condizioni di vita ostacolanti lo sviluppo delle loro forze creatrici. Se fossero giunti nelle miti terre del sud e nel materiale di popoli inferiori avessero trovate le prime risorse tecniche, la capacità di cultura sonnecchiante in essi, avrebbe prodotto una splendida fioritura, come avvenne, per esempio, ai Greci, Ma questa stessa forza primordiale, creatrice di civiltà, non dipende solo dal clima nordico. Un Lappone, trasferito nel sud, non sarebbe, più d’un Eschimese, creatore di civiltà. No, questa meravigliosa facoltà di creare è donata precisamente all’Ario, sia ch’egli la porti in sé sonnecchiando o sia che la desti alla vita, secondo che le circostanze favorevoli glie lo permettono o una matrigna Natura glie lo vieta.

Da ciò segue questa nozione:

Lo Stato è un mezzo per raggiungere un fine. Il suo fine consiste nella conservazione e nello incremento d’una comunità conducente una vita fisica e morale omogenea. Questa stessa conservazione include l’esistenza d’una razza e con ciò permette il libero sviluppo di tutte le forze sonnecchianti in questa razza. Una parte di queste servirà sempre in prima linea alla conservazione della vita fisica, mentre l’altra promuoverà la continuazione dello sviluppo intellettuale. In realtà però, runa delle parti crea le premesse dell’altra.

Gli Stati che non servono a questo scopo sono fenomeni male riusciti, sono aborti. Ciò non è mutato dal fatto della loro esistenza, così come il successo d’un’associazione di filibustieri non può giustificare la pirateria o la rapina.

Noi nazionalsocialisti, quali campioni d’una nuova concezione, non dobbiamo mai metterci sul famoso, e per di più falso, «terreno dei fatti». Altrimenti non saremmo più i campioni d’una nuova grande idea ma i «coolies» dell’odierna menzogna. Dobbiamo distinguere con la massima nettezza fra lo Stato, che è un recipiente, e la razza, che è il contenuto. Questo recipiente ha un senso solo se è capace di contenere e salvaguardare il contenuto; in caso diverso, non ha valore.

Lo scopo supremo dello Stato nazionale è quello di conservare quei primordiali elementi di razza che, quali donatori di civiltà, creano la bellezza e la dignità d’un’umanità superiore. Noi, Arii, in uno Stato possiamo solo raffigurarci l’organismo vivente di una nazione: organismo che non solo assicura la durata di questa nazione, ma la conduce alla suprema libertà sviluppandone le capacità spirituali e ideali.

Ciò che oggi si vuoi far passare per Stato non è altro che l’aborto di gravi aberrazioni umane, e ha per conseguenza indicibili patimenti.

Noi nazionalsocialisti sappiamo di essere ostili, nel mondo odierno, a questa concezione, e siamo bollati come rivoluzionari. Ma il nostro pensiero e le no sire azioni non debbono affatto dipendere dal plauso o dalla disapprovazione del tempo nostro, ma dai nostri obblighi verso una verità che abbiamo riconosciuta. Dobbiamo convincerci che i posteri, meglio giudicandoci, non solo comprenderanno la nostra condotta ma la troveranno giusta e la esalteranno.

***

Da ciò risulta pure, per noi nazionalsocialisti, il criterio per valutare uno Stato. Il valore d’uno Stato sarà relativo, se partiremo dal punto di vista della singola nazione; sarà assoluto se partiremo da quello dell’umanità in sé. In altre parole:

La bontà d’uno Stato non può essere valutata dall’altezza della sua cultura o dall’importanza della sua potenza nella cornice del resto del mondo, ma unicamente dal grado di bontà delle sue istituzioni per la nazione di cui si tratta.

Uno Stato può essere considerato esemplare se è conforme alle condizioni di vita della nazione che deve rappresentare e se, in pratica, proprio mediante la sua esistenza conserva in vita quella nazione: qualunque sia l’importanza culturale spettante a tale Stato nella cornice del resto del mondo. Perché non è compito dello Stato il generare capacità, suo compito è quello di aprire strada libera alle forze già esistenti. Viceversa, può essere definito cattivo uno Stato che. sebbene di alta civiltà, consacra al tramonto il portatore di questa civiltà nella sua composizione razziale. Perché con ciò distrugge praticamente la condizione preliminare dell’ulteriore esistenza di questa civiltà, che lo Stato non creò e che è il frutto d’una nazione creatrice di cultura, garantita dal vivente organismo statale che la compendia in sé. Lo Stato per sé non costituisce un contenuto, ma una forma. Dunque, la temporanea altezza della civiltà d’un popolo non offre il criterio della bontà dello Stato, in cui questo popolo vive.

E’ comprensibile che un popolo dotato d’alta cultura abbia maggior valore d’una tribù di negri; tuttavia l’organismo statale di quello, dal punto di vista della realizzazione dei suoi scopi, può essere peggiore di quello della tribù negra. Il migliore Stato e la migliore forma statale non sono in grado di ricavare da un popolo facoltà che gli mancano e che non vi esistettero mai. Invece uno Stato cattivo è in grado di fare scomparire facoltà che in origine esistevano, permettendo o favorendo la soppressione dei portatori della civiltà della razza.

Inoltre, il giudizio sulla bontà d’uno Stato può solo essere determinato, in prima linea, dalla relativa utilità che esso possiede per un dato popolo e non già dal valore che gli è assegnato nel mondo. Questo giudizio relativo può essere formato presto e bene; mentre il giudizio sul valore assoluto è assai difficile da formare, perché è condizionato non più soltanto dallo Stato, ma anche dalla bontà e dall’altezza morale della nazione.

Quindi, se si parla d’un’alta missione dello Stato, non si (leve dimenticare che l’alta missione si trova soprattutto nella nazione, alla quale lo Stato deve solo rendere possibile, con la forza organica della propria esistenza, il libero sviluppo.

E se ci chiediamo come debba essere configurato lo Stato di cui noi Tedeschi abbiamo bisogno, dobbiamo prima renderci ben chiaro quali uomini lo Stato debba comprendere e a quale scopo debba servire.

Putroppo, la nostra nazione tedesca non è più fondata su un nucleo razziale unitario. Il processo di fusione dei diversi elementi originarii non è tanto progredito, però, che si possa parlare di una nuova razza da esso formata. All’opposto! Le intossicazioni del sangue sofferte dal corpo della nostra nazione, specialmente dopo la guerra dei Trent’anni, decomposero non solo il sangue tedesco, ma anche l’anima tedesca. I confini aperti, della nostra patria, il fatto di appoggiarsi a corpi estranei non germanici lungo i territorii di confine, ma soprattutto il forte continuo afflusso di stranieri nell’interno del Reich, afflusso sempre rinnovato, non lasciarono tempo disponibile per un’assoluta fusione. Non fu prodotta una nuova razza, ma gli elementi razziali rimasero gli uni accanto agli altri, col risultato che, in modo particolare nei momenti critici, nei quali ogni armento suole adunarsi, il popolo tedesco si disperde in tutte le direzioni. Gli elementi razziali sono diversamente stratificati non solo nei diversi territori, ma anche in ogni singolo territorio. Accanto a uomini nordici si trovano uomini orientali; accanto ad orientali, dinarici; accanto a costoro, uomini occidentali, e, fra tutti, miscele umane. Ciò è di grave danno: manca al popolo tedesco ogni sincero istinto di armento fondato sull’unità del sangue; quell’istinto che nei momenti del pericolo salva dal tramonto le nazioni facendo tacere i grandi e piccoli dissensi interni e opponendo al comune nemico

la chiusa fronte di un armento unitario.

Nel groviglio dei nostri fondamentali elementi di razza, che rimasero non mescolati, si trova il fondamento di ciò che noi designiamo con la parola «superindividualismo»: esso, in tempi di pace, può rendere buoni servigi, e, in fondo, ci condusse alla egemonia mondiale. Se il popolo tedesco, nel suo sviluppo storico, avesse posseduto quella unità di armento che possedettero altri popoli, oggi il Reich tedesco sarebbe padrone della Terra.

La storia mondiale avrebbe seguito un altro corso, e nessuno può dire se per questa via non si sarebbe verificato ciò che tanti ciechi pacifisti sperano oggi di ottenere piagnucolando e mendicando: una pace non appoggiata agli scodinzolamenti di lagrimose prefiche pacifiste, ma fondata dalla vittoriosa spada di un popolo di dominatori, che s’impadronisce del mondo per servire ad una superiore civiltà.

La mancanza di una nazione avente unità di sangue fu per noi causa di indicibili sofferenze. Ha donato metropoli, per risiedervi, a molti potentati tedeschi, ma ha privato il popolo tedesco del diritto di dominare.

Ancor oggi il nostro popolo soffre di questa interna lacerazione, di questo disgregamento. Ma ciò che ci apportò sventura nel passato e nel presente può formare la nostra fortuna nel futuro.

Perché, se, da un lato, fu funesto il fatto che non abbia avuto luogo una totale fusione dei nostri originarii elementi di razza e quindi non si sia prodotta la formazione unitaria del nostro popolo, fu, d’altro lato, una ventura che almeno una parte del nostro miglior sangue sia, con ciò, rimasta pura e già sfuggita all’abbassamento razziale.

Certo, dall’assoluta mescolanza dei nostri primordiali elementi di razza sarebbe risultato un corpo nazionale chiuso, ma esso, come prova ogni incrocio di razze, avrebbe avuto una capacità d’incivilimento inferiore a quella che possedeva il più nobile fra tali elementi primordiali. Qui sta la fortuna del fallimento d’una totale mescolanza: ancor oggi noi possediamo nel nostro corpo nazionale tedesco grandi elementi, rimasti non mescolati, di uomini germanici del nord, nei quali possiamo ravvisare il più prezioso tesoro per il nostro avvenire. Nei torbidi tempi dell’ignoranza di tutte le leggi di razza, quando il valore d’un uomo appariva eguale a quello d’un altro, la chiara conoscenza, del diverso valore dei singoli elementi fondamentali mancava. Ma oggi sappiamo che l’assoluta mescolanza degli elementi del nostro corpo nazionale avrebbe (in grazia della unità che ne sarebbe risultata) apportata forse la potenza esterna, ma avrebbe resa irraggiungibile la più alta meta

dell’umanità, perché quello che fu scelto visibilmente dal Destino per raggiungerla sarebbe perito nella generica poltiglia di razze della nazione unitaria.

Ma ciò che, senza nostro concorso, fu impedito da una propizia sorte, dobbiamo esaminare e valutare oggi noi, partendo dalle cognizioni ormai acquisite.

Chi parla d’una missione del popolo tedesco sulla Terra, deve sapere che questa può solo consistere nella formazione d’uno Stato ravvisante il suo compito supremo nella conservazione e nell’incremento degli elementi più nobili, rimasti illesi, della nostra nazione; anzi, dell’intiera umanità.

Con ciò lo Stato riceve, per la prima volta, un alto intimo scopo. Di fronte alla ridicola parola d’ordine di assicurare la calma e l’ordine onde rendere possibili reciproci imbrogli, appare una missione realmente elevata quella di conservare e promuovere un’umanità superiore, donata a questa Terra dalla bontà dell’Onnipotente.

Un meccanismo morto, che pretende di esistere solo per amor di sé stesso, deve diventare un organismo vivente con l’unico scopo di servire un’idea superiore.

Il Reich tedesco deve, come Stato, comprendere tutti i Tedeschi, col compito non solo di raccogliere e conservare da questo popolo i più preziosi fra gli elementi originarii di razza, ma di sollevarli, con lentezza ma in modo sicuro, ad una posizione di predominio. Così, ad una situazione statica, di irrigidimento, succede un periodo di lotta.

Ma, come sempre ed in ogni cosa, vale qui il proverbio: «chi sta fermo arrugginisce»; ed è sempre vero che «la vittoria sta nell’attacco». Quanto più è alta la meta della lotta che ci splende dinanzi agli occhi, e quanto minore è la comprensione che ne ha in questo momento la vasta massa, tanto maggiore è. come insegna la storia mondiale, il successo: e tanto maggior valore ha questo successo quando lo scopo è esattamente afferrato e la battaglia è condotta con incrollabile tenacia.

Per molti dei funzionali che oggi dirigono lo Stato può essere più tranquillante il battersi per la conservazione del regime esistente che il lottare per ano futuro. Ad essi apparirà molto più comodo il vedere nello Stato un meccanismo che esiste solo per conservarsi in vita, così come, viceversa, la loro vita «appartiene allo Stato», come essi sogliono dire: quasi che ciò che è germogliato dalla nazione potesse logicamente servire ad altro che alla nazione, e come se l’uomo potesse operare per altri che per l’uomo. Come dissi, è naturale che sia più facile ravvisare nell’autorità statale niente altro che il formale meccanismo d’un’organizzazione, che la suprema incarnazione dell’istinto della propria conservazione d’un popolo sulla Terra. Perché, nel primo caso, per quegli spiriti deboli lo Stato e l’autorità statale sono già scopi in sé, mentre nel secondo caso sono solo la formidabile arma a servizio della grande eterna lotta per l’esistenza, un’arma alla quale ognuno deve adattarsi perché non è meccanica e formale ma e l’espressione d’una comune volontà di conservare la vita. Quindi, nella lotta per la nostra nuova concezione che risponde al primordiale significato delle cose, troveremo solo pochi commilitoni in una società che non solo fisicamente ma spesso (purtroppo!) moralmente è decrepita. Solo uomini d’eccezione, vecchi dal cuore giovane e dalla mente rimasta fresca, verranno a noi da quei ceti, ma non coloro che ravvisano compito della loro vita conservare una situazione già esistente.

Sta di fronte a noi la sterminata schiera non tanto dei cattivi e dei maligni quanto dei pigri di pensiero, degli indifferenti e degli interessati alla conservazione dell’attuale stato di cose. Ma appunto nella apparente mancanza di probabilità di successo della nostra battaglia si trova la grandezza del nostro compito ed anche la possibilità del successo. Il grido di battaglia, che allontana gli spiriti meschini o li intimidisce presto, diventa il segnale di raccolta dei veri temperamenti battaglieri Ci si deve render conto di questo: Quando un popolo presenta una determinata somma di altissima energia appuntata ad uno scopo ed è sfuggito definitivamente all’ignavia delle vaste masse, i pochi diventano padroni del gran numero. La storia del mondo è fatta da minoranze, se nelle minoranze numeriche si incorpora la maggioranza della volontà e della forza di decisione. Quindi, ciò che oggi può a molti apparire molesto, è in realtà la premessa della nostra vittoria. Appunto nella grandezza e nelle difficoltà del nostro compito è riposta la probabilità che solo i migliori combattenti si accingano a lottare per esso. E in questa selezione sta la garanzia del successo.

***

In generale, già la Natura prende certe decisioni ed apporta certi emendamenti nel problema della purezza di razza di creature terrestri. Essa ama poco i bastardi. Soprattutto i primi prodotti di incroci, per esempio nella terza, quarta, quinta generazione, debbono soffrire amaramente: non solo sono privi del valore proprio del più nobile fra i primitivi elementi dell’incrocio, ma, mancando loro l’unità del sangue, manca pure l’unità del volere e della forza di decisione, necessaria alla vita. In tutti i momenti critici, in cui l’essere di razza pura prende decisioni giuste ed unitarie, l’essere di razza mista diventa esitante e prende mezze misure. Ciò significa una certa inferiorità della creatura di razza mista di fronte a quella di razza unitaria, e nella pratica include anche la possibilità di un rapido tramonto. In casi innumerevoli la razza tiene duro, mentre il bastardo crolla. In ciò si deve ravvisare la correzione della Natura; la quale spesso va ancor più lontano. Essa limita le possibilità di propagazione: sopprime la fecondità di ulteriori incroci e li spinge all’estinzione.

Se, per esempio, un individuo d’una razza si unisse ad uno di razza inferiore, ne risulterebbe in primo luogo l’abbassamento del livello in sé, e, in secondo luogo, un indebolimento dei discendenti di fronte agli altri individui rimasti puri di razza. Se alla razza superiore s’impedisse costantemente di apportare nuovo sangue, i bastardi o si spegnerebbero in causa della loro minore forza di resistenza voluta dalla saggia Natura o formerebbero, nel corso dei millennii, una nuova miscela, in cui i singoli elementi originali sarebbero commisti in forza dei molteplici incroci e non sarebbero più riconoscibili. Così si sarebbe formata una nuova nazione, d’una capacità di resistenza analoga a quella degli armenti, ma assai minorata di valore spirituale e culturale a petto della razza superiore, operante nel primo incrocio. Ma anche in questo caso il prodotto misto soccomberebbe nella reciproca lotta per l’esistenza, quando trovasse un avversario in una unità di razza superiore, rimasta immune da ogni mescolanza. L’intima compattezza di questo nuovo scopo, la compattezza da armento formatasi nel corso dei millennii, non basterebbe, in conseguenza del generale abbassamento del livello della razza e della diminuita elasticità intellettuale e facoltà di creazione, a lottare vittoriosamente contro una razza altrettanto unitaria ma superiore d’intelletto e di civiltà. Si può quindi enunciare la seguente valida proposizione:

Ogni incrocio di razze conduce per forza, primo o poi, al tramonto del prodotto misto, finché la parte più nobile di questo stesso incrocio sussiste in una unitarietà di razza. Il pericolo per il prodotto misto è eliminato solo nel momento in cui la razza superiore si imbastardisce.

In ciò è fondato un lento processo di rigenerazione naturale, che a poco a poco elimina le intossicazioni razziali, finché sussiste ancora una certa quantità di elementi di razza pura e non ha più luogo un ulteriore imbastardimento.

Questo processo può prodursi da sé in creature fornite di un forte istinto di razza, che solo particolari circostanze o una speciale costrizione ha scagliato fuori dalla via della normale moltiplicazione dei puri di razza. Quando questa situazione forzosa è terminata, la parte rimasta pura tenderà subito di nuovo all’accoppiamento fra eguali, imponendo così fine ad una ulteriore mescolanza. E con ciò i fatti di imbastardimento passano in seconda linea, a meno che il loro numero si sia già tanto moltiplicato che non possa più aver luogo una seria resistenza degli elementi

rimasti di razza pura.

L’uomo che ha perduto l’istinto e misconosce l’obbligo impostogli dalla Natura, in generale non può contare su questa correzione da parte della Natura finché non ha sostituito con chiare cognizioni l’istinto perduto: spetta allora a queste il fornire il necessario lavoro di riparazione.

Tuttavia permane il grave pericolo che chi è diventato cieco spezzi sempre più le barriere di razza, e che anche l’ultimo resto della sua miglior parte finisca con l’andar perduto. In tal caso rimane solo più una poltiglia, come sognano i famosi miglioratori contemporanei del mondo, per i quali rappresenta l’ideale: ma essa in breve tempo scaccerebbe ogni ideale dal nostro mondo. Certo: un grosso armento potrebbe venir foggiato così, si può creare un animale da armento, ma da una miscela di queste genere non risulta mai un uomo portatore di civiltà, creatore o fondatore di civiltà. E la missione dell’umanità potrebbe allora essere considerata finita.

Chi non vuole che la Terra vada incontro a questa sorte, deve professare la concezione che sia compito soprattutto dello Stato germanico quello di fare in modo che sia imposto un termine definitivo ad ogni ulteriore imbastardimento.

La generazione dei nostri notorii deboli d’oggi getterà alte grida contro queste affermazioni, e si lagnerà di interventi nei più sacri diritti dell’uomo. No, c’è un solo sacrosanto diritto dell’uomo, che è nello stesso tempo un sacrosanto dovere, quello di provvedere perché il sangue resti puro, affinchè la conservazione della migliore umanità renda possibile un più nobile sviluppo dell’umanità stessa.

Quindi, uno Stato nazionale dovrà in prima linea elevare il matrimonio dal livello d’un costante scandalo per la razza, e dargli la consacrazione d’un istituto chiamato a generare creature fatte ad immagine del Signore e non aborti fra l’uomo e la scimmia.

La protesta contro ciò, fondata su motivi cosiddetti umani non è lecita ad un’epoca che da un lato offre ad ogni degenerato la possibilità di propagarsi, imponendo ai prodotti di costui e ai loro contemporanei ineffabili patimenti, e dall’altro lato permette che in ogni drogheria e perfino dai mercanti di strada si vendano a buon mercato intrugli per impedire le nascite anche in genitori sani. Nell’odierno Stato della tranquillità e dell’ordine, agli occhi dei rappresentanti di questo bel mondo nazional-borghese, è dunque un delitto l’impedire la capacità di generazione nei sifilitici, tubercolosi, in quelli aventi tare ereditarie, nei deformi e nei cretini, mentre l’interruzione pratica della facoltà di generare in milioni di persone sane non è considerata cosa condannabile e non urta contro i buoni costumi di questa ipocrita società, anzi giova alla miope pigrizia del pensiero. Perché altrimenti ci si dovrebbe stillare il cervello su questo problema: come si possano creare le premesse del nutrimento e della conservazione di quegli esseri che, quali sani portatori della nostra nazionalità, dovranno un giorno assolvere la stessa funzione di fronte alla generazione successiva? Ma questo sistema è ignobile e privo d’ogni ideale. Non ci si sforza più di educare i migliori per la posterità, ma si lascia che le cose vadano come vogliono. Anche le nostre Chiese peccano contro l’immagine di Dio, benché ne accentuino il valore, e ciò risponde alla loro attuale condotta: esse parlano sempre dello spirito ma lasciano degenerare in un abbrutito proletario il portatore dello spirito, l’uomo. E poi facciamo gli stupiti, con sciocchi volti, sulla poca influenza della fede cristiana nel nostro paese, sull’«ateismo» di questa gente male conciata nel corpo e quindi anche demoralizzata spiritualmente, e cerchiamo un compenso nel convenire Ottentotti, Zulù e Cafri con la benedizione della Chiesa. Mentre, grazie a Dio, i nostri popoli europei cadono in uno stato di lebbra fisica e morale, il pio missionario emigra nell’Africa centrale e fonda missioni per Negri: così la nostra «civiltà superiore» farà anche colà, di uomini sani sebbene primitivi e incolti, una putrida razza di bastardi.

Sarebbe più conforme al senso di quanto v’ha di più nobile sulla terra, questo: che le nostre due Chiese cristiane, invece di molestare i Negri con missioni dai Negri non desiderate né comprese, insegnassero, con bontà ma con ogni serietà, alla nostra umanità europea che, quando i genitori non sono sani, è opera più gradita a Dio l’aver pietà d’un piccolo orfano sano e donargli un padre e una madre che mettere al mondo un bambino malato, apportatore di sofferenze e di sventure a sé e agli altri.

Lo Stato nazionale deve ricuperare ciò che oggi, su questo campo, è trascurato da tutte le parti. Deve mettere la razza al centro della vita generale. Deve darsi pensiero di conservarla pura. Deve dichiarare che il bambino è il bene più prezioso d’un popolo. Deve fare in modo che solo chi è sano generi figli, che sia scandaloso il mettere al mondo bambini quando si è malati o difettosi, e che nel rinunziare a ciò consista il supremo onore. Ma, viceversa, deve essere ritenuto riprovevole il sottrarre atta nazione bambini sani. Quindi lo Stato deve presentarsi come il preservatore di un millenario avvenire, di fronte al quale il desiderio e l’egoismo dei singoli non contano nulla e debbono piegarsi. Lo Stato deve valersi, a tale scopo, delle più moderne risorse mediche. Deve dichiarare incapace di generare chi è affetto da visibile malattia o portatore di tare ereditarie e quindi capace di tramandare ad altri queste tare, e provocare praticamente questa incapacità. Deve, d’altro lato, provvedere che la fecondità della donna sana non venga limitata dalla sconcia economia e dalla finanza d’un regime statale che di quella benedizione che è il bambino fa una maledizione per i genitori. Deve eliminare quella pigro, criminale indifferenza con cui si trattano oggi le premesse sociali dell’abbondanza di figli, deve posare da supremo protettore di questa massima fortuna d’un popolo. Deve preoccuparsi più del bambino che dell’adulto.

Chi non è sano e degno di corpo e di spirito, non ha diritto di perpetuare le sue sofferenze nel corpo del suo bambino. Qui, lo Stato nazionale deve fornire un enorme lavoro educativo, che un giorno apparirà quale un’opera grandiosa, più grandiosa delle più vittoriose guerre della nostra epoca borghese. Lo Stato deve, con l’educazione, insegnare agli individui che l’essere malati e deboli non è una vergogna, ma è solo una disgrazia meritevole di compassione, e che è delitto e vergogna il disonorarsi e il dar prova d’egoismo imponendo la malattia e la debolezza a creature innocenti.

E che quindi è prova di nobiltà, di mentalità elevata e di umanitarismo degno d’ammirazione il fatto che chi senza sua colpa è malato, rinunziando ad avere figli proprii, doni il suo affetto e la sua tenerezza ad un piccolo, povero sconosciuto rampollo della sua nazione, sano e promettente di essere un giorno un robusto membro di una forte comunità. E lo Stato deve ravvisare in questo lavoro di educazione l’integrazione spirituale della sua attività pratica. Deve agire in questo senso, senza riguardo a comprensione o incomprensione, a consensi o dissensi.

Basterebbe impedire per sei secoli la capacità e la facoltà di generare nei degenerati di corpo e nei malati di spirito per liberare l’umanità da un’immensa sventura e per condurla ad uno stato di sanità oggi quasi inconcepibile. Quando sarà realizzata, in modo cosciente e metodico, e favorita la fecondità della parte più sana della nazione, si avrà una razza che, almeno in principio, avrà eliminati i germi dell’odierna decadenza fisica e morale.

Se una nazione o uno Stato si mette per questa via, volgerà poi da sé la sua attenzione all’accrescimento del nucleo della nazione più prezioso dal punto di vista della razza e all’aumento della sua fecondità: e in ultimo l’intiera nazione godrà la fortuna d’un tesoro razziale nobilmente foggiato.

La via conducente a ciò è questa, che lo Stato non abbandoni al caso la colonizzazione di paesi di nuovo acquisto ma la assoggetti a norme particolari. Commissioni opportunamente composte debbono rilasciare ai singoli l’attestato di colonizzazione; e l’attestato deve essere connesso con una purità di razza da stabilire. Così si potrebbero, per gradi, fondare colonie marginali, i cui abitanti fossero di razza purissima e quindi possedessero le migliori qualità della razza. Esse sarebbero un prezioso tesoro nazionale della collettività popolare; il loro sviluppo riempirebbe di gioia, di fiducia e d’orgoglio ciascun membro della nazione, ed in esse giacerebbe pure il germe di un grande futuro sviluppo della nazione e dell’umanità intera.

Infine, nello Stato nazionale la concezione razzista deve riuscire ad affrettare, quella nobile epoca in cui gli uomini non si occuperanno più nell’allevare cani, cavalli e gatti, ma nell’elevare la condizione dell’uomo stesso; epoca che sarà per gli uni di silenziosa e saggia rinunzia, per altri di doni e sacrifici gioiosi,

Non è contestabile che ciò sia possibile in un mondo in cui centinaia di migliaia di uomini si impongono volontariamente il celibato, senza altro obbligo o vincolo che un comandamento della Chiesa. Non sarà, possibile un’eguale rinunzia se invece di tale comandamento si presenta quello di metter fine al peccato originale, tuttora operante, dell’avvelenamento della razza e di donare all’onnipotente Creatore esseri quali egli stesso creò?

Certo, il miserabile esercito dei piccoli borghesi d’oggi non comprenderà mai queste cose. Ne rideranno o crolleranno le spalle storte o gemeranno i loro eterni discorsi: «Sarebbe, in sé, una cosa bellissima, ma è irrealizzabile!». Certo, con voi è irrealizzabile, il vostro mondo è incapace di realizzarla! Per voi c’è una sola preoccupazione: la vostra vita personale; e un solo Dio: il vostro denaro! Ma noi non ci rivolgiamo a voi, sibbene al grande stuolo di coloro che sono troppo poveri perché la loro vita personale significhi la suprema felicità della Terra, a quelli che adorano non il denaro ma altri Dei, ai quali affidano la loro esistenza. Anzitutto ci rivolgiamo al formidabile esercito della nostra gioventù tedesca. Essa matura in una grande epoca, e si batterà contro i mali dovuti alla pigrizia e all’indifferenza dei suoi padri. La gioventù tedesca o sarà un giorno la costruttrice d’un nuovo Stato nazionale o sarà l’ultimo testimonio del completo crollo, della fine del mondo borghese.

Perché, quando una generazione soffre di errori che riconosce ed ammette, e tuttavia, come avviene dell’odierno mondo borghese, si contenta di dichiarare che non c’è nulla da fare per ripararli, è segno che la società così fatta è destinata a perire. Ma è caratteristico del nostro mondo borghese appunto questo, che non può più negare la propria fragilità. Esso deve ammettere che molte cose sono putride e cattive, ma non sa ancora risolversi ad insorgere contro il male, ad adunare con aspra energia la forza d’un popolo di sessanta o settanta milioni e a stornare così il pericolo. All’opposto: se ciò avviene in altri paesi, si fanno solo sciocchi commenti e si cerca di dimostrare da lontano l’impossibilità teorica di quanto è accaduto e di dichiararne inverosimile la buona riuscita. Ogni più stupido motivo serve d’appoggio alla loro meschinità di nani e alle loro disposizioni mentali. Se, per esempio, un intiero continente muove guerra all’intossicazione alcoolica, onde strappare un popolo agli artigli di quel vizio devastatore, il nostro borghese mondo europeo non sa far altro che sbarrare gli occhi e scuotere la testa, con un sorriso di superiorità trova ridicola la cosa, — e ciò fa un bell’effetto in una società così ridicola! Ma se tutto ciò serve a niente e in qualche punto del mondo si agisce contro il sublime e intangibile andazzo generale, e con successo, allora, come dissi, si mette in dubbio almeno il successo e lo si abbassa, e non si esita a contrapporre punti di vista della morale borghese ad una lotta mirante a sopprimere una grandissima immoralità.

No, su questo non dobbiamo farci illusioni, la attuale borghesia è già diventata senza valore per ogni alto compito dell’umanità, semplicemente perché è priva di qualità, cattiva: e, a parer mio, è tanto cattiva meno per cattiveria voluta che in conseguenza d’una incredibile indolenza e di tutto ciò che ne deriva. Quindi, anche quei clubs politici che vanno sotto il nome di «partiti borghesi» già da tempo non sono altro che comunità d’interessi di determinati ceti sociali e gruppi di professionisti, e il loro più sublime compito è solo quello di rappresentare come meglio possono egoistici interessi. E’ evidente che una simile Gilda borghese politicante è idonea a tutto piuttosto che alla lotta: soprattutto quando la parte avversaria è composta non di prudenti mercantucoli ma di masse proletarie aizzate e disposte ad ogni atto estremo.

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Se riconosciamo quale prima missione dello Stato al servizio e per il bene del popolo la conservazione, la cura e lo sviluppo dei migliori elementi della razza, è naturale che le provvidenze statali debbano estendersi fino alla nascita del piccolo rampollo della nazione e della razza e che lo Stato debba altresì fare, con l’educazione, del giovanetto un prezioso elemento della ulteriore propagazione della stirpe.

E come, in generale, la premessa della capacità di prestazione spirituale si trova nelle qualità di razza d’un dato materiale umano, così anche nell’individuo si deve anzitutto tener d’occhio e favorire la sanità corporea. Perché lo spirito sano e forte si trova solo nel corpo forte e sano. Il fatto che talora i genii furono di corpo poco sano o magari infermo, non dice nulla di contrario. Qui si tratta solo di eccezioni che, come sempre, confermano le regola. Ma quando la massa d’un popolo è composta di degenerati, è ben raro che da un simile pantano si levi un grande spirito. E in ogni caso le sue azioni non avranno grande successo. Il volgo abbietto o non lo comprenderà o sarà dì volontà così debole da non poter tenere dietro all’alto volo d’una simile aquila.

Lo Stato nazionale deve, in questo riconoscimento, dirigere il suo complessivo lavoro di educazione, in prima linea non ad inculcare semplici cognizioni ma ad allevare corpi sani. Solo dopo, in seconda linea, viene lo sviluppo delle capacità spirituali. E qui deve essere posto in cima lo sviluppo del carattere, deve essere favorita la forza della volontà e della decisione, e l’educazione deve insegnare la gioia della responsabilità: ultima deve venire l’istruzione scientifica. Dunque, lo Stato nazionale deve partire dalla premessa che un uomo di minor cultura scientifica ma di corpo sano, di carattere buono e saldo, lietamente deciso e volitivo, ha per la comunità nazionale maggior pregio che un debole intelligente e raffinato. Un popolo di dotti, che per di più fossero pacifisti poltroni, degenerati nel corpo e deboli di volontà, non solo non conquisterà il cielo ma non si assicurerà l’esistenza nemmeno su questa terra. E’ raro che nelle gravi avversità soccomba colui che sa meno; soccombe colui che dal suo sapere trae deboli conseguenze e le traduce pietosamente in atto. Infine, anche qui deve esistere una determinata armonia. Un corpo imputridito non sarà punto reso più estetico da uno spirito radioso; anzi, la più alta formazione spirituale non potrebbe giustificarsi se nello stesso tempo i suoi portatori fossero deformi, storpii, privi di carattere, esitanti e codardi. Ciò che rende immortale l’ideale greco della bellezza è la meravigliosa unione di una splendida bellezza fisica con uno spirito brillante e un’anima nobilissima.

Se vale il motto di Moltke: «A lungo andare, solo il capace ha fortuna», vale certo per i rapporti fra corpo e spirito: anche lo spirito, se è sano, a lungo andare abiterà, di regola, in un corpo sano.

Quindi, l’educazione fisica del corpo non è nello Stato nazionale compito dell’individuo, né affare riguardante in prima linea i genitori e solo in seconda o terza linea la generalità; è una esigenza della conservazione del popolo, rappresentato e protetto dallo Stato. Già oggi, per quanto riguarda il perfezionamento puramente scientifico, lo Stato interviene nel diritto di autodecisione dell’individuo e tutela, di fronte a questo, il diritto della collettività, in quanto che, piaccia o no ai genitori, obbliga il fanciullo a frequentare la scuola. Allo stesso modo, e in misura assai più alta, lo Stato nazionale dovrà un giorno far prevalere la sua autorità di fronte all’ignoranza o all’incomprensione dei singoli nei problemi della salvezza della nazione. Esso dovrà distribuire il suo lavoro educativo in modo che i giovani corpi vengano trattati con metodo fin dalla prima infanzia e vengano rafforzati e temprati per la vita ulteriore. Soprattutto dovrà vigilare perché non venga educata una generazione di sgobboni.

Questo lavoro di allevamento e di educazione deve iniziarsi già presso la giovane madre. Come fu possibile, grazie ad un accurato lavoro di decenni, eliminare l’infezione dai parti e restringere a pochi casi la febbre puerperale, così sarà e deve essere possibile introdurre, grazie ad una opportuna educazione delle sorelle e della madre stessa, già nei primi anni del bambino un trattamento che servirà di ottima base per il futuro sviluppo.

In uno Stato nazionale, la scuola deve lasciare libero per l’educazione fisica un tempo di gran lunga maggiore. Non è necessario riempire i giovani cervelli d’una zavorra di cui, come insegna l’esperienza, riterranno solo la minima parte e non riterranno l’essenziale ma solo le cose secondarie, poiché il fanciullo non può fare una ragionevole selezione delle materie che gli vengono inculcate. Oggi, anche nel programma delle scuole medie, alla ginnastica sono riservate due scarse ore settimanali e la frequentazione dei corsi di ginnastica non è nemmeno obbligatoria; ma questo è un crasso malinteso, dovuto all’educazione puramente intellettuale. Non dovrebbe passare un solo giorno senza che il giovanetto ricevesse almeno un’ora d’educazione fisica al mattino e alla sera, in ogni genere di sport e di ginnastica. E conviene, soprattutto, non dimenticare uno sport che appunto agli occhi di molti «nazionali» passa per rozzo e spregevole: il pugilato. E’ incredibile, quante false opinioni siano diffuse sulla boxe nei circoli «colti». E’ considerata cosa naturale ed onorevole questa, che il giovane impari a tirar di scherma e se ne vanti; ma la boxe è ritenuta volgare. Perché? Nessun altro sport desta in così alto grado lo spirito d’assalto, esige così fulminea decisione, rende forte e flessibile il corpo. Se due giovani decidono coi pugni un dissenso non commettono un atto più rozzo che se lo decidessero con un affilato pezzo di ferro. E un aggredito, se si difende dall’assalitore col pugno, non si comporta meno nobilmente che se scappasse e chiamasse in aiuto una guardia. Ma il ragazzo giovane e sano deve anche imparare a sopportare i colpi. Ciò apparrà cosa selvaggia agli odierni combattenti dello spirito. Ma lo Stato nazionale non ha il compito di educare una colonia di esteti pacifisti e di degenerati: esso non ravvisa l’ideale umano in onesti piccoli borghesi o in vecchie virtuose zitelle ma nella audace personificazione della forza civile e in donne capaci di mettere al mondo uomini.

In genere, lo sport deve non solo rendere forte, agile e ardito il singolo, ma anche indurire il corpo e insegnare a sopportare le intemperie.

Se il nostro ceto intellettuale non avesse ricevuto un’istruzione così distinta e avesse invece imparata la boxe, non sarebbe mai stato possibile ai lenoni, ai disertori e simile canaglia di fare una rivoluzione in Germania. Perché la vittoria della rivoluzione non fu dovuta ad una azione coraggiosa, energica, ardita dei suoi autori ma alla codarda, pietosa irresolutezza di coloro che dirigevano lo Stato e ne erano responsabili. Ma i nostri dirigenti spirituali avevano appunto ricevuto solo un’educazione «spirituale» e perciò si trovarono sconcertati nel momento in cui gli avversari posero mano non alle armi spirituali ma ai randelli. E ciò fu possibile appunto perché la nostra istruzione scolastica superiore non educava uomini ma funzionari, ingegneri, tecnici, chimici, letterati, giuristi, e, perché questo ceto di intellettuali non si spegnesse, professori.

I nostri dirigenti spirituali fornirono sempre prestazioni magnifiche, mentre i dirigenti della nostra volontà rimasero al disotto di ogni critica.

Certo, l’educazione non potrà fare un coraggioso d’un uomo dal temperamento fiacco; ma è pure certo che un uomo, non privo di coraggio, è paralizzato nello sviluppo delle sue qualità se, per difetti della sua educazione, è a priori inferiore ad altri in forza fisica e agilità. Nell’esercito si può meglio valutare quanto la convinzione dell’abilità corporale favorisca il coraggio e desti lo spirito d’assalto. Anche nell’esercito non s’incontrano tutti eroi; ma ce n’è un buon numero. Se non che, la superiore educazione del soldato tedesco in tempo di pace infuse all’intiero enorme organismo quella suggestiva credenza nella propria superiorità che neppure i nostri avversari ritenevano possibile. Nei mesi d’estate e d’autunno 1914 l’avanzante esercito tedesco diede immortali prove di valore e di spirito offensivo, e ciò fu il risultato di quella instancabile educazione che nei lunghi anni di pace rese idonei a incredibili prestazioni corpi spesso deboli, e inculcò quella fiducia in sé che non andò smarrita nemmeno nell’orrore delle grandi battaglie.

Appunto il nostro popolo tedesco che, dopo essere crollato, è preso a calci dal resto del mondo, ha bisogno della forza suggestiva che è riposta nella fiducia in sé. Ma la fiducia in sé deve venire infusa fin dall’infanzia nel giovane cittadino. La sua istruzione e la sua educazione debbono tendere a infondergli la convinzione della sua assoluta superiorità sugli altri. Il giovane deve ricuperare, nella sua forza e agilità fisica, la fede nell’invincibilità della sua nazione intiera. Perché ciò che un giorno condusse l’esercito tedesco alla vittoria fu la somma della fiducia che ciascun soldato nutriva in sé e tutti insieme nutrivano nei loro capi. E ciò che può portare di nuovo in alto il popolo tedesco è la convinzione della possibilità di riacquistare la libertà. Ma questa convinzione può solo costituire il prodotto finale di un egual modo di sentire di milioni d’individui. Anche qui non dobbiamo farci illusioni. Spaventoso, enorme fu il crollo del nostro popolo, e altrettanto enorme dovrà essere lo sforzo da compiere per metter fine a tanta miseria. Chi crede che l’odierna educazione borghese alla tranquillità e all’ordine possa dare al popolo la forza di spezzare un giorno l’attuale ordinamento del mondo che significa il nostro tramonto, e di gettare in faccia agli avversari gli anelli della catena della nostra schiavitù, s’inganna a partito. Solo in grazia d’una immensa volontà nazionale di forza, in grazia d’un’intensa sete di libertà e d’una suprema passione sarà ricuperato ciò che andò perduto.

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Anche il modo di vestire dei giovani deve essere adattato a questo scopo. E’ una vera pietà il vedere come anche la nostra gioventù sia già soggetta ad una pazza moda che capovolge il vecchio proverbio: «l’abito non fa il monaco».

Precisamente nei giovani l’abbigliamento deve essere posto al servizio dell’educazione. Il giovane che d’estate va in giro con lunghi calzoni, avviluppato negli abiti fino al collo, perde già nel suo vestire un impulso all’educazione fisica. Perché bisogna servirsi anche dell’ambizione e, diciamo pure, della vanità. Non della vanità di portare abiti belli che non tutti possono comprarsi, ma della vanità di possedere un corpo bello, ben formato, che ognuno può cercare di foggiarsi.

Ciò è utile anche più tardi. La fanciulla deve imparare a conoscere il suo cavaliere. Se oggi la perfezione corporea non fosse respinta in seconda linea dalla nostra moda trascurata, non sarebbe possibile che centinaia di migliaia di ragazze fossero sedotte da ripugnanti bastardi ebrei dalle gambe storte. E’ nell’interesse della nazione anche questo, che i corpi più belli si trovino, e collaborino a donare nuova bellezza alla nazione.

Ed oggi tutto ciò sarebbe necessario più che mai, poiché manca l’educazione militare e quindi è soppressa l’unica istituzione che in tempo di pace ricuperasse almeno in parte ciò che va perduto in grazia dell’educazione moderna. Il successo si deve cercare non solo nell’educazione dell’individuo ma anche nell’influenza che questa esercita sui reciproci rapporti fra i due sessi. La fanciulla preferiva il soldato al non-soldato.

Lo Stato nazionale non deve limitarsi a introdurre l’educazione fisica nelle scuole ufficiali e a sorvegliarla: deve anche nel doposcuola provvedere perché il giovane, finché si sta sviluppando corporalmente, faccia di questo sviluppo la propria fortuna. E’ assurdo credere che quando finiscono gli anni di scuola cessi senz’altro il diritto dello Stato alla sorveglianza dei suoi giovani cittadini, e ricominci solo col servizio militare. Questo diritto è un dovere, e come tale sussiste sempre. Lo Stato odierno, che non ha interesse all’uomo sano, ha criminosamente trascurato questo dovere. Esso lascia che la gioventù si corrompa nelle strade o nei bordelli, invece di prenderla per le briglie e formare il corpo affinché un giorno si sviluppino da essa uomini sani e donne sane.

Oggi può essere indifferente la forma in cui lo Stato svolge questa educazione: l’essenziale è che la svolga e che cerchi le vie opportune. Lo Stato nazionale considererà compito suo non solo l’educazione intellettuale ma anche quella fisica del doposcuola, e la impartirà per mezzo di istituti statali. Così, questa educazione potrà essere, a grandi tratti, il modello di un servizio militare da prestarsi più tardi. L’esercito non apporterà più, come finora, al giovane le nozioni fondamentali di un semplice regolamento di esercizi, e non conserverà recluto nel senso odierno: dovrà piuttosto trasformare in un soldato il giovane dal corpo già preparato ed educato in modo impeccabile.

Nello Stato nazionale l’esercito non insegnerà più a marciare e a star fermo, ma sarà l’ultima e suprema scuola della educazione patriottica. La giovane recluta imparerà nell’esercito a maneggiare le armi, ma in pari tempo dovrà essere attrezzata per la sua vita ulteriore. E in cima all’educazione militare deve esserci ciò che già al vecchio esercito fu attribuito come merito sommo: alla scuola dell’esercito il ragazzo deve essere trasformato in un uomo, deve non solo imparare ad obbedire ma altresì acquistarsi le premesse del futuro comando. Deve imparare a tacere non solo quando è rimproverato a ragione, ma anche quando è rimproverato a torto.

Inoltre deve, rafforzato dalla fiducia nella propria forza, e pervaso dalla forza del comune spirito di corpo, acquistare la convinzione dell’invincibilità del suo popolo.

Quando avrà finito il servizio militare, gli saranno consegnati due documenti: il suo diploma di cittadino dello Stato, documento giuridico che ormai gli permetterà un’attività pubblica, e un attestato di salute fisica, che gli varrà a provare la sua sanità corporea e la sua attitudine al matrimonio.

Lo Stato nazionale può intraprendere anche l’educazione delle ragazze, partendo dagli stessi punti di vista in cui si mette per svolgere l’educazione dei ragazzi. Anche qui si deve attribuire la maggior importanza all’educazione del corpo, e solo dopo si deve pensare a promuovere i valori psichici e intellettuali. Si deve educare la fanciulla con lo scopo costante di farne la futura madre.

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Solo in seconda linea lo Stato nazionale deve favorire in ogni modo la formazione del carattere. Certo, le caratteristiche principali dell’uomo sussistono in esso già prima di ogni educazione: chi è egoista rimane sempre tale, chi è fondamentalmente idealista lo sarà sempre. Ma fra i caratteri coniati con estrema nettezza vi sono milioni di caratteri vaghi, confusi, poco chiari. Il delinquente nato resterà sempre un delinquente: ma numerosissimi uomini in cui sussiste solo una certa inclinazione a delinquere possono diventare, in grazia d’un’appropriata educazione, utili membri della comunità nazionale. Viceversa, una cattiva educazione può fare pessimi elementi di caratteri

esitanti.

Durante la guerra, fu spesso lamentato che il nostro popolo sapesse così poco tacere. E perciò fu talora difficile sottrarre alla conoscenza del nemico segreti anche importanti. Ma poniamoci questa domanda: Che ha fatto, prima della guerra, l’educazione tedesca per insegnare all’individuo la taciturnità? E, purtroppo, nella scuola stessa il piccolo denunziatore non fu spesso preferito ai suoi taciturni compagni? Non si considerò e non si considera la denunzia come lodevole «schiettezza» e la taciturnità come biasimevole ostinazione? Si è forse cercato di presentare la taciturnità come una preziosa virtù virile? No, perché agli occhi della nostra moderna educazione scolastica queste sono bazzecole. Ma tali bazzecole costano allo Stato milioni di marchi di spese giudiziarie, perché il novanta per cento dei processi di diffamazione deriva solo dal non saper tacere. Parole proferite senza pensarci vengono ripetute in giro con altrettanta leggerezza, la nostra economia è continuamente danneggiata dalla propagazione di importanti sistemi di fabbricazione, e perfino le silenziose preparazioni della difesa del paese sono rese illusorie perché il popolo non ha imparato a tacere e chiacchiera di tutto. Ma in guerra questa loquacità può condurre perfino alla perdita d’una battaglia, e così contribuire in modo essenziale all’esito infelice della lotta. Anche qui si deve essere persuasi che non si può fare in vecchiaia ciò che non si è imparato in gioventù. Il maestro non deve cercare di venir a conoscenza di certi stupidi tiri giovanili favorendo le denunzie.

La gioventù forma come uno Stato per sé, si trova in una certa solidarietà chiusa di fronte agli adulti, e questo è naturale. L’amicizia del fanciullo di dieci anni col suo coetaneo è più naturale e intima che l’amicizia con un adulto.

Il giovane che denunzia i suoi camerati, compie un tradimento e, rivela una mentalità che, in parole rozze e trasferita su scala maggiore, risponde con esattezza a quella del traditore del suo genere. Un ragazzo come questo non può essere considerato «bravo, per bene», ma deve essere ritenuto di mediocre carattere. Per un maestro può essere comodo il servirsi di questi difetti per accrescere la propria autorità, ma così si pone nel petto dei giovani il germe d’una mentalità che avrà più tardi un’azione funesta. Spesso un piccolo denunziatore diventò una grande canaglia!

Questo è solo un esempio fra molti. Oggi, nella scuola, è quasi nullo lo sviluppo cosciente di buone e nobili qualità del carattere. A tale sviluppo si dovrà un giorno attribuire ben altro peso.

Fedeltà, abnegazione, taciturnità sono virtù di cui un grande popolo ha necessità: l’insegnarle e il perfezionarle nella scuola è più importante di molte cose che oggi riempiono i nostri programmi scolastici. Appartiene pure a questo soggetto l’insegnamento della rinunzia a piagnucolose lamentele, alle grida di dolore ecc. Se una educazione dimentica d’insegnare al bambino a sopportare in silenzio le sofferenze e i torti, non deve stupirsi se, più tardi, in un’ora critica, per esempio quando il bambino fatto uomo si troverà al fronte, il servizio postale non servirà ad altro che a lettere lamentose e piagnucolose. Se nelle nostre scuole si inoculasse alla gioventù un po’ meno di sapienza e maggiore padronanza di sé, se ne sarebbero raccolti buoni frutti negli anni 1915- 1918.

Così lo Stato nazionale, nel suo lavoro di educazione, deve attribuire grandissimo valore, accanto all’educazione del corpo, a quella del carattere. Numerosi acciacchi morali che oggi il corpo della nazione porta in sé possono essere eliminati o molto mitigati da una educazione così orientata.

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Di estrema importanza è l’educazione della forza di volontà e di decisione, e la coltivazione della gioia della responsabilità.

Una volta, vigeva nell’esercito la massima che un ordine è sempre meglio di nessun ordine; nella gioventù deve vigere questo principio: è sempre meglio una risposta che nessuna risposta. Il timore di rispondere, per lo spavento di dire il falso, deve essere più umiliante d’una risposta non esatta. Partendo da questo principio, si deve educare la gioventù al coraggio dell’azione.

Si è spesso lamentato che nel novembre e dicembre 1918 tutte le cariche abbiano mancato al loro compito, che dal monarca fino all’ultimo divisionario nessuno abbia trovata la forza di prendere con indipendenza una decisione. Questo spaventevole fatto è un severo monito della nostra falsa educazione, perché in quella gigantesca catastrofe si è solo rivelato in scala colossale ciò che in piccolo era presente dappertutto. E’ la mancanza di volontà, con la mancanza d’armi, che oggi ci rende incapaci di ogni seria resistenza. Questa mancanza è riposta dentro il nostro popolo e impedisce ogni decisione che sia connessa con un rischio. Senza sospettarlo, un generale tedesco è riuscito a trovare la formula classica di questa pietosa mancanza di volontà: «io agisco solo quando posso calcolare sul cinquantun per cento di probabilità di successo». In questo «cinquantun per cento» è fondata la tragedia del crollo tedesco: chi esige dal destino la garanzia del successo, rinunzia da sé all’importanza d’un’azione eroica: la quale consiste in questo, che, convinti che una situazione presenta mortale pericolo, si intraprende il passo che forse può condurre al successo. Un malato di cancro, che in caso diverso è sicuro di morire, non ha bisogno del 51 per cento di probabilità di successo per osare un’operazione. Se questa promette la guarigione con solo mezzo per cento di probabilità, un uomo di coraggio la tenterà: in caso diverso non deve gemere perché muore.

Ma, in complesso, la piaga dell’odierna vile mancanza di volontà e di decisione è il risultato soprattutto dell’errata educazione che ci fu impartita in gioventù, i cui funesti effetti si propagano nell’età matura; e nella mancanza di coraggio civile negli uomini di Stato dirigenti trova la sua conclusione e la sua corona.

Ha le stesse origini quel rifuggire dalla responsabilità che oggi imperversa. Anche qui l’errore si trova già nell’educazione data ai giovani; poi pervade tutta la vita pubblica e trova la sua immortale integrazione nelle istituzioni di governi parlamentari.

Già in iscuola, purtroppo, si assegna più valore alla confessione «coraggiosa e piena di pentimento» e ai «contriti rinnegamenti» del piccolo peccatore che ad una franca ammissione.

Quest’ultima, a più d’un odierno educatore appare perfino come segno evidente di una incorreggibile abiezione, e così (cosa incredibile!) a parecchi giovani viene profetato il patibolo per qualità che sarebbero d’inapprezzabile valore se formassero il bene comune d’un’intiera nazione.

Lo Stato nazionale, come dovrà un giorno dedicare l’attenzione più alta all’educare la volontà e la forza di decisione, così dovrà infondere già nei cuori dei piccini la gioia della responsabilità e il coraggio della schietta e aperta confessione. Solo se riconoscerà in tutto il suo valore questa necessità, otterrà, dopo un secolare lavoro educativo, un corpo nazionale non più soggetto a quelle debolezze che oggi contribuirono, in modo così funesto, al nostro tramonto.

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L’educazione scolastica scientifica, che costituisce oggi l’intiero lavoro di educazione compiuto dallo Stato, può essere assunta con soli pochi cambiamenti dallo Stato nazionale. I cambiamenti riguardano tre campi.

Anzitutto, il cervello dei giovani, in generale, non deve più essere gravato di cose che, nella proporzione di 95 su 100, non servono loro e che perciò essi dimenticano. In modo particolare, il programma delle scuole popolari e medie rappresenta oggi alcunché di ibrido; in molti oggetti d’insegnamento la materia da imparare è così gonfiata che solo un frammento ne resta nella testa dello scolaro e che solo una frazione di tutta quella abbondanza può trovare impiego.

D’altro lato, questa frazione non basta ai bisogni di chi esercita una determinata professione e si guadagna il suo pane. Si prenda per esempio il normale funzionario dello Stato che ha compiuto il ginnasio o la scuola tecnica superiore: lo si prenda quando è in età di 35 o 40 anni, e si metta alla prova il sapere che un giorno, a fatica, imparò a scuola, Quanto poco sussiste della materia allora introdotta a forza! Certo, ci si sentirà rispondere: «Se allora s’imparavano molte materie, ciò non aveva il solo scopo di possedere più tardi molteplici cognizioni, ma anche quello di educare le facoltà dell’intelletto, la memoria e soprattutto la forza di pensare del cervello». Ciò è in parte esatto. Ma c’è un pericolo nel fatto che il cervello del giovane sia inondato da impressioni ehe solo di rado può dominare e di cui non sa vedere, né apprezzare, al loro giusto valore, i singoli elementi; e di solito avviene che sia sacrificato e dimenticato non il secondario ma l’essenziale. Così va già perduto lo scopo principale di questa copiosa istruzione: perché esso non può consistere nel rendere il cervello in sé capace d’imparare accumulandovi un’enorme quantità di materie d’insegnamento, ma deve consistere nel donare alla vita ulteriore quel tesoro di cognizioni di cui il singolo ha bisogno e che attraverso il singolo torna a vantaggio della comunità.

Ma ciò resta illusorio se l’individuo, in conseguenza dell’eccesso di materia inculcategli in gioventù, più tardi non possiede più questa materia o ne ha dimenticato l’essenziale.

Milioni di persone nel corso degli anni debbono imparare due o tre lingue straniere di cui più tardi utilizzeranno solo una minima parte; il maggior numero, anzi, le dimenticherà del tutto, perché di centomila scolari che, per esempio, imparano il francese, duemila tutt’al più troveranno più tardi un proficuo impiego di questa loro conoscenza, mentre gli altri novantottomila non avranno mai occasione pratica di servirsene. Così hanno dedicato da giovani milioni di ore ad una cosa che più tardi non ha per essi valore né importanza. Anche l’obbiezione che questa materia fa parte della cultura generale è inesatta, perché sarebbe esatta solo se gli uomini disponessero per tutta la vita di ciò che hanno imparato. In realtà, per amore di duemila persone a cui è utile la conoscenza di quella lingua, novantottomila debbono essere tormentate invano e perdere un tempo prezioso.

E in questo caso si tratta d’una lingua di cui non si può dire che educhi alla logica e all’acume del pensiero, come è per esempio il caso del latino. Quindi sarebbe opportunissimo insegnare il francese agli studenti solo nei suoi contorni generali, o per dir meglio nel suo piano interno, dar loro conoscenza del carattere saliente di quella lingua, introdurli nelle fondamenta della grammatica francese e spiegare con esempi la pronunzia, la formazione della frase, ecc. Ciò basterebbe per l’uso generale e, perché più facile da osservare e da notare, sarebbe più utile che l’inculcare, come si fa oggi, l’intiero idioma, il quale non sarà padroneggiato bene e più tardi dimenticato. E così si eviterebbe anche il pericolo che dell’eccessiva abbondanza delle materie non restassero nella memoria altro che sconnessi frammenti, perché il giovane avrebbe da imparare solo ciò che è più notevole, e sarebbe già anticipata la scelta fra ciò che ha valore e ciò che non ne ha.

I fondamenti generali così insegnati dovrebbero bastare ai più, anche pel resto della vita, mentre a coloro che in seguito hanno reale bisogno di questa lingua darebbero la possibilità di perfezionarsi più tardi in essa e dedicarsi con libertà di scelta ad impararla a fondo. E così si guadagnerebbe nel programma d’insegnamento il tempo necessario all’educazione fisica, e alle esigenze già da noi affacciate in altri campi dell’educazione.

Soprattutto nell’insegnamento della storia è necessario cambiare i metodi finora in uso. Nessun popolo dovrebbe più del popolo tedesco imparare la storia: ma esso ne fa pessimo impiego. Se la politica è storia che diviene, la nostra educazione storica è orientata dal genere della nostra attività politica. Anche qui è inutile lagnarsi dei pietosi risultati forniti dalla nostra politica se non si è risoluti a provvedere ad una migliore educazione alla politica. In novantanove casi su cento, il nostro odierno insegnamento della storia ha risultati pietosi. Poche date, anni di nascite e nomi restano, di solito, nella memoria, mentre manca una linea direttiva grande e chiara. Tutto l’essenziale, quello che in realtà importa, in genere non viene insegnato; resta abbandonato alle disposizioni più o meno geniali dei singoli il ricavare dal diluvio di date e dalla serie degli avvenimenti le ragioni profonde di questi.

Si può strepitare quanto si vuole contro questa amara constatazione: ma si leggano con attenzione i discorsi tenuti, durante una sola sessione, dai nostri signori parlamentari su problemi politici, per esempio, su questioni di politica estera; si rifletta che costoro costituiscono (così si sostiene) il fiore della nazione tedesca, e che in ogni caso gran parte di essi sedette sui banchi delle nostre scuole medie e parecchi frequentarono l’Università; e si constaterà la meschinità della formazione intellettuale di questa gente. Se essi non avessero affatto studiato la storia ma possedessero un istinto sano, le cose andrebbero meglio e la nazione ne trarrebbe gran profitto.

Appunto nell’insegnamento della storia bisogna abbreviare la materia. Il valore principale risiede nel riconoscere le grandi linee dello sviluppo storico. Quanto più l’insegnamento viene limitato a questo, tanto più si può sperare che il singolo trovi in seguito vantaggio nella sua erudizione, e tutti questi vantaggi sommati insieme giovano alla comunità. Perché non s’impara la storia solo per sapere quello che è successo ma per trovare in essa una maestra dell’avvenire e della conservazione del proprio popolo. Questo è lo scopo, e l’insegnamento della storia è solo un mezzo per raggiungerlo. Ma oggi anche qui il mezzo è diventato fine, il fine è perduto di vista. Non si dica che un profondo studio della storia esige appunto che si ritengano tutte queste date indispensabili per fissare la grande linea; perché il fissare è compito dei professionisti della storia. Ma l’uomo medio, normale, non è un professore di storia. Per lui la storia esiste anzitutto per permettergli quel grado di cognizioni storiche che è necessario a prendere una posizione propria negli affari politici del suo paese. Chi vuol diventare professore di storia può dedicarsi tutto, più tardi, a questo studio; allora potrà occuparsi anche dei minimi particolari. A questo però non può bastare il nostro moderno insegnamento della storia, che è troppo vasto per l’uomo medio e troppo limitato per il dotto di professione.

Del resto, è dovere dello Stato nazionale il provvedere perché venga finalmente scritta una storia del mondo dove il problema delle razze occupi la posizione dominante.

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Riassumendo: lo Stato nazionale dovrà ridurre a forma più breve ma abbracciante tutto l’essenziale l’istruzione scientifica generale. E dovrà, inoltre, offrire la possibilità di un perfezionamento speciale. E’ sufficiente che l’individuo riceva, come base, una cultura generica, a grandi linee, e venga istruito a fondo e in modo dettagliato e specializzato solo in quella materia che formerà l’occupazione della sua vita. Quindi l’istruzione generale dovrebbe essere obbligatoria in tutte le materie, l’istruzione speciale dovrebbe essere lasciata alla scelta dei singoli.

Si otterrebbe così un abbreviamento del programma scolastico e delle ore di lezioni che andrebbe a tutto vantaggio del perfezionamento del corpo, del carattere e della forza di volontà e di decisione. Quanto futile sia l’attuale istruzione scolastica, specialmente nelle scuole medie, quanto poca importanza abbia per l’esercizio di una professione, è dimostrato dal fatto che oggi possono arrivare ad occupare un medesimo posto uomini provenienti da tre scuole diverse fra loro. Decisiva è solo l’educazione generale, non il sapere speciale inoculato. Ma là dove, come s’è detto, è necessario un sapere speciale, questo non può essere acquistato entro i programmi scolastici delle attuali scuole medie.

Lo Stato nazionale deve eliminare una volta o l’altra cotali mezze misure.

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Il secondo cambiamento nel programma d’istruzione scientifica deve essere il seguente, per lo Stato nazionale:

E’ nel carattere del nostro tempo materialistico questo, che l’istruzione scientifica si rivolge sempre più alle discipline reali, ossia alla matematica, alla fìsica, alla chimica, ecc.: e solo a queste.

Esse sono, certo, necessarie in un tempo in cui la tecnica e la chimica regnano e sono rappresentate nella vita quotidiana dai loro segni visibili; ma è pericoloso fondare unicamente su queste la cultura generale d’una nazione. Questa cultura, all’opposto, deve sempre essere ideale. Deve fondarsi più sulle discipline umanistiche e offrire solo le basi di un’ulteriore istruzione scientifica speciale. Altrimenti si rinunzia a forze più importanti d’ogni sapere tecnico per la conservazione della nazione. In particolar modo, nell’istruzione storica non si deve abbandonare lo studio degli antichi. La storia romana nelle sue grandi linee è e rimane la migliore maestra non solo per i tempi nostri ma per tutti i tempi. Anche l’ideale della civiltà ellenica deve esserci conservato nella sua esemplare bellezza. Le diversità dei singoli popoli non debbono farci dimenticare la grande comunità di razza. La lotta che oggi imperversa ha grandissime mete: una civiltà combatte per la propria esistenza: una civiltà che unisce in sé millennii e racchiude insieme l’Ellenismo e il Germanesimo.

Occorre fare una netta distinzione fra la cultura generale e le discipline speciali. Queste ultime, oggi, minacciano sempre più di cadere al servizio di Mammone; perciò la cultura generale deve essere conservata come contrappeso, almeno nelle sue forme più ideali. Anche qui si deve imprimersi in mente la massima che industria e tecnica, commercio e artigianato possono solo fiorire se una comunità nazionale idealistica offre i presupposti necessari. E questi non si trovano nel materialismo egoistico ma nell’abnegazione e nella gioia della rinunzia.

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L’odierna educazione dei giovani s’è proposto come primo scopo quello di inculcare al giovane le cognizioni di cui avrà bisogno per fare la sua strada nella vita. Ciò è espresso in questi termini: «Il giovane deve diventare un giorno un utile membro della società umana». Ma con tali parole s’intende la capacità di guadagnarsi onestamente il pane quotidiano. La superficiale istruzione che è fornita in sovrappiù dallo Stato borghese ha basi debolissime. Poiché le Stato in sé rappresenta solo una forma, è difficile educare su questa degli uomini, assegnare loro dei doveri. Una forma può spezzarsi con troppa facilità. Ma, come vedemmo, il concetto di «Stato» non possiede oggi un contenuto chiaro. Quindi non rimane altro che la solita educazione «patriottica». Questa nella vecchia Germania, dava il massimo peso alla divinizzazione (spesso poco saggia ma per lo più molto insipida) di piccoli e piccolissimi potentati, la cui abbondanza rendeva impossibile valutare la vera grandezza della nostra nazione. Ne risultava, nelle masse, una insufficiente conoscenza della storia tedesca: anche qui, mancava la grande linea.

E’ evidente che per tal via non si poteva giungere a creare un vero entusiasmo nazionale. Alla nostra educazione mancava l’arte di estrarre, dallo sviluppo storico della nostra nazione, pochi nomi per farne il bene comune del popolo tedesco, e di allacciare così, mediante un eguale sapere ed un eguale entusiasmo, attorno alla nazione un nastro che tutta la stringesse. Non s’è saputo far apparire quali veri eroi, agli occhi della generazione presente, gli uomini di reale valore della nostra nazione, né concentrare su essi l’attenzione generale creando così una stato d’animo chiuso, unitario. Non si seppe ricavare dalle varie materie d’insegnamento ciò che è più glorioso per la nazione ed elevarlo al disopra del livello d’un’esposizione obiettiva, per infiammare l’orgoglio nazionale al lume di così insigni esempi. Ciò sarebbe apparso allora un brutto sciovinismo, e in questa forma sarebbe poco piaciuto. Il meschino patriottismo dinastico appariva più piacevole e sopportabile che l’urlante passione d’un supremo orgoglio nazionale. Quello era sempre pronto a servire, questa poteva un giorno diventare padrona. Il patriottismo monarchico terminava in leghe di veterani, la passione nazionale avrebbe battuto vie difficili da prevedere. Essa è come un nobile cavallo, che non si lascia montare da tutti. Non è da stupire che si preferisse tenersi lontani da un simile pericolo. Nessuno credeva possibile che un giorno sopravvenisse una guerra che, nel fuoco tambureggiante e nelle ondate di gas, metterebbe alla prova l’intima forza di resistenza della mentalità patriottica. Ma quando la guerra venne, la mancanza di alta passione nazionale si vendicò in modo spaventoso. Gli uomini ebbero solo poca voglia di morire per le loro Altezze imperiali e reali, mentre la «nazione» era sconosciuta alla maggior parte.

Da quando la rivoluzione è scoppiata in Germania, lo scopo dell’insegnamento della storia non è più altro che quello di inculcare dell’erudizione. Questo Stato non ha bisogno di entusiasmo nazionale, ma non otterrà mai ciò che in realtà vorrebbe. Perché, come non vi poté essere un patriottismo dinastico capace di suprema resistenza in un’epoca in cui regna il principio di nazionalità, così, e ancor più, non vi può essere un entusiasmo repubblicano. Non può essere dubbio che il popolo tedesco, sotto il motto «per la repubblica», non resterebbe quattro anni e mezzo sul campo di battaglia; e meno di tutti vi resterebbero coloro che hanno creata la repubblica.

In realtà, questa repubblica può continuare indisturbata solo in grazia della sua prontezza, promessa a tutti, ad assumersi qualsiasi tributo o riparazione verso lo straniero ed a firmare qualsiasi rinunzia territoriale. Essa è simpatica al resto del mondo; come ogni debole, è più gradito che un uomo nerboruto a coloro che ne hanno bisogno. Nella simpatia dei nemici per questa forma di governo si trova la più annientante critica della forma stessa. Si ama la repubblica tedesca e la si lascia vivere perché non si potrebbe trovare miglior alleato nell’opera di asservimento della nostra nazione. A questo solo fatto la repubblica deve la sua conservazione. Perciò essa può rinunziare ad ogni educazione realmente nazionale e contentarsi che gli eroi della Reichsbanner gridino «evviva!»; eroi che, del resto, se dovessero difendere col sangue la bandiera del Reich, scapperebbero come pecore.

Lo Stato nazionale dovrà lottare per la propria esistenza. Non otterrà né difenderà la propria esistenza sottoscrivendo piani Dawes. Ma per sussistere e per difendersi avrà bisogno appunto di quelle cose a cui ora si crede di poter rinunziare. Quanto più saranno incomparabili e preziosi il contenuto e la forma, tanto maggiori saranno l’invidia e l’opposizione degli avversari. La miglior protezione non si troverà nelle sue armi ma nei suoi cittadini; Io difenderanno non i bastioni delle fortezze ma i viventi muri di uomini e donne, pervasi da supremo amor patrio e da fanatico entusiasmo nazionale.

Il terzo punto da considerare nell’educazione scientifica è dunque il seguente:

Anche nella scienza lo Stato nazionale deve ravvisare un mezzo per promuovere l’orgoglio nazionale. Non la sola storia del mondo, ma tutta la storia della civiltà deve essere insegnata da questo punto di vista. Un inventore deve apparire grande non solo quale inventore ma, ancor più, quale membro della nazione. L’ammirazione d’ogni grande gesto deve rifondersi in fierezza del fatto che chi l’ha compiuto appartiene al nostro popolo. Ma dagli innumerevoli grandi nomi della storia tedesca se ne debbono estrarre i sommi per imprimerli talmente nello spirito della gioventù, che diventino i pilastri d’un incrollabile sentimento nazionale.

La materia d’insegnamento deve essere apprestata metodicamente partendo da questi punti di vista, l’educazione deve essere foggiata in modo che il giovane, quando lascia la scuola, non sia un mezzo pacifista, un democratico o alcunché di simile, ma un completo tedesco.

Perché questo sentimento nazionale sia schietto fin dall’inizio o non consista in una semplice apparenza, deve essere impressa già nelle teste dei giovani, ancora suscettibili di essere modellate, una ferrea massima fondamentale: Chi ama la sua nazione può solo provare il suo amore mediante i sacrifici che è pronto a fare per essa. Un sentimento nazionale che miri solo al guadagno, non esiste. E non c’è un nazionalismo che racchiuda solo delle classi. Il gridare: urrah! non testimonia nulla e non dà il diritto di chiamarsi nazionali, se dietro quel grido non si trova l’amorosa preoccupazione del mantenimento di una sana nazione. C’è motivo di essere fieri del proprio popolo solo quando non ci si deve più vergognare di nessun ceto sociale. Ma una nazione, di cui metà è povera e macilenta o del tutto deperita, offre un quadro così brutto che nessuno deve sentirsene fiero. Solo se una nazione è sana in tutte le sue membra, nel corpo e nell’anima, ognuno può essere lieto di appartenerle, e questa letizia può assurgere all’altezza di quel sentimento che noi chiamiamo orgoglio nazionale. E questo elevato sentimento sarà provato solo da colui che conosce la grandezza della sua nazione.

Già nel cuore dei giovani bisogna radicare la nozione dell’intimo nesso del nazionalismo col senso della giustizia sociale. Così sorgerà un giorno un popolo di cittadini uniti fra loro e temprati da un amore e un orgoglio comuni, incrollabile e invincibile in eterno.

La paura che il tempo nostro ha dello sciovinismo è il segno della sua impotenza. Poiché gli manca, anzi, gli riesce sgradita ogni traboccante forza, esso non può essere eletto dal destino a grandi opere. Perché le più grandi rivoluzioni avvenute sulla Terra non sarebbero state pensabili se avessero avuto per forze motrici non passioni frenetiche, isteriche, ma le virtù borghesi della tranquillità e dell’ordine.

Ma il mondo va, certo, incontro ad un grande rivolgimento. E solo si può chiedere se esso avrà per risultato la salvezza dell’umanità aria o il vantaggio del giudaismo, dell’ebreo errante.

Lo Stato nazionale dovrà darsi pensiero di creare, mediante un’acconcia educazione della gioventù, una generazione matura alle supreme e massime decisioni che allora saranno prese nel nostro globo.

Vincerà quel popolo che sarà il primo a battere questa via.

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II complessivo lavoro d’istruzione e d’educazione dello Stato nazionale deve trovare il suo coronamento nell’infondere, nel cuore e nel cervello della gioventù a lui affidata, il senso e il sentimento di razza, conforme all’istinto e alla ragione. Nessun ragazzo, nessuna ragazza deve lasciare la scuola senza essere giunta a conoscere alla perfezione l’essenza e la necessità della purezza del sangue. Con ciò restano create le premesse di una base razzista della nostra nazione e, alla sua volta, è fornita la certezza dei presupposti d’un ulteriore sviluppo scientifico, culturale. Perché, in ultima analisi, ogni educazione del corpo e dello spirito rimarrebbe priva di valore se non andasse a favore di un essere risoluto e pronto a conservare sé stesso e le sue caratteristiche qualità.

In caso diverso, sopravverrebbe quello che noi Tedeschi dobbiamo già lamentare, senza forse avere del tutto compresa l’ampiezza di questa tragica sventura: accadrebbe che noi resteremmo anche in avvenire soltanto concime da cultura, non solo nel senso della meschinità della nostra odierna concezione borghese, che in un membro della razza perduto ravvisa solo un cittadino perduto, ma nel senso che dovremmo con dolore riconoscere che, a dispetto della nostra sapienza e della nostra potenza, il nostro sangue è destinato al tramonto. Congiungendoci sempre di nuovo con altre razze, innalziamo queste dal loro precedente livello di civiltà ad un livello superiore, ma discendiamo per sempre dall’altezza nostra.

Del resto, anche questa educazione deve trovare, dal punto di vista della razza, il suo adempimento supremo nel servizio militare. E in generale il tempo del servizio militare deve essere considerato la conclusione dell’educazione normale del Tedesco medio.

Come il genere dell’educazione fisica e morale avrà grande importanza nello Stato nazionale, così avrà grande importanza per esso la selezione degli uomini. Su questo punto oggi ci si comporta con leggerezza. In generale, i figli di genitori occupanti posizioni elevate sono considerati alla loro volta meritevoli di una educazione superiore. Il talento ha qui una parte subordinata. In sé, il talento può solo essere valutato in modo relativo. Un giovane contadino può possedere assai più talento che il figlio di genitori occupanti da molte generazioni un alto posto, sebbene sia inferiore di cultura generale al figlio di borghesi. Ma la superiore cultura di quest’ultimo non ha, per sé stessa, nulla a che fare col talento più o meno grande, ha la sua radice nella maggior copia di impressioni che il fanciullo riceve in grazia della sua varia educazione e dell’ambiente che lo circonda. Se anche l’intelligente figlio di contadini fosse stato, sin da bambino, educato in simile ambiente, ben diversa sarebbe la sua capacità di prestazioni intellettuali. Oggi c’è forse un solo campo in cui decida meno l’origine che le qualità innate: il campo dell’arte. Qui, dove non basta «imparare» ma bisogna già avere doti congenite, che solo più tardi subiranno un più o meno felice sviluppo (e lo sviluppo non potrà consistere in altro che nel favorire disposizioni congenite), il denaro e i beni dei genitori non hanno quasi valore. E qui appare che la genialità non è connessa con gli alti strati sociali o con la ricchezza. Non di rado i maggiori artisti uscirono da povere famiglie. E spesso un ragazzo di villaggio divenne più tardi un celebre maestro.

Non è prova di grande profondità di pensiero del tempo nostro il fatto che questa nozione non venga utilizzata per l’intiera vita intellettuale. Si opina dai più che ciò che è incontestabile nell’arte non valga per le cosiddette scienze esatte. Senza dubbio, si possono insegnare all’uomo certe abilità meccaniche, così come un accorto ammaestramento può insegnare ad un docile cane i più incredibili esercizi. Ma, come nell’ammaestramento di animali non è l’intelligenza della bestia che la conduce da sé a simili esercizi, così avviene anche nell’uomo. Si può anche all’uomo, senza riguardo ad un talento diverso, insegnare certi esercizi scientifici, ma in tal caso si ha un fenomeno privo di vita, inanimato, come nell’animale, Con un determinato addestramento intellettuale si può dare all’uomo medio una tinta di sapienza superiore alla media: ma resta un sapere morto e non utilizzabile. Risultano allora quegli uomini che possono bensì essere un lessico vivente, ma che nelle situazioni importanti e nei momenti decisivi della vita falliscono miseramente. Costoro dovranno essere guidati in ogni emergenza, anche nelle più modeste, e per sé stessi non sono in grado di apportare il minimo contributo al perfezionamento dell’umanità. Un simile sapere meccanico, inoculato, basta tutt’al più ad assumere uffici statali nel tempo nostro.

Ben s’intende che nella somma degli abitanti d’uno Stato si trovano talenti per tutti i campi della vita quotidiana. Ed è naturale che il valore del sapere sia tanto maggiore quanto più la morta erudizione viene animata dal talento dell’individuo. In generale, prestazioni creatrici si possono solo avere quando la capacità si sposa al sapere.

Un esempio mostrerà come l’umanità odierna pecchi in questa direzione. Di quando in quando i giornali illustrati mettono sotto gli occhi del piccolo borghese tedesco una notizia: qua o là, per la prima volta, un Negro è diventato avvocato, professore, o pastore o alcunché di simile. Mentre la sciocca borghesia prende notizia con stupore d’un così prodigioso addestramento, piena di rispetto per questo favoloso risultato della pedagogia moderna, l’ebreo, molto scaltro, sa costruire con ciò una nuova prova della giustezza della teoria, da inocularsi ai popoli, della eguaglianza degli uomini.

Il nostro decadente mondo borghese non sospetta che qui in verità si commette un peccato contro la ragione; che è una colpevole follia quella di ammaestrare una mezza scimmia in modo che si creda di averne fatto un avvocato, mentre milioni di appartenenti alla più alta razza civile debbono restare in posti civili e indegni. Si pecca contro la volontà dell’Eterno Creatore lasciando languire nell’odierno pantano proletario centinaia e centinaia delle sue più nobili creature per addestrare a professioni intellettuali Ottentotti, Cafri e Zulù. Perché qui si tratta proprio d’un addestramento, come nel caso del cane, e non di un «perfezionamento» scientifico. La stessa diligenza e fatica, impiegata su razze intelligenti, renderebbe gli individui mille volte più capaci di simili prestazioni. Questo stato di cose sarebbe intollerabile se un giorno non si trattasse più di sole eccezioni; ma già oggi è intollerabile là dove non il talento e le disposizioni naturali decidono di un’educazione superiore. Sì, è insopportabile il pensiero che ogni anno centomila individui privi d’ogni talento siano ritenuti degni di un’educazione elevata, mentre altre centinaia di migliaia, dotati di belle qualità, restano prive d’istruzione superiore. Inapprezzabile è la perdita che così soffre la nazione. Se, negli ultimi decenni, crebbe d’assai, soprattutto nell’America del nord, il numero delle scoperte importanti, una delle cause è questa, che laggiù un numero assai maggiore che in Europa di talenti usciti dai ceti inferiori trova la possibilità di ricevere un’istruzione superiore.

Per inventare, non basta un sapere inculcato, ci vuole un sapere vivificato dall’ingegno. Ma da noi si attribuisce a ciò poco valore: importano solo i buoni punti riportati agli esami.

Anche qui dovrà intervenire seriamente lo Stato nazionale. Non è suo compito rassicurare un’influenza decisiva ad una data classe sociale, ma l’estrarre dalla totalità dei membri della, nazione le teste più capaci e portarle agli impieghi e alle cariche. Esso deve fornire al fanciullo medio, nella scuola popolare, una determinata educazione, e mettere l’ingegno sulla via che è fatta per lui. E soprattutto deve badare ad aprire a tutti i bene dotati le porte degli istituti statali dell’insegnamento superiore, qualunque sia il ceto da cui gli studiosi provengono. Solo così dal ceto dei rappresentanti d’un’erudizione morta può svilupparsi un geniale ceto dirigente della nazione. C’è poi un altro motivo per cui lo Stato deve svolgere in questo senso la sua attività: i ceti intellettuali odierni sono, specie in Germania, così chiusi in sé e fossilizzati, che manca loro un evidente collegamento con gli strati più bassi. Questo fatto ha due cattive conseguenze: anzitutto, viene così a mancare ai ceti intellettuali la comprensione e il senso della vasta massa. Da troppo tempo fu infranto per essi il contatto con la massa, perché possano ancora possedere ìa necessaria comprensione psicologica del popolo. Son diventati estranei al popolo. In secondo luogo, manca loro la necessaria forza di volontà. Perché questa è, sempre, più debole in isolati circoli intellettuali che nella massa del popolo primitivo. Ma in verità a noi Tedeschi non mancò mai la cultura scientifica: mancò spesso invece la forza di volontà e di decisione. Quanto più «intelligenti», per esempio, erano i nostri uomini di Stato, tanto più debole fu in genere l’opera da essi fornita. La preparazione politica e l’attrezzamento tecnico per la guerra mondiale furono insufficienti non già perché teste troppo poco colte governassero il nostro popolo, ma perché i governanti erano uomini troppo colti, colmi di sapere e di spirito, ma privi d’ogni istinto e d’ogni energia ed audacia. Fu una fatalità che il nostre popolo abbia dovuto combattere per la sua esistenza sotto il cancellierato di un debole filosofeggiante. Se in luogo di un Bethrnann-Hollweg avessimo avuto per capo un robusto uomo del popolo, l’eroico sangue dei nostri granatieri non sarebbe stato versato invano. Così pure, 1 elevata educazione, puramente spirituale, dei nostri dirigenti fu la miglior alleata della canaglia rivoluzionaria di novembre. Quegli intellettuali riservarono il bene nazionale loro affidato, invece di metterlo tutto in giuoco, e così crearono le condizioni necessarie al successo degli altri.

Qui la chiesa cattolica può offrirci un esempio molto istruttivo. In causa del celibato dei preti, è necessario scegliere i sacerdoti futuri non dalle file del clero ma dalla vasta massa del popolo. Ma appunto questo significato del celibato non è riconosciuto dai più. Esso è la causa della forza sempre fresca che vige in quell’antichissima istituzione. Perché, per il fatto che questo gigantesco esercito di dignitari ecclesiastici si integra senza posa sugli strati più bassi del popolo, la Chiesa si conserva l’istintivo collegamento col mondo di sentimenti del popolo, e si assicura una somma di energie che solo è presente, in tal forma, nella vasta massa popolare. Di qui deriva la sorprendente giovinezza di quel colossale organismo, la sua flessibilità spirituale e la ferrea forza di volontà. Lo Stato nazionale avrà il compito di curare, nei suoi istituti d’insegnamento, che abbia luogo un costante rinnovamento dei ceti intellettuali mediante l’infusione di sangue fresco dei ceti inferiori. Lo Stato ha l’obbligo di estrarre, dopo averlo vagliato, con attenzione e diligenza estrema dalla totalità della popolazione il materiale umano più favorito dalla Natura e di impiegarlo al servizio della collettività. Perché Stato e funzionari statali non esistono per rendere possibile il sostentamento a singole classi ma per soddisfare i compiti loro spettanti. E ciò sarà solo possibile se, per incarnare lo Stato, verranno educate, per principio, solo persone capaci e di forte volontà.

E ciò vale non solo per tutti i funzionari, ma anche per la direzione spirituale della nazione in tutti i campi. Un fattore della grandezza d’una nazione è pure riposto in questo, che si riesca a sceverare ed educare i migliori per le funzioni loro spettanti e a metterli al servizio della comunità nazionale. Se due popoli gareggiano fra loro, aventi eguali qualità e disposizioni, vincerà quello che nella sua direzione spirituale trova rappresentati i suoi migliori ingegni, e perderà quello il cui governo rappresenta solo una grande greppia comune per certe classi o ceti, senza riguardo alle capacità innate dei singoli governanti.

Certo, questo sembra a prima vista impossibile nel mondo d’oggi. Si obietterà che, per esempio, non c’è da aspettarsi che il piccolo figlio d’un alto funzionario statale diventi, poniamo, artigiano perché un altro, i cui genitori erano artigiani, appare meglio dotato di lui. Ciò può essere giusto, data l’odierna valutazione del lavoro manuale. Ma perciò lo Stato nazionale deve prendere una posizione fondamentalmente diversa di fronte al concetto di lavoro. Esso, e se è necessario mediante un’educazione prolungata per secoli, romperà con l’assurda abitudine di disprezzare l’attività corporale. Apprezzerà l’individuo non dal genere del suo lavoro ma dalla forma e dalla bontà dell’opera fornita. Ciò sembrerà mostruoso ad un’epoca per la quale il più sciocco rimpinzatore di colonne di giornale vale più d’un intelligente meccanico, per il solo fatto che lavora con la penna. Ma, come dicemmo, questa falsa valutazione non è riposta nella natura delle cose: fu instillata artificialmente con l’educazione, e una volta non esisteva. Il presente innaturale stato di cose è basato appunto sui generali fenomeni morbosi della nostra materialistica epoca.

In linea di principio, ogni lavoro ha un doppio valore: uno materiale ed uno ideale. Il valore materiale consiste nell’importanza che il lavoro ha per la vita della collettività. Quanto maggiore è il numero dei cittadini che traggono vantaggio da una determinata prestazione, vantaggio diretto o indiretto, tanto più deve essere stimato il valore materiale. Questa stima trova espressione plastica nel compenso materiale che l’individuo riceve per il suo lavoro. A questo lavoro puramente materiale si contrappone quello ideale. Questo non si fonda sull’importanza materiale del lavoro fornito ma sulla sua necessità in sé. L’utilità materiale d’una scoperta può essere più grande che quella del servizio reso da un manovale, ma è certo che la collettività si fonda tanto sul servizio piccolo quanto su quello grande. Può fare una distinzione materiale nel valutare l’utilità del singolo lavoro per la collettività, e può esprimere quella distinzione nel compenso accordato; ma deve idealmente stabilire l’equivalenza di tutti i lavori nel momento in cui ogni individuo si sforza di fare del suo meglio nel proprio campo, qualunque questo sia. Ma la stima del valore d’un uomo deve fondarsi su ciò, e non sul compenso dato.

In uno Stato ragionevole si deve fare in modo che all’individuo venga assegnata quella attività che risponde alle sue facoltà; o, in altre parole, i capaci debbono essere educati al lavoro loro spettante, ma la capacità non può essere infusa, deve essere innata, poiché è tra dono della Natura e non un merito dell’uomo.

Quindi, la generale valutazione borghese non può regolarsi a seconda del lavoro assegnato, in certo modo, al singolo. Perché questo lavoro va messo in conto della sua nascita e dell’istruzione dipendente dalla nascita, istruzione ricevuta per mezzo della collettività. La valutazione dell’uomo deve essere fondata sul modo in cui egli diventa idoneo al compito assegnategli dalla collettività. Perché l’opera che l’individuo svolge non è lo scopo della sua esistenza, ma ne è il mezzo. Egli deve, come uomo, proseguire ad istruirsi e a nobilitarsi, ma può solo far ciò nella cornice della sua comunità di cultura, la quale deve sempre riposare sul fondamento d’uno Stato. Egli deve contribuire alla conservazione di questo fondamento. La forma di questo contributo è determinata dalla Natura. L’importante è solo restituire e rendere possibile alla comunità nazionale, con diligenza e onestà, ciò che la comunità ha donato all’individuo. Chi fa ciò, merita stima ed alta considerazione.

La ricompensa materiale può essere assegnata a colui che con le sue prestazioni giova alla collettività; ma la ricompensa ideale deve consistere nella considerazione che ognuno può pretendere, se dedica al servizio della propria nazione le forze che la Natura gli donò e che la comunità nazionale educò e perfezionò. Allora non è più un’indegnità essere un bravo artigiano: indegno è invece l’essere un funzionario inetto e il rubare al buon Dio il giorno e al buon popolo il pane quotidiano. E allora sarà ritenuto naturale che non si affidino ad un uomo funzioni alle quali non è pari.

Del resto, questo modo di attività offre l’unico criterio del diritto alla generale parità giuridica dell’attività borghese.

L’epoca nostra si demolisce da sé: introduce il suffragio universale, chiacchiera d’eguaglianza di diritti, ma non trova un fondamento morale di tutto ciò. Ravvisa nella ricompensa materiale l’espressione del valore d’un uomo, e con ciò stritola le basi della più nobile eguaglianza che possa esistere. Perché l’eguaglianza non riposa né può riposare sulle prestazioni dei singoli in sé; ed è solo possibile nella forma in cui ciascuno adempie i suoi particolari doveri. Solo così viene eliminato, nel giudicare il valore dell’uomo, il caso che è opera della Natura, e l’individuo è reso artefice del proprio valore sociale.

Al tempo nostro, in cui interi gruppi umani sanno solo più apprezzarsi a vicenda secondo lo stipendio che riscuotono, queste cose non trovano comprensione. Non per questo noi rinunziamo a sostenere le nostre idee. All’opposto: Chi vuol salvare l’epoca nostra, malata e fradicia, deve in primo luogo avere il coraggio di identificare le cause di questa malattia. E a ciò deve provvedere il movimento social-nazionalista: radunare, passando sopra ad ogni meschinità piccolo-borghese, estraendole dalla nostra nazione, e ordinare quelle forze che sono atte a farsi campioni d’una nuova concezione del mondo.

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Si obietterà che in genere è difficile separare la valutazione materiale dalla ideale, e che la declinante valutazione del lavoro corporale è conseguenza del minor compenso che questo ottiene. Si dirà che il minor compenso è alla sua volta causa d’una minor partecipazione dell’individuo ai beni culturali della sua nazione; che così resta danneggiata appunto la cultura ideale dell’uomo, la quale non ha nulla a che fare con la sua attività in sé. Si soggiungerà che l’avversione al lavoro corporale ha radice nel fatto che, in conseguenza della peggiorata rimunerazione, il livello di cultura dell’artigiano fu abbassato: ciò che giustifica una minor valutazione generale.

In tutto questo, c’è molta verità. Ma appunto per ciò dovremo guardarci in avvenire da una differenziazione troppo grande della misura dei salari. Non si dica che allora verranno meno le buone prestazioni. Sarebbe tristissimo indizio della decadenza d’un’epoca se l’impulso ad una superiore prestazione intellettuale fosse unicamente riposto nella retribuzione più alta. Se in questo nostro mondo una simile mentalità fosse sempre prevalsa, l’umanità non avrebbe mai acquistati i suoi preziosi beni scientifici e culturali. Perché le maggiori invenzioni, le maggiori scoperte, i lavori scientifici più innovatori, i più splendidi monumenti all’umana civiltà non furono donati al mondo dall’impulso di guadagnar denaro. All’opposto: non di rado la loro nascita significò la rinuncia alla felicità terrestre donata dalla ricchezza.

Può darsi che oggi il denaro sia diventato l’esclusivo signore della vita; ma un giorno l’uomo ritornerà ad inchinarsi a più alte divinità. Oggi molte cose debbono la loro esistenza solo all’avidità del denaro e della ricchezza: ma fra esse ben poche sono quelle che, se non esistessero, lascerebbero più povera l’umanità.

Il nostro movimento ha pure questo compito, di annunciare già oggi un’epoca che darà al singolo ciò di cui ha bisogno per vivere, ma terrà fermo il principio che l’uomo non vive esclusivamente per i godimenti materiali. Ciò troverà la sua espressione in una graduazione dei meriti, definita con saggezza, assicurante anche all’ultimo onesto lavoratore, per ogni caso, una normale esistenza, nella sua qualità di uomo e di membro della nazione.

Non si dica che questo è uno stato ideale che non si può realizzare nella pratica e non sarà mai realizzato.

Perché anche noi non siamo così ingenui da credere possibile introdurre un giorno un’epoca senza difetti. Ma tuttavia ci sentiamo in obbligo di combattere gli errori riconosciuti, di superare le debolezze e di tendere con ogni sforzo all’ideale. Già per sé stessa la dura realtà addurrà fin troppe limitazioni: e per questo appunto l’uomo deve cercare di servire all’ultimo scopo, e gli errori non debbono distoglierlo dai suoi propositi così come egli non può rinunciare ad una Giustizia per il solo fatto che anche questa è soggetta ad errare, e così come non si ripudia la medicina per il solo fatto che le malattie continuano a sussistere.

Bisogna guardarsi dal fare poco conto della forza d’un ideale. Se taluno è, per questo riguardo, pusillanime, e se è stato soldato, io gli ricorderò quel tempo il cui eroismo fu dovuto alla generale ammissione della forza dei motivi ideali. Ciò che allora spinse gli uomini a morire non fu la preoccupazione del pane quotidiano ma l’amore della patria, la credenza nella grandezza di questa, il diffuso sentimento dell’onore della nazione. Solo quando il popolo tedesco si allontanò da questi ideali per ascoltare le materiali promesse della rivoluzione, e depose le armi, giunse, non al paradiso terrestre ma al purgatorio dell’universale disprezzo e della generale miseria.

Quindi è anzitutto necessario opporre ai contabili della presente repubblica materiale la fede in un Reich ideale.

CAPITOLO III

MEMBRI DELLO STATO E CITTADINI

In generale quell’istituto che oggi viene chiamato Stato conosce due sole specie di uomini: cittadini e stranieri. Cittadini sono tutti quelli che o per la loro nascita o per essere stati più tardi incorporati Dello Stato posseggono il diritto di cittadinanza; stranieri sono coloro che posseggono questo diritto in un altro Stato. Fra gli uni e gli altri vi sono delle comparse: i cosidetti «apolidi»: uomini che hanno l’onore di non appartenere a nessuno degli Stati odierni, e quindi non posseggono in nessun luogo il diritto di cittadinanza.

Il diritto di cittadinanza s’acquista oggi in prima linea col nascere entro i confini d’uno Stato. La razza o l’appartenenza alla nazione non hanno in ciò nessuna parte. Un Negro, vissuto una volta nei territori di protettorato tedesco, ed ora dimorante in Germania, mette al mondo un figlio che è «cittadino tedesco». E così, ogni figlio di Ebrei o di Polacchi o di Africani o di Asiatici può essere senz’altro dichiarato cittadino tedesco.

Oltre alla cittadinanza acquisita con la nascita, sussiste la possibilità di diventare cittadini più tardi. Possibilità connessa con varie condizioni preliminari, per esempio, col fatto che il candidato non sia, possibilmente, né un ladro né un lenone, che non sia pericoloso dal punto di vista politico, che non riesca di «peso» alla sua nuova patria politica. Naturalmente il nostro tempo materialistico pensa solo ad un «peso» finanziario. Anzi, per affrettare l’acquisto della cittadinanza giova oggi indicare nel candidato un futuro ottimo pagatore d’imposte.

Considerazioni razziste non vi hanno la minima parte.

L’acquisto della cittadinanza si svolge non diversamente dalla ammissione in un club automobilistico. Il candidato presenta la sua richiesta, si procede ad un’indagine, la richiesta è accolta, e un bel giorno gli si fa conoscere con un biglietto che è diventato cittadino dello Stato. E la notizia gli è data in forma umoristica: a colui che finora è stato uno Zulù o un Cafro si comunica che «è diventato Tedesco»!

Siffatto sortilegio è la prerogativa di un semplice funzionario. In un batter d’occhio, questo funzionario fa ciò che nemmeno il Cielo potrebbe fare. Un tratto di penna, e un Mongolo diventa un autentico «Tedesco».

Non solo non ci si cura della razza di quel nuovo cittadino, ma non ci si preoccupa nemmeno della sua sanità fisica. Egli può essere roso dalla sifilide quanto vuole, tuttavia è benvenuto quale cittadino per lo Stato odierno, purché non rappresenti né un onere finanziario né un pericolo politico.

Così ogni anno quel mostro che è chiamato Stato assorbe elementi velenosi da cui non può più liberarsi.

Il cittadino stesso si distingue dallo straniero solo in questo, che a lui è aperta la via agli uffici pubblici, che deve eventualmente prestare servizio militare e che può partecipare, attivamente e passivamente, alle elezioni. In complesso, è tutto qui. Perché non di rado anche lo straniero gode la protezione dei diritti civili e della libertà personale: per lo meno, così è nell’attuale repubblica tedesca.

So che queste cose non si odono volentieri; ma non esiste nulla di più assurdo, di più irritante dell’odierno diritto di cittadinanza. C’è oggi uno Stato in cui si manifestano almeno i primi indizi d’una concezione migliore: e non è la nostra esemplare repubblica tedesca, ma l’Unione americana, dove si tenta di fare appello almeno in parte alla ragione. L’Unione americana rifiuta gli elementi cattivi dell’immigrazione, ed esclude semplicemente certe razze dalla concessione della cittadinanza: e con ciò professa già, in inizi ancora deboli, una mentalità che è propria del concetto nazionale di Stato.

Lo Stato nazionale ripartisce i suoi abitanti in tre classi: cittadini, appartenenti allo Stato, e stranieri.

La nascita conferisce solo l’appartenenza allo Stato. Questa, per sé, non rende capaci di coprire cariche pubbliche né di esercitare un’attività politica partecipando alle elezioni. In ogni appartenente allo Stato si deve, in linea di principio, stabilire la razza e la nazionalità. L’appartenente allo Stato può sempre rinunziare a questa appartenenza e diventare cittadino dello Stato la cui nazionalità risponde alla sua. Lo straniero si distingue dall’appartenente allo Stato solo in questo, che appartiene anche ad uno Stato estero.

Il giovane di nazionalità tedesca, appartenente allo Stato, ha l’obbligo di compiere l’educazione scolastica prescritta ad ogni Tedesco. Così si assoggetta all’educazione necessaria a diventare un membro del popolo avente coscienza della razza e della nazionalità. Dovrà più tardi adempiere le esercitazioni fisiche ordinate dallo Stato e infine entrare nell’esercito. La educazione nell’esercito è generale: deve comprendere ogni singolo Tedesco e renderlo idoneo ad impiegare le sue facoltà fisiche e intellettuali ad usi militari. Quando il giovane, sano e virtuoso, ha terminato il servizio militare, gli viene conferito il diritto di cittadinanza. E’ questo il più prezioso documento per la sua vita terrena. Con esso assume tutti i diritti del cittadino e ne gode tutti i vantaggi. Perché lo Stato deve fare netta distinzione fra quelli che, in qualità di membri del popolo, sono artefici e portatori della sua esistenza e della sua grandezza, e quelli che soggiornano entro i confini d’un Stato unicamente per farvi i loro guadagni.

Il certificato di cittadinanza deve essere conferito con un solenne giuramento da prestare alla comunità nazionale e allo Stato. Questo documento deve essere come un legame allacciante tutti i ceti e varcante tutti gli abissi.

L’essere come spazzino cittadino d’un tale Reich sarà onore più alto che l’essere re in uno Stato estero.

Il cittadino è privilegiato di fronte allo straniero. E’ il padrone del Reich. Ma quest’alta dignità comporta doveri. Chi non ha onore né carattere, il volgare malfattore, il traditore della patria può sempre essere privato di tale onore; e così ridiventa un semplice appartenente allo Stato.

La fanciulla tedesca è appartenente allo Stato; solo il matrimonio la rende cittadina. Ma il diritto di cittadinanza può pure essere conferito alle Tedesche, appartenenti allo Stato, che si guadagnano la vita.

CAPITOLO IV

PERSONALITÀ E CONCETTO NAZIONALE DI STATO

Se lo Stato nazionale, nazional-socialista, ravvisa il suo compito principale nella formazione e nella conservazione del portatore dello Stato, non gli basta però favorire gli elementi razziali come tali ed educarli alla vita pratica: è pure necessario che lo Stato metta in armonia con questo compito la sua propria organizzazione.

Sarebbe follia stimare il valore dell’uomo dalla razza a cui appartiene, e dichiarare guerra al punto di vista marxista dell’eguaglianza degli uomini fra loro, se non si è risoluti a trarre da ciò le ultime conseguenze. L’ultima conseguenza del riconoscimento dell’importanza del sangue, ossia della base razzistica in generale, consiste nel trasferire questa valutazione alla persona singola. Io, in genere, debbo valutare in diverso modo i popoli fondandomi sulla razza a cui appartengono; e sulla stessa base debbo valutare gli individui nel seno di una comunità nazionale. La constatazione che un popolo non è eguale ad un altro si trasferisce agli individui d’una nazione, nel senso che una testa non può essere eguale ad un’altra, perché anche qui gli elementi del sangue sono, all’ingrosso, i medesimi, ma negli individui vanno soggetti a mille sottilissime differenziazioni.

La prima conseguenza di questa cognizione è alquanto grossolana; consiste nel promuovere gli elementi che, nel seno della comunità nazionale, furono riconosciuti più preziosi per la razza e nel curarne la moltiplicazione.

Questo compito è alquanto grossolano perché può essere assolto in modo quasi meccanico. Più difficile è riconoscere dalla collettività le teste realmente preziose dal punto di vista intellettuale e ideale e assegnar loro un’influenza che non solo spetta a questi spiriti eminenti ma giova all’intera nazione. Questa selezione a seconda della capacità e dell’abilità non può essere compiuta in modo meccanico, ma è un lavoro a cui provvede, senza interruzione, la lotta della vita quotidiana.

Una concezione del mondo mirante a ripudiare l’idea democratica di massa e a dare agli uomini migliori della nazione questa Terra, deve logicamente obbedire anche nel seno di questa nazione al medesimo principio aristocratico e assicurare alle migliori; teste la direzione e la suprema influenza nella nazione di cui si tratta. Con ciò, essa non edifica sul concetto di maggioranza ma su quello della personalità. Chi oggi crede che uno Stato politico, nazionalsocialista, si debba distinguere dagli altri Stati in modo puramente meccanico grazie ad una miglior costruzione della sua vita economica, grazie ad un migliore equilibrio fra povertà e ricchezza o ad una maggior partecipazione di vasti strati all’economia del paese o ad una più giusta retribuzione, — si è fermato alle esteriorità e non ha nessuna idea di ciò che è per noi una concezione del mondo. Tutte queste cose non offrono la minima certezza di stabilità né di diritto alla grandezza. Un popolo che si contentasse di queste riforme esteriori non avrebbe nessuna garanzia di vittoria nella lotta generale fra i popoli. Un movimento che facesse consistere la sua missione in un simile giusto adeguamento, e in niente altro, non acquisterebbe forza e non addurrebbe nessuna reale e profonda riforma dello stato di cose esistente, perché l’opera sua si fermerebbe ad esteriorità. E al popolo non sarebbe apprestato quell’intimo attrezzamento che solo può fargli superare le debolezze di cui oggi soffriamo.

Forse, per meglio intendere questo è opportuno gettare ancora una volta uno sguardo sull’origine e sulle cause reali della evoluzione civile dell’umanità.

Il primo passo che allontanò in modo visibile l’uomo dall’animale fu quello dell’invenzione. In origine, la invenzione consiste nel trovare astuzie e simulazioni idonee ad agevolare la lotta con altri esseri per l’esistenza ed assicurarle buon esito. Queste primordiali invenzioni non lasciano ancora apparire chiara la persona perché l’osservatore successivo, l’osservatore moderno ne prende coscienza solo come di fenomeni collettivi. Certi raggiri, certe scaltre misure che l’uomo può osservare nell’animale si offrono al suo occhio come un fatto sommario, ed egli non è più in grado di stabilirne l’origine o di indagarla: e se la cava chiamando «istintivi» questi procedimenti.

Ma nel caso nostro «istintivo» non dice nulla. Perché chi crede ad una più alta evoluzione degli

esseri viventi deve ammettere che ogni manifestazione del loro istinto vitale e combattivo deve

avere avuto principio un giorno, che un solo soggetto deve avere cominciato a manifestare tale

istinto. In seguito, questo procedimento si ripeté sempre più spesso e si diffuse, finché trapassò

nell’incosciente di tutti i membri d’una determinata razza e si rivelò come «istinto».

E’ più facile comprendere e credere questo nell’uomo. I primi suoi saggi provvedimenti nella lotta contro gli animali, furono, certo, in origine, opera di soggetti forniti di doti particolari. Anche qui la personalità diede occasione a decisioni e ad atti che più tardi furono assunti, come cosa naturalissima, dall’umanità intera. Allo stesso modo, certe «cose naturali» dell’arte militare sono oggi diventate la base di ogni strategia ma in origine dovettero la loro nascita ad una determinata testa e solo nel corso di migliaia d’anni furono accettate da tutti come perfettamente naturali.

L’uomo completa la sua prima invenzione con una seconda: impara ad assoggettarsi altre creature, perché lo servano nella lotta per l’esistenza; apprende altre cose; e così comincia la vera attività inventiva dell’uomo, oggi presente agli occhi di tutti. Le invenzioni materiali, che partono dall’impiego della pietra come arma, che conducono all’addomesticamento degli animali, che danno all’uomo l’arte di fare il fuoco e sboccare nelle mirabili scoperte dei giorni nostri, lasciano con tanta maggior chiarezza riconoscere nel creatore di tali meraviglie la persona, quanto più esse sono vicine all’epoca nostra o quanto più ne è decisivo il valore. In ogni caso, le invenzioni materiali che vediamo attorno a noi sono il risultato della forza creatrice e dell’abilità della singola persona. E tutti questi trovati contribuiscono ad elevare sempre più l’uomo sopra il livello del mondo animale, e ad allontanarlo definitivamente da questo. Servono dunque all’evoluzione dell’uomo, sempre più verso l’alto. Ma anche ciò che un giorno, in qualità di semplice finta agevolava all’uomo cacciante nella foresta primordiale la lotta per l’esistenza, oggi giova, in forma di acute cognizioni scientifiche, ad agevolare la lotta dell’umanità per la propria esistenza ed a foggiare le armi per le battaglie future. Ogni pensiero, ogni trovato umano serve, nei suoi ultimi effetti, anzitutto alla lotta dell’uomo per la vita su questo pianeta, anche quando la cosiddetta utilità materiale d’un’invenzione o di una scoperta o di un profondo sguardo gettato dalla scienza nella natura delle cose non è, per il momento, visibile. Tutto ciò insieme collabora ad elevare sempre più l’uomo sulle creature che lo circondano, e lo rafforza e lo rinsalda nella sua posizione così da farne, per ogni riguardo, l’essere dominante su questa Terra.

Dunque, tutte le invenzioni sono il risultato della facoltà creatrice d’una persona. Queste persone sono nel loro complesso, si voglia o no, più o meno grandi benefattori degli uomini. L’opera loro dona, più tardi, a miliardi di creature umane mezzi e risorse per alleviare la lotta per la vita.

Così, all’origine dell’odierna civiltà materiale vediamo sempre singole persone in qualità di inventori: esse si completano a vicenda, l’uno continua a fabbricare sulle fondamenta poste dall’altro. Lo stesso avviene nell’introduzione e nello sfruttamento delle cose trovate dagli inventori. Perché anche i complicati processi di produzione sono nelle loro origini equiparabili ad invenzioni, e perciò dipendono da persone. Lo stesso lavoro puramente teorico, che non è misurabile nei particolari ma forma la premessa delle posteriori scoperte materiali, appare alla sua volta quale esclusivo prodotto della singola persona. Non la massa inventa, non la maggioranza organizza o pensa, ma sempre e unicamente l’uomo singolo, la persona.

Una comunità umana appare organizzata bene se a queste forze creatrici agevola come meglio può il loro lavoro e se lo impiega in modo utile alla collettività. Ciò che ha più valore in una scoperta materiale o ideale è, anzitutto, l’inventore quale persona. E’ quindi primo e sommo compito dell’organizzazione, della comunità nazionale, quello di renderlo utile alla nazione. Sì, l’organizzazione deve solo servire a tradurre in atto questo principio: con ciò resta pure liberata dalla maledizione del meccanismo e diventa cosa viva. Deve incorporare in sé lo sforzo di elevare le teste al disopra della massa e di subordinare la massa alle teste.

Così l’organizzazione non solo non deve impedire alle teste di emergere dalla massa ma deve agevolare questa emergenza, grazie alla sua propria forma e natura. A tal fine deve partire dalla massima che per l’umanità la benedizione non si trovò mai nella massa ma nelle teste creatrici, le quali dunque sono i veri benefattori del genere umano. E’ nell’interesse della collettività l’assicurare loro la dovuta influenza e facilitarne l’opera. Certo, non si serve a questo interesse e non lo si soddisfa lasciando dominare gli incapaci e gli inetti, ma solo affidando la dirczione a quelli che la Natura ha dotati di particolari qualità.

Come dicemmo, la dura lotta per la vita provvede a selezionare queste teste. Molte si spezzano e periscono, poche solo appaiono elette. Nel campo del pensiero, della creazione artistica, dell’economia, questo processo di selezione ha luogo ancor oggi, sebbene, soprattutto nell’economia, sia molto ostacolato. L’amministrazione dello Stato e la potenza, personificata nella forza difensiva organizzata della nazione, sono pure dominate da questa idea. Dappertutto regna ancora l’idea della personalità dell’autorità della persona su subordinati e della responsabilità verso i superiori. Solo la vita politica si è distolta da questo principio naturale. Mentre l’intera civiltà umana è solo il risultato dell’attività creatrice della persona, nella direzione della comunità nazionale appare solo il principio del valore decisivo della maggioranza, e di là avvelena e dissolve la vita della nazione. Anche gli effetti distruttivi dell’attività del giudaismo su altri elementi della nazione si debbono attribuire all’eterno tentativo giudaico di minare l’importanza della persona nei popoli di cui è ospite e di mettere al suo posto l’importanza della massa. E con ciò, al posto del principio organizzatore dell’umanità aria va il principio distruttivo degli ebrei: esso diventa «fermento di decomposizione» di popoli e razze e, in senso più largo, distruttore della civiltà umana.

Il Marxismo rappresenta il tentativo, trasferito nel campo della cultura, degli ebrei di eliminare in tutti i campi della vita umana la preminenza e la prevalenza della personalità e di sostituirle il numero della massa. A ciò risponde in politica la forma parlamentare di governo, tanto funesta, dalle minime cellule del comune fino alla suprema direzione del Reich, e in economia un sistema sindacale che non serve ai reali interessi del lavoro ma soltanto ai distruttivi propositi del giudaismo internazionale. Nella stessa misura in cui l’economia viene sottratta all’azione del principio di personalità ed è abbandonata alla influenza e alle costrizioni della massa, essa deve perdere la sua capacità di prestazione, che sta al servizio di tutti ed è per tutti preziosa, e a poco a poco retrocedere. I consigli di fabbrica che, invece di proteggere gli interessi degli impiegati, cercano di influire sulla produzione stessa, servono allo stesso scopo distruttore. Danneggiano la produzione complessiva e quindi anche l’individuo. Perché, a lungo andare, gli appartenenti ad una nazione non restano soddisfatti da semplici frasi teoriche, ma dai beni della vita quotidiana spettanti a ciascuno e dalla convinzione che ne risulta, che una comunità nazionale assicura, nel complesso delle sue prestazioni, gli interessi dei singoli.

Poco importa che il Marxismo, basandosi sulla sua teoria di massa, appaia capace di assumersi e sviluppare l’economia già esistente. Per la critica sulla esattezza o inesattezza di questo principio non è decisiva la prova della capacità del Marxismo ad amministrare ciò che già esiste, ma la prova che esso sia capace di creare una simile civiltà. Il Marxismo potrebbe mille volte assumersi e svolgere sotto la sua direzione l’attuale economia, senza che un suo eventuale successo dimostrasse nulla contro il fatto che non sarebbe in grado di creare, impiegando il suo principio, ciò che oggi è già creato e che esso si appropria.

E che non ne sia in grado, il Marxismo l’ha provato praticamente. Non seppe creare in nessun luogo una civiltà o almeno un’economia feconda e non seppe nemmeno svolgere secondo i suoi principi quelle già esistenti; già dopo breve tempo dovette mettersi sulla via delle concessioni all’idea della personalità, alla quale non poté sottrarsi nemmeno nella propria organizzazione.

La concezione nazionale si distingue essenzialmente dalla marxista in questo, che essa riconosce il valore della razza e quindi anche il valore della persona e ne fa uno dei pilastri del suo edificio. Questi sono i più importanti fattori della sua concezione del mondo.

Se il movimento nazional-socialista non comprendesse la fondamentale importanza di questo riconoscimento di massima, e rattoppasse solo esteriormente lo Stato odierno e adottasse il punto di vista della massa, in realtà non sarebbe altro che un partito di concorrenza al marxismo. E non avrebbe diritto di chiamarsi una concezione universale. Se il programma sociale del nostro movimento consistesse solo nel comprimere la personalità e nel mettere al posto di questa la massa, il nazional-socialismo stesso sarebbe già roso dal veleno del marxismo, come i nostri partiti borghesi.

Lo Stato nazionale deve provvedere al benessere dei suoi cittadini, riconoscendo in ciascuno e in tutti il valore della persona e promuovendo in tutti i campi quell’alta capacità di produzione che garantisce al singolo un’alta misura di compartecipazione.

Deve perciò lo Stato nazionale sbarazzare senza pietà la direzione suprema, ossia politica, dal principio parlamentare secondo il quale la decisione spetta alla maggioranza, cioè alla massa, e porre in luogo di quello l’assoluto diritto della persona.

Da ciò risulta la seguente nozione:

La costituzione statale e la forma statale migliore è quella che, con naturale sicurezza, attribuisce valore direttivo e influenza suprema alle migliori teste della comunità nazionale.

Ma come nella vita economica gli uomini capaci non possono essere determinati dall’alto ma debbono farsi strada da sé, e come in questa vita esiste una lunghissima scuola che va dalla più piccola bottega alla più grossa azienda, una scuola dove la vita dà gli esami e fa la scelta; così non è possibile che le teste politiche vengano «scoperte» ad un tratto. Il genio straordinario non è un argomento che si adatti all’umanità normale.

Lo Stato deve tenere ancorato nella sua organizzazione il principio della personalità, partendo dalla minima cellula della comunità per arrivare alla suprema direzione del Reich.

Non vi sono decisioni di maggioranza, ma solo persone responsabili. Ogni uomo ha consiglieri al suo fianco, ma la decisione è affare d’un uomo solo.

Il principio fondamentale che a suo tempo fece dell’esercito prussiano il più mirabile strumento del popolo tedesco, dovrà essere un giorno la base della nostra costituzione statale: autorità d’ogni capo verso il basso e responsabilità verso l’alto.

Anche allora non si potrà far a meno di quelle corporazioni che oggi chiamiamo Parlamenti.

Ma allora essi daranno realmente consiglio, mentre un uomo solo porterà la responsabilità e quindi l’autorità e il diritto di comandare.

I Parlamenti in sé sono necessari, perché in essi le teste fine hanno la possibilità di mettersi in rilievo: quelle a cui più tardi potranno essere affidati compiti di responsabilità.

Di qui risulta il seguente quadro: Lo Stato nazionale non ha, a cominciare dal Comune fino alla direzione del Reich, corpi responsabili decidenti a maggioranza di voti; ha solo corpi consultivi, che assistono il capo temporaneo eletto e ai quali il capo ripartisce il lavoro. Questi corpi, secondo il bisogno, si assumono in determinati campi una responsabilità assoluta, quale possiede in maggior misura il capo o il presidente di ciascuna corporazione.

Per principio, lo Stato nazionale non tollera che su un affare di genere particolare (per esempio, economico) sia chiesto un consiglio o un giudizio a uomini che, per l’educazione ricevuta o per il modo della loro attività, non s’intendono di quell’affare. Perciò esso dispone e ordina i suoi corpi rappresentativi in camere politiche e professionali.

Per garantire una comune vantaggiosa azione delle une e delle altre, sta sopra di esse uno speciale Senato, composto del fiore della nazione.

In nessuna Camera, in nessun Senato hanno mai luogo votazioni. Essi sono istituti di lavoro e non macchine per votare. Il singolo membro ha voto consultivo, ma non mai decisivo. Voto decisivo hanno solo i presidenti responsabili.

Questo principio, dall’associazione dell’assoluta autorità con l’assoluta responsabilità, produrrà a poco a poco una selezione di dirigenti che non è nemmeno pensabile oggi, all’epoca del parlamentarismo irresponsabile.

E così la costituzione statale della nazione viene messa in armonia con quella legge a cui la nazione deve già la sua grandezza nel campo della cultura e dell’economia.

***

Quanto alla possibilità di tradurre in atto questi principi, prego di non dimenticare che il principio parlamentare della democratica decisione di maggioranza non dominò sempre l’umanità, anzi prevalse solo in brevissimi periodi della storia, i quali furono sempre epoche di decadenza di Stati e di popoli.

Certo, non si deve credere che una trasformazione simile si possa introdurre mediante provvedimenti solo teorici dall’alto al basso: poiché essa logicamente non si deve fermare alla Costituzione statale ma deve compenetrare tutta la legislazione e perfino la vita dei cittadini. Un rivolgimento così vasto può solo verificarsi in grazia di un movimento popolare già fondato su quest’idea e quindi portare già in sé lo Stato futuro.

Quindi, il movimento social-nazionalista deve fin da oggi immedesimarsi in queste idee e dar loro esecuzione pratica entro la propria organizzazione: potrà così un giorno non solo indicare allo Stato le linee direttive ma mettere a disposizione dello Stato stesso il corpo completo dell’organizzazione statale sua propria.

CAPITOLO V

CONCEZIONE DEL MONDO E ORGANIZZAZIONE

Lo Stato nazionale, di cui ho tentato di abbozzare le grandi linee, non sarà ancora realizzato col semplice riconoscimento di ciò che gli è necessario. Non basta sapere quale aspetto debba avere lo Stato nazionale. Molto più importante è il problema della sua nascita. Non si deve aspettare che gli odierni partiti, i quali sono anzitutto profittatori dello Stato odierno, si inducano da sé ad un capovolgimento del regime e mutino spontaneamente il contegno fin qui tenuto. Ciò è tanto meno possibile, in quanto che gli elementi che in realtà li dirigono sono ebrei, sempre e solo ebrei. Se si continuasse come oggi, un bel giorno gli ebrei divorerebbero effettivamente i popoli della Terra, ne diverrebbero signori.

L’ebreo, con perfetta coscienza della sua meta futura, prosegue con tenacia la sua via di fronte ai milioni di «borghesi» e proletari tedeschi, che in gran parte, per poltroneria, indolenza e scempiaggine, trotterellano verso la loro rovina. Quindi un partito diretto da lui non può perseguire altri interessi che i suoi; interessi che non hanno nulla di comune con gli affari dei popoli arii. Perciò, se si vuoi cercare di tradurre nella realtà l’immagine ideale dello Stato nazionale, s deve, prescindendo dalle attuali potenze della vita pubblica, cercare una nuova forza, decisa e capace di entrare in lotta per un ideale come questo. Perché qui si tratta di lottare: il primo compito non è quello di creare una Costituzione nazionale dello Stato, ma quello di eliminare gli, ebrei. Come avviene spesso nella storia, la difficoltà capitale non consiste nel formare il nuovo stato di cose, ma nel fare il posto per esso. Pregiudizi ed interessi si alleano per costituire una falange chiusa e cercano con ogni mezzo di impedire la vittoria d’un’idea che sia per loro sgradita o minacciosa. Quindi, il campione del nuovo ideale è, purtroppo, costretto, pur accentuandone il lato positivo, ad assumere anzitutto il lato negativo della lotta, quello che deve condurre all’abolizione dello stato di cose esistente.

Una giovane dottrina, d’importanza ed originalità grandi, deve, per quanto ciò possa riuscire spiacevole ai singoli, impiegare per prima arma la sonda della critica, con ogni asprezza.

E’ prova di conoscenza superficiale degli sviluppi storici il fatto che oggi i cosiddetti nazionalisti ci tengano a dichiarare non essere loro proposito il fare una critica negativa ma solo il compiere un lavoro costruttivo. Queste sono chiacchiere puerili, sciocche e degne di «popolari», e provano che in tali teste passò senza lasciar traccia perfino la storia del loro tempo. Anche il Marxismo aveva uno scopo, anche esso conosce un’attività costruttiva, — benché per questa intenda solo la fondazione d’una tirannia del giudaismo finanziario internazionale. Tuttavia, esso da settant’anni esercita la critica; una critica corrosiva, distruttrice, finché non ebbe infrollito e condotto alla rovina il vecchio Stato. Solo allora cominciò la sua cosiddetta «ricostruzione». E ciò fu naturale, giusto e logico. Non basta ad eliminare uno Stato esistente la semplice invocazione e descrizione d’uno Stato futuro. Non è da sperare che i partigiani o gli interessati allo stato di cose esistente possano essere convertiti con la semplice constatazione d’una necessità e guadagnati ad una rivoluzione. E’ invece troppo facile che avvenga che sussistano, in tal caso, due situazioni diverse, l’una accanto all’altra, e che quindi la cosiddetta concezione del mondo si trasformi in un partito, e debba restare tale. Perché la concezione del mondo non può tollerare né contentarsi di essere un partito accanto agli altri, ma esige imperiosamente di essere riconosciuta come unica ed esclusiva, così come esige che l’intera vita pubblica venga capovolta e conformata alle sue vedute.

Perciò non può lasciar sussistere, accanto a sé, lo stato di cose precedenti.

Questo è vero per le religioni.

Anche il cristianesimo non poté contentarsi di edificare il suo proprio altare: dovette per forza procedere all’abbattimento degli altari pagani. Solo partendo da questa fanatica intolleranza poté foggiarsi la fede apodittica, di cui l’intolleranza è appunto l’indispensabile premessa.

Si può obiettare che in questi fenomeni della storia mondiale si tratta per lo più d’un modo di pensare specificamente ebraico: che questo genere di intolleranza e di fanatismo è prettamente ebreo. Ciò può essere mille volte vero, e si può deplorare e constatare con giustificata amarezza che la comparsa dell’intolleranza e del fanatismo nella storia dell’umanità è cosa che prima non s’era mai verificata: ma con questo non si cambia nulla al fatto che oggi tale stato di cose esiste. Gli uomini che vogliono redimere il nostro popolo tedesco dalla sua situazione presente non debbono rompersi la testa a pensare quanto sarebbe bello se questa o quella cosa non esistesse; debbono cercare il modo di eliminare ciò che esiste. Ma una concezione del mondo colma d’infernale intolleranza può solo essere infranta da un’altra animata e spinta da uno spirito eguale, da un’eguale forza di volontà, da un’idea nuova che sia pura e perfettamente vera.

Oggi il singolo deve constatare con dolore che nel mondo antico, assai più libero del moderno, comparve, con l’avvento del Cristianesimo, il primo terrore spirituale. Ma non può contestare che da allora il mondo è pervaso e dominato da questa costrizione, e che solo la costrizione spezza la costrizione, solo il terrore il terrore. Solo dopo, si può attendere a costruire una situazione nuova.

I partiti politici sono disposti ai compromessi, le concezioni del mondo no. I partiti politici calcolano perfino su avversari, le concezioni del mondo proclamano la propria infallibilità.

Anche i partiti politici hanno, in origine, quasi sempre l’intenzione di conquistare a sé soli un dispotico dominio: è quasi sempre riposto in essi un piccolo impulso ad una concezione del mondo. Ma già la ristrettezza del loro programma toglie loro quel senso eroico che una simile concezione esige. Lo spirito di conciliazione che anima la loro volontà conduce ad essi le menti meschine e deboli, con le quali non si può iniziare una crociata. Quindi, di solito, restano fermi nella loro meschinità. Rinunziano a battersi per una concezione universale e cercano di conquistarsi, con la cosiddetta «collaborazione positiva», in tutta fretta un posticino nella greppia del regime esistente e di restarvi quanto più a lungo possono, i Qui sta tutto il loro sforzo. Se un giorno un concorrente alquanto brutale li scacciasse dalla greppia generale, ogni loro atto e pensiero tenderebbe a sospingersi di nuovo innanzi, magari con la violenza e l’astuzia, nel branco degli ancora affamati, per saziarsi di nuovo, a costo magari delle loro più sacre convinzioni, all’amata fonte alimentare. Sciacalli della politica!

Una concezione del mondo, non essendo mai disposta a fare a metà con un’altra, non può essere disposta a collaborare con un regime che essa condanna; ma sente il dovere di combattere questo regime e tutto il mondo d’idee degli avversari, con ogni mezzo, e di apprestarne il crollo.

Campioni decisi esige tanto questa lotta distruttrice, di cui gli avversari riconoscono tosto la pericolosità e perciò si uniscono per una comune difesa, quanto la lotta positiva, che s’accinge a far prevalere le idealità sue proprie. Perciò una concezione del mondo condurrà al trionfo le sue idee se unirà nelle sue file gli elementi più coraggiosi ed energici del suo tempo e del suo popolo e darà loro la forma d’una salda e bellicosa organizzazione. Ma a tal fine è necessario che essa, tenendo conto di questi elementi, estragga dal proprio quadro generale del mondo certe determinate idee e le rivesta d’una forma adatta a servire da professione di fede, nella sua precisa e scultorea brevità, ad una nuova comunità di uomini. Mentre il programma d’un partito politico non è altro che la ricetta per un favorevole esito delle prossime elezioni, il programma d’una concezione universale formula la dichiarazione di guerra contro l’ordine esistente, contro un regime esistente, insomma contro una esistente concezione del mondo.

Non è necessario che ciascuno dei combattenti per questa concezione abbia piena conoscenza delle ultime idee, degli ultimi pensieri dei capi del movimento. A lui basta conoscere con chiarezza alcuni pochi, i maggiori, punti di vista; a lui debbono essere inculcate in modo incancellabile le linee fondamentali della dottrina, così che egli resti tutto compenetrato della necessità del trionfo del suo movimento. Così, il singolo soldato non viene iniziato nelle dottrine dell’alta strategia: per lui è sufficiente essere educato a rigida disciplina, alla fanatica convinzione del buon diritto e della forza della sua causa e alla totale dedizione ad essa. La stessa cosa deve avvenire nel singolo partigiano d’un movimento di grande estensione, di grande avvenire e di grande volontà.

Come non varrebbe nulla un esercito i cui singoli soldati fossero o s’immaginassero di essere generali, così un movimento politico non varrebbe nulla quale rappresentante d’una mentalità se non

fosse altro che un bacino collettore di uomini «intelligenti». No, esso ha bisogno anche di soldati semplici, senza i quali non si ottiene un’intima disciplina.

Un’organizzazione può solo, per la sua stessa essenza, sussistere se una vasta massa sentimentale sta al servizio d’una suprema direzione intellettuale. Una compagnia di duecento uomini d’eguale intelligenza sarebbe, a lungo andare, più difficilmente disciplinabile che una compagnia di 190 meno intelligenti e 10 d’alta cultura.

Da questo fatto trasse un giorno grande utilità la socialdemocrazia. S’impadronì degli appartenenti a vasti strati del nostro popolo già congedati dal servizio militare dove erano stati educati alla disciplina, e li inserì nella propria disciplina di partito, altrettanto rigida. Anche la loro organizzazione costituì un esercito di ufficiali e soldati. L’operaio tedesco congedato dalle armi divenne il soldato, l’intellettuale ebreo divenne l’ufficiale; i funzionari dei Sindacati tedeschi possono essere considerati come il corpo dei sottufficiali. Il fatto, considerato sempre con indifferenza dalla nostra borghesia, che al Marxismo appartennero solo le cosiddette masse incolte, fu in realtà la premessa del successo del Marxismo. Perché, mentre i partiti borghesi, nella loro unilaterale intellettualità, costituiscono solo una banda indisciplinata e inetta, il Marxismo formò, col suo meno intelligente materiale umano, un esercito di soldati di partito, che oggi obbediscono al loro dirigente ebreo così come un giorno obbedivano al loro ufficiale tedesco. La borghesia tedesca che non s’è mai occupata di problemi psicologici, non trovò nemmeno qui necessario riflettere sul profondo significato e sul segreto pericolo di questo fatto. Fu creduto, all’opposto, che un movimento politico formato solo di gente tolta dai circoli della «intelligenza» fosse di maggior valore e possedesse maggior diritto e maggior probabilità di giungere al governo che la massa incolta. Non si capì mai che la forza di un partito politico non consiste nella grande e autonoma intellettualità dei singoli membri, ma in una disciplinata obbedienza prestata dai membri alla direzione intellettuale. Ciò che decide, è la direzione stessa. Se due corpi di truppa si battono fra loro, non vincerà quello dove ogni membro possiede la più alta cultura strategica, ma quello che possiede una direzione superiore e nello stesso tempo la truppa più disciplinata, più obbediente e meglio addestrata.

Dobbiamo sempre tener presente questa nozione fondamentale quando esaminiamo la possibilità di tradurre in atto una concezione del mondo.

Se per condurre una concezione alla vittoria dobbiamo trasformarla in un movimento di lotta, è logico che il programma del movimento stesso abbia riguardo al materiale umano di cui dispone. Le mete finali e le idee direttive debbono essere costanti, ma il programma, la propaganda deve essere con genialità e con esattezza psicologica conformata all’anima di coloro senza il cui aiuto l’idea più bella resterebbe solo un’idea.

L’idea nazionale, se dalla oscura volontà d’oggi vuoi giungere ad un chiaro successo, deve estrarre dal suo ampio mondo d’idee certe precise massime direttive, idonee, per la loro essenza e il loro contenuto, ad obbligare a sé larghe masse umane: la massa dei lavoratori tedeschi, quella che, sola, assicura la possibilità di una lotta conforme alla nostra concezione.

Perciò il programma del nuovo movimento fu condensato in 25 proposizioni o punti fondamentali. Essi sono destinati a dare all’uomo del popolo, anzitutto, un’idea sommaria della volontà del movimento, di ciò che questo si propone. Sono, per così dire, una professione di fede politica, che fa propaganda per il movimento ed è atta a unire insieme gli adepti mediante obblighi riconosciuti in comune.

In ciò dobbiamo avere sempre presente quanto segue: poiché il cosiddetto programma del movimento è giusto nelle sue mete finali, tuttavia nella formulazione dovette tener conto di elementi psicologici; potrebbe, quindi, col tempo, sorgere la convinzione che certe proposizioni si possano formulare in modo diverso. Ma ogni tentativo di diversa formulazione ha triste effetto. Perché con essa si abbandona alla discussione qualcosa che dovrebbe restare fisso e incrollabile. E la discussione, quando un solo punto è sottratto alla certezza dogmatica, non costituisce senz’altro una certezza nuova e migliore, ma conduce a dispute senza fine e ad una confusione generale. In tal caso, è sempre da ponderare che cosa sia meglio: una formulazione nuova e più felice, occasionante una spiegazione nel seno del movimento, o una formula, forse non ottima, ma rappresentante un organismo chiuso in sé, incrollabile e unitario. Ogni esperimento mostrerà che è preferibile il secondo di questi due casi. Poiché, ove si tratti, nei cambiamenti, solo della forma esterna, simili correzioni appariranno sempre desiderabili e possibili. Ma in ultimo, data la superficialità umana, esiste il grande pericolo che gli uomini ravvisino nella formulazione soltanto esteriore d’un programma il compito essenziale d’un movimento. E con ciò si attenua la volontà e la forza di combattere per l’idea, e l’attività che dovrebbe volgersi verso l’esterno si sciupa in lotte programmatiche interne.

In una dottrina che, nelle sue grandi linee, sia giusta, è meno dannoso conservare una formula, anche se non risponde più interamente alla realtà, che abbandonare, correggendola, una legge fondamentale del movimento, finora considerata granitica, alla discussione generale con le sue pessime conseguenze: ciò poi è addirittura impossibile finché un movimento combatte per la vittoria. Perché, come si può infondere ad altri cieca fede nell’esattezza d’una dottrina se con costanti variazioni arrecate alla struttura esterna di quella si diffonde l’incertezza e il dubbio? L’essenziale non deve essere cercato mai nella redazione esterna ma solo nel senso intimo.

Questo senso intimo è invariabile; e, nel suo interesse, si può solo desiderare che il movimento, tenendo lontano ciò che disgrega e genera incertezza, si procuri la forza necessaria al successo.

Anche qui la Chiesa cattolica può insegnare. Sebbene il suo edificio dottrinale sia venuto in molti punti in conflitto con le scienze esatte e con l’indagine scientifica, essa non è disposta a sacrificare nemmeno una sillaba dei suoi insegnamenti. Ha riconosciuto molto bene che la sua forza di resistenza non consiste in un adattamento più o meno grande ai temporanei risultati della scienza, in realtà eternamente oscillanti, ma nel tener fermi i dogmi stabiliti e fissati, i quali conferiscono al tutto il carattere d’una fede. E perciò è oggi più salda che mai. Si può profetare che. mentre i fenomeni fuggono via, essa, polo fisso nei fenomeni mobili, troverà sempre più ciechi seguaci.

Chi dunque desidera in realtà e con serietà il trionfo di una concezione nazionale, deve riconoscere che per ottenere questo trionfo occorre un movimento idoneo alla lotta, e che questo movimento terrà duro solo sulla base d’un’incrollabile sicurezza e solidità del suo programma. Il movimento non deve assoggettarsi a fare, nella formulazione del programma, concessioni allo spirito del tempo, ma, quando ha trovata una formula buona, deve conservarla sempre, o almeno finché la vittoria l’abbia incoronata. Prima della vittoria, ogni tentativo di addurre spiegazioni o discussioni circa l’uno o l’altro punto del programma, rompe l’unità e la forza combattiva del movimento nella misura in cui i suoi seguaci partecipano ad una simile discussione intestina. Perché non è detto che una «correzione» oggi introdotta non possa essere già domani sottoposta ad una prova critica, per trovare posdomani un surrogato migliore. Chi toglie le barriere, spiana una via di cui si conosce l’inizio ma che finisce in un mare senza rive.

Questa importante nozione dovette essere apprezzata nel giovane movimento nazionalsocialista.

Il partito operaio tedesco nazional-socialista si procurò, col suo programma delle 25 tesi, una base che deve essere incrollabile. Compito dei presenti e futuri membri del nostro movimento non può essere un rifacimento critico di quelle massime, ma il tenersi obbligati ad esse.

Altrimenti, la prossima generazione potrebbe alla sua volta, con eguale diritto, dissipare la propria forza in un simile lavoro puramente formale nel seno del partito invece di procurare al movimento nuovi seguaci e quindi nuove forze. Per la gran massa dei nostri seguaci, l’essenza del nostro movimento si troverà meno nella lettera delle nostre tesi che nel senso che noi siamo in grado di attribuir loro.

A questi concetti il giovane movimento dovette anzitutto il suo nome, in conformità con essi fu più tardi compilato il programma, e in essi è fondato il modo della sua diffusione. Per condurre alla vittoria le idee nazionali, fu necessario creare un partito del popolo, un partito composto non solo di capi intellettuali ma anche di lavoratori. Ogni tentativo di realizzare l’idea nazionale senza una simile battagliera organizzazione sarebbe oggi, come fu in passato e sarà in futuro, destinato all’insuccesso. Il movimento ha non solo il diritto ma il dovere di sentirsi campione e rappresentante ai quella idea. Come l’idea fondamentale del movimento nazional-socialista è nazionale, così le idee nazionali sono nazional-socialiste. Ma il nazional-socialista, se vuole vincere, deve fare questa constatazione e attenersi con risolutezza ad essa, anche qui ha non solo il diritto ma il dovere di accentuare il fatto che ogni tentativo di rappresentare l’idea nazionale al difuori del partito operaio tedesco nazional-socialista è impossibile e per lo più truffaldino.

Se oggi taluno rimprovera al nostro movimento di comportarsi come se avesse «presa in appalto esclusivo» l’idea nazionale, gli si deve dare questa sola risposta: «L’ha non solo appaltata, ma creata per la pratica».

Perché ciò che finora s’intende con questo concetto, non era idoneo ad esercitare la minima influenza sul destino del nostro popolo, mancando a tutte queste idee una chiara formulazione. Per lo più si trattava di nozioni isolate, senza nesso fra loro, più o meno esatte, che non di rado si contraddicevano e non erano mai intieramente allacciate insieme: tanto deboli che non sarebbe stato

mai possibile edificare su esse un movimento.

Solo il movimento nazional-socialista seppe far questo.

***

Se oggi tutte le Leghe e le associazioni, i gruppi e i gruppetti, e magari i «grandi partiti» vogliono chiamarsi «nazionali», questo è già un effetto del movimento socialnazionalista. Senza il nostro lavoro, a tutte quelle organizzazioni non sarebbe mai venuto in mente di nemmeno pronunziare la parola «nazionale», non si sarebbero presentate con questa etichetta ed esse, e soprattutto i loro capi, non si sarebbero mai trovate in rapporto con questo concetto. Solo il nostro lavoro ha fatto di questo concetto una parola piena di contenuto, che ora si trova sulle labbra d’ogni genere di persona. Soprattutto, il nostro movimento, nella sua efficace opera di propaganda, mostrò e provò la forza dell’idea nazionale, cosicché anche gli altri, se vogliono guadagnarsi proseliti, si trovano costretti a volere le stesse cose, o a fingere di volerle. Questi partiti, che finora posero tutto al servizio delle loro meschine speculazioni elettorali, anche oggi si valgono del concetto «nazional» solo come d’una parola d’ordine esteriore, vuota, con cui tentano di neutralizzare la forza di arruolamento che il nostro movimento esercita, guadagnando a sé i loro stessi seguaci. Perché solo la preoccupazione di durare e la paura dell’ascesa del nostro movimento portato da una nuova concezione, movimento di cui presentono l’importanza universale e la pericolosa esclusività, mette loro in bocca parole che otto anni fa non conoscevano, sette anni fa deridevano, sei anni fa definivano stupide, cinque anni fa combattevano, quattro anni fa odiavano, tre anni fa perseguitavano, e infine, due anni fa, si annessero e, associandole al loro precedente tesoro di parole, impiegarono come grido di guerra nella lotta.

Ancor oggi conviene indicare che tutti questi partiti non hanno il minimo sospetto di ciò che occorre al popolo tedesco. Ne è prova decisiva la superficialità con cui proferiscono la parola «nazionale».

Non meno pericolosi sono quelli che, pretendendo di essere nazionali, vanno in giro, foggiando piani fantastici, per lo più non appoggiandosi ad altro che a qualche idea fissa che in sé potrebbe essere giusta ma che nel suo isolamento è inetta alla educazione d’una grande unitaria comunità di combattenti e ancor meno alla edificazione di essa. Questa gente, che in parte con idee proprie, in parte con ciò che ha letto abborraccia un programma, è spesso più pericolosa dei nemici aperti dell’idea nazionale. Nel caso più favorevole, sono sterili teorici, ma per lo più sono nocivi millantatori, e non di rado credono di poter mascherare, portando un fluttuante barbone e dandosi l’aria di antichi Germani, la vanità spirituale e ideale del loro agire e delle loro facoltà.

Quindi, per contrasto con questi inetti tentativi, è bene richiamarsi alla memoria il tempo in cui il giovane movimento nazional-socialista iniziò la sua lotta.

CAPITOLO VI

LA LOTTA DEL PRIMO TEMPO IMPORTANZA DEL DISCORSO

La prima grande adunanza del 24 febbraio 1920 nel Salone della Birreria di Corte non aveva ancora spenti in noi i suoi echi, e già iniziavamo i preparativi della successiva. Mentre prima appariva preoccupante il tenere, in una città come Monaco, ogni mese od ogni quindici giorni una piccola adunanza, ora doveva aver luogo ogni settimana una grande assemblea di masse. Noi eravamo tormentati dalla paura: verrebbe la gente? Ci darebbe ascolto? Io personalmente però, avevo già allora la salda convinzione che la gente, una volta venuta, si sarebbe fermata e avrebbe ascoltato il discorso.

In quel tempo, il salone della Birreria di Corte, a Monaco, per noi nazional-socialisti acquistò un’importanza quasi mistica. Ogni settimana un’adunanza, quasi sempre in quel locale, ed ogni volta la sala era più colma e il pubblico più attento. Partendo dalla «responsabilità della guerra», di cui allora nessuno si curava, e passando per i trattati di pace, fu trattato tratto ciò che serviva ad agitare gli spiriti o a diffondere idee. Grande e particolare attenzione fu donata ai trattati di pace. Molte cose predisse allora il giovane movimento alle grandi moltitudini, e quasi sempre ha indovinato. Oggi, è facile parlare o scrivere di tali cose. Ma allora una pubblica adunata di masse in cui si trovavano non piccoli borghesi ma proletari eccitati, e dove si discuteva il tema: «il trattato di pace di Versailles», significava un attacco contro la repubblica e un segno di mentalità reazionaria, se pure non monarchica. Già alla prima frase contenente una critica di Versailles si poteva essere certi di sentirsi opporre lo stereotipo grido: «E Brest-Lìtowsk?». E la massa si poneva a rumoreggiare, finché diventava rauca e il relatore rinunziava al tentativo di persuadere. Si sarebbe voluto picchiare la testa contro la parete, per disperazione di simile popolo! Esso non voleva udire né capire che Versailles era uno scandalo e uno smacco, e che quel dettato significava un inaudito saccheggio del nostro popolo. D corrosivo lavoro del Marxismo e la propaganda intossicatrice dei nemici avevano tolta la ragione a coloro. E non si aveva nemmeno il diritto di lagnarsene. Perché, quanto era enorme la colpa dell’altra parte! Che cosa aveva fatto la borghesia per mettere termine a quella spaventosa decomposizione, per op porsi ad essa e, meglio chiarendo le cose, spianare la via della verità? Niente, niente. Allora io non li vidi mai, i grandi apostoli odierni della nazione. Forse parlavano in piccoli gruppi, alle tavole da tè o nei circoli dei loro compagni d’idee, ma là dove avrebbero dovuto essere; fra i lupi, non si arrischiavano mai: a meno che trovassero occasione di urlare coi lupi. Io però vedevo allora con chiarezza che per il piccolo gruppo di cui dapprima si compose il movimento doveva essere risolta e appurata la questione della colpa della guerra, — appurata nel senso della verità storica, li fatto che il nostro movimento apportasse alle larghe masse la conoscenza del trattato di pace, era una condizione preliminare del futuro successo del movimento. Allora le masse vedevano ancora in quella pace un successo della democrazia, perciò fu necessario opporsi a questa concezione e imprimersi nel cervello della gente quali nemici di quel trattato, onde più tardi, quando la nuda verità ne mostrasse tutta l’odiosità, il ricordo della posizione da noi presa ci acquistasse la fiducia del popolo.

Già a quel tempo, nelle importanti questioni dove l’opinione pubblica batteva una falsa via, io senza riguardo alla popolarità, all’odio o all’avversione, feci fronte contro quella. Il partito nazionalsocialista non doveva essere l’usciere ma il dominatore della pubblica opinione: non servo ma signore della massa!

Com’è naturale, per un movimento ancora debole sussiste la tentazione di fare come fa l’avversario che è molto più forte e che è riuscito con le sue arti di seduzione a spingere il popolo a folli decisioni, o ad una errata condotta. Questa tentazione è grande soprattutto quando è consigliata da certi motivi, sia pure falsi, nell’interesse del giovane movimento. La pigrizia umana cerca allora con tanto zelo simili motivi, che quasi sempre ne trova qualcuno; e pensa che ci sarebbe un’ombra di ragione per partecipare «anche dal proprio punto di vista» al delitto commesso dall’avversario.

In certi casi, a me fu necessaria una suprema energia per impedire che la nave del nostro movimento seguisse la corrente creata ad arte, la corrente generale. L’ultima volta, quando la nostra infernale stampa, che se ne infischia della nazione, riuscì a dare alla questione dell’Alto Adige un’importanza che doveva essere funesta al popolo tedesco; senza e partiti e a chi rendessero servigio, molti uomini riflettere associazioni cosiddette «nazionali», per semplice timore della pubblica opinione aizzata dagli ebrei, si associarono al chiasso generale e scioccamente contribuirono ad appoggiare la lotta contro un sistema che appunto a noi Tedeschi deve apparire, nella situazione presente, come l’unico raggio di luce in un mondo che tramonta. Mentre il mondo ebraico internazionale ci strozza lentamente ma sicuramente, i nostri cosiddetti patriotti strepitano contro un uomo e un sistema che osarono, almeno in un luogo della Terra, sottrarsi alla tenaglia ebraico-massonica e opporre una resistenza nazionalistica all’avvelenamento internazionale del mondo. Ma era troppo seducente, per caratteri deboli, mettere la vela a seconda del vento e capitolare dinanzi alle grida della pubblica opinione.

Perché si trattò in realtà di una capitolazione! Forse, la cattiveria umana, l’abitudine di mentire non lo ammetteranno: forse, alcuni lo negheranno anche di fronte a sé medesimi: ma certo è questo che solo la codardia, la paura del popolo aizzato dagli ebrei indusse certa gente ad unirsi a quelli che gridavano. Tutti gli altri motivi addotti non sono altro che pietose scuse di piccoli peccatori consapevoli della loro colpa.

Allora fu necessario raddrizzare con ferreo pugno il movimento, per impedire che questo orientamento lo rovinasse. Certo, non si diventa molto popolari col tentare un simile raddrizzamento nell’ora in cui la pubblica opinione, aizzata da tutte le forze dirigenti, divampa come una gran fiamma in una sola direzione: e spesso si corre pericolo di morte. Ma, nella storia, non pochi uomini furono, in momenti simili, lapidati per un atto di cui la posterità li ringraziò in ginocchio.

Ma un movimento deve fare i conti con la posterità e non col plauso del presente. Può darsi che in occasioni come quella taluno passi ore d’angoscia: ma costui non deve dimenticare che dopo viene la liberazione, e che un movimento che si propone di rinnovare un mondo deve servire non all’attimo che passa ma al futuro.

A questo proposito si può constatare che di solito i maggiori e più durevoli successi nella storia sono quelli che al loro inizio trovarono poca comprensione, perché erano in forte contrasto con la pubblica opinione, con le vedute e la volontà di questa.

Di ciò noi potemmo fare esperienza già allora, nei primi giorni della nostra comparsa. In verità, non abbiamo dato la caccia al «favore delle masse», ma abbiamo tenuto fronte, dappertutto, alla follia del nostro popolo. Quasi sempre in quegli anni accadeva questo: io mi presentavo ad un’assemblea di uomini che credevano nell’opposto di ciò che io volevo dire, e che volevano l’opposto di ciò che io credevo. Allora, dovevo impiegare un paio d’ore nello smuovere due o tre mila persone dalle opinioni prima professate, nello spezzare a colpo a colpo le fondamenta delle loro vedute e nel guidarli, infine, sul terreno della nostra convinzione e della nostra concezione.

Allora, imparai in breve tempo una cosa importante, cioè strappare tosto dalle mani del nemico le armi della sua replica. Fu presto notato che i nostri avversari, specialmente in persona dei loro oratori dirigenti la discussione, si valevano di un «repertorio» ben determinato, dove si opponevano alle nostre affermazioni certe obiezioni sempre ritornanti. L’uniformità di questo modo di procedere dimostrava che costoro avevano ricevuto un addestramento unitario e consapevole del suo scopo. Ed in realtà era così. Potemmo qui imparare a riconoscere l’incredibile disciplinatezza della propaganda dei nostri avversari, ed oggi ancora sono fiero d’aver trovato il mezzo di rendere inefficace quella propaganda e di battere con essa coloro che la facevano. Due anni più tardi, io ero padrone di quell’arte.

Importante era venire in chiaro, in anticipazione e per ciascun discorso, sul momento presunto e sulla forma delle repliche che si potevano aspettare nella discussione, per trattarle e combatterle già nel mio proprio discorso. A tal fine era opportuno citare già tutte le possibili obiezioni e mostrarne l’inconsistenza; così l’ascoltatore di buona fede (sebbene già rimpinzato delle obiezioni che gli erano state insegnate) veniva con facilità guadagnato, grazie all’anticipata eliminazione degli argomenti impressi nella sua memoria. La materia insegnatagli restava confutata da sé, ed egli si faceva sempre più attento al mio discorso.

Per queste ragioni io, già dopo la mia prima conferenza sul «trattato di Versailles», che, ancora in qualità di cosiddetto «istruttore» avevo tenuta davanti alla truppa, mutai titolo e soggetto e parlai dei: «trattati di Brest-Litowsk e di Versailles». Perché fin dai primi tempi, anzi, fin dalle discussioni che seguirono quella mia prima conferenza, potei constatare che la gente in realtà non sapeva nulla del trattato di Brest-Litowsk, mentre l’abile propaganda dei partiti era riuscita a presentarlo come uno dei più scandalosi atti di violenza del mondo. E’ dovuto all’ostinazione con cui fu sempre ripetuta alla larga massa questa menzogna il fatto che milioni di Tedeschi abbiano visto nel trattato di Versailles il giusto castigo del delitto da noi commesso a Brest-Litowsk, e, pieni di indignazione, abbiano risentito come un’ingiustizia ogni lotta contro Versailles. E quest? fu pure la ragione per cui potè trovare diritto di cittadinanza in Germania la parola, tanto svergognata quanto mostruosa, di «riparazione». Questa menzogna, questa ipocrisia apparve, a milioni di nostri aizzati compatriotti, l’adempimento di una giustizia superiore. E’ terribile, ma fu così. Ne è prova il successo della propaganda da me iniziata contro il trattato di Versailles, alla quale feci precedere una illustrazione del trattato di Brest-Litowsk. Confrontai fra loro i due trattati di pace, punto per punto, mostrai che l’uno era di una sconfinata umanità a petto della inumana crudeltà dell’altro: l’effetto fu prodigioso. Parlai allora su questo tema in assemblea di duemila persone, sotto gli occhi, talvolta di mille ottocento uditori ostili. E tre ore più tardi avevo dinanzi a me una massa colma di santo sdegno e di furore. Una grossa menzogna era stata strappata dal cuore e dal cervello d’una folla composta di migliaia d’individui, e al suo posto era stata piantata una verità.

Le due conferenze, su «Le vere cause della guerra mondiale» e sui «trattati di pace di Brest- Litowsk e di Versailles», furono da me considerate, allora, le più importanti di tutte; quindi le ripetei, mutandone la forma, dozzine di volte. Così, almeno su questi punti, si diffuse una determinata concezione, chiara ed unitaria, fra gli uomini da cui il nostro movimento tolse i primi suoi membri.

Queste adunanze avevano inoltre, per me, il vantaggio di fare di me a poco a poco un oratore di comizio: mi abituai al patetico da assemblea e ai gesti necessari in grandi locali, contenenti migliaia di persone.

A quel tempo (fuorché, come dissi, in piccoli circoli) io non vidi nessun partito illuminare il popolo in questo senso: nessuno di quei partiti che oggi parlano come se fossero stati loro ad operare un cambiamento nella pubblica opinione. Quando un uomo politico cosiddetto nazionale teneva in qualche luogo una conferenza su questo argomento, la teneva a gente che in maggioranza era già del suo parere e che da quanto ascoltava veniva rafforzata nel suo modo di pensare. Ma ciò che allora importava non era questo, ma soltanto il guadagnarsi, con la propaganda e le spiegazioni, persone che finora la loro educazione e la loro mentalità avevano trattenuto nel campo avversario.

Anche il foglio volante fu posto da noi al servizio di questa propaganda. Già da militare io avevo compilato un foglio volante dove erano contrapposti i trattati di Brest-Litowsk e di Versailles; quel foglio fu diffuso in gran numero di esemplari. Più tardi me ne valsi per il partito, anche qui con buon successo. Le prime adunanze furono contraddistinte dal fatto che le tavole erano coperte d’ogni sorta di fogli volanti, giornali, opuscoli ecc.

Tuttavia, l’importanza massima era data alla parola parlata. Questa solo è in grado di addurre grandi rivolgimenti, e ciò per motivi generali d’ordine psicologico.

Tutti i formidabili eventi che mutarono l’aspetto del mondo furono addotti non da scritti ma dalla parola parlata. Su ciò si svolse in parte della stampa una lunga discussione nella quale, s’intende, le nostre teste fini borghesi presero violenta posizione contro la mia tesi. Ma già la ragione per cui questo avvenne confuta i dubbiosi. L’intelligenza borghese protestò contro quella concezione solo perché è evidente che le manca la forza e la capacità di influire con la parola parlata sulla massa: perciò essa s’è gettata sempre più sull’attività di scrittori e ha rinunziato ai discorsi realmente agitatori. Ma, col tempo, quest’abitudine conduce per forza a ciò che oggi caratterizza la nostra borghesia, cioè alla perdita dell’istinto psicologico per agire e influire sulle masse.

L’oratore riceve dalla folla stessa a cui parla una costante correzione della sua conferenza, in quanto che dal volto degli uditori può conoscere se e quanti di essi possano seguire con comprensione ciò che egli dice e se le sue parole facciano l’effetto e l’impressione desiderata.

All’opposto, lo scrittore non conosce i suoi lettori. Perciò egli non mira a priori ad una determinata moltitudine umana trovantesi dinanzi ai suoi occhi, e discorre in modo generico. Con ciò perde, fino ad un certo grado, la finezza psicologica e la flessibilità. E per questo un brillante oratore sa scrivere meglio di quanto un brillante scrittore sappia parlare, a meno che lo scrittore s’eserciti costantemente nell’oratoria. Si aggiunga, che la massa in sé è pigra, resta attaccata alle vecchie abitudini e non pone mano volentieri, da sé, agli scritti, se questi non rispondono a ciò che essa crede e non contengono ciò che essa spera. Quindi, uno scritto di determinata tendenza è, per lo più, letto solo da chi ha già simpatia per quella. Tutt’al più un foglio volante o un manifesto può, grazie alla sua brevità, sperare di trovare per un istante attenzione presso chi è d’altro parere. Maggiori prospettive possiede l’immagine in tutte le sue forme, compreso il film. Qui, c’è ancor meno bisogno di lavorare con l’intelletto: basta guardare, tutt’al più leggere brevi testi: perciò molti sono più disposti ad accogliere in sé un’esposizione fatta con l’immagine che a leggere un lungo scritto. L’immagine apporta in breve tempo, e quasi di colpo, chiarimenti e nozioni che lo scritto permette solo di ricavare da una noiosa lettura.

Ma l’essenziale è questo, che non si sa mai in quali mani arrivi uno scritto; e tuttavia deve conservare la sua determinata compilazione. In genere, l’effetto è tanto maggiore quanto più questa compilazione risponde al livello intellettuale e alla natura di coloro che lo leggeranno. Un libro destinato a larghe masse deve quindi cercare di operare, con lo stile e con l’altezza dei concetti, in altro modo che un’opera destinata a ceti superiori.

Solo in questo genere di capacità d’adattamento lo scritto si avvicina alla parola parlata.

L’oratore può trattare il medesimo soggetto di un libro, ma se è un grande e geniale oratore popolare, non ripeterà mai due volte nella stessa forma lo stesso argomento, la stessa materia. Si lascerà sempre portare dalla larga massa in modo che gli vengano e gli affluiscano con naturalezza quelle parole appunto di cui ogni volta ha bisogno per toccare il cuore degli uditori. Se sbaglia, ha sempre davanti a sé la correzione vivente.

Come dissi, egli può leggere nel giuoco delle fisionomie dei suoi ascoltatori se essi comprendano ciò che dice, se possano tener dietro all’argomentazione complessiva e se siano convinti che ciò che odono è giusto. Se l’oratore vede che non lo comprendono, ripeterà le sue spiegazioni in forma così semplice e chiara che anche il meno intelligente le possa capire. Se s’accorge che gli uditori non riescono a seguirlo, svilupperà il suo pensiero con tanta prudenza e lentezza che nemmeno il più debole di spirito resti indietro. E se gli sembrerà che il pubblico non sia persuaso dell’esattezza di quanto ha ascoltato, replicherà molte volte e con esempi sempre nuovi i suoi argomenti, esporrà egli stesso le obiezioni non formulate e le confuterà e scomporrà fin quando l’ultimo gruppo di oppositori faccia capire, col suo contegno e col gioco delle sue fisionomie, che ha capitolato di fronte alle dimostrazioni svolte dall’oratore.

Non di rado si tratta di vincere, negli uomini, prevenzioni non fondate sull’intelletto ma inconsce, appoggiate solo sul sentimento. L’abbattere questa barriera di istintiva avversione, di odio sentimentale, di dissenso preventivo è mille volte più difficile che il rettificare un’opinione scientifica difettosa o errata. False idee e cattive erudizioni possono essere eliminate dall’insegnamento: le resistenze del sentimento, no. Solo un appello a queste stesse misteriose forze

può giovare qui; e questo appello può fare l’oratore, non mai lo scrittore.

Ne è prova decisiva il fatto che, a dispetto d’una stampa borghese fatta spesso molto bene, diffusa in milioni di esemplari fra il popolo nostro, la larga massa divenne acerba nemica appunto del mondo borghese. Il diluvio di giornali, tutti i libri pubblicati anno per anno dagli intellettuali, scivolano sui milioni di uomini dei ceti inferiori come l’acqua sul cuoio unto d’olio. Ciò dimostra una di queste due cose: o che il contenuto di tutta questa fornitura di scritti del mondo borghese è menzognero, o che è impossibile arrivare coi soli scritti al cuore dell’ampia massa. Soprattutto se questi scritti sono psicologicamente così difettosi come avvenne finora.

Non si obbietti (come tentò di fare un grande giornale tedesco-nazionale di Berlino) che questa tesi è confutata dal fatto che il Marxismo esercitò grande influenza coi suoi scritti, e in particolare con l’opera fondamentale di Carlo Marx. Questo significa solo appoggiare nel modo più superficiale un’opinione errata. Ciò che diede al Marxismo un sorprendente potere sulle ampie masse, non fu il valore formale, scritto, di idee giudaiche, ma la prodigiosa propaganda verbale che col volgere degli anni s’impadronì della larga massa. In media, di centomila operai tedeschi nemmeno cento conoscono quel libro, che fu mille volte più studiato da intellettuali e soprattutto da ebrei che da veri seguaci di quel movimento provenienti dagli strati inferiori.

Del resto, il «Capitale» non fu scritto per le ampie masse, ma solo per la direzione intellettuale della macchina giudaica per la conquista del mondo; macchina che in seguito fu riscaldata con tutt’altra materia: con la stampa. Perché questo è ciò che distingue la stampa marxista dalla borghese: la stampa marxista è scritta da agitatori, quella borghese vorrebbe ottenere l’agitazione per mezzo di scribacchini. Il redattore socialdemocratico, che quasi sempre arriva in redazione dal locale delle adunanze, conosce alla perfezione i suoi polli Lo scribacchino borghese invece, che esce dal suo gabinetto di lavoro per presentarsi alla massa, s’ammala già per le esalazioni della folla e la parola scritta non gli serve a niente.

Ciò che guadagnò al Marxismo milioni di lavoratori non è tanto lo stile dei padri della chiesa marxista quanto l’instancabile e veramente formidabile lavoro di propaganda di decine di migliaia di

instancabili agitatori, a cominciare dal grande apostolo aizzatore, fino al piccolo funzionario di Sindacato e all’uomo di fiducia e all’oratore di comizio. Inoltre, le centinaia di migliaia d’adunanze, dove questi oratori popolari, saliti sul tavolo di fumosi locali di osterie, martellarono le loro idee sulle masse, diedero loro una favolosa conoscenza del materiale umano, e così si trovarono in grado di scegliere le migliori armi per assaltare la rocca della pubblica opinione. E giovarono pure al socialismo le gigantesche dimostrazioni di masse, quei cortei di centomila uomini che infusero nel piccolo uomo miserabile la convinzione di essere bensì un piccolo verme ma in pari tempo un membro d’un grosso drago, sotto il cui fiato ardente l’odiato mondo borghese andrebbe un giorno in fuoco e fiamme e la dittatura proletaria celebrerebbe la definitiva vittoria.

Da una simile propaganda uscirono uomini disposti e preparati a leggere una stampa socialdemocratica: una stampa che, alla sua volta, non è scritta ma parlata. Perché, mentre, nel campo borghese, professori e dotti, teorici e scrittori d’ogni genere talvolta tentarono anche di parlare, nel Marxismo invece gli oratori tentano anche, molte volte, di scrivere. E precisamente l’ebreo, che qui si presenta più spesso, in generale e in grazia della sua bugiarda abilità e flessibilità dialettica possiede, anche come scrittore, piuttosto la figura di un oratore rivoluzionario che quella di un uomo che scrive.

Per questo motivo il mondo giornalistico borghese (astraendo dal fatto che anch’esso è in gran parte ebraicizzato e quindi non ha interesse a dare giusti ammaestramenti alla larga massa) non può esercitare la minima influenza sullo stato d’animo dei più larghi strati del nostro popolo.

E’ difficile eliminare pregiudizi sentimentali, stati d’animo, mentalità e sostituirli con altri; il successo dipende da condizioni e influenze imponderabili: l’oratore di sensi delicati può misurare tutto ciò da questo, che perfino l’ora del giorno in cui la conferenza ha luogo esercita influenza decisiva sul risultato di questa. La stessa conferenza, lo stesso oratore, il medesimo soggetto hanno effetti diversissimi alle dieci antimeridiane, alle tre del pomeriggio, e di sera. Anch’io, quando cominciavo, fissai conferenze per le ore antimeridiane; ricordo, in particolare, una manifestazione che tenemmo, nelle cantine Kindl di Monaco, come protesta contro «l’oppressione di territori tedeschi». Era quella, allora, la sala più vasta di Monaco, e l’audacia parve grande. Per agevolare la venuta ai partigiani del movimento e a tutti quelli che volevano presentarsi, io fissai l’adunata per le dieci del mattino d’una domenica. Il risultato fu mortificante, ma anche molto istruttivo: la sala fu colma, l’impressione profonda, ma lo stato d’animo fu gelido: nessuno si scaldò, ed io stesso, come oratore, mi sentii profondamente infelice di non aver potuto prendere contatto con gli uditori. Credo di non aver mai parlato peggio d’allora: ma l’effetto apparve nullo. Del tutto insoddisfatto, sebbene più ricco di un’esperienza, uscii dalla sala. Più tardi rifeci esperimenti di questo genere, ma sempre con eguale risultato.

Di ciò nessuno deve meravigliarsi Si vada a teatro e si assista ad una commedia alle tre del pomeriggio o alle otto di sera, e si resterà stupefatti della diversità dell’impressione e dell’effetto. Un uomo di sentimenti delicati, capace di spiegarsi questo diverso stato d’animo, constaterà che lo spettacolo fa minor impressione di giorno che di sera. E ciò vale anche per una rappresentazione cinematografica: cosa importante, poiché per il teatro si potrebbe dire che di giorno l’attore non si da tanta fatica quanta di sera, mentre il film è sempre il medesimo, tanto nel pomeriggio quanto alle nove di sera. No, qui è il tempo, l’ora, che esercita un determinato effetto, come su me lo esercita lo spazio, il locale. Certi locali lasciano freddi per motivi difficili da riconoscere, che non permettono di creare un ambiente favorevole. Inoltre, certi ricordi o idee tradizionali, presenti nell’uomo, possono influire sull’impressione prodotta. Così, una rappresentazione di Parsifal avrà in Bayreuth effetto diverso che in ogni altro luogo del mondo. Il misterioso incanto del teatro sul «colle della festa» nella vecchia città del Margravio non può essere eguagliato o sostituito da altro. In tutti questi casi si tratta di influire sulla libertà del volere umano: ciò vale soprattutto per le assemblee dove si trovano uomini di opposte volontà, che debbono essere convinti ad una volontà nuova. La mattina o durante la giornata, pare che le energie della volontà umana si ribellino con estrema forza ad ogni tentativo d’imposizione della volontà o dell’opinione altrui: di sera invece soccombono con facilità al dominio d’una volontà più forte. Perché, in realtà, ognuna di queste assemblee costituisce un duello fra due opposte forze. L’arte oratoria d’un temperamento di apostolo e di dominatore riuscirà meglio a convertire alla nuova volontà uomini che abbiano già subito, in modo naturale, un indebolimento della loro forza di resistenza che uomini ancora nel pieno possesso delle loro energie volitive e intellettuali.

A questo fine serve pure l’artificiale e misteriosa penombra delle chiese cattoliche, i ceri ardenti, l’incenso, il turibolo, ecc.

Nella lotta fra l’oratore e l’avversario da convertire, l’oratore acquisterà per gradi quella mirabile sensibilità delle condizioni psicologiche della propaganda che mancano quasi sempre a chi scrive.

Lo scritto, in generale, per il suo limitato effetto serve piuttosto a conservare, rafforzare e approfondire una mentalità già esistente, un’opinione già in atto. Tutti i rivolgimenti storici realmente grandi non furono prodotti dalla parola scritta: furono, tutt’al più, accompagnati da essa. Non si deve credere che la rivoluzione francese avrebbe potuto verificarsi, se non avesse trovato un esercito di aizzatori, guidati da demagoghi di grande stile, i quali sferzarono e attizzarono le passioni del popolo tribolato finché ne seguì quella spaventosa eruzione vulcanica che terrorizzò l’Europa intera. Così pure, la più grande rivoluzione del tempo nostro, quella bolscevica in Russia, non fu dovuta agli scritti di Lenin, ma all’attività oratoria predicatrice di odio, di innumerevoli grandi e piccoli apostoli provocatori.

La massa di analfabeti russi non fu entusiasmata alla rivoluzione comunista dalla lettura delle teorie di Carlo Marx, ma dalle promesse di felicità fatte al popolo da migliaia di agitatori al servizio di un’idea.

Fu sempre così, e sempre così sarà.

E’ degno dei nostri impenitenti intellettuali, gente che sta fuori del mondo, il credere che lo scrittore debba, per forza, avere più spirito che l’oratore. Questo modo di vedere è ottimamente illustrato da una critica del già citato giornale nazionale, il quale constata che spesso si prova una grande delusione nel leggere stampato il discorso d’un grande oratore. Ciò mi rammenta un’altra critica che mi venne fra le mani durante la guerra. Essa faceva un minuto esame dei discorsi di Lloyd George, allora ministro delle munizioni, e giungeva alla spiritosa constatazione che quei discorsi avevano poco valore intellettuale e scientifico, e che in genere il loro contenuto era banale e comune. Ebbi allora fra le mani, in forma d’un opuscolo, alcuni di quei discorsi, e dovetti ridere del fatto che un normale scribacchino tedesco non possedesse nessuna comprensione di quei capolavori psicologici dell’arte d’influire sulle masse. Questo scribacchino giudicava quei discorsi soltanto dall’impressione che producevano sulla sua indifferenza, mentre il grande demagogo inglese aveva mirato unicamente a produrre un grande effetto sulla massa dei suoi ascoltatori e su tutto il popolo inglese dei bassi strati. Considerati da questo punto di vista, i discorsi di quell’Inglese erano ammirabili, perché testimoniavano d’una sorprendente conoscenza dell’anima dei vasti ceti popolari.

E in realtà ebbero un effetto straordinario.

Si confronti con essi il vano balbettio di un Bethmann-Hollweg. In apparenza, i discorsi di quest’ultimo erano più ricchi di spirito, ma in realtà rivelavano l’incapacità di Bethmann-Hollweg di parlare al suo popolo, che non conosceva. E tuttavia il cervello da passerotto d’uno scrittore tedesco dotato, naturalmente, d’alta cultura scientifica, apprezza il valore spirituale del ministro inglese dall’impressione che un discorso mirante ad influire sulla massa lascia sull’animo suo fossilizzato nella scienza pura, e lo paragona a quello d’uno statista tedesco le cui vuote chiacchiere brillanti trovano in lui un terreno propizio. Lloyd George è non solo pari ma mille volte superiore in genialità ad un Bethmann-Hollweg, come è provato anche da questo, che i suoi discorsi gli schiudevano il cuore del suo popolo e che finirono col far sì che quel popolo servisse la sua volontà.

Appunto nella semplicità del suo linguaggio, nell’originalità delle sue espressioni, nell’impiego di esempi chiari, facili da comprendere, consiste la prova della superiore capacità politica di quell’Inglese. Perché non si deve giudicare il discorso d’un uomo di Stato al suo popolo dall’impressione che esso produce su un professore d’Università, ma dall’effetto che esercita sul popolo. E questo soltanto dà il criterio della genialità dell’oratore.

Lo stupefacente sviluppo del nostro movimento, che solo pochi anni fa venne creato dal nulla ed oggi è già ritenuto degno d’essere aspramente perseguitato da tutti i nemici interni ed esterni della nostra nazione, è dovuto al costante riconoscimento e alla applicazione di queste nozioni.

Per il nostro movimento, gli scritti hanno importanza, ma, nella situazione odierna, servono piuttosto a dare un’educazione eguale ed uniforme ai dirigenti alti e bassi che a convenire masse avversarie. E’ raro il caso che un socialdemocratico convinto o un comunista fanatico s’induca a comprare un opuscolo o un libro nazionalsocialista, a leggerlo, a formarsi con esso un’opinione della nostra concezione del mondo o a studiare la critica della sua. Perfino i giornali non appartenenti al partito sono letti di rado. Del resto, le letture gioverebbero poco: perché l’immagine complessiva d’un solo numero di giornale è così confusa e produce un’impressione così frammentaria che non influisce affatto sul lettore occasionale. E di uomini costretti a dare importanza anche al semplice soldo non si può supporre che, solo per desiderio di essere obiettivamente illuminati, si abbonino ad un giornale avversario. Solo uno fra diecimila farà questo. Solo chi è già acquisito ad un movimento leggerà in modo costante l’organo del partito, soprattutto per tenersi al corrente del movimento stesso.

Ben altrimenti avviene col foglio volante «parlato». Soprattutto se è distribuito gratis, esso sarà preso in mano da questo e da quello, tanto più volentieri se nella soprascritta viene trattato con figure un tema di cui tutti s’interessano. Forse il lettore, dopo aver dato al foglio un’occhiata più o meno rapida, si troverà condotto ad un nuovo punto di vista, a nuove opinioni, e la sua attenzione sarà richiamata su un nuovo movimento. Ma con questo, anche nei casi migliori, vien dato solo un lieve impulso, non si crea però mai un fatto compiuto. Perché il foglio volante non può altro che attirare l’attenzione su una cosa, e può solo fare effetto se è seguito da informazioni e insegnamenti fondamentali forniti al suo lettore. E il fornirli è e resta, compito dell’assemblea di masse.

L’assemblea di masse è necessaria già per questo, che in essa il singolo, che dapprima, essendo soltanto sulla via di diventare un seguace del giovane movimento, si sente isolato e colto dalla paura d’essere solo, vede per la prima volta lo spettacolo d’una grande comunità, e ne resta incoraggiato e inforzato. Un uomo, inquadrato in una compagnia o in un battaglione, circondato dai

suoi camerati, si slancerà più volentieri all’assalto che se si trovasse solo. Nello stuolo, si sente alquanto nascosto, quand’anche vi fossero mille argomenti per credere l’opposto.

Le manifestazioni di massa non solo rafforzano il singolo ma lo avvincono e contribuiscono a creare lo spirito di corpo. L’uomo che, quale primo rappresentante d’una nuova dottrina, è esposto, nella sua azienda o nella sua officina, a gravi imbarazzi, ha bisogno di essere rafforzato dalla convinzione di essere membro e campione di una vasta comunità. E solo un manifestazione di massa può dargli l’impressione dell’esistenza di questa comunità. Se egli, uscendo dalla piccola azienda o dal grande stabilimento dove si sente così piccino, entra per la prima volta in un’assemblea di massa e vede attorno a sé migliaia e migliaia di persone pensanti come lui, se è travolto dal suggestivo entusiasmo di altri tre o quattro mila uomini quando ancora cerca la sua strada, se l’evidente successo e il consenso di migliaia di individui gli confermano che la nuova dottrina è giusta e gl’insinuano il dubbio sulle opinioni finora professate, — allora egli stesso soggiace al fascino di quella che noi chiamiamo «suggestione della massa». La volontà, il desiderio ed anche la forza di migliaia si accumulano in ogni singolo. L’uomo che è entrato, esitante e dubbioso, nel comizio, ne esce convertito: è diventato membro di una comunità.

Il movimento nazionalsocialista non deve mai dimenticare questo e non deve mai lasciarsi influenzare da quei merlotti borghesi che sanno tutto ma tuttavia hanno rovinato un grande Stato e la loro propria esistenza e il dominio della loro classe. Sì, essi sono pieni di abilità, tutto possono e tutto comprendono: una sola cosa non hanno mai compresa, il modo d’impedire che il popolo tedesco cadesse nelle braccia del Marxismo. In ciò hanno fatto un pietoso fallimento, e la loro presunzione è pari soltanto alla loro stupidità. Costoro non attribuiscono valore alla parola parlata solo per questo che, grazie a Dio, si sono convinti che le loro chiacchiere restano completamente prive d’effetto.

CAPITOLO VII

LA LOTTA CONTRO IL FRONTE ROSSO

Nel 1919, 1920 e 1921 ho assistito ad assemblee cosiddette borghesi. Fecero sempre su me l’impressione che mi faceva da ragazzo l’olio di fegato di merluzzo, che ero costretto a prendere. Bisognava prenderlo, farà molto bene, ma ha un sapore orribile. Se il popolo tedesco fosse legato con corde e trascinato a forza in queste «manifestazioni» borghesi; se sino alla fine di ogni rappresentazione le porte fossero chiuse e nessuno fosse lasciato uscire, quelle manifestazioni potrebbero forse, entro qualche secolo, condurre al successo. Quanto a me, debbo confessare schiettamente che in tal caso non mi rallegrerei più della vita e non vorrei più essere un Tedesco.

Ma poiché ciò, grazie a Dio, non può capitare, non è da stupirsi se la parte sana e incorrotta del popolo evita le «adunanze di massa borghesi» come il diavolo evita l’acqua santa.

Io li ho conosciuti, i profeti della concezione del mondo borghese, e, lungi da meravigliarmi, comprendo la ragione per cui essi non concedono nessun valore alla parola parlata. Frequentai allora comizi di democratici, di nazional tedeschi, di membri del partito popolare, ed anche di appartenenti al Centro bavarese. Ciò che subito colpiva era l’omogeneità, la compattezza degli uditori. A simili manifestazioni partecipavano quasi solo iscritti al partito. Non c’era disciplina, e in complesso ciò somigliava piuttosto ad un club di sbadiglianti giocatori di carte che all’assemblea d’un popolo che da poco aveva fatto la sua più grande rivoluzione. E i relatori facevano il possibile per conservare queste pacifiche disposizioni. Pronunziavano, anzi, per lo più leggevano discorsi nello stile d’un brillante articolo di giornale o d’una dissertazione scientifica, evitavano le parole forti e inserivano qua e là un professorale motto di spirito, del quale l’onorevole tavolo della presidenza, com’era suo dovere, rideva, non forte ma in quel tono sommesso che è segno di distinzione.

Ah, quel tavolo della presidenza!

Assistetti un giorno ad un’assemblea nella sala Wagner di Monaco: in occasione dell’anniversario della battaglia di Lipsia. Il discorso commemorativo era proferito o letto da un degno vecchio signore, professore d’Università. Sul palco sedeva la presidenza. A sinistra un monocolo, a destra un monocolo, e, in mezzo, un tale senza monocolo. Tutti e tre in frak, cosicché si aveva l’impressione o di un tribunale in attesa d’un’esecuzione capitale o di battesimo solenne: in ogni caso, di una cerimonia religiosa. Il cosiddetto discorso fece un effetto spaventevole. Già dopo tre quarti d’ora l’intera assemblea si trovava in stato ipnotico, solo interrotto dalla furtiva uscita di qualcuno piccolo piccolo, dallo strepito delle chellerine e dagli sbadigli di sempre più numerosi uditori. Tre operai che per curiosità o per incarico ricevuto si trovavano presenti, e dietro i quali mi trovavo io, si guardavano di quando in quando con mal represso sogghigno e, dopo essersi urtati col gomito, senza far rumore uscirono dalla sala. Si vedeva che non volevano disturbare. Infine, l’adunanza volse al termine. Dopo che il professore, la cui voce nel frattempo era diventata sempre più rauca, ebbe finito il suo discorso, si alzò il presidente dell’assemblea, che sedeva fra i due portatori di monocoli, e disse ai «fratelli e sorelle tedesche presenti che egli era riconoscentissimo, e che tutti dovevano essere riconoscentissimi, all’illustre professore X della magnifica conferenza da lui tenuta». Soggiunse che la conferenza aveva entusiasmato, commosso e procurato un profondo godimento, che aveva costituito un «intimo avvenimento», anzi «un’azione». Sarebbe stato un profanare quell’ora sacra il far seguire una discussione ad un discorso tanto chiaro; egli era quindi certo d’interpretare il pensiero di tutti i presenti rinunziando alla discussione e invitando i convenuti ad alzarsi e a gridare unanimi: «noi siamo un solo popolo di fratelli». E per concludere intonò l’inno tedesco.

È tutti cantarono con lui, e a me parve che già alla seconda strofa le voci fossero meno numerose, e alla terza questa mia impressione si rafforzò, cosicché credetti che non tutti conoscessero bene il testo. Ma che importa questo, quando quell’inno sale al cielo da fervide anime nazional-tedesche?

Poi l’assembea si sciolse, ossia ognuno s’affrettò alla birreria o al caffè o all’aria aperta.

Sì, all’aria aperta e fresca, fuori, fuori di là. Anch’io non desideravo altro. E questa era la glorificazione dell’eroica battaglia combattuta da centinaia di migliaia di Prussiani e di Tedeschi?

Quale onta! Ohibò, ohibò!

Certo, al governo queste cose piacciono: queste assemblee sono «pacifiche». E il nostro non ha da temere nulla per la calma e per l’ordine pubblico, può essere certo che le onde dell’entusiasmo non strariperanno fuori dei limiti della decenza borghese, e che gli uditori, nel fervore dell’ebbrezza, non si precipiteranno dalla sala per marciare, allineati per quattro, nelle vie della città cantando «Onore alla Germania!», apprestando noie ad una polizia bisognosa di tranquillità, invece di recarsi al caffè o alla birreria.

Di cittadini come questi si può essere soddisfatti.

***

Invece, le adunanze nazional-socialiste non erano affatto «pacifiche». Là si urtavano le onde di due concezioni opposte, e le assemblee non si chiudevano col canto d’un inno patriottico ma col fanatico scoppio di passione nazionale.

Fin dall’inizio fu necessario introdurre nelle nostre adunanze una cieca disciplina e assicurare l’autorità dei dirigenti le assemblee. Perché ciò che noi dicevamo non erano le fiacche ciance d’un «relatore» borghese: erano cose appropriate, per la forma e per il contenuto, ad incitare l’avversario alla replica. E di avversari ce n’erano nelle nostre adunanze! Spesso, entravano in fitti gruppi, e c’erano fra loro dei provocatori e su tutti i volti si rispecchiava la convinzione: oggi la faremo finita con voi!

Talora furono condotti in grosse colonne, i nostri amici della bandiera rossa, col compito assegnato di disperdere la canaglia nazional-socialista e di metter fine a tutta quella storia. E solo la spregiudicata energia dei dirigenti la nostra adunanza e il brutale intervento dei nostri agenti dell’ordine riuscivano a rendere vani i propositi dell’avversario.

Gli avversari, del resto, avevano ogni ragione di essere irritati.

Il colore rosso dei nostri manifesti li attraeva nelle sale dei nostri comizi. La borghesia era atterrita del fatto che anche noi impiegavamo il rosso dei bolscevichi, e vedeva in ciò un gesto molto dubbio. I nazional-tedeschi si sussurravano a vicenda il sospetto che noi, in fondo, non fossimo altro che una varietà del Marxismo, e forse solo marxisti o, meglio, socialisti travestiti. Perché finora quelle teste fini non hanno capito la differenza tra marxismo e socialismo. Quando poi si scoprì che noi nei nostri comizi non chiamavamo i convenuti «signori e signore» ma solo «compatrioti!» e, fra noi, parlavamo solo di compagni di partito, a molti dei nostri avversali sembrò dimostrato lo spettro marxista. Spesso ci torcemmo dal ridere per queste ingenue angosce borghesi, per queste brillanti speculazioni sulla nostra origine, sulle nostre intenzioni e sulla nostra meta.

Abbiamo, dopo attenta e profonda riflessione, scelto per i nostri affissi il color rosso, per incitare a furore i partiti di sinistra, per indurre i loro seguaci a venire alle nostre adunanze, magari solo con lo scopo di sabotarle: così ci procuravamo il modo di parlare con quella gente!

E’ interessante mettere in chiaro l’importanza, la confusione di cui diedero prova in quegli anni i nostri avversari con la loro tattica sempre ondeggiante. Dapprima imposero ai loro seguaci di non occuparsi di noi e di evitare i nostri comizi: e, in generale, furono obbediti. Ma poiché, col volger del tempo, alcuni di essi venivano, e il loro numero andava sempre crescendo, e divenne evidente l’impressione prodotta dalla nostra dottrina, i capi avversari a poco a poco divennero nervosi e inquieti, e si convinsero che non si poteva stare in eterno a guardare il nostro movimento, ma conveniva mettergli temine col terrore.

E allora vennero gli inviti ai «proletari evoluti e coscienti» di recarsi in massa ai nostri comizi, onde colpire, coi pugni del proletario, la «canaglia monarchica e reazionaria» nelle persone dei suoi rappresentanti.

E le nostre adunanze, già tre quarti d’ora prima dell’apertura, erano colme di operai.

Somigliavano ad un barile di polvere che ad ogni istante potesse saltare in aria e che fosse già munito d’una miccia accesa. Ma le cose andavano sempre in altro modo. Gli operai entravano come nostri nemici e uscivano, se non ancora come nostri seguaci, almeno come critici e dubbiosi della giustezza della loro dottrina. A poco a poco avvenne che, quando io avevo parlato per tre ore, amici ed avversari si fondevano in una sola massa entusiasta. E allora non c’era più possibilità di sabotaggio.

I capi marxisti cominciarono a prender paura, e si volsero di nuovo a coloro che prima s’erano manifestati contrari a questa tattica e che ora, con qualche apparenza di ragione, si richiamavano alla loro opinione, doversi evitare del tutto agli operai la assistenza ai nostri comizi.

Gli operai non vennero più o vennero pochi. Ma dopo breve tempo il gioco ricominciò. Il divieto non fu osservato, i compagni vennero sempre più numerosi, e in ultimo vinsero i partigiani della tattica radicale. Bisognava farci saltare in aria.

Quando, dopo due, tre, e spesso otto o dieci adunanze risultò chiaro che era più facile parlare di farci saltare in aria che passare all’atto, e ad ogni nostra adunanza seguiva uno sbriciolamento delle truppe avversarie, si tornò ad un tratto alla vecchia parola d’ordine «Proletari, compagni e compagne! Evitate i comizi dei provocatori nazional-socialisti!»

Del resto, questa ondeggiante tattica fu adottata anche dalla stampa rossa. Ora si fece il silenzio di morte su noi, ma tosto ci si convinse dell’inutilità di questo tentativo e si ricorse al mezzo opposto. Ogni giorno fu fatta in qualche modo «menzione» di noi, per lo più onde spiegare agli operai il ridicolo della nostra stessa esistenza. Ma dopo qualche tempo quei signori dovettero sentire che ciò non ci recava danno, anzi ci giovava nel senso che molti dovettero chiedersi per qual ragione si dedicassero tante parole ad un fenomeno, se questo era così ridicolo. La gente divenne curiosa. Allora sventolarono il bandierone e ci denunziarono come delinquenti, nemici del genere umano. In numerosi articoli la nostra criminalità fu spiegata e sempre di nuovo dimostrata: e s’inventarono da cima a fondo storie scandalose contro di noi. Dopo breve tempo, restarono persuasi della inefficacia di questi attacchi, che, in fondo, non servirono ad altro che a concentrare su noi l’attenzione generale.

Allora io mi collocai su questo punto di vista: poco importa che ridano di noi o ci coprano d’ingiurie, che ci chiamino pagliacci o malfattori: l’essenziale è che ci menzionino, che si occupino di noi, e che noi appariamo agli occhi degli stessi operai come l’unica potenza con la quale a suo tempo avrà luogo una spiegazione. Un bel giorno, mostreremo alla canea della stampa giudaica chi siamo e che cosa vogliamo.

Certo, se allora non ebbero luogo sabotaggi diretti dei nostri comizi, ciò fu in parte dovuto all’incredibile viltà dei dirigenti dei nostri avversari. Nei casi critici mandavano avanti gli umili e gli oscuri, mentre essi aspettavano, fuori della sala, il risultato del sabotaggio.

Noi eravamo, quasi sempre, assai bene informati delle intenzioni di quei signori. Non solo perché, per ragioni d’opportunità, ponemmo molti dei nostri compagni entro le formazioni rosse, ma perché gli stessi dirigenti dei rossi erano colti da una loquacità, per noi molto utile, che, purtroppo, è assai frequente nel popolo tedesco. Quando avevano covato qualche progetto, non potevano stare zitti, e per lo più si ponevano a cantare prima ancora d’aver fatto l’uovo. Così noi facemmo spesso i più ampi preparativi senza che i capi rossi avessero il minimo sospetto della loro imminente cacciata. Dovemmo, a quell’epoca, assumerci noi stessi la protezione delle nostre adunanze, perché non potevamo contare su quella delle autorità. Anzi, l’esperienza ci mostrò che la polizia era sempre dalla parte dei disturbatori. Tutt’al più, l’intervento della polizia si riduceva allo scioglimento dell’adunanza. E questo era l’unico scopo e l’intenzione degli avversari disturbatori.

In genere, la polizia svolse una pratica che è quanto di più mostruoso e antigiuridico si possa immaginare. Quando, grazie a certe minacce, l’autorità veniva a sapere che c’era pericolo che un comizio fosse disturbato, essa non arrestava gli autori delle minacce, ma proibiva l’adunanza agli altri, agli innocenti. Nel far ciò la polizia crede di dar prova di gran giudizio: e lo chiama «misura preventiva per impedire una trasgressione della legge».

Quindi, è sempre in facoltà d’un bandito rendere impossibile ad un galantuomo la sua attività politica. Nel nome della tranquillità e dell’ordine, l’autorità statale s’inchina al bandito e invita l’altro a non provocarlo. Quando i nazional-socialisti vollero, in certi luoghi, tenere comizi e i Sindacati dichiararono che i loro membri si sarebbero opposti, la polizia non prese pel collo quei bricconi e non li ficcò in carcere, ma proibì a noi i comizi. Sì, gli organi della legge ebbero perfino la spudoratezza di comunicarci per iscritto, numerose volte, il divieto.

Se volevamo guardarci da simili eventualità, dovevamo provvedere perché ogni tentativo di disturbo fosse soffocato in germe.

E si dovette pure tener conto di questo: ogni comizio che è protetto esclusivamente dalla polizia, scredita agli occhi della massa coloro che lo organizzarono. I comizi il cui svolgimento è garantito solo da un grande spiegamento di forze poliziesche non convertono nessuno, perché la premessa della conquista degli strati inferiori d’un popolo è sempre una forza visibile e presente.

Come un uomo coraggioso conquisterà più facilmente di un vile il cuore delle donne, così un movimento eroico si guadagna il cuore d’un popolo meglio che un movimento vile, tenuto vivo soltanto dalla protezione della polizia.

Soprattutto per quest’ultimo motivo il giovane partito dovette provvedere ad assicurare da sé la propria esistenza, a proteggersi da sé, ad infrangere da sé il terrore avversario.

La protezione delle assemblee fu fondata su una direzione energica e psicologicamente giusta delle adunanze stesse, e su una truppa d’ordine organizzata.

Quando noi nazional-socialisti tenevamo allora un comizio, noi e non altri ne eravamo i padroni. E senza interruzione, ad ogni istante, accentuavamo quel nostro diritto di padroni. I nostri avversari sapevano con certezza che i provocatori sarebbero stati espulsi senza riguardi, quand’anche noi fossimo stati soltanto una dozzina fra cinquecento. Nelle adunate d’allora, soprattutto fuori di Monaco, per 15 o 16 nazional-socialisti c’erano 500 o 600 avversari. Tuttavia noi non avremmo tollerata nessuna provocazione, e i convenuti sapevano benissimo che noi avremmo preferito lasciarci ammazzare che capitolare. Più d’una volta un manipolo di compagni nostri sostenne vittoriosamente l’assalto di una chiassosa e brutale preponderanza rossa.

Certo, in questi casi i quindici o sedici nazional-socialisti avrebbero finito con l’essere sopraffatti. Ma gli altri sapevano che, prima che questo capitasse, un numero doppio o triplo dei loro avrebbe avuta la testa rotta, — e questo era un rischio che non correvano volentieri.

Abbiamo cercato d’imparare, e abbiamo imparato, dallo studio della tecnica delle adunanze marxiste e borghesi.

I Marxisti ebbero sempre una disciplina cieca, cosicché non poteva sorgere, almeno nella borghesia, l’idea di far saltare un comizio marxista. Invece, i rossi si proposero sempre più di sabotare i comizi borghesi. A poco a poco acquistarono in questo campo una certa virtuosità, e giunsero fino al punto di designare, in certi territori del Reich, un comizio non marxista come una provocazione contro il proletariato. E ciò soprattutto quando i dirigenti fiutavano che nell’adunanza si sarebbe sfogliato il registro dei loro peccati e svelata l’abbiezione della loro opera intesa a mentire al popolo e ad ingannarlo. Non appena uno di tali comizi veniva annunziato, la stampa rossa levava furiose grida; questa gente che per principio disprezza la legge non di rado si rivolgeva alle autorità con minacce e con l’insistente preghiera di proibire tosto «quella provocazione contro il proletariato, onde evitare il peggio». Essi sceglievano il loro linguaggio a seconda della buaggine dei funzionari e ottenevano successo. Ma se, per eccezione, si trovava a quel posto un vero funzionario tedesco, e non un fantoccio e respingeva la svergognata pretesa, seguiva il ben noto invito a non tollerare una simile «provocazione del proletariato «e a partecipare in massa al comizio onde « mettere a posto, col calloso pugno del proletario, le creature della borghesia». E bisogna aver assistito ad uno di questi comizi borghesi, bisogna aver visto le sue presidenze in tutta l’angoscia di cui davano segno! Spesso, in conseguenza delle minacce marxiste si rinunziava senz’altro a tenere l’adunanza. Ma la paura era sempre tale che invece di cominciare alle otto si cominciava verso le nove: il presidente si sforzava di far credere, con molti complimenti, ai «signori dell’opposizione» presenti al comizio che egli e tutti erano ben lieti (pura menzogna!) dell’intervento di persone che non militavano nelle loro file, perché solo reciproche spiegazioni potevano avvicinare le opposte tendenze, destare la comprensione reciproca e gettare un ponte fra gli avversari. E coglieva l’occasione per assicurare che non era intenzione dei promotori del comizio distogliere nessuno dalle opinioni finora professate. No! Ognuno era padrone di andare in Paradiso a modo suo, ma doveva lasciare la stessa facoltà agli altri: perciò pregava che si permettesse al relatore di arrivare al termine delle sue dichiarazioni, molto brevi, e che non si desse al mondo lo spettacolo di lotte fraterne tra i Tedeschi…

Certo, per lo più la parte sinistra del «popolo di fratelli» non si curava di queste parole: il relatore, ancor prima d’aver cominciato, doveva smettere fra le più furiose insolenze: spesso si riportava l’impressione che egli fosse grato al destino dell’abbreviamento della torturante procedura.

I toreador delle assemblee borghesi lasciavano fra un chiasso enorme l’arena, a meno che, come avvenne più d’una volta, non ruzzolassero dalle scale con la testa rotta.

Così fu cosa nuova per i marxisti quando noi nazionalsocialisti tenemmo le nostre prime adunanze, e soprattutto il modo in cui le tenemmo. Essi vennero con la persuasione di poter ripetere il giochetto tante volte riuscito. «Oggi la facciamo finita!». Più d’uno, entrando nei locali dei nostri comizi, gridò orgoglioso questa frase ai suoi compagni, per poi, ancor prima di arrivare alla seconda interruzione, trovarsi, con la rapidità del lampo, in mezzo alla strada!

Presso di noi, già la direzione dell’assemblea era tutta diversa. Non supplicavamo i presenti d’aver la bontà di ascoltare la nostra conferenza, non assicuravamo a priori piena libertà di contraddittorio, ma stabilivamo senz’altro che padroni dell’assemblea eravamo noi, che quindi eravamo in casa nostra, e che chiunque osasse anche solo lanciare un’interruzione sarebbe rimandato al posto donde era venuto! Soggiungevamo che per gli interruttori non assumevamo responsabilità; se fosse rimasto tempo e a noi fosse piaciuto, avremmo permesso una discussione, in caso diverso, no. E davamo la parola al compagno di partito Tal dei Tali.

Gli avversari restavano stupiti già di questo.

Inoltre, disponevamo di «custodi della sala» rigidamente organizzati. Nei partiti borghesi, di solito, questo «servizio d’ordine» era composto di signori che credevano che la loro venerabile età conferisse loro un certo diritto all’autorità e al rispetto. Ma poiché le masse aizzate dai marxisti s’infischiavano dell’età, dell’autorità e del rispetto, questa guardia borghese, in pratica, era inesistente.

Fin dal principio della nostra attività di conferenzieri introdussi l’organizzazione d’una guardia della sala in forma di un servizio d’ordine composto soprattutto di giovani. Erano in parte camerati a me noti fin dal servizio militare, in parte giovani compagni di partito di recente acquisto, ai quali fin dai primi giorni veniva insegnato che il terrore si può solo spezzare col terrore, che in questo mondo il successo spetta a chi ha coraggio e decisione; che noi combattevamo per una formidabile idea, così grande e sublime da meritare di essere difesa e protetta con l’ultima goccia di sangue. E s’insegnava pure loro che, quando la ragione tace e tocca alla violenza la decisione suprema, la miglior difesa consiste nell’assalto; e che la nostra truppa d’ordine doveva essere preceduta dalla riputazione di formare non un club da discussioni ma una comunità battagliera pronta a tutto.

Quella gioventù anelava ad una simile parola d’ordine. La nostra generazione, che ha fatto la guerra, è delusa e indignata, piena di nausea e d’orrore per l’ignavia borghese. E a molti fu chiaro che la rivoluzione era stata resa possibile soltanto dalla disastrosa direzione borghese del nostro popolo. Anche allora esistevano pugni capaci di proteggere il popolo tedesco, ma erano mancate le teste per adoperarli. Io vedevo lampi negli occhi dei miei giovani quando spiegavo loro la necessità della nostra missione, quando li assicuravo che tutta la saggezza del mondo resta inefficace se la forza non si pone al suo servizio per tutelarla e sostenerla, che la Dea della Pace può solo marciare a fianco del Dio della guerra e che ogni grande azione della Pace ha bisogno dell’aiuto e della protezione della forza. L’idea del dovere del servizio militare sorgeva in essi in forma ben più vivente: non nel senso in cui la concepivano vecchie fossili anime burocratiche, cioè quello di servire la morta autorità d’uno Stato morto, ma nel riconoscimento dell’obbligo che incombe all’individuo di assicurare, col dono della propria vita, l’esistenza della nazione, ora e sempre e in ogni luogo.

E i giovani si offrivano per questo compito.

Come uno sciame di calabroni si scagliavano sui disturbatori delle nostre adunanze, senza curarsi della loro preponderanza, senza temere le piaghe né i sacrifici cruenti, tutti pervasi dalla volontà di spianare la via alla sacra missione del nostro movimento.

Già nell’estate 1920 la truppa del servizio d’ordine assunse per gradi una determinata forma, nella primavera 1921 si organizzò in centurie ripartite in gruppi.

E ciò era d’urgente necessità, perché la nostra attività di conferenzieri s’era nel frattempo accresciuta di molto. Ci adunavamo spesso nel salone della Birreria di Corte, a Monaco, e ancor più spesso nei vasti locali della città. La sala della Bürgerbräu e quella della cantina Kindl videro, nell’autunno-inverno 1920 – 21 assemblee di masse sempre più imponenti, e lo spettacolo era sempre il medesimo: Le manifestazioni del partito nazional-sociatista richiamavano tanta folla, che per lo più la polizia doveva impedire l’accesso a parte degli accorsi, perché la sala era subito colma.

***

L’organizzazione delle nostre truppe d’ordine richiese la soluzione d’un problema assai importante. Fino allora, il movimento non possedeva distintivi né bandiere di partito. La mancanza di questi simboli era dannosa per il presente e intollerabile per l’avvenire. Gli svantaggi consistevano anzitutto in questo, che i membri del partito non possedevano un segno esterno permettente di riconoscere la loro comune appartenenza al nostro movimento; e per il futuro non era ammissibile la mancanza d’un distintivo che avesse il carattere d’un simbolo della nostra azione e che, come tale, potesse essere opposto alla Internazionale.

Io, già da giovane, avevo spesso avuto occasione di riconoscere e di comprendere la importanza sentimentale e psicologica di un simile simbolo. Poi, dopo la guerra, assistetti ad una manifestazione marxista di masse, davanti al Castello Reale e al Lustgarten. Un mare di bandiere rosse, di nastri rossi e di fiori rossi davano un aspetto formidabile a quella manifestazione, alla quale presero parte circa centoventi mila persone. Potei io stesso sentire e capire con quanta facilità l’uomo del popolo soggiaccia al fascino suggestivo d’un grandioso spettacolo.

La borghesia, che nella politica di partito non rappresenta nessuna concezione mondiale, per questa ragione non ebbe una bandiera propria. Era composta di «patriotti» e quindi adottava i colori del Reich. Se questi, alla lor volta, avessero rappresentata una determinata concezione, si sarebbe potuto comprendere che i padroni dello Stato ravvisassero nella bandiera statale anche la rappresentante della loro concezione, poiché il simbolo di questa era diventato, per opera loro, bandiera dello Stato e del Reich.

Ma le cose non andarono in questo modo.

Il Reich fu edificato senza concorso della borghesia tedesca e la bandiera fu creata dal grembo della guerra. Quindi fu solo una bandiera di Stato e non valse a significare la missione di propagare una concezione mondiale.

In un solo territorio di lingua tedesca ci fu qualcosa di simile ad una bandiera di partito della borghesia, nell’Austria tedesca. Colà una frazione della borghesia nazionale scelse per la propria bandiera di partito i colori del 1848, nero-rosso-oro, creando così un simbolo che, sebbene privo d’ogni importanza mondiale, ebbe però un carattere rivoluzionario nella politica statale. Allora, i più violenti nemici della bandiera nero-rosso-oro furono (e ancor oggi non lo si deve dimenticare) i socialdemocratici e i cristiano-sociali, ossia i clericali. Essi insultarono e insudiciarono allora quei colori, così come più tardi, nel 1918, trascinarono nel fango la bandiera nero-bianco-rossa. Certo, il nero-rosso-oro dei partiti tedeschi della vecchia Austria era la bandiera dell’anno 1848, cioè di un anno che fu bensì fantastico ma fu rappresentato dalle più leali anime tedesche, sebbene, dietro le quinte, l’ebreo, invisibile, tirasse i fili. Il tradimento della patria e lo spudorato traffico del popolo tedesco e dei beni tedeschi resero questa bandiera così simpatica al Marxismo e al Centro, che oggi la venerano come cosa sacrosanta e difendono i colori un giorno oltraggiati.

Così, in realtà, fino al 1920 nessuna bandiera si oppose al marxismo, nessuna bandiera che, dal punto di vista della concezione del mondo, ne fosse l’assoluto contrapposto. La borghesia tedesca, nei suoi migliori partiti, dopo il 1918 non volle più acconciarsi ad assumere come simbolo proprio la bandiera del Reich, nero-rosso-oro, finalmente scoperta: tuttavia non potè opporre al nuovo sviluppo nessun programma proprio per l’avvenire, o tutt’al più si propose la ricostruzione del Reich tramontato. A questo proposito la bandiera nero-bianco-rossa del vecchio Reich deve la sua resurrezione in qualità di bandiera dei nostri cosiddetti partiti borghesi nazionali.

E’ evidente che il simbolo d’uno stato di cose che, in circostanze poco gloriose e fra fenomeni vergognosi, poté essere sopraffatto dal marxismo, non può servire da segno sotto il quale il marxismo debba essere alla sua volta annientato. Quei vecchi e bei colori erano cari e sacri quando, freschi e giovani, furono messi insieme, e tali debbono restare per ogni buon Tedesco che abbia combattuto sotto di essi e visto tanti immolarsi per essi: ma questa bandiera non può servire da simbolo per una lotta futura.

Io, a differenza dai politicanti borghesi, ho sempre sostenuto nel nostro movimento il punto di vista che per la nazione tedesca è una vera fortuna quella d’aver perduta l’antica bandiera. Non possiamo restare indifferenti a ciò che la repubblica fa sotto la bandiera propria. Ma noi dobbiamo ringraziare di tutto cuore il destino di aver salvaguardato la più gloriosa bandiera di guerra di tutti i tempi dal servire di lenzuolo alla più vergognosa prostituzione. L’odierno Reich, che vende sé e i suoi cittadini, non aveva diritto di adottare l’onorata eroica bandiera nero-bianco-rossa.

Finché dura lo scandalo di novembre, conservi il suo involucro esterno e non rubi quello d’un onesto passato. I nostri politicanti borghesi dovrebbero richiamarsi alla coscienza che chi desidera per questo Stato la bandiera nero-bianco-rossa, commette un furto a danno del nostro passato. La bandiera d’una volta andava bene per il Reich d’una volta, così come, grazie a Dio, la repubblica scelse la bandiera che va bene per lei.

Per questo motivo noi nazional-socialisti non avremmo potuto riconoscere nessun simbolo espressivo della nostra propria attività nell’inalberare la vecchia bandiera. Perché non ci proponiamo di destare dalla morte il vecchio Reich, crollato per i propri errori, ma di fondare uno Stato nuovo. Il movimento che oggi lotta in questo senso col marxismo deve quindi portare nella sua bandiera il simbolo del nuovo Stato.

Fummo allora fortemente occupati dal problema della nuova bandiera, ossia del suo aspetto. Da ogni parte venivano proposte, che rivelavano buone intenzioni ma valevano poco. Perché la nuova bandiera doveva non solo essere il simbolo della nostra lotta ma anche fare un grande effetto negli affissi, nei manifesti ecc. Chi ha molto a che fare con la massa, sa che queste apparenti minuzie hanno grande importanza. Una insegna producente grande impressione può in migliaia di casi dare la prima spinta ad interessarsi ad un movimento.

Per tal motivo dovemmo declinare le proposte, venute da molti lati, di identificare, per mezzo d’una bandiera bianca, il nostro movimento col vecchio Stato, o, meglio, con quei fiacchi partiti la cui unica meta è la ricostruzione d’un regime tramontato. Inoltre, il bianco non è un colore trascinante. E’ adatto a caste associazioni di fanciulle, non a travolgenti movimenti d’un’epoca rivoluzionaria.

Fu pure proposto il nero: conveniva, bensì, al nostro tempo di lutti, ma non conteneva nessuna chiara rappresentazione della volontà del nostro movimento. Ed anche questo colore non è abbastanza trascinante.

Il bianco-azzurro, sebbene di mirabile effetto estetico, non andava, perché erano i colori d’uno Stato particolare tedesco e di una poco apprezzata tendenza politica a grettezze particolariste. Del resto, anche questi colori non contenevano nessuno speciale riferimento al nostro movimento. Lo stesso si poteva dire del bianco-nero.

Al nero-rosso-oro non era il caso di pensare.

E nemmeno al nero-bianco-rosso, per i già citati motivi: almeno, non nel modo in cui quei colori erano disposti finora. Questa associazione di colori è di gran lunga più mirabile d’ogni altra.

E’ l’accordo più radioso che esista.

Io mi mostrai sempre favorevole alla conservazione dei vecchi colori, non solo perché per me, come soldato, sono la cosa più sacra ch’io conosca, ma perché anche nel loro effetto estetico rispondono al mio gusto. Tuttavia dovetti declinare, senza eccezione, le numerose proposte che allora pervennero dal seno del giovane movimento e che quasi tutte inserivano la croce uncinata nella vecchia bandiera. Io stesso, nella mia qualità di capo, non volli rendere subito nota la mia proposta personale, essendo possibile che qualche altro ne presentasse una altrettanto buona o migliore. Difatti, un dentista di Starnberg mandò un abbozzo niente affatto cattivo, abbastanza simile al mio, ma che aveva un difetto: la croce uncinata aveva l’uncino ricurvo ed era incastrata in un disco bianco.

Dopo innumerevoli assaggi, compilai la forma definitiva: una bandiera di panno rosso con un disco bianco, nel cui mezzo stava una nera croce uncinata. Dopo lunghi tentativi trovai pure un determinato rapporto fra la grandezza della bandiera e quella del disco bianco, e così pure tra la forma e l’intensità della croce uncinata dipinta.

Ed al mio progetto ci attenemmo.

Mi furono proposti tosto bracciali per le squadre d’ordine, una fascia rossa sulla quale si trova pure il disco bianco con la croce uncinata nera. E nello stesso senso fu abbozzato il distintivo: un disco bianco in campo rosso, e nel mezzo la croce uncinata. Un orefice di Monaco, Füss, fornì il primo abbozzo utilizzabile, che fu adottato.

Nell’estate 1920 la nuova bandiera si presentò la prima volta al pubblico. Andava ottimamente per il nostro giovane movimento: era nuova e fresca come quello! Nessuno, prima, l’aveva vista: e fece l’effetto d’una fiaccola accesa. Noi tutti provammo una gioia quasi infantile quando una fedele compagna di partito eseguì e consegnò la nuova bandiera. Già pochi mesi più tardi ne possedevamo, a Monaco, mezza dozzina, e le sempre più numerose truppe dell’ordine contribuirono a diffondere il simbolo del movimento.

Ed è in realtà un simbolo! Non solo perché i colori, da noi tutti fervidamente amati e che un giorno acquistarono tanto onore al popolo tedesco, attestano la nostra venerazione del passato, ma anche perché incorpora in sé la volontà del movimento. In qualità di socialisti nazionali, noi ravvisiamo nella bandiera il nostro programma. Nel rosso, ravvisiamo l’idea sociale del movimento, nel bianco l’idea nazionalista, nella croce uncinata la missione di combattere per la vittoria dell’uomo ario e per il trionfo dell’idea del lavoro creatore, che fu e sarà sempre antisemitico.

Due anni più tardi, quando già la truppa d’ordine s’era trasformata in riparti d’assalto comprendenti migliaia di uomini, parve necessario dare a questo organismo di difesa della nostra concezione del mondo un particolare simbolo di vittoria: lo stendardo. Anche questo abbozzai io in persona, e poi lo diedi da eseguire ad un vecchio fedele compagno, l’orefice Gahr. Da allora lo stendardo è un’insegna di battaglia della lotta nazional-socialista.

***

L’attività comiziesca, che nel 1920 si andò sempre intensificando, fu tale che finimmo col tenere, talvolta, due comizi la settimana. La gente s’affollava stupita davanti ai nostri affissi, le più vaste sale della città erano colme, e decine di migliaia di marxisti traviati ritrovavano la strada della loro comunità nazionale per diventare campioni di un futuro libero Reich tedesco. Il pubblico di Monaco aveva imparato a conoscerci. Si parlava di noi, la parola nazional-socialista divenne famigliare a molti e significò già un programma. Anche la schiera dei partigiani, anzi dei membri del partito, crebbe senza interruzione, cosicché già nell’inverno 1920-21 potemmo presentarci a Monaco come un partito forte.

Allora, eccettuato il marxista, non c’era nessun partito, soprattutto nessun partito nazionale, che potesse disporre di manifestazioni di masse così imponenti come le nostre. La Cantina Kindl di Monaco, capace di contenere cinquemila persone, fu spesso pienissima: un solo locale c’era, al quale non avevamo ancora osato accostarci: il Circo Krone.

Alla fine di gennaio 1921 gravi preoccupazioni piombarono di nuovo sulla Germania.

L’accordo di Parigi, col quale la Germania si impegnò a pagare la pazzesca somma di cento miliardi di marchi-oro, doveva diventare realtà in forma del «Dettato» di Londra.

Una comunità di lavoro che col nome di «Leghe popolari» già da tempo sussisteva in Monaco volle togliere occasione da quell’accordo di Parigi per invitarci ad una grande protesta comune. Il tempo stringeva, ed io stesso ero nervoso di fronte all’eterna esitazione nell’eseguire le decisioni prese. Dapprima si parlò d’una manifestazione nella piazza reale, ma vi si rinunziò per timore di essere assaliti e dispersi dai rossi; e si progettò una dimostrazione di protesta davanti alla Feldherrnhalle. Ma anche a questa si finì col rinunziare, e in ultimo fu proposta un’adunanza in comune, nella Cantina Klindl di Monaco. Frattanto passarono i giorni, i grandi partiti non avevano saputo nulla del terribile avvenimento e la stessa comunità operaia non sapeva decidersi a stabilire un termine fisso per la progettata manifestazione.

Il martedì primo febbraio 1921, io esigetti una definitiva decisione. Mi fu promessa per il mercoledì. Il mercoledì reclamai che mi fosse comunicato con certezza il giorno e l’ora dell’adunanza. La risposta fu vaga ed evasiva: mi fu detto che si «aveva l’intenzione» di convocare ad una manifestazione, per il mercoledì successivo, la comunità operaia.

Perdetti la pazienza, e risolsi d’inscenare da solo la manifestazione di protesta. Il mercoledì, a mezzogiorno, dettai in dieci minuti ad un dattilografo il manifesto e feci prendere a nolo il Circo Krone per l’indomani, giovedì 3 febbraio.

Allora, questa era una decisione molto rischiosa. Non solo perché era dubbio se si potesse riempire l’enorme locale, ma anche perché c’era pericolo di essere sabotati.

La nostra truppa d’ordine non bastava ad una sala così gigantesca. E non avevo un’idea esatta del modo di comportarci in caso di assalto. Era più difficile respingere un assalto nel Circo che in una sala normale: così almeno io credevo, ma i fatti dimostrarono che l’opposto era vero.

Nell’enorme locale era più facile dominare una truppa d’aggressori che in strette sale.

Certa era una cosa: un insuccesso poteva farci indietreggiare per molto tempo. Perché un successo degli avversari avrebbe infranta la nostra aureola e incoraggiati coloro a rinnovare un assalto così bene riuscito. Si sarebbe giunti al sabotaggio di tutte le nostre ulteriori riunioni, sabotaggio che eravamo riusciti ad eliminare solo dopo molti mesi di dure lotte.

Avevamo un solo giorno di tempo per affiggere manifesti, il giovedì. Purtroppo, già la mattina pioveva, e c’era da temere che molta gente preferisse restare a casa che sfidare la pioggia e la neve per assistere ad un’adunanza dove era possibile che avessero luogo bastonature ed uccisioni.

La mattina del giovedì mi colse il timore che il locale non si riempisse tutto (e avrei fatto brutta figura anche davanti alla comunità operaia). Dettai in fretta alcuni fogli volanti e li feci stampare, perché fissero diffusi nel pomeriggio. Essi, naturalmente, contenevano l’invito ad assistere all’adunanza.

Due camions da me presi a nolo furono avvolti in panni rossi, su essi fu piantato un paio di nostre bandiere e ciascun camion fu occupate da 15 – 20 membri del partito. Questi ricevettero l’ordine di percorrere le vie della città, dì spandere i fogli volanti, insamma di far propaganda per la dimostrazione di massa della sera. Era quella la prima volta che la città era percorsa da camions imbandierati sui quali non si trovassero marxisti. Perciò la borghesia contemplò a bocca aperta i carri decorati di rosso e fregiati di svolazzanti bandiere con la croce uncinata. Nei quartieri della periferia, si levarono innumerevoli pugni chiusi, i cui possessori erano visibilmente furibondi della nuova «provocazione contro il proletariato». Perché solo il marxismo aveva diritto di tenere comizi, e così pure di girare la città su camions.

Alle sette di sera, c’era ancora poca gente nel Circo. Io ricevevo notizie ogni dieci minuti per telefono, ed ero alquanto inquieto: perché, di solito, alle sette o alle sette e un quarto le nostre sale erano già a metà o del tutto colme. Ma io non avevo fatti i conti con le colossali dimensioni del nuovo locale: mille persone facevano già un certo effetto nel salone della Birreria di Corte, mentre nel Circo Krone si perdevano. Ma dopo poco mi arrivarono informazioni più favorevoli: un quarto prima delle otto il locale era per tre quarti occupato, e grosse masse facevano coda davanti agli sportelli della cassa. Allora mi mossi.

Due minuti dopo le otto arrivai al Circo. Davanti a questo sostava ancora una gran folla: in parte di curiosi, e in parte anche di avversari che volevano aspettare dall’esterno gli avvenimenti.

Quando entrai nell’enorme sala, mi colse la stessa gioia che un anno innanzi m’aveva colto nella prima adunanza, nel salone della Birreria di Corte di Monaco. Ma solo quando dovetti farmi strada fra i muri umani e raggiunsi l’alto palco, mi resi conto della grandezza del nostro successo. Il salone si stendeva davanti a me, riboccante di migliaia e migliaia di persone. Perfino il maneggio era tutto nero di gente. Erano state distribuite 5.600 tessere; aggiungendo la schiera dei disoccupati, degli studenti poveri e delle nostre truppe d’ordine, si poteva calcolare che fossero presenti 6.500 persone.

Il tema era così formulato: «Avvenire o tramonto», e il mio cuore giubilava all’idea che là sotto, davanti a me, c’era l’avvenire.

Mi posi a parlare e parlai due ore e mezzo, e già dopo la prima mezz’ora sentivo che l’adunanza sarebbe stata un grande successo. Il collegamento con tutte quelle migliaia era stabilito. Dopo la prima ora cominciai ad essere interrotto da applausi spontanei e scroscianti: dopo un paio d’ore regnava quel solenne stato d’animo che in seguito ritrovai tante volte in quel salone, quel silenzio che nessuno dei presenti potrà mai dimenticare. Si udiva solo più l’enorme respiro della moltitudine: solo quando ebbi pronunziata l’ultima parola scoppiò un formidabile entusiasmo che si sfogò nel canto dell’inno «Deutschland über Alles» (la Germania su tutto).

Stetti ad osservare con quanta lentezza si svuotava l’enorme locale: l’immensa moltitudine impiegò venti minuti ad uscire dal grande portone centrale. Solo allora io lasciai, colmo di felicità, il mio posto, e m’avviai a casa mia.

Furono prese fotografie di quella prima adunanza nel Circo Krone. Esse mostrano, meglio delle parole, la grandezza della manifestazione. I giornali borghesi recarono vignette e notizie, ma dissero solo che quella sera era stata una manifestazione «nazionale» omettendo di far menzione di coloro che l’avevano organizzata.

Con ciò ci differenziammo, per la prima volta, dai soliti partiti d’allora. Ormai, non era più possibile ignorarci. Per non lasciare diffondere l’impressione che il successo di quella adunanza fosse cosa effimera, indissi tosto, per la settimana successiva, una seconda adunanza nel Circo Krone; e il successo si rinnovò. Di nuovo l’enorme locale fu colmo di spettatori, e allora io risolsi di tenere un terzo comizio la settimana dopo. E per la terza volta il gigantesco Circo fu pieno da cima a fondo.

Poiché l’anno 1921 era cominciato così bene, io resi ancor più frequenti in Monaco i comizi.

Tenni ogni settimana, non più una sola ma due adunanze di masse, e nel cuor dell’estate e nel tardo autunno perfino tre. Ormai ci adunavamo sempre nel Circo e potevamo con nostra soddisfazione constatare che tutte le nostre serate ottenevano un eguale successo.

Risultato di ciò un sempre crescente afflusso di partigiani del movimento, ed un forte aumento dei membri del partito.

***

Com’era naturale, questi successi toglievano il sonno ai nostri avversari. Dapprima, la loro tattica ondeggiò fra l’uso del terrore e il far silenzio sul nostro conto; poi riconobbero che né il terrore né il silenzio potevano ostacolare lo sviluppo del nostro movimento. Così s’indussero ad un supremo sforzo, ad: un atto terroristico che mettesse definitivo termine alla nostra attività comiziale. Si valsero, come di pretesto ad agire, di un attentato molto misterioso commesso contro un deputato della Dieta, di nome Erardo Auer. Si diceva che contro costui, di sera, taluno avesse sparato colpi d’arma da fuoco. In realtà non s’era sparato, ma taluno (si diceva) aveva tentato di sparare sull’Auer: una favolosa presenza di spirito e il leggendario coraggio dei capi socialdemocratici avevano fatto fallire il sacrilego attentato e messo in fuga i pazzi attentatori. Questi erano fuggiti con tanta facilità e così lontano che la polizia non riuscì mai a scoprirne la minima traccia. Questo misterioso episodio fu sfruttato dall’organo del partito socialdemocratico di Monaco per aizzare le turbe contro il nostro movimento e per accennare a ciò che fra breve sarebbe capitato.

S’era provveduto perché il nostro movimento non progredisse ma fosse represso in tempo dai pugni proletari.

Pochi giorni più tardi, si verificò l’«intervento» del proletariato. Un’adunanza nel salone della Birreria di Corte, a Monaco, in cui dovevo parlar io, fu scelta dai marxisti per la definitiva spiegazione.

Il 4 novembre 1921, fra le sei e le sette di sera, ricevetti le prime notizie precise che l’adunanza doveva essere sabotata ad ogni costo e che a tal fine gli avversari si proponevano di mandare al comizio grandi masse operaie appartenenti a certe fabbriche rosse.

Per un caso disgraziato non ricevemmo più presto questa informazione. Quel giorno stesso avevamo abbandonato il nostro vecchio ufficio nella Sterneckergasse di Monaco e ci eravamo trasferiti in un altro; o. per meglio dire, eravamo usciti dall’ufficio vecchio ma non potevamo entrare nel nuovo, dove si lavorava ancora. Poiché in quello era stata tolto il telefono e in questo non era ancora stato impiantato, quel giorno riuscirono vani numerosi tentativi d’informarci per telefono del meditato sabotaggio.

Conseguenza di ciò fu il fatto che l’adunanza fu protetta da scarse truppe d’ordine. Era presente solo una squadra, numericamente poco forte, di 46 uomini: l’apparecchio d’allarme non era ancora a posto, col quale si sarebbe potuto far affluire, entro un’ora, un ingente rinforzo. S’aggiunga, che già innumerevoli volte ci erano giunte all’orecchio simili voci allarmistiche, senza che poi fosse capitato nulla di speciale. Il vecchio proverbio «le rivoluzioni annunziate non scoppiano», s’era finora sempre dimostrato esatto.

Forse per questa ragione non furono presi, quel la sera, tutti i provvedimenti necessari ad opporsi con brutale energia al sabotaggio.

Infine, noi credevamo che il salone della Birreria di Corte a Monaco non fosse punto idoneo ad un’aggressione degli avversarii l’avremmo creduta possibile piuttosto in una sala grande, e soprattutto nel Circo. Ma su questo punto, quella serata ci diede una preziosa lezione. Più tardi studiammo queste questioni con metodo scientifico, e giungemmo a risultati interessanti, incredibili, che assunsero in seguito un valore essenziale per la direzione organizzatoria e tattica dei nostri riparti d’assalto.

Quando io, alle sette e tre quarti, arrivai nell’atrio della Birreria, non potevano più esservi dubbi sulle intenzioni dei rossi. La sala era colma, e perciò la polizia ne aveva sbarrato l’accesso. Gli avversari, comparsi assai presto, si trovavano, in gran parte, fuori. Il piccolo riparto di protezione mi aspettava nell’atrio. Feci chiudere le porte conducenti al salone, ed entrare quei 46 uomini. Feci loro presente che quella sera, forse, dovevano dar prova della loro fedeltà al movimento con ogni mezzo, e che nessuno di noi doveva lasciare la sala se non fosse portato fuori perché morto. Soggiunsi che io sarei rimasto nella sala, e che non credevo che alcuno di loro mi avrebbe abbandonato: e che se avessi visto taluno comportarsi da codardo, gli avrei io stesso strappati i bracciali e il distintivo. Imposi loro di farsi avanti al minimo tentativo di sabotaggio, e di ricordare che la migliore difesa consiste nell’assalto.

Mi fu risposto con un triplice: «Heil», che suonò più rauco e più violento del solito.

Poi entrai nella sala e potei esaminare la situazione coi miei occhi. Gli avversari sedevano fitti e cercavano già di forarmi con gli sguardi. Innumerevoli visi pieni d’odio e di rabbia erano rivolti a me, mentre altri, facendo smorfie beffarde, lanciavano grida molto significative. Oggi si sarebbe «fatta finita» con noi, ci si sarebbe tappata per sempre la bocca, dovevamo badare alle nostre budella; queste e simili frasi solcavano già l’aria. Sapevano di essere in prevalenza, e si comportavano in conformità.

Tuttavia, il comizio poté essere aperto ed io mi posi a parlare. Nel salone della Birreria di Corte, io stavo sempre da uno dei lati più lunghi, e avevo per palco un tavolo da birra. Quindi mi trovavo proprio nel mezzo degli avversari. Forse, questa circostanza contribuì a far sorgere appunto in quella sala uno stato d’animo, un consenso che non avrei trovato in nessun altro posto.

Davanti a me, soprattutto alla mia sinistra, non c’erano altro che avversari miei, seduti o in piedi. Erano giovanetti e uomini robusti, in gran parte della fabbrica Maffei, di Kustermann, delle officine Isara, ecc. S’erano accalcati attorno al mio tavolo lungo la parete sinistra della sala e ordinavano continuamente birra per adunare boccali: quando li avevano vuotati, li ponevano sotto la tavola. Così formarono intiere batterie: io mi sarei stupito se quel giorno le cose fossero finite bene.

Potei parlare un’ora e mezza, nonostante le interruzioni: dopo quel tempo mi sentivo già quasi padrone del campo. I capi dei sabotatori parevano anch’essi convinti di ciò, perché diventavano sempre più inquieti, spesso uscivano, rientravano e parlavano ai loro uomini con evidente nervosismo.

Un piccolo errore psicologico da me commesso nel ribattere un’interruzione e di cui io stesso ebbi coscienza non appena la parola mi fu uscita di bocca, diede il segnale dello scoppio.

Un paio di interruzioni rabbiose, poi, ad un tratto, un uomo saltò su una sedia e urlò:

«Libertà!». A quel segnale, i campioni della libertà cominciarono il loro lavoro.

In pochi secondi il locale fu pieno d’una moltitudine strepitante, sulla quale volavano, simili ad obici, innumerevoli boccali. S’udiva lo scricchiolio delle sedie rotte, il fragore dei boccali infranti, le urla e le strida.

Era uno spettacolo pazzesco.

Io, fermo al mio posto, potei osservare che i miei giovani compivano senza riguardo il loro dovere. Avrei voluto vedere, in circostanze simili, un’adunanza borghese!

Il ballo era appena cominciato, e già le mie truppe d’assalto (così si chiamarono da quel giorno in poi) attaccavano il nemico. Come lupi, si scagliavano in gruppi di otto o dieci sui loro avversari, e a poco a poco li scacciavano dalla sala. Già dopo cinque soli minuti non vidi nessuno di loro che non grondasse sangue. Molti amici io imparai a conoscere appunto quel giorno: anzitutto il mio bravo Maurice, il mio attuale segretario privato Hess e molti altri che, già gravemente feriti, tornavano sempre all’assalto finché poterono tenersi in piedi. Quel chiasso infernale durò venti minuti: poi gli avversari, in numero di settecento od ottocento, si trovarono in gran parte espulsi dalla sala o precipitati dalle scale dai miei uomini, che non erano nemmeno cinquanta. Solo nell’angolo di sinistra un grosso mucchio opponeva ancora resistenza. Allora partirono dall’ingresso della sala due colpi di pistola diretti al palco, a cui seguirono colpi tirati da ogni parte. E quasi il cuore giubilava allo spettacolo di quei rinnovati episodi di guerra.

Da quel momento non fu più possibile distinguere chi sparasse; fu solo possibile constatare che il furore dei miei giovani aumentò ancora, e che infine gli ultimi disturbatori, sopraffatti, vennero messi alla porta.

Erano trascorsi circa venticinque minuti: pareva che una granata fosse esplosa nella sala. Molti dei miei partigiani furono fasciati, altri dovettero essere portati via, ma noi eravamo rimasti padroni del campo. Hermann Esser, che quella sera aveva assunto la direzione dell’adunanza, dichiarò: «Il comizio continua. Il relatore ha la parola». Ed io ripresi a parlare.

Quando noi stessi ebbimo sciolta l’adunanza, si precipitò, eccitato, nella sala un tenente di polizia e agitando le braccia gridò: «L’adunanza è sciolta!».

Dovetti, senza volerlo, ridere di quel ritardatario: autentica cosa poliziesca! Quanto più questa gente è piccola, tanto più vuole apparire grande.

Quella sera, in verità, imparammo molte cose; anche i nostri avversar! ricevettero una lezione, che non dimenticarono più.

Da allora fino all’autunno 1923 il giornale «Münchner Post» non ci annunzio più i pugni del proletario.

CAPITOLO VIII

IL FORTE E’ PIÙ’ POTENTE QUANDO E’ SOLO

Nel capitolo precedente ho fatto menzione di una Comunità di lavoro delle Leghe tedescopopolari; vorrei qui trattare brevemente il problema di queste Comunità.

In generale, per «Comunità di lavoro» s’intende un gruppo di Leghe che, per alleviare il loro lavoro, stabiliscono un certo reciproco rapporto, eleggono una direzione comune avente maggiore o minore competenza e svolgono poi azioni in comune. Già da ciò risulta che qui deve trattarsi di Leghe, associazioni o partiti aventi scopi e vie non molto divergenti. Si dice che sia sempre così, e il cittadino medio si rallegra e si tranquillizza all’udire che quelle Leghe, associandosi in tali «Comunità di lavoro», hanno scoperto il «vincolo comune» ed eliminato «ciò che le separa». Ed è generale la convinzione che a simili associazioni spetti un enorme aumento di forze e che gruppetti, per sé stessi deboli, diventino così una potenza.

Ma questo, per lo più, è falso!

E’ interessante e, credo importante alla miglior comprensione di questo problema il venire in chiaro sul modo in cui si perviene a formare Leghe, Unioni ecc., che pretendono tutte di perseguire il medesimo scopo. Sarebbe logico che un solo scopo fosse perseguito da una Lega sola; sarebbe ragionevole che non si mettessero in molte Leghe a combattere per una medesima mèta. Senza dubbio, in principio, una sola Lega mirò a questa mèta. Un uomo, in un luogo, annunzia una verità, incita alla soluzione di un determinato problema, pone uno scopo e forma un movimento destinato a realizzare le sue vedute.

Così vien fondata un’associazione o un partito che, a seconda del suo programma, deve addurre in futuro o l’eliminazione di un brutto stato di cose o l’instaurazione di una situazione determinata. Questo movimento, una volta giunto alla vita, possiede in pratica un diritto di priorità. Sarebbe ora naturale che quanti si propongono di battersi per il medesimo scopo di quel movimento s’inserissero in esso e ne aumentassero la forza onde poter meglio servire alle intenzioni comuni.

Ogni uomo di spirito vivace dovrebbe sentire che questo inserimento è la premessa del reale successo della lotta comune. E, (supponendo una certa onestà che, come dimostrerò più tardi, ha molta importanza,) per una sola mèta dovrebbe esservi un solo movimento.

Se non è così, due ne sono le cause. L’una vorrei chiamare quasi tragica, mentre l’altra è miserabile e dipende dalla debolezza umana. Ma, in fondo, io ravviso in entrambe fatti idonei ad aumentare la volontà in sé, l’energia e l’intensità di questa e a rendere infine possibile, mediante l’educazione dell’energia umana, la soluzione del problema di cui ora ci occupiamo.

La causa tragica, per la quale non si lascia quasi mai ad una sola Lega la soluzione d’un solo problema, è questa: ogni azione di grande stile su questa terra è in generale l’adempimento di un desiderio esistente già da tempo in milioni di uomini, di una aspirazione nutrita in silenzio da molti. Può accadere che da secoli molti anelino alla soluzione d’un determinato problema perché soffrono sotto uno stato di cose insopportabile, senza che appaia vicino l’adempimento di questa aspirazione generale. Popoli che non trovano più una eroica soluzione di simili dolorose situazioni possono essere definiti impotenti, All’apposto, la forza vitale d’un popolo, la sua destinazione alla vita, garantita da quella forza, sono dimostrate quando, un giorno, il destino gli dona l’uomo capace di liberarlo da una grande costrizione, da una dura miseria, o di soddisfare la sua anima priva di riposo perché diventata malsicura. Quell’uomo apporta il tanto sospirato adempimento delle aspirazioni.

E’ proprio delle cosiddette grandi questioni del giorno che migliaia di persone si adoperino a risolverle, che molti si sentano chiamati, che il destino stesso proponga molti per la scelta, per accordare, nel libero giuoco delle forze, la vittoria al più forte, al più abile e affidare a lui la soluzione del problema.

Così può accadere che secoli, malcontenti dell’aspetto della loro vita religiosa, aspirino ad un rinnovamento, e che da questo impulso psichico sorgano dozzine di uomini che, fondandosi sul loro

intelletto e sul loro sapere, si credano chiamati a risolvere quel problema, e si presentino quali profeti di una nuova dottrina o almeno quali combattenti contro una dottrina esistente.

Certo, anche qui, in forza d’un ordine naturale, il più forte è destinato ad assolvere la grande missione: ma, di solito, assai tardi gli altri si rendono conto che quest’uno è esclusivamente chiamato. All’opposto, credono di avere tutti un eguale diritto ad assolvere il compito, di essere tutti chiamati, e il mondo è meno di tutti capace di distinguere quale fra loro, essendo fornite delle più alte doti, meriti, solo, il suo appoggio.

Quindi, nel corso di secoli o di un medesimo tratto di tempo sorgono uomini diversi, fondano movimenti per conseguire scopi che sono o pretendono di essere i medesimi o che la grande massa considera eguali. Il popolo mitre vaghi desideri e ha convinzioni generiche, senza avere idee ben chiare sulla vera sostanza dello scopo o sul proprio desiderio e sulla possibilità di realizzarlo.

Il tragico sta in ciò, che quegli uomini tendono alla stessa meta per vie del tutto diverse, senza conoscersi, e quindi, credendo con purità d’animo alla loro propria missione, si tengono in obbligo di battere la loro strada, senza riguardo agli altri.

Questi movimenti, partiti, gruppi religiosi sorgono in perfetta indipendenza l’uno dall’altro, dalla generale volontà del tempo, per lavorare in una medesima direzione. Ciò, almeno a prima vista, appare tragico, perché si è propensi a pensare che la forza dispersa su vie diverse potrebbe condurre con maggior rapidità e sicurezza al successo se fosse adunata e messa per una sola via.

Questo però non avviene. Spetta alla Natura stessa, nella sua implacabile logica, la decisione: essa pone in concorrenza fra loro i diversi gruppi, li fa combattere per la palma della vittoria e conduce alla meta quel movimento che ha scelta la via migliore, più breve e più sicura.

Ma non è possibile determinare dall’esterno se una via sia o no giusta, ove non si lasci libero sfogo al giuoco delle forze. Bisogna sottrarre l’ultima decisione a saccenti teorici e affidarla alla inequivocabile prova del successo visibile, il quale, in fin dei conti, darà sempre l’ultima conferma della giustezza d’una azione.

Se diversi gruppi marciano per vie divergenti verso la medesima meta, essi quando hanno notizia dell’esistenza di aspirazioni analoghe alle loro debbono studiare tutte le loro energie per arrivare più presto allo scopo. Da questa gara risulta un addestramento del singolo combattente: non di rado l’umanità ottenne successi in grazia degli insegnamenti tratti da tentativi precedenti, riusciti male.

Quindi possiamo riconoscere, nel fatto, che a prima vista appare tragico, d’un frazionamento iniziale, verificatosi senza colpa di nessuno, un mezzo per conseguire la condotta migliore.

La storia insegna che, a parere dei più, le due vie che un giorno fu possibile battere per giungere alla soluzione del problema tedesco e di cui i principali rappresentanti e campioni furono l’Austria e la Prussia, gli Absburgo e gli Hohenzollern, avrebbero dovuto coincidere: si sarebbe dovuto battere fiduciosamente insieme l’una o l’altra strada, associando le forze. Si sarebbe finito col percorrere la via del campione più importante: però, le vedute austriache non avrebbero mai condotto alla fondazione di un Reich tedesco.

Ora, il Reich della più forte unità tedesca sorse appunto da quello che milioni di Tedeschi risentirono, con cuore sanguinante, come l’ultimo e più terribile segno della nostra lotta fraterna: la corona imperiale tedesca fu in realtà raccolta sul campo di battaglia di Sadowa e non, come poi fu creduto, nelle battaglie date davanti a Parigi.

Così, in sé, anche la fondazione del Reich tedesco non fu il risultato d’una volontà comune svolta su vie comuni, ma di una lotta consapevole, e talvolta inconsapevole, per l’egemonia, lotta da cui in ultimo uscì vincitrice la Prussia. Chi non nega la verità, accecato dalla partigianeria, deve confermare che la cosiddetta saggezza umana non prenderebbe mai una saggia decisione eguale a quella che prende la saggezza della vita, cioè il libero giuoco delle forze. Perché, chi mai nei paesi tedeschi, avrebbe creduto duecento anni fa che la Prussia degli Hohenzollern, e non l’Austria degli Absburgo, sarebbe diventata un giorno il germe, il fondamento e la dottrina del nuovo Reich? E, all’opposto, chi vorrebbe constatare che il destino ha agito bene; chi potrebbe, oggi, immaginarsi un Reich tedesco basato sui principii fondamentali di una dinastia fradicia e degenerata?

No, l’evoluzione naturale ha, sia pure dopo una lotta secolare, messo il migliore a quel posto che a lui spettava.

E sarà sempre così. Quindi non c’è da lagnarsi se diverse persone si mettono per via onde arrivare al medesimo scopo; per tal modo il più forte e il più rapido viene riconosciuto e riuscirà vincitore.

C’è ancora una seconda causa del fatto che spesso, nella vita dei popoli, movimenti di eguai genere cercano di raggiungere per vie diverse uno scopo che in apparenza è eguale. Questa causa non solo non è tragica ma è pietosa. Consiste nella triste miscela di invidia, gelosia, ambizione e mentalità truffaldina che purtroppo si trova talvolta adunata in un solo individuo.

Non appena sorge un uomo che conosce a fondo la miseria del suo popolo, e, dopo essere venuto in chiaro della natura della malattia, tenta di guarirla; quando egli ha fissata una mèta e scelta la via che può condurre a quella meta, — allora, tosto, menti piccole e piccolissime si fanno attente e tengono dietro all’opera di quell’uomo che ha attirati a sé gli occhi del pubblico. Come i passerotti, che con apparente disinteresse ma, in realtà, con grandissima attenzione tengono d’occhio un compagno fortunato che ha trovato una briciola di pane, e ad un tratto, quando questi non ci pensa, glie la portano via, — così fanno gli uomini. Basta che uno si metta per una strada nuova, perché molti poltroni si adombrino e fiutino qualche buon boccone, che forse potrebbe trovarsi al termine di quella strada. Non appena hanno scoperto dove il boccone probabilmente è collocato, affrettano il passo per arrivare alla meta da una via diversa e più breve.

Allorché il nuovo movimento è fondato e s’è creato un determinato programma, arrivano quei tali e sostengono di perseguire il medesimo scopo: non lo perseguono però inserendosi onestamente nelle file di quel movimento e riconoscendone così la priorità, ma rubandone il programma e fondando, su questo, un partito nuovo. Sono così svergognati da assicurare al pubblico spensierato che essi già da molto tempo volevano la stessa cosa; non di rado riescono a mettersi in bella luce invece di soggiacere, come sarebbe giusto, al disprezzo generale. Perché è una grande sfacciataggine il voler scrivere sulla propria bandiera il compito che un altro ha scritto sulla sua, il rubare ad un altro le direttive programmatiche, e poi battere una via propria come se si fossero personalmente create tutte queste cose! La sfacciataggine si rivela soprattutto in questo, che gli elementi i quali con le loro nuove fondazioni causarono la dispersione e il frazionamento, sono quelli che (come l’esperienza insegna) parlano più volentieri della necessità di essere uniti, non appena si accorgono che l’avversario è talmente in vantaggio da non poter più essere raggiunto.

A questo procedimento si deve contribuire il cosiddetto «frazionamento nazionalista».

Certo, la formazione d’un’intera serie di gruppi e partiti che s’intitolano «nazionali» fu, negli anni 1918 e 1919, voluta dai fondatori come risultato del naturale sviluppo delle cose. Da lutti questi partiti già nel 1920 il nazional-socialismo s’era formato, s’era cristallizzato e a poco a poco era riuscito vincitore. Ciascun fondatore avrebbe potuto provare in modo brillante la sua onestà prendendo la decisione di sacrificare il movimento proprio a quello più forte, sciogliendo il proprio partito e inserendolo nell’altro.

Così fece il principale campione del partito social-tedesco a Norimberga, Giulio Streicher. Il suo partito e il nostro erano sorti coi medesimi scopi finali, sebbene con totale indipendenza l’uno dall’altro. Come dissi, il principale campione del partito social-tedesco era Giulio Streicher, allora insegnante a Norimberga. Anzitutto egli aveva la sacra convinzione della missione e dell’avvenire del suo movimento. Ma quando riconobbe in modo certo che il partito nazional-socialista era più forte e più diffuso, non si occupò più del suo partito e invitò i suoi partigiani ad aggregarsi al partito nazional-socialista e a combattere nelle file di questo per lo scopo comune. Decisione ardua e degna d’un galantuomo.

Da quella prima epoca del movimento non residuò nessuna dispersione di forze: anzi, l’onesta volontà degli uomini d’allora condusse al giusto risultato. Quello che oggi è chiamato «frazionamento nazionale» deve la sua esistenza alla seconda delle due cause da me addotte: uomini ambiziosi, che prima non avevano avuto né idee né mete proprie, si sentirono «chiamati» proprio in quel momento in cui videro maturare il successo nostro.

Ad un tratto sorsero programmi trascritti alla lettera dal nostro, furono propugnate idee tolte a noi, segnate mete per le quali noi ci battevamo da anni, indicate vie già battute da noi. Si cercò con ogni mezzo di far credere che, sebbene esistesse già il nazional-socialismo, si era costretti a fondare partiti nuovi: ma le frasi proferite erano tanto meno sincere quanto più nobili erano i motivi adottati.

In verità, s’era obbedito ad un solo motivo: all’ambizione personale dei fondatori di voler sostenere una parte alla quale essi, nella loro meschinità, non apportavano altro che una grande sfrontatezza nell’appropriarsi idee altrui; una. sfrontatezza che di solito, nella vita, viene definita ladresca.

Allora, tutte le idee e i concetti di altri furono arraffati da quei cleptomani per valersene nei loro affari. Quelli che fecero ciò furono i medesimi che più tardi lamentavano con lagrime negli occhi il «frazionamento nazionale» e parlavano senza posa della «necessità dell’unità». Costoro speravano di poter tanto minchionare gli altri che questi, stanchi delle grida accusatrici, finissero con l’abbandonare ai ladri non solo le idee già rubate ma anche i movimenti creati per realizzare queste idee.

Quando ciò non riuscì e le nuove imprese, in causa della scarsa abilità e del poco giudizio di chi le aveva lanciate, non tennero ciò che se ne era aspettato, si abbassarono le pretese e si fu felici se si poté approdare ad una delle cosiddette Comunità di lavoro.

Tutto ciò che allora non poté reggersi in piedi per forza propria si aggregò a queste Comunità di lavoro, nella convinzione che otto zoppi sommati insieme danno per risultato un gladiatore.

Ma se fra gli zoppi si trovava un sano, questi aveva già bisogno di tutta la sua forza per sostenere gli altri, e così restava egli stesso paralizzato.

Noi dobbiamo considerare come un problema tattico l’aggregarci a queste Comunità di lavoro: ma, nel decidere, dobbiamo tener sempre presente questa nozione fondamentale:

La fondazione d’una Comunità di lavoro non trasforma mai Associazioni deboli in Associazioni forti: anzi, non è raro che grazie ad esse un’Associazione forte s’indebolisca. L’idea che dall’unione di gruppi deboli risulti un fattore di forza è falsa, perché, come insegna l’esperienza, la maggioranza, in ogni caso e in qualsiasi forma, rappresenterà la scempiaggine e la pigrizia. Quindi la molteplicità di Associazioni, diretta da una presidenza di molte teste eletta da lei medesima, resta abbandonata alla poltroneria e alla debolezza. Inoltre, questi raggruppamenti ostacolano il libero gioco delle forze, la lotta per la scelta del migliore cessa, e resta impedita per sempre la vittoria del più sano e del più forte.

Ovunque, tali raggruppamenti sono nemici dello sviluppo naturale, perché per lo più rendono impossibile la soluzione del problema per cui si combatte, invece di favorirla.

Può accadere che per considerazioni di pura tattica la suprema direzione d’un movimento che guarda all’avvenire si Unisca per breve tempo a Comunità di lavoro nella trattazione di determinati problemi, e forse intraprenda passi in comune. Ma questo non deve durare in eterno, se il movimento non vuoi rinunziare alla sua missione redentrice. Perché se esso si irretisce definitivamente in una di quelle Comunità perde la possibilità e il diritto di permettere alla propria forza un naturale sviluppo che la renda vincitrice dei rivali e la faccia arrivare trionfante alla meta proposta.

Non si dimentichi mai che tutto ciò che è realmente grande in questo mondo non fu mai ottenuto da coalizioni, ma costituì sempre il successo di un solo vincitore. I successi riportati da coalizioni portano già, grazie alla loro origine, il germe di futuri sgretolamenti, della perdita dell’acquisto. Le grandi rivoluzioni d’ordine spirituale, che mutarono l’aspetto del mondo, si possono solo pensare e realizzare quali lotte titaniche di singole figure, non mai quali imprese di coalizione.

E soprattutto lo Stato nazionale non sarà mai creato dalla volontà di compromesso d’una Comunità di lavoro nazionale, sibbene dalla ferrea volontà d’un unico movimento, che s’è imposto contro tutti gli altri.

CAPITOLO IX

IDEE FONDAMENTALI SUL SENSO E SULL’ORGANIZZAZIONE DEL RIPARTO

D’ASSALTO

La forza del vecchio Stato era fondata su tre colonne: la forma statale monarchica, la burocrazia e l’esercito. La rivoluzione del 1918 eliminò la forma statale, dissolse l’esercito e abbandonò la burocrazia alla corruzione dei partiti. Con ciò spezzò i principali sostegni d’un’autorità statale, la quale riposa quasi sempre su quei tre elementi, base di ogni autorità.

La popolarità offre il primo elemento per creare l’autorità. Ma un’autorità riposante su questo solo fondamento è ancora assai debole, malsicura e oscillante. Ogni portatore d’un’autorità basata solo sulla popolarità deve quindi mirare a migliorarne il fondamento e ad assicurarlo, mediante la creazione di potenza. Quindi nella potenza, nella forza, ravvisiamo il secondo fondamento di ogni autorità: un fondamento più stabile, più sicuro, ma non sempre più solido del primo. Se popolarità e forza si uniscono e posson durare per un certo tempo, allora può sorgere un’autorità basata su fondamenta ancor più salde, l’autorità della tradizione. Se, infine, popolarità, forza e tradizione si associano, un’autorità può essere ritenuta incrollabile.

La rivoluzione eliminò quest’ultimo caso: non vi fu nemmeno più un’autorità tradizionale. Col crollo del vecchio Reich, con la soppressione della forma monarchica dello Stato, con la distruzione degli antichi segni di grandezza e dei simboli del Reich, la tradizione fu di colpo demolita. Ne fu conseguenza un grave indebolimento dell’autorità dello Stato.

E non esisteva più neppure la seconda colonna dell’autorità statale, la forza. Per poter compiere la rivoluzione era stato necessario disgregare quello che incorporava la forza organizzativa e il potere dello Stato, l’esercito: anzi, certi elementi guasti dell’esercito stesso furono impiegati nella lotta rivoluzionaria. Gli eserciti del fronte non soggiacquero in egual misura a quel processo di decomposizione, ma, di mano in mano che s’allontanavano dal glorioso teatro d’una lotta eroica, durata quattro anni e mezzo, furono attaccati dagli acidi della disorganizzazione imperversante in. patria. E arrivati alle organizzazioni di smobilizzo, finirono anch’essi nella confusione della cosiddetta obbedienza volontaria dell’epoca dei Consigli di soldati.

D’altra parte, non era più possibile fondare un’autorità su questo mucchio di soldati ammutinati, consideranti il servizio militare come un lavoro di otto ore quotidiane. E perciò il secondo elemento, quello che garantisce la saldezza dell’autorità, era anch’esso eliminato, e la rivoluzione possedeva solo più il primo elemento, quello originario, la popolarità, e su questo solo poteva fondare la sua autorità. Ma appunto questa base era straordinariamente malsicura. La rivoluzione riuscì a sfracellare, con alcuni violenti urti, il vecchio edificio statale, ma solo perché il normale equilibrio nella struttura del nostro popolo era già stato distrutto dalla guerra.

Ogni corpo nazionale può essere diviso in tre grandi classi: da un lato, i migliori, nel senso della virtù, contraddistinti dal coraggio e dalla gioia del sacrificio; dall’altro lato i peggiori, in cui sono presenti tutti i vizi e gli istinti egoistici. Nel mezzo, forma la terza classe il grande ceto medio, che non incorpora né un radioso eroismo né una volgare criminalità.

I tempi dell’ascensione d’un corpo nazionale sono caratterizzati, anzi esistono solo se domina in modo assoluto una classe dei migliori.

I tempi d’uno sviluppo normale, simmetrico o detta stabilità si caratterizzano e durano grazie alla dominazione degli elementi medii; in tal caso le due classi estreme si bilanciano a vicenda, ossia si eliminano.

I tempi del crollo d’un corpo nazionale sono contraddistinti dal prevalere degli elementi peggiori.

Si noti però che la larga massa, la classe di mezzo, compare e si presenta solo quando le due classi estreme lottano fra loro: in caso di vittoria d’una delle due estreme, essa si subordina sempre volentieri al vincitore. Se dominano i migliori, la larga massa li segue, se salgono in alto i peggiori non oppone loro resistenza perché la massa di mezzo non combatte mai in persona.

La guerra, nelle sue sanguinose vicissitudini di quattro anni e mezzo, ha disturbato l’equilibrio di queste tre classi, in quanto che — pur riconoscendo i sacrifici compiuti dalla classe di mezzo — si deve ammettere che la guerra dissanguò quasi del tutto la classe estrema dei migliori. Perché è in realtà enorme la quantità di insostituibile eroico sangue tedesco che fu versato in quei quattro anni e mezzo. In centinaia di migliaia di casi si ebbe a che fare con volontari al fronte, volontari nelle pattuglie, volontari perlustratori, volontari per le truppe telefoniche, per varcare ponti, per sottomarini, per aeroplani, per battaglioni d’assalto. Durante quattro anni e mezzo, e in mille occasioni, volontari e sempre volontari. Il risultato fu sempre il medesimo: il giovane imberbe o l’uomo maturo, ardenti d’amor patrio, coraggiosissimi e devoti al dovere, si presentavano per servire. Decine, centinaia di simili casi si verificarono: e a poco a poco questa eroica umanità divenne sempre più rada. Quelli che non morirono rimasero mutilati o storpii, esposti alle cannonate perché rimasti in pochi. Nel 1914 interi eserciti furono composti di cosiddetti volontari che, grazie alla criminale mancanza di coscienza dei nostri inetti parlamentari, non avevano ricevuto una valida istruzione in tempo di pace, e furono consegnati al nemico come carne da cannone senza difesa. I quattrocentomila che allora, nelle battaglie di Fiandra, caddero o restarono storpiati, non poterono più essere sostituiti. La loro perdita fu più che la scomparsa d’un grosso numero di combattenti. Con la loro morte la bilancia, troppo poco carica dal lato buono, salì in alto, e pesarono più di prima gli elementi della volgarità, dell’abbiezione e della codardia, insomma la massa della classe estrema dei peggiori.

Inoltre, se per quattro anni e mezzo, sui campi di battaglia la classe dei migliori fu diradata in misura eccezionale, la classe dei peggiori seppe invece conservarsi molto bene. Per ogni eroe volontario, che dopo il sacro sacrificio della vita salì al Walhalla, vi fu un imboscato che con molta prudenza voltò le spalle alla morte, per rendersi più o meno utile in patria.

Così, alla fine della guerra si ebbe il seguente quadro: il largo strato di mezzo della nazione pagò il doveroso tributo di sangue; la classe estrema, quella dei migliori, con esemplare eroismo si sacrificò quasi tutta ; la classe dei peggiori, favorita da assurde leggi e dal mancato impiego di certi articoli del regolamento di guerra, purtroppo si conservò quasi tutta. Questa ben conservata parte del nostro corpo nazionale fece la rivoluzione, e poté farla solo perché non aveva più di fronte la classe dei migliori, che non era più in vita.

Con ciò, la rivoluzione tedesca fu, sin dall’inizio, cosa solo in parte popolare. Questa azione da Caino non fu commessa dal popolo tedesco in sé ma dall’oscura canaglia dei suoi disertori, lenoni ecc.

L’uomo del fronte salutò con gioia la fine della cruenta lotta, fu felice di poter tornare in patria e rivedere la moglie e i figli. Ma non ebbe nessun intimo rapporto con la rivoluzione: non la amò, non amò coloro che la provocarono e la organizzarono. Nei quattro anni e mezzo di dure lotte aveva dimenticate le iene dei partiti; e le loro dispute, i loro dissidii gli erano diventati estranei.

La rivoluzione fu realmente popolare solo presso una piccola parte del popolo tedesco: in quella classe di complici della rivoluzione che scelsero il sacco alla tirolese come segno di riconoscimento dei cittadini onorarii del nuovo Stato. Costoro amarono la rivoluzione non per sé stessa, come ancor oggi molti credono a torto, ma per le sue conseguenze.

Ma era difficile fondare una durevole autorità sulla popolarità di questi filibustieri marxisti.

Eppure la giovane repubblica aveva bisogno di autorità, ad ogni costo, se non voleva essere bruscamente inghiottita, dopo un breve caos, da una insurrezione inscenata dagli ultimi residui elementi della parte buona del nostro popolo.

La repubblica doveva consolidarsi ad ogni patto. Perciò fu quasi subito costretta a creare, accanto alla vacillante colonna della sua debole popolarità, una forza organizzata sulla quale potesse basare una più salda autorità.

Quando i matadores della rivoluzione, nei giorni di dicembre 1918 e gennaio e febbraio 1919 sentirono vacillare il terreno sotto i loro piedi, cercarono attorno a sé uomini pronti ad appoggiare con la forza delle armi la loro situazione, resa debole dallo scarso amore del popolo. La repubblica «antimilitaristica» ebbe bisogno di soldati. Ma poiché il primo ed unico sostegno dell’autorità del loro Stato, cioè la loro popolarità, aveva radice solo in una massa di lenoni, ladri, briganti, disertori e imboscati, ossia nella parte peggiore della nazione, era vano cercare fra questa gentaglia uomini disposti a sacrificare la vita per il nuovo ideale. Questo ceto che impersonava il pensiero rivoluzionario e che aveva compiuta la rivoluzione non era né capace né disposto a mettere soldati al servizio di quella. Perché questo ceto non voleva affatto l’organizzazione d’un corpo statale repubblicano, ma voleva la disorganizzazione dello Stato esistente onde poter soddisfare i suoi istinti. La sua parola d’ordine non era: costruzione della repubblica tedesca, ma: saccheggio della medesima.

Perciò il grido d’aiuto che allora lanciarono, pieni d’angoscia, gli incaricati del popolo, non trovò eco in quel ceto, anzi, provocò amarezza e ripulsione. Perché in un simile contegno si ravvisò una rottura della fedeltà dovuta; e nella formazione d’un’autorità basata non più solo sulla popolarità ma anche sulla forza, si fiutò l’inizio della lotta contro ciò che per quell’elemento costituiva l’essenziale della rivoluzione: contro il diritto al furto e all’assoluta dominazione di un’orda di ladri e di predoni scappati dai reclusori o liberati dalle loro catene; insomma, della peggiore canaglia.

Gli incaricati del popolo poterono gridare quanto vollero, ma dalle file di coloro non venne nessuno, anzi, furono salutati col grido di «traditori» da quelli stessi sui quali si fondava la loro popolarità. Allora per la prima volta si trovarono giovani tedeschi pronti a indossare di nuovo la divisa militare al servizio (così essi credevano) della «tranquillità e dell’ordine», a rimettersi in ispalla la carabina e il fucile, a cingere l’elmo d’acciaio per combattere i distruttori della patria. In qualità di soldati volontari si raggrupparono in corpi franchi e, pur odiando la rivoluzione, si posero a proteggerla, e quindi, in pratica, a rafforzarla. Così agirono in perfetta buona fede.

Il vero organizzatore della rivoluzione, colui che ne tirò i fili, l’ebreo internazionale, apprezzò allora con esattezza la situazione. Il popolo tedesco non era ancora maturo per essere trascinato nel sanguinoso pantano bolscevico, come era stato trascinato il popolo russo: e ciò perché sussisteva una maggiore unità di razza fra gli intellettuali tedeschi e gli operai tedeschi, e perché grandi strati nazionali erano compenetrati di elementi colti, come avviene in altri Stati dell’Europa occidentale ma non avvenne mai in Russia. In Russia, l’«Intelligenza» era, in gran parte, di nazionalità non russa, o almeno aveva un carattere di razza non slavo. Il sottile strato intellettuale della Russia d’allora poteva ad ogni istante essere cancellato in grazia della mancanza di elementi intermedii che lo collegassero con la massa del popolo. Il livello spirituale, ed anche quello morale, del popolo, erano colà terribilmente bassi.

Non appena, in Russia, si riuscì ad aizzare la plebe ignorante, incapace di leggere e scrivere, contro il sottile strato superficiale degli intellettuali, con cui la larga massa non aveva rapporti né collegamenti, il destino di quel paese fu segnato, la rivoluzione era fatta. Con ciò l’analfabeta russo diventava lo schiavo dei suoi dittatori ebrei, i quali dal canto loro furono così accorti da affibbiare alla loro dittatura il nome di «dittatore del proletariato».

In Germania, s’aggiunse questo: la rivoluzione poté solo riuscire in grazia della graduale decomposizione dell’esercito: il vero autore della rivoluzione e della decomposizione dell’esercito non fu il soldato del fronte, ma la canaglia, più o meno timorosa della luce, che se ne stava nelle guarnigioni dell’interno o, senza correre nessun rischio, poté voltare le spalle al fronte. Com’è naturale, il poltrone ha una paura matta della morte. Al fronte, egli aveva ogni giorno davanti agli occhi la morte in mille forme diverse. Per tenere fermi al loro dovere uomini deboli, vacillanti o poltroni, c’è e vi fu sempre un solo mezzo: far sapere al disertore che la diserzione gli apporterà appunto quello che vuole evitare. Al fronte, si può morire: come disertore, si deve morire. Solo questa draconiana minaccia contro ogni tentativo di disertare la bandiera può esercitare un effetto intimidatore non pure sul singolo ma sulla collettività. In ciò consisteva il senso e lo scopo degli «articoli di guerra».

Era sciocco credere di poter condurre la grande lotta per l’esistenza d’un popolo basandosi solo sulla fedeltà volontaria, nata e conservata dal riconoscimento della necessità. Solo i migliori sono determinati, nelle loro azioni, da volontario adempimento del dovere; ma la media degli uomini, no. Ciò rende indispensabili leggi speciali e severe: come, per esempio, le leggi contro il furto, che non furono foggiate contro gli onesti ma per gli elementi deboli e di spirito malfermo. Tali leggi mirano a spaventare i malvagi e ad impedire così che si formi uno stato di cose in cui il più onesto sia ritenuto il più sciocco e si finisca col credere essere meglio partecipare al furto che stare a guardare con le mani vuote o lasciarsi derubare. Sarebbe stato un errore credere che in una lotta destinata, secondo tutte le previsioni umane, a durare per anni, si potesse far a meno di espedienti che l’esperienza di secoli e di millenni insegna idonei a costringere all’adempimento del loro dovere, in tempi gravi e in momenti di grande tensione nervosa, uomini deboli e incerti.

Per l’eroe volontario di guerra non occorrevano, naturalmente, «articoli di guerra», che erano fatti per i pigri egoisti, i quali, nell’ora della miseria della nazione, valutano la propria vita più di quella della collettività. Questi deboli senza carattere possono solo con l’impiego dei più duri castighi essere trattenuti dal cedere alla loro viltà. Quando uomini lottano ogni ora con la morte e debbono restare per settimane in fangose trincee, male nutriti, la recluta può diventare mal sicura; allora, a tenerla ferma al suo posto non basta la minaccia del carcere e della reclusione: occorre impiegare, senza riguardi, la pena di morte. Perché l’esperienza insegna che, in un’epoca simile, la recluta considera la prigione mille volte preferibile al campo di battaglia: nella prigione, almeno, la sua preziosa vita non è minacciata. Fu un errore duramente espiato quello di eliminare, in pratica, la pena di morte nella guerra, ossia di mettere in realtà fuori corso gli «articoli di guerra». Un esercito di disertori si riversò, soprattutto nel 1918, nelle retrovie e in patria, e contribuì a formare quella grande, delittuosa organizzazione che ad un tratto, dopo il 7 novembre 1918, ci trovammo di fronte quale esecutrice della rivoluzione.

Con questa, il fronte non ebbe nulla a che fare. Certo, i soldati del fronte anelavano alla pace, com’era naturale. Ma appunto in questo fatto era riposto uno straordinario pericolo per la rivoluzione. Perché quando, dopo l’armistizio, gli eserciti tedeschi cominciarono ad avvicinarsi alla patria, i rivoluzionari presero a domandarsi con terrore: Che fanno le truppe al fronte? Tollereranno esse questo stato di cose?

In quelle settimane, la rivoluzione tedesca dovette apparire esternamente moderata, per evitare il pericolo di essere in modo brusco annientata da alcune divisioni tedesche. Perché se allora anche un solo generale di divisione avesse deciso di mandare per aria, con le sue truppe fedeli e devote, gli stracci rossi e di mettere al muro i «Consigli» di soldati, e di spezzare le eventuali resistenze coi lanciafiamme e con le granate a mano, la sua divisione sarebbe diventata, in meno di quattro settimane, un esercito di sessanta divisioni. Di ciò, più che d’ogni altra cosa, avevano paura gli ebrei che tiravano i fili. E appunto per impedire ciò fu necessario dare alla rivoluzione un certo aspetto di moderazione, non lasciarla degenerare nel bolscevismo, e simulare «tranquillità e ordine». Di qui le numerose grandi concessioni, l’appello alla vecchia burocrazia, ai vecchi capi dell’esercito. Si aveva bisogno di loro almeno per un certo tempo, e solo quando essi ebbero assolto il loro compito si osò dare loro il calcio dovuto, togliere la repubblica dalle mani degli antichi servitori dello Stato e consegnarla alle grinfie degli avvoltoi rivoluzionari.

Solo così si poté sperare d’imbrogliare vecchi generali e vecchi funzionari dello Stato, e disarmare a priori l’eventuale opposizione facendo valere l’apparente innocuità e mitezza del nuovo regime.

La pratica mostrò fino a qual punto questa tattica sia riuscita.

Ma la rivoluzione non era stata fatta da elementi favorevoli alla tranquillità e all’ordine, sibbene da gente che voleva l’insurrezione, il furto e il saccheggio. Costoro trovavano che la rivoluzione non si sviluppava in modo conforme alla loro volontà: però, per motivi tattici, non era possibile spiegare loro le ragioni di quel decorso né preparare un regime di loro gusto. Di mano in mano che la socialdemocrazia cresceva in potenza, la rivoluzione perdeva il carattere d’una brutale rivoluzione di partito. Certo, la socialdemocrazia non aveva, nel suo pensiero, voluto mai altro che una rivoluzione, e i suoi capi avevano sempre mirato a questa; ma in ultimo era rimasto solo più il proposito di fare la rivoluzione, e non un corpo idoneo a farla. Con un partito di dieci milioni d’aderenti non si può più fare una rivoluzione. In un movimento simile, non si ha davanti a sé un estremismo attivo, ma solo la larga massa del mezzo, ossia la poltroneria.

Riconosciuta questa attività, ancora durante la guerra gli ebrei operarono la ben nota scissione della socialdemocrazia. Mentre il partito socialdemocratico, conformandosi alla codardia della sua massa, restava appeso, come una massa di piombo, alla difesa nazionale, se ne estrassero gli elementi radical-attivisti e con essi si formarono nuove colonne d’assalto, pronte a battersi. Il partito indipendente e la Lega «Spartaco» furono battaglioni d’assalto del Marxismo rivoluzionario. Essi avevano il compito di creare il fatto compiuto, di preparare il terreno alla massa del partito socialdemocratico. La codarda borghesia fu apprezzata dal Marxismo al suo giusto valore e trattata «come canaglia». Nessuno se ne occupò, ben sapendo che la canina servilità d’un logoro regime non sarebbe capace di opporre seria resistenza.

Quando la rivoluzione fu riuscita e si poté credere che i principali sostegni del vecchio Stato fossero infranti, ma l’esercito reduce dal fronte cominciò a presentarsi come una sinistra Sfinge, si dovette frenare il naturale sviluppo della rivoluzione: il grosso dell’esercito socialdemocratico occupò i posti conquistati, e i battaglioni d’assalto indipendenti e spartachisti furono messi da parte.

Ma ciò non si verificò senza lotta.

Le formazioni «attiviste» della rivoluzione, non essendo state soddisfatte, si sentirono ingannate e vollero continuare a battersi per proprio conto: ma ormai il loro eterno strepitare riusciva odioso a quelli che tiravano i fili della rivoluzione. Nella rivoluzione stessa si distinsero ben presto due campi: il partito della tranquillità e dell’ordine e il gruppo del terrore sanguinario.

Come era naturalissimo, la nostra borghesia accorse tosto, a bandiere spiegate, nel campo della tranquillità e dell’ordine. Quelle pietose organizzazioni politiche borghesi trovarono così la possibilità di avere di nuovo un terreno solido sotto i piedi e dij crearsi una certa solidarietà con quel potere che odiavano ma temevano. La borghesia politica tedesca ottenne l’onore di associarsi, nella lotta contro il bolscevismo, ai tanto maledetti capi marxisti.

Così, già nel dicembre 1918 e gennaio 1919, si formò la seguente situazione:

Una minoranza di cattivi elementi ha fatto una rivoluzione, dietro la quale marciano tosto tutti i partiti marxisti. La rivoluzione ha una impronta moderata, e ciò le attira l’ostilità dei fanatici estremisti. Questi si mettono a tirare granate a mano, a sparare mitragliatrici, a occupare edifici statali, minacciando così la rivoluzione moderata. Onde evitare che il terrore continuasse, fu conclusa una tregua fra i rappresentanti del nuovo regime e gli aderenti al vecchio, per condurre uniti la lotta contro gli estremisti. In conseguenza, i nemici della repubblica cessarono di lottare contro la repubblica e contribuirono a schiacciare coloro che sono pure, magari per ragioni ben diverse, nemici di quella. Ne risultò che con ciò apparve eliminato in modo definitivo il pericolo d’una lotta fra i partigiani dello Stato vecchio e quelli del nuovo. Bisogna tener presente questo fatto. Solo chi Io ricorda comprende come sia stato possibile che un popolo, nove decimi del quale non hanno fatto nessuna rivoluzione, mentre sette decimi la ripudiano e sei decimi la odiano, si sia lasciata imporre da un solo decimo questa rivoluzione.

A poco a poco si dissanguarono da un lato i campioni spartachisti delle barricate e dall’altro lato i fanatici e gli idealisti nazionalisti: di mano in mano che questi due gruppi estremi si estenuavano a vicenda, avanzava e vinceva, come sempre, la massa di mezzo. Borghesia e Marxismo si incontrarono sul terreno dei fatti compiuti, e la repubblica cominciò a «consolidarsi». Ciò dapprima non impedì ai partiti borghesi di ostentare per qualche tempo ancora, soprattutto avanti le elezioni, idee monarchiche, onde scongiurare, con gli spiriti del mondo tramontato, i piccoli spiriti dei loro seguaci e accalappiarli di nuovo. Ciò non era leale. Nell’animo loro, costoro avevano già da tempo rinunziato alla monarchia; ma il nuovo immondo regime cominciò ad esercitare la sua opera corruttrice anche nel campo dei partiti borghesi. Il volgare politicante borghese si trova meglio oggi nel pantano della corruzione repubblicana che nella dura pulizia, ancor presente alla sua memoria, dello Stato defunto.

***

Come dissi, dopo l’annientamento del vecchio esercito la rivoluzione si trovò costretta a crearsi un nuovo fattore di potenza, per rafforzare l’autorità del suo regime. Allo stato delle cose, poté solo crearselo valendosi di seguaci d’una concezione del mondo opposta alla sua. Solo con costoro poté formarsi, col tempo, un nuovo esercito che, limitato nel numero dai trattati di pace, doveva, in seguito, essere trasformato, nella sua mentalità, in uno strumento del nuovo regime.

Astraendo da quei reali difetti ed errori del vecchio Stato che furono, in parte, causa del successo della rivoluzione, si può stabilire che questo successo fu dovuto:

1) al venir meno dei nostri concetti di adempimento del dovere e di obbedienza;

2) alla vile passività dei nostri partiti cosiddetti conservatori.

Aggiungo, che il dileguarsi dei nostri concetti di adempimento del dovere e di obbedienza è effetto della nostra educazione, che non è nazionale ma solo statale. Anche qui si confonde il mezzo con lo scopo. Lo coscienza del dovere, l’adempimento del dovere, l’obbedienza, non sono scopi in sé, come lo Stato non è uno scopo in sé: essi tutti debbono solo essere mezzi per rendere possibile e sicura l’esistenza d’una comunità avente eguaglianza di vita fisica e morale. In una ora in cui una nazione crolla e, secondo ogni evidenza, sta per essere vittima di una grave compressione, in grazia dell’opera di pochi miserabili, l’adempimento del dovere, l’obbedienza prestata a questi miserabili significano solo un formalismo dottrinario, una pura follia. Viceversa, il rifiuto dell’adempimento del dovere e dell’obbedienza a coloro può salvare una nazione dal tramonto.

Secondo l’odierna concezione dello Stato, il generale di divisione che a suo tempo ricevette dall’alto l’ordine di non sparare, ha agito in conformità del suo dovere, e quindi ha agito bene, se non ha sparato, perché il mondo borghese della cieca obbedienza formale è più prezioso della vita della nazione. Invece, secondo la concezione nazional-socialista, in momenti simili non vige l’obbedienza a deboli superiori ma l’obbedienza alla comunità nazionale. In un’ora come quella, entra in scena il dovere di assumersi una responsabilità personale di fronte ad un popolo intiero.

Questa nozione era andata perduta nel nostro popolo o, meglio, nei nostri governi e aveva lasciato posto a nozioni puramente formali e dottrinarie: e ciò permise il successo della rivoluzione.

Quanto alla codardia dei partiti «conservatori», essa ebbe per causa profonda la scomparsa della parte attivista e ben pensante del nostro popolo dalle loro file: di quella parte che si dissanguò sui campi di battaglia. Inoltre, i nostri partiti borghesi, che possiamo definire come le sole formazioni politiche che si tenessero sul terreno del vecchio Stato, erano convinti di dover difendere le loro idee soltanto per vie e con mezzi spirituali, poiché l’impiego di mezzi fisici spettava unicamente allo Stato. Questa mentalità è segno di una debolezza, di una decadenza che si va a poco a poco formando, ed era assurda in un’epoca in cui un avversario politico aveva già da lungo tempo abbandonato questo punto di vista e professava in pubblico di voler raggiungere i suoi scopi anche con la violenza. Quando, nel mondo della democrazia borghese, emergeva il Marxismo, l’appello di quella democrazia a combatterlo con «armi spirituali» era un’assurdità che fu più tardi duramente espiata. Perché il Marxismo professò sempre la dottrina che un’arma deve essere impiegata dal punto di vista della convenienza e che il successo giustifica l’impiego che ne fu fatto.

I giorni dal 7 all’11 novembre 1918 dimostrarono che questa concezione è esala. Allora, il Marxismo non si diede il minimo pensiero del parlamentarismo e della democrazia, ma, per mezzo di malfattori che strepitavano e sparavano, diede loro il colpo mortale. Com’è naturale, in quel momento le organizzazioni di chiacchieroni borghesi erano incapaci di difendersi.

Dopo la rivoluzione, i partiti borghesi, mutando le loro etichette, ad un tratto emersero di nuovo e i loro prodi dirigenti strisciarono fuori dalle oscure cantine e dai granai dove s’erano nascosti. Ma, come tutti i rappresentanti di simili invecchiate formazioni, non avevano dimenticati i loro errori né imparato nulla. Il loro programma politico era riposto nel passato, sebbene dentro di sé si fossero già riconciliati col nuovo regime: ma il loro scopo era quello di partecipare al nuovo stato di cose; quindi continuarono a non avere altre armi che le loro parole.

Anche dopo la rivoluzione i partiti borghesi capitolarono sempre, in una maniera pietosa, davanti alla piazza.

Quando fu presentata la legge per la protezione della repubblica, non esisteva una maggioranza favorevole ad essa. Ma, di fronte ai duecentomila marxisti che dimostravano per le strade, gli «uomini di Stato» borghesi furono colti da una tale paura che, contro le loro convinzioni, approvarono la legge, per l’edificante timore di essere, all’uscire dal Reichstag, picchiati a sangue dalla folla furibonda. Purtroppo, essendo stata votata la legge, essi non furono picchiati. Così il nuovo Stato si sviluppò per le sue vie, come se non esistesse un’opposizione nazionale.

Le sole organizzazioni che a quel tempo ebbero il coraggio e la forza di opporsi al Marxismo e alle sue masse aizzate, furono i corpi franchi e, più tardi, le organizzazioni di difesa personale, e, infine, le «Leghe tradizionali».

Ma la loro presenza non addusse sensibili mutamenti nella evoluzione della storia tedesca; e cioè per il seguente motivo:

Come i partiti cosiddetti nazionali non potevano esercitare nessuna influenza perché non possedevano una forza con cui minacciare nella strada, così le cosiddette Leghe di difesa non poterono esercitare nessuna influenza perché mancavano d’un’idea politica e, soprattutto d’un reale scopo politico.

Ciò che un giorno aveva dato il successo al Marxismo era stato il perfetto concorso d’una volontà politica e d’una brutalità attivista. Ciò che escluse la Germania nazionale da ogni configurazione pratica dello sviluppo tedesco fu la mancanza di una risoluta collaborazione tra la forza brutale e una geniale volontà politica.

Di qualunque genere fosse la volontà dei partiti «nazionali», certo era che essi non avevano la minima forza di realizzare questa volontà, tanto meno di realizzarla sulla strada.

Le Leghe di difesa avevano la forza, erano padrone della strada e dello Stato e non possedevano né un’idea politica né uno scopo politico, in grazia del quale la loro forza fosse posta, o potesse essere posta, al servizio della Germania nazionale. In entrambi i casi la scaltrezza degli ebrei riuscì ad eternare o almeno ad approfondire questa disgraziata situazione. L’ebreo seppe lanciare per mezzo della sua stampa, con infinita abilità, l’idea del «carattere non politico» delle Leghe di difesa, e nella vita politica con altrettanta scaltrezza lodò ed esigette la «pura spiritualità» della lotta. Milioni di imbecilli Tedeschi ripeterono questa assurdità, senza avere il più lontano sospetto che così, in patria, disarmavano sé stessi e si consegnavano indifesi all’ebreo.

Ma anche di questo c’è una spiegazione naturale. La mancanza d’un’idea grande e nuova significò sempre una limitazione della forza di combattere. La convinzione del diritto d’impiegare armi anche brutali è sempre connessa con la presema d’una fede fanatica nella necessità del trionfo d’un nuovo ordine rivoluzionario.

Un movimento che non combatte per scopi e ideali così alti non mette mai mano all’arma suprema.

La presentazione d’una nuova grande idea fu il segreto del successo della rivoluzione francese. Alla idea la rivoluzione russa deve la sua vittoria; e solo un’idea diede al fascismo la forza di assoggettare, vittorioso, una nazione ad un vasto nuovo regime.

I partiti borghesi non sono capaci di tanto.

Non i soli partiti borghesi riponevano il loro scopo politico nella restaurazione del passato: lo riponevano anche le Leghe di difesa, nella misura in cui si occupavano di scopi politici. Vivevano in esse vecchie tendenze di Associazioni di combattenti, che smussarono politicamente l’arma più affilata che la Germania nazionale possedesse allora e la posero al servizio della repubblica. Il fatto che quelle Leghe agirono con le migliori intenzioni e, soprattutto, in perfetta buona fede, non muta nulla al carattere pazzesco del loro modo di procedere.

A poco a poco il Marxismo acquistò, nella consolidata Reichswehr, il forte sostegno di cui abbisognava la sua autorità e, con logica coerenza, si pose a demolire le Leghe di difesa che apparivano pericolose, dicendole ormai superflue. Alcuni temerari capi di cui si diffidava furono citati alla sbarra dei tribunali e posti in prigione. Tutti ebbero la sorte che s’erano meritata.

***

Con la fondazione del nostro partito comparve per la prima volta alla luce un movimento il cui scopo non era, come per i partiti borghesi, una meccanica restaurazione del passato, ma la sostituzione di un organico Stato nazionale al presente assurdo meccanismo statale.

Quindi, fin dal primo giorno il giovane movimento si pose dal punto di vista che la sua idea ha un valore spirituale ma, se è necessario, la sua difesa deve essere assicurata anche con mezzi fisici.

La convinzione dell’enorme valore della nuova dottrina fece sembrar naturale che nessun sacrificio potesse essere troppo grave per ottenere lo scopo.

Ho già accennato che in certe circostanze un movimento che vuol conquistarsi il cuore d’un popolo si trova costretto ad assumersi la difesa contro i tentativi terroristici degli avversari. La storia mondiale insegna che un terrore rappresentante una concezione del mondo non può essere infranto da una formale forza dello Stato, e può solo soggiacere ad un’altra, nuova concezione, altrettanto audace e risoluta. Ciò sarà sempre sgradito alla burocrazia protettrice dello Stato, ma il fatto resta vero. La forza statale può garantire la tranquillità e l’ordine solo quando lo Stato, nel suo contenuto, si identifica con la concezione temporanea dominante: perché allora gli elementi violenti passano per malfattori isolati e non sono considerati come i rappresentanti d’un’idea opposta a quella a cui s’ispira lo Stato. In tal caso, lo Stato, quand’anche impieghi per secoli misure di violenza contro il terrore che lo minaccia, dovrà finire per soccombere.

Il Marxismo da un grave assalto allo Stato tedesco. In una lotta di settant’anni, lo Stato non poté impedire che la concezione marxista trionfasse: sebbene distribuisse migliaia di anni di carcere e di reclusione e ricorresse a provvedimenti sanguinosi si trovò in ultimo costretto ad una capitolazione quasi completa. Ma lo Stato che il 9 novembre 1918 si arrese a discrezione al Marxismo non si presenterà domani, ad un tratto, quale vincitore del Marxismo. All’opposto: teste deboli borghesi da scanni ministeriali cianciano già oggi della necessità di non governare contro gli operai: intendendo per «operai» il Marxismo. Ma identificando l’operaio tedesco col Marxismo non solo commettono una vile falsificazione della verità ma tentano di occultare il loro crollo davanti all’idea e all’organizzazione marxista.

L’incondizionata sottomissione dello Stato odierno al Marxismo accresce per il movimento socialnazionalista il dovere di non apprestare con soli mezzi spirituali il successo della sua idea ma di assumerne esso medesimo la difesa di fronte al terrore dell’Internazionale ebbra di vittoria.

Ho già raccontato come la vita pratica ci abbia indotti a foggiare a poco a poco, nel nostro giovane movimento, squadre di protezione dei comizi, che per gradi acquistarono il carattere d’una truppa d’ordine e mirarono ad organizzarsi in una determinata forma.

Questa nuova formazione poteva avere una somiglianza esterna con le cosiddette Leghe di difesa, ma non era, in realtà, paragonabile ad esse.

Come dissi, le organizzazioni tedesche di difesa non avevano una propria determinata idea politica. In realtà, erano solo Leghe di protezione personale, formate e organizzate in modo più o meno rispondente a tale scopo: erano una integrazione illegale delle forze legali dello Stato. Il loro carattere di corpi franchi derivava solo dal modo in cui erano composte e dalla situazione dello Stato d’allora: ma certo non si potevano chiamare libere formazioni nella lotta per una libera idea propria. Non erano tali, sebbene alcuni dei capi e intiere Leghe tenessero un contegno d’opposizione contro la repubblica. Difatti non basta essere convinti che un regime esistente è privo di valore per poter parlare d’una convinzione nel senso più elevato: questa ha solo radice nella conoscenza di un regime nuovo che si ritiene necessario instaurare, e nella certezza che il più alto compito della vita è quello di adoperarsi per instaurarlo.

Ciò che distingue in modo fondamentale la truppa d’ordine del movimento nostro d’allora da tutte le Leghe di difesa è questo, che la truppa d’ordine non volle servire in nulla lo stato di cose creato dalla rivoluzione, e combatté solo per una nuova Germania.

Certo, in origine, questa truppa d’ordine era solo destinata a proteggere la sala. Il suo primo compito fu limitato; essa doveva rendere possibili i comizi che, senza lei, sarebbero stati impediti dall’avversario. Già allora era stata educata ad assaltare ciecamente, ma non perché, come si cianciava negli stupidi circoli tedesco-popolari, venerasse lo sfollagente come supremo mezzo di discussione, sibbene perché capiva che lo spirito più nobile non conta nulla se colui che lo porta viene colpito da uno sfollagente: e la storia insegna che non di rado uomini intelligentissimi perirono sotto i colpi di piccoli Iloti. La nostra truppa non poneva come scopo la violenza, ma voleva difendere gli annunziatori dello scopo spirituale dall’essere espulsi con la violenza.

Comprese pure che non aveva il dovere d’assumersi la difesa d’uno Stato che non garantiva nessuna difesa alla nazione; ed assunse essa medesima la protezione del popolo tedesco contro coloro che volevano distruggere popolo e Stato.

Dopo il tempestoso comizio tenuto nel salone della Birreria di Corte a Monaco, la truppa d’ordine, ad eterno ricordo dell’eroico assalto dato colà da pochi, ricevette il nome di riparto d’assalto. Come dice questo titolo, essa rappresenta solo un riparto del movimento. E’ un elemento di esso, come la propaganda, la stampa, gli istituti scientifici ed altre membra del corpo del partito.

Quanto fosse necessario crearlo, potemmo vedere non solo in quella memorabile adunanza ma anche quando tentammo di diffondere a poco a poco, da Monaco, il movimento in tutta la Germania. Quando apparimmo pericolosi al Marxismo, questo non lasciò passare nessuna occasione di soffocare in germe ogni tentativo di comizio nazional-socialista o di impedire che si svolgesse. Come era naturale, le organizzazioni di partito del Marxismo d’ogni gradazione approvavano tali intenzioni o tali gesta nei corpi rappresentativi. Ma che si doveva dire a partiti borghesi che, battuti essi medesimi dal Marxismo, in molti luoghi non potevano arrischiarsi a lasciare che i loro oratori si presentassero in pubblico, e tuttavia manifestavano una sciocca e incomprensibile soddisfazione quando in qualche modo una battaglia nostra contro il Marxismo aveva esito sfavorevole? I partiti borghesi erano felici che quel Marxismo che non poteva essere vinto da loro, anzi, s’era imposto a loro, non potesse essere spezzato nemmeno da noi. Che si doveva dire a funzionali statali, a presidenti di polizia, e perfino a ministri che con vera indecenza amavano chiamarsi «nazionali», ma in ogni urto fra noi nazional-socialisti e i marxisti prestavano a costoro vergognosi servigi? Che si doveva dire a uomini tanto abbietti che, per ottenere la miserabile lode della stampa ebraica, perseguitavano quegli eroi che a rischio della propria vita avevano, pochi anni prima, impedito alla canaglia rossa di farli a brani e di appenderne i cadaveri ai pali dei lampioni?

Questi tristi fenomeni indussero un giorno l’indimenticabile defunto presidente Pöhner, che nella sua severa dirittura odiava gli striscianti, a gridare: «In tutta la mia vita volli essere prima un Tedesco e poi un funzionario, e non vorrei a nessun patto essere scambiato con quelle creature che, in qualità di’ funzionario, si prostituiscono a chiunque sia il padrone del momento».

Cosa assai da rammaricare fu questa, che a poco a poco decine di migliaia di bravi e leali servitori dello Stato non solo caddero sotto la potestà di gente simile, ma furono contagiati dalla loro mancanza di carattere. Inoltre, quella gente perseguitò con furioso odio gli onesti e finì col far loro perdere il posto e il grado, pur seguitando a presentarsi, con ipocrita menzogna, come «nazionale». Da persone come queste noi non potevamo aspettarci nessun appoggio, e solo in casi rarissimi ci fu concesso. Solo costruendosi una protezione propria il nostro movimento poteva rendersi sicuro e conquistarsi quell’attenzione e quel rispetto generale che sono dovuti a chi, se è attaccato, sa difendersi da sé.

Lo sviluppo interno del riparto d’assalto fu guidato dal pensiero e dal proposito di dargli la necessaria educazione fisica, non solo, ma di farne il convìnto incrollabile sostenitore dell’idea nazìonal-socialista e di rafforzarne in estrema misura la disciplina. Esso non doveva avere nulla di comune con un’organizzazione segreta.

Una considerazione mi spinse già allora a rifiutare di permettere che il nostro riparto d’assalto assumesse l’aspetto delle cosiddette Leghe di difesa. Una formazione di difesa d’un popolo non può essere realizzata da Leghe private se non col concorso di enormi mezzi statali. Chi pensa diversamente, sopravaluta il proprio potere. E’ escluso che a partire da una certa quantità di aderenti, si possa, con la cosiddetta «disciplina volontaria», fondare organizzazioni fornite di valore militare.

Perché in tal caso manca il più importante sostegno dell’autorità di comando, ossia la forza di punire. Nell’autunno, o, meglio, nella primavera 1919 fu possibile istituire «corpi franchi»; ma perché possedevamo, in grande proporzione, combattenti del fronte educati alla scuola del vecchio esercito e perché il genere di doveri che imponevamo costringeva il singolo, almeno per un certo tempo, all’assoluta obbedienza militare.

Questa obbedienza manca del tutto all’odierna volontaria «organizzazione di difesa». Quanto più la sua Lega s’ingrandisce, tanto più la disciplina s’indebolisce e tanto meno si può esigere da ciascun aderente: e tanto più essa assumerà il carattere non politico delle antiche Associazioni di combattenti e di veterani.

Non si può realizzare in grandi masse l’educazione volontaria al servizio militare se non è assicurata un’assoluta efficacia del comando. Saranno sempre pochi quelli che di loro spontanea volontà si assoggetteranno alla costrizione di un’obbedienza come quella che è considerata naturale e necessaria nell’esercito.

E una vera istruzione militare non si può svolgere in conseguenza della ridicola scarsità dei mezzi di cui dispone a tal fine una «Lega di difesa». E tuttavia, il compito principale d’un istituto come questo dovrebbe appunto essere quello di fornire un’istruzione ottima, ispirante fiducia.

Parecchi anni sono passati dalla fine della guerra, e da allora nessuna classe di leva della gioventù tedesca ha ricevuto una metodica istruzione militare. Ma non può essere missione d’una Lega di difesa quella di comprendere in sé le leve d’una volta, già istruite, altrimenti si potrebbe calcolare con matematica esattezza il giorno in cui l’ultimo dei suoi membri abbandonerebbe questa corporazione. Fra vent’anni, il più giovane soldato del 1918 non sarà più in giade di battersi. Così, la Lega di difesa assumerà sempre più l’aspetto delle antiche Associazioni di combattenti. Ma tale non può essere il senso di un istituto che si intitola non Lega di combattenti ma Lega di difesa, e che col suo stesso nome vuol enunciare che ritiene suo compito non solo il conservare la tradizione e la solidarietà degli antichi soldati ma anche il foggiare l’idea di difesa e il realizzare questa idea creando un corpo difensivo.

Questo compito però esige che gli elementi i quali finora non hanno ricevuto l’istruzione militare la ricevano: cosa in pratica impossibile nelle Leghe di difesa. Un’istruzione di un’ora o due settimanali non basta a formare un soldato. Date le enormi esigenze che oggi il servizio militare pone a ciascun soldato, una ferma di due anni è appena sufficiente a fare, del giovane non istruito, un soldato istruito. In guerra abbiamo tutti visto le spaventevoli conseguenze risultanti dalla scarsa istruzione militare di giovani reclute. Carte formazioni di volontari che, durante quindici o venti settimane, erano state istruite con ferrea decisione e sconfinata abnegazione, mostrarono tuttavia, al fronte, di non essere altro che carne da cannone. Bisognò distribuirle nelle file dei soldati vecchi ed esperti, perché le giovani reclute, istruite durante quattro o sei mesi, diventassero utili membri di un reggimento: guidati dai «vecchi», si fecero a poco a poco pari al loro compito.

Invece, non ha probabilità di successo il tentativo di formare una buona truppa senza chiara potenza di comando e senza vasti mezzi, con una cosiddetta «istruzione» d’un’ora o due la settimana! Con ciò si può forse rinfrescare l’educazione militare di vecchi soldati, ma non trasformare dei giovani in soldati.

Un simile modo di procedere da risultati privi d’ogni valore, come dimostra il fatto che, nel tempo medesimo in cui una cosiddetta Lega volontaria di difesa con grandi sforzi e gran chiasso educa o tenta di educare all’idea della difesa un paio di migliaia di persone di buona volontà (le altre non hanno importanza), lo Stato, impartendo un’educazione democratica e pacifista, rapisce metodicamente a milioni e milioni di giovani i loro istinti naturali, avvelena la loro logica mentalità patriottica e ne fa un armento docile ad ogni arbitrio. Ciò rende ridicoli tutti i tentativi delle Leghe di difesa di infondere le loro idee alla gioventù tedesca.

Ancor più importante è un altro motivo che mi indusse sempre ad oppormi ad ogni tentativo di creare formazioni di difesa militare sulla base delle Leghe di volontari.

Ammesso che, nonostante le menzionate difficoltà, una Lega di difesa riuscisse a dare, ogni anno, ad un determinato numero di Tedeschi, un’istruzione difensiva, tanto per ciò che riguarda la loro mentalità quanto per ciò che si riferisce all’educazione fisica e alla capacità di valersi delle armi, il risultato sarebbe nullo in uno Stato che, per le sue tendenze, non desidera, anzi odia, formazioni di questo genere, perché opposte agli scopi ultimi dei suoi dirigenti, corruttori dello Stato stesso.

In ogni caso, non si potrebbe raggiungere nessun buon risultato sotto governi che hanno dimostrato coi fatti di non dare la minima importanza alla forza militare della nazione e di non essere disposti a permettere un appello a questa forza se non nel caso che si tratti di proteggere la loro funesta esistenza.

Ed oggi è proprio così. E’ ridicolo il voler dare istruzione militare, nella penombra, ad alcune decine di migliaia di uomini, mentre lo Stato, pochi anni prima, sacrificò in modo vergognoso otto milioni e mezzo di soldati perfettamente istruiti; non solo non se ne servì, ma, in ringraziamento dei loro sacrifici, li espose agli oltraggi generali. Si vuole, dunque, istruire soldati per un regime statale che insozzò i gloriosi soldati di prima, lasciò strappare dai loro petti i distintivi onorifici e le coccarde, ne calpestò le bandiere, e ne derise i servigi? Ha forse, Fattuale regime, fatto un solo passo per ristabilire l’onore del vecchio esercito, per punire gli oltraggiatori? All’opposto: affidò a questi oltraggiatori le più alte cariche dello Stato.

A Lipsia fu detto: «il diritto va con la forza». Nella nostra odierna repubblica la forza si trova nelle mani di quegli stessi che tramarono la rivoluzione, la rivoluzione che costituisce il più volgare tradimento del paese, la più canagliesca azione della storia tedesca. Perciò non ,”è proprio nessuna ragione di rafforzare la potenza di quella gente creando un nuovo giovane esercito.

Il valore che questo Stato, anche dopo la rivoluzione del 1918, attribuì al rafforzamento militare della sua esistenza risulta con chiarezza dalla posizione che prese di fronte alle grandi organizzazioni di difesa allora esistenti. Fin quando esse si assunsero la difesa di creature della rivoluzione personalmente codarde, furono le benvenute. Ma quando il graduale avvilimento del nostro popolo eliminò per costoro il pericolo, e l’esistenza delle Leghe significò un rafforzamento della politica nazionale, esse diventarono superflue, e si fece il possibile per disarmarle o sopprimerle.

Rari sono i casi di riconoscenza dei principi che la storia presenta. Ma non un solo patriotta della nuova borghesia è capace di contare sulla riconoscenza di assassini rivoluzionari, di sfruttatori del popolo e traditori della nazione. Io, nell’esaminare il problema se convenisse creare Leghe volontarie di difesa, dovetti sempre pormi questa domanda: Per chi istruisco i giovani? A quale scopo saranno impiegati, quando saranno chiamati alle armi? La risposta a queste domande diede le migliori direttive per la mia condotta.

Se lo Stato attuale dovesse un giorno ricorrere ad elementi istruiti di questo genere, non lo farebbe mai per difendere l’interesse della nazione di fronte allo straniero, ma per proteggere coloro che violentarono la nazione dall’ira infiammata e universale, che un giorno esploderà, del popolo ingannato, tradito e venduto.

Già per questo motivo il nostro riparto d’assalto non doveva aver nulla di comune con un’organizzazione militare. Esso era un mezzo di difesa e d’istruzione del movimento nazionalsocialista, e i suoi compiti si trovavano in tutt’altro campo da quello delle cosiddette Leghe di difesa.

Esso però non doveva costituire un’organizzazione segreta. Le organizzazioni segrete possono solo avere uno scopo opposto alla legge: e ciò ne limita l’ampiezza. Non è possibile, data la loquacità del popolo tedesco, costruire un’organizzazione alquanto vasta e nello stesso tempo tenerla segreta od occultarne gli scopi. Ogni simile tentativo è destinato a restare vano. Oggi, la polizia ha a sua disposizione uno Stato maggiore di lenoni e simili furfanti che per trenta denari, come Giuda, tradiscono, rivelando ciò che possono scoprire e inventando ciò che conviene loro rivelare. Inoltre, gli affigliati non possono sempre essere indotti al silenzio, in questi casi indispensabile. Solo piccoli gruppi possono, in grazia di una cernita durata anni, assumere il carattere di vere organizzazioni segrete: ma la loro stessa piccolezza le priverebbe d’ogni valore per il movimento nazional-socialista. Noi avevamo e abbiamo bisogno non di cento o duecento audaci congiurati, ma di centinaia di migliaia di fanatici combattenti per la nostra concezione del mondo. Non si deve lavorare in conventicole segrete, ma in formidabili cortei di masse. Non si può spianare la via al movimento col pugnale o col veleno o con la pistola, ma con la conquista della strada. Dobbiamo insegnare al Marxismo che l’attuale. padrone della strada è il nazionalsocialismo, e che esso un giorno sarà anche padrone dello Stato.

Inoltre, oggi, il pericolo delle organizzazioni segrete è riposto anche in questo, che spesso i membri misconoscono la grandezza del compito e che in taluno si forma l’opinione che il destino d’un popolo possa essere il colpo decisivo da un gesto omicida. Questa opinione può trovare una giustificazione storica; per esempio, quando un popolo langue sotto la tirannide d’un oppressore di genio la cui eminente personalità è sola garanzia della saldezza e della durata del suo dominio. In tali casi può accadere che dalle file d’un popolo balzi fuori un uomo pronto, a sacrificarsi e pianti l’acciaio mortale nel petto dell’odiato tiranno. Ci vuole lo spirito repubblicano di piccole canaglie coscienti della propria colpa per ritenere abbominevole un gesto simile, ma il maggior cantore della libertà che abbia avuto il popolo nostro glorificò nel suo «Tell» un’azione di questo genere.

Negli anni 1919 e 1920 vi fu il pericolo che l’aderente ad organizzazioni segrete, trascinato da grandi esempi della storia e irritato dalla sconfinata miseria della patria, tentasse di vendicarsi degli assassini del suo paese, con la convinzione di metter fine così alle sofferenze del suo popolo. Ma tentativi simili erano assurdi, perché il Marxismo non aveva vinto in grazia della genialità e del valore personale di un solo uomo, ma in grazia dell’immensa miserabilità e della vile rinunzia del mondo borghese. La più crudele critica che si possa esercitare sulla nostra borghesia è la constatazione che essa si sottomise alla rivoluzione sebbene questa non abbia messo in evidenza nemmeno un solo uomo eminente. Si comprende come si possa capitolare di fronte ad un Robespierre, ad un Danton, ad un Maral, ma è stupefacente che si sia potuto strisciare davanti al secco e arido Scheidemann, al grosso signor Erzberger, ad un Federico Eber e a tanti altri pigmei politici. Non vi fu un solo uomo in cui si potesse vedere il rivoluzionario di genio, — che sarebbe stato funesto alla patria: vi furono solo cimici della rivoluzione, spartachisti all’ingrosso e al dettaglio. Era inutile sopprimere taluno di costoro: il sopprimerlo avrebbe avuto questo solo risultato, che al suo posto sarebbero venuti due altri succhiatori di sangue altrettanto grossi e altrettanto assetati.

In quegli anni, bisognò opporsi con ogni risolutezza ad una concezione che era fondata in episodi veramente grandi della storia ma non era idonea alla nostra epoca di nani.

Altrettanto si può rispondere alla domanda se convenisse sopprimere i cosiddetti traditori del paese. E’ ridicolo e illogico sopprimere un uomo che ha consegnato un cannone mentre seggono nei più alti posti dello Stato canaglie che vendettero un intiero Reich, hanno sulla coscienza l’inutilità del sacrificio di due milioni di uomini, sono responsabili di milioni di mutilati, e frattanto fanno con animo tranquillo i loro affari repubblicani. E’ assurdo eliminare piccoli traditori in uno Stato il cui governo esenta questi traditori stessi da ogni pena. Perché così può accadere che, un bel giorno, l’onesto idealista il quale sopprime, per amor del suo popolo, il miserabile che consegnò le armi, venga chiamato a rispondere dai massimi traditori del paese. Qui ci si deve chiedere: un piccolo traditore deve essere soppresso da una creatura meschina o da un idealista? Nel primo caso il successo è dubbio ed il tradimento è quasi sicuro per più tardi; nel secondo caso viene soppresso un piccolo furfante e messa in giuoco la vita di un idealista forse insostituibile.

Quanto a me, penso che non si debbano impiccare i ladri piccoli e lasciar liberi i grandi; che anzitutto una Corte di giustizia nazionale debba giudicare e giustiziare alcune decine di migliaia di delinquenti organizzatori e perciò responsabili del tradimento di novembre e di ciò che accade in conseguenza di quel tradimento. Un tale esempio servirà di lezione, una volta per sempre, ai meschini che consegnarono le armi.

Queste considerazioni mi indussero a vietare la partecipazione a Società segrete e a salvaguardare i riparti d’assalto dall’assumere tale carattere. Tenni lontano, in quegli anni, il movimento nazional-socialista da esperimenti realizzati da giovani Tedeschi animati da un sublime idealismo ma che rimasero vittime delle loro azioni perché non poterono migliorare in nulla le sorti della patria.

***

Ma se il riparto d’assalto non doveva essere né una organizzazione militare di difesa né una Lega segreta, da ciò risultavano le conseguenze che ora enuncerò:

1) Essi debbono essere istruiti non da punti di vista militare ma da quelli dell’opportunità di partito.

In quanto occorre dare ai membri dei riparti una buona educazione fisica, si deve attribuire il valore principale non agli esercizi militari ma all’attività sportiva. A me, la boxe e il Iiu-Ijtsu sono sempre apparsi più importanti di ogni allenamento a tirar bene: allenamento sempre cattivo perché dato solo a metà. Si diano alla nazione tedesca sei milioni di corpi perfettamente allenati nello sport, imbevuti di fanatico amor patrio e di spirito offensivo, e uno Stato nazionale potrà, se sarà necessario, in un paio d’anni farne un esercito, se sussistono per essi quadri di ufficiali.

Allo stato attuale delle cose, solo la Reichswerhr può fornire i quadri, e non una mediocre Lega di difesa. L’educazione fisica deve infondere al singolo la convinzione della sua superiorità e quella fiducia che si trova solo nella coscienza della propria forza. Deve apportargli quelle abilità sportive che servono di arma nella difesa del movimento.

2). Onde evitare a priori ogni carattere segreto dei riparti d’assalto, ostruendo dalla loro uniforme nota a tutti, il grosso numero dei loro effettivi deve indicar loro la via che giova al movimento ed è conosciuta dal pubblico. I riparti non debbono tenere occulti conciliaboli ma marciare all’aperto e svolgere così un’attività idonea a distruggere tutte le leggenda di «organizzazione segreta». E per distoglierli da ogni velleità di soddisfare il loro attivismo con piccole congiure, li iniziammo alla grande idea del movimento, li educammo al compito di farsi campioni di quell’idea. Così il loro orizzonte si dilatò e ciascun aderente considerò sua missione non l’eliminare un piccolo o grande briccone ma l’esporsi per la creazione d’un nuovo Stato nazionalsocialista.

Con ciò la lotta contro lo Stato odierno assurse, dall’atmosfera di piccole vendette e piccole congiure, a quella, ben più elevata, di una guerra d’annientamento contro il Marxismo e le sue creature, guerra animata da una concezione mondiale.

3). La formazione organica dei reparti d’assalto, la loro uniforme e il loro armamento non debbono farsi sul modello del vecchio esercito, ma secondo opportunità determinate dal loro compito.

Queste vedute, che mi guidarono negli anni 1920 e 1921 e che io tentai per gradi di infondere al giovane organismo, ebbero il risultato che noi già nell’estate 1922 disponevamo d’un buon numero di centurie, che nel tardo autunno 1922 indossarono a poco a poco la loro particolare caratteristica divisa. Tre circostanze ebbero grande importanza per l’ulteriore sviluppo dei riparti d’assalto:

1). La grande dimostrazione generale di tutte le Associazioni patriottiche contro la legge di protezione della repubblica, nel tardo autunno 1922, nella piazza reale di Monaco.

Le Associazioni patriottiche di Monaco avevano lanciato allora un appello, invitante ad una gigantesca manifestazione in Monaco come protesta contro la legge di protezione della repubblica.

Anche il movimento nostro doveva prendervi parte. La compatta marcia dei nostri partigiani fu iniziata da sei centurie di Monaco, alle quali tenevano dietro le sezioni del partito politico. Nel corteo marciavano due orchestre: circa quindici bandiere furono portate con noi. L’arrivo dei nazional-socialisti nella grande piazza già piena per metà, dove non si trovavano altre bandiere, suscitò un immenso entusiasmo. Io stesso ebbi l’onore di parlare ad una folla di sessantamila persone.

La dimostrazione ebbe un effetto formidabile, soprattutto perché, a dispetto delle minacce dei rossi, fu per la prima volta dimostrato che anche la Monaco nazionale poteva marciare per la strada. Alcuni membri di Leghe di difesa repubblicana che tentarono di esercitare il terrore contro le colonne in marcia furono in pochi minuti ricacciati con la testa rotta dalle nostre centurie. Il nostro movimento mostrò allora la sua decisione di esigere, in avvenire, anche per sé il diritto di occupare la strada, strappando questo monopolio di mano ai traditori internazionali del popolo e ai nemici della patria.

Il risultato di quella giornata fu prova della esattezza, dal punto di vista psicologico e organizzativo, delle nostre idee sulla formazione dei riparti d’assalto. Questi furono ormai allargati sulla base che s’era dimostrata tanto buona, e già poche settimane più tardi era costituito a Monaco un numero doppio di centurie.

2). La marcia su Coburgo nell’ottobre 1922. Certe Leghe «nazionali» si proposero di tenere a Coburgo una cosiddetta «giornata tedesca». Io stesso ricevetti l’invito di parteciparvi, con l’annotazione che avrei fatto cosa gradita se fossi andato accompagnato. L’invito, che mi fu consegnato alle undici antimeridiane, mi giunse molto a proposito. Un’ora più tardi, erano emanati gli ordini per la partecipazione a quella giornata tedesca. Come «accompagnamento» destinai ottocento uomini dei riparti d’assalto, che, divisi in quattordici squadre, dovevano essere condotti con treno speciale da Monaco a Coburgo. Furono dati i relativi ordini a gruppi di riparti nazionalsocialisti che erano stati formati in altre località.

Era la prima volta che, in Germania, viaggiava un treno speciale di questo genere. In tutte le località dove salivano nuovi membri di riparti d’assalto, il trasporto destava grande emozione. Molti non avevano ancora mai viste le nostre bandiere: l’impressione prodotta da queste fu molto grande. Quando entrammo nella stazione di Coburgo, ci accolse una deputazione della presidenza della «giornata tedesca», che ci comunicò un «accordo» che in realtà era una imposizione dei Sindacati, degli indipendenti e dei comunisti di quella città. Costoro ci ingiungevano di non entrare in Coburgo a bandiere spiegate, né con la musica (avevamo condotto con noi una banda di 42 sonatori) né in corteo compatto e chiuso.

Io respinsi tosto queste vergognose condizioni, e non trascurai di esprimere ai signori della presidenza il mio stupore pel fatto che avessero trattato con quella gente e concluso un accordo; e dichiarai che i riparti d’assalto sarebbero all’istante entrati in città ripartiti in centurie, a bandiera spiegata e al suono della banda.

E così avvenne.

Già sul piazzale della stazione ci accolsero gli urli d’una folla di molte migliaia di persone. «Assassini, banditi, briganti, delinquenti». furono i vezzeggiativi di cui ci colmarono gli esemplari fondatori della repubblica tedesca. I giovani riparti d’assalto serbarono un ordine modello; le squadre si formarono nel piazzale della stazione; dapprima, non seppero nulla di quelle contumelie. Poliziotti pieni di paura guidarono il corteo procedente per quella città a noi sconosciuta, ma non ci guidarono, come era stabilito, al nostro quartiere, un locale situato alla periferia di Coburgo, sibbene alla Birreria di Corte, nel centro della città. A destra e a sinistra del corteo lo schiamazzo delle masse popolari che ci accompagnavano andava sempre crescendo. Non appena l’ultima squadra fu entrata nella Birreria, grosse masse tentarono, fra grida assordanti, di irrompere nel locale. Allora la polizia chiuse la Birreria. Io, trovando ciò intollerabile, rivolsi brevi parole ai miei riparti e quindi reclamai dalla polizia l’immediata apertura delle porte. Dopo lungo esitare, la polizia acconsentì. Rifacemmo a ritroso la via per la quale eravamo venuti, per recarci al nostro quartiere, dove facemmo fronte. Quando videro di non poter far perdere la calma alle nostre squadre con urli e con ingiurie, i rappresentanti del vero socialismo, dell’eguaglianza e della fraternità, posero mano alle pietre. Perdemmo la pazienza; per dieci minuti fioccarono i colpi a destra e a sinistra, dopo un quarto d’ora non si vedeva più nessun rosso per le strade.

La notte, vi furono gravi conflitti. Pattuglie dei riparti d’assalto avevano trovati in condizioni pietose dei nazional-socialisti che, isolati, erano stati sopraffatti. Ce la sbrigammo presto con gli avversarii la mattina dopo, era infranto il terrore rosso, sotto il quale Coburgo soffriva da anni.

Con una falsità autenticamente marxista ed ebraica, si tentò di. indurre, con biglietti a mano, i «compagni e compagne del proletariato internazionale» a scendere di nuovo in istrada, sostenendo, con completo capovolgimento dei fatti, che le nostre «bande di assassini» avevano cominciato la «guerra di sterminio contro i pacifici lavoratori di Coburgo». All’una e mezza la «grande dimostrazione popolare» doveva avere luogo, e si sperava che ad essa si aggiungessero decine di migliaia di lavoratori dei dintorni. Io, risoluto ad estirpare in modo definitivo il terrore rosso, feci chiamare a mezzogiorno i riparti d’assalto, saliti nel frattempo a 1.500 uomini e con essi mi avviai alla grande piazza ove doveva aver luogo la dimostrazione rossa. Volevo vedere se i rossi osassero ancora molestarci. Ma quando giungemmo sulla piazza, vi scorgemmo, invece delle decine di migliaia annunziate, solo poche centinaia di presenti, che, al nostro avvicinarsi, si tennero zitti e in parte se la svignarono. Solo in certi punti truppe rosse, che erano giunte di fuori e non ci conoscevano ancora, tentarono di molestarci, ma in un batter d’occhio ne facemmo passar loro la voglia. Allora si poté vedere la popolazione, finora terrorizzata dai rossi, destarsi lentamente, ricuperare il coraggio, salutarci con simpatia, e la sera, alla nostra partenza, prorompere in molti luoghi in spontanee grida di giubilo.

Alla stazione, ad un tratto il personale della ferrovia ci dichiarò che non avrebbe guidato il treno. Io feci dire ad alcuni caporioni che in tal caso avrei arrestati tutti i bonzi rossi che mi fossero capitati sottomano, e avremmo noi stessi guidato il treno ma collocando sulla locomotiva e sul tender e in ciascuna carrozza due dozzine di fratelli della solidarietà internazionale, per portarli via con noi. Non trascurai di far osservare a quei signori che il viaggio con le 1 nostre proprie forze sarebbe stato un’impresa molto pericolosa e che non era escluso che tutti quanti ci rompessimo le ossa. In caso di deragliamento, saremmo stati lieti di migrare all’Al di là non da soli, ma in compagnia e fraternità coi signori rossi.

Il treno partì con grande puntualità, e l’indomani arrivammo a Monaco sani e salvi.

Con ciò fu ristabilita a Coburgo, la prima volta dopo il 1914, l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Perché se oggi qualche merlotto di alto funzionario sostiene che lo Stato protegge la vita dei suoi cittadini, ciò non era vero almeno in quel tempo: allora, i cittadini dovevano difendersi dai rappresentanti dello Stato attuale.

In principio, non si poterono valutare con esattezza le conseguenze di quella giornata. I vittoriosi riparti d’assalto acquistarono maggior fiducia in sé e nella bontà delle direttive loro assegnate. E gli altri cominciarono ad occuparsi assai di noi, e molti riconobbero per la prima volta nel movimento nazional-socialista l’istituzione destinata, secondo ogni probabilità, a mettere fine un giorno alla follia marxista. Solo la democrazia si lagnò che taluno osasse non lasciarsi rompere la testa senza reagire, e che noi avessimo ardito, in una repubblica democratica, ribattere un brutale assalto coi pugni e coi bastoni anziché con canzoni pacifista.

La stampa borghese in generale fu, come sempre, pietosa o volgare; solo pochi giornali sinceri si compiacquero che almeno in un luogo gli aggressori marxisti fossero stati messi a posto.

A Coburgo, una parte del proletariato marxista, traviata dai mestatori, imparò dai pugni di lavoratori nazional-socialisti che anche questi si battono per ideali, poiché l’esperienza insegna che l’uomo combatte solo per ciò in cui crede e che ama.

Il profitto maggiore fu tratto dai riparti stessi. Crebbero in fretta di numero, cosicché al Congresso del partito, del gennaio 1923, già seimila uomini poterono prender parte alla consacrazione delle bandiere, e le prime centurie comparvero indossando la loro nuova uniforme.

L’esperienza fatta a Coburgo mostrò che, per rafforzare lo spirito di corpo e per evitare che gli uomini non si riconoscessero fra loro, era necessario dare un’uniforme unica a tutti i riparti. Finora essi portavano solo il bracciale; adesso fu dato loro anche il pastrano e il ben noto berretto.

Ma l’esperienza di Coburgo ebbe pure quest’altro effetto, che noi risolvemmo di spezzare metodicamente il terrore rosso in tutte le località dove da molti anni esso impediva le adunanze degli avversari, e di ristabilire la libertà dei comizi. A partire da allora, si adunarono in quelle località battaglioni nazional-socialisti, e a poco a poco, in Baviera, le rocche marxiste caddero, l’una dopo l’altra, vittime della nostra propaganda. I riparti d’assalto divennero sempre più pari al loro compito: differirono sempre più da un assurdo e insignificante movimento di difesa, e assursero al grado d’una vivente organizzazione di battaglia per le creazioni d’un nuovo Stato tedesco.

Questo logico sviluppo durò fino al marzo 1923. Poi sopravvenne un fatto che mi costrinse a far deviare il movimento dalla strada fino allora seguita e a procedere ad una trasformazione di esso.

3). L’occupazione della Ruhr per opera dei Francesi nei primi mesi del 1923 ebbe grande importanza per lo sviluppo dei riparti d’assalto.

Ancor oggi non è possibile né conforme all’interesse nazionale parlare o scrivere apertamente di quell’episodio. Io ne parlerò solo nella misura in cui questo tema fu già toccato in pubbliche trattative e quindi reso noto al pubblico.

L’occupazione del territorio della Ruhr, di cui non fummo sorpresi, fece sorgere la fondata speranza che ormai si mettesse termine alla codarda politica di indietreggiamento e si assegnasse alle Leghe di difesa un compito ben determinato. Anche i nostri riparti d’assalto, che allora noveravano parecchie migliaia di uomini giovani e forti, non potevano essere sottratti a questo servizio nazionale. Nella primavera e nell’estate del 1923 furono trasformati in una organizzazione militare di combattimento. A questa trasformazione deve in gran parte attribuirsi l’ulteriore sviluppo degli avvenimenti nell’anno 1923. per quanto riguarda il movimento nostro; ma essa, mentre non rispose alle ragioni che l’avevano provocata, perché non fu assunto un contegno di resistenza attiva alla Francia, dal punto di vista del movimento, riuscì dannosa.

Il risultato dell’anno 1923 può, a prima vista, apparire terribile, ma, considerato più dall’alto, fu quasi necessario, in quanto che il contegno del governo tedesco rese priva d’oggetto la trasformazione dei nostri riparti, la quale d’altro lato era nociva al movimento. Quindi fu posta rapida fine a questa trasformazione e così si creò la possibilità di ricostruire un giorno là, dove s’era dovuta abbandonare, la via giusta.

Il partito nazional-socialista dei lavoratori tedeschi, fondato nel 1925, deve creare, educare e organizzare i suoi riparti d’assalto secondo i principi qui esposti. Deve tornare indietro, alle sane vedute originarie, e considerare suo compito supremo quello di creare nei riparti d’assalto uno strumento che rappresenti e consolidi la lotta che il movimento conduce per il trionfo della sua concezione del mondo.

Non deve permettere che i riparti d’assalto scendano al livello di una Lega di difesa o di una organizzazione segreta; anzi, deve sforzarsi di foggiare in essi una guardia, numerosa di centinaia di

migliaia di uomini, dell’idea nazional-socialista, e quindi nazionale.

CAPITOLO X

IL FEDERALISMO COME MASCHERA.

Nell’inverno 1919 e, ancor più, nella primavera e nell’estate 1920, il giovane partito si trovò costretto a prendere posizione di fronte ad un problema che già durante la guerra assunse importanza straordinaria. Quando la Germania sembrava dovesse crollare, tanto gli Inglesi quanto i Francesi scatenarono una formidabile propaganda intesa a spalancare di nuovo l’abisso che una volta separava il nord dal sud. Nella primavera del 1915 comparvero i primi fogli eccitanti sistematicamente l’odio contro la Prussia, dichiarata sola colpevole della guerra. Nel 1916 questo sistema aveva già raggiunto uno sviluppo completo, un alto grado di abilità e di abbiezione. Calcolando sui più bassi istinti, quella propaganda di aizzamento dei Tedeschi meridionali contro i settentrionali cominciò, dopo breve tempo, a portare frutti. I più alti personaggi dello Stato e dell’esercito, soprattutto in Baviera, meritarono allora il giustificato rimprovero di non avere, dimentichi dei loro doveri, proceduto con la necessaria risolutezza contro quei tentativi di dissoluzione. Non si fece nulla! Anzi, in certi posti sembrò che non fossero mal visti, e si fu cosi meschini da pensare che quella propaganda ostacolasse l’evoluzione unitaria del popolo tedesco e adducesse così un automatico consolidamento delle forze federative. Una simile trascuranza fu duramente espiata. L’indebolimento che si credeva di inferire alla Prussia colpì la Germania intiera: e ne fu affrettato il crollo che schiacciò non la Germania ma, in prima linea, i singoli Stati.

Nelle città dove imperversò con maggior violenza l’odio, attizzato ad arte, contro la Prussia, scoppiò in primo luogo la rivoluzione contro la Casa regnante.

Sarebbe però errore il credere che lo stato d’animo avverso alla Prussia fosse opera soltanto della propaganda di guerra dei nemici e che non esistessero motivi di scusa per il popolo che diede ascolto a questa propaganda. L’incredibile modo in cui fu organizzata la nostra economia di guerra, che, con un pazzo accentramento, pose sotto tutela l’intiero territorio del Reich e permise imbrogli d’ogni genere, — fu la ragione precipua del sorgere d’una mentalità anti-prussiana. Perché, per il piccolo uomo normale, le Società di guerra, la cui Centrale aveva sede a Berlino, si indentificavano con Berlino e Berlino equivaleva alla Prussia. I singoli non seppero che l’organizzazione di quell’istituto di rapina, chiamato Società di guerra, non era berlinese, né prussiana, e nemmeno tedesca. Essi videro solo i difetti e i soprusi di quell’odiata istituzione che aveva sede a Berlino, e trasferirono il loro odio a questa capitale e alla Prussia in genere, tanto più che da certi posti non si intraprese nulla contro questa mentalità, anzi se ne fu tacitamente soddisfatti.

L’ebreo era troppo scaltro per non capire già allora che l’infame sfruttamento del popolo tedesco da lui iniziato sotto il mantello della Società di guerra doveva provocare resistenza. Finché questa resistenza non si volse contro lui, non se ne diede pensiero. Ma per evitare che le masse, spinte al furore e alla disperazione, si scagliassero contro di lui, trovò l’eccellente rimedio di volgere contro altri lo sdegno popolare, di farlo divampare in altra direzione.

Lottasse pure la Baviera contro la Prussia e la Prussia contro la Baviera: quanto più aspra si faceva la lotta, tanto meglio era! Il violento conflitto fra quei due paesi assicurava la pace all’ebreo.

Così l’attenzione del popolo fu distolta dalla verminaia internazionale, che fu dimenticata. Quando sorse poi il pericolo che elementi giudiziosi, numerosi anche in Baviera, ammonissero al riserbo e alla esatta valutazione delle cose, e la lotta contro la Prussia sembrò calmarsi, l’ebreo di Berlino mise in scena una nuova provocazione e stette ad aspettare l’esito. All’istante, tutti quelli che profittavano del contrasto fra nord e sul si gettarono sul nuovo episodio e soffiarono tanto sulla fiamma dell’indignazione che questa tornò a divampare furiosa.

Fu un gioco abile e raffinato quello che allora svolse l’ebreo per turbare le stirpi tedesche e poterle meglio sfruttare.

Poi venne la rivoluzione.

Se fino al novembre 1918 l’uomo medio, e soprattutto il piccolo borghese e l’operaio poco istruito non fu in grado di rendersi conto della vera origine e delle inevitabili conseguenze del conflitto fra le stirpi tedesche, avrebbe almeno dovuto rendersene conto, il giorno dello scoppio della rivoluzione, la parte cosiddetta «nazionale». Perché, non appena la rivoluzione fu riuscita, il capo e organizzatore di questa in Baviera si proclamò tutore degli interessi «bavaresi». L’ebreo internazionale Kart Eisner si pose a fare il giuoco della Baviera contro la Prussia. Com’era naturale, proprio questo orientale, che in qualità di giornalista girava senza posa il resto della Germania, era il meno indicato a tutelare gli interessi della Baviera: per lui, la Baviera era la cosa più indifferente che. ci fosse al mondo.

Kurt Eisner, nel dare consapevolmente all’insurrezione rivoluzionaria in Baviera un aspetto contrario al resto del Reich, non operò affatto dal punto di vista bavarese ma solo quale incaricato del giudaismo. Egli utilizzò gli istinti e le avversioni del popolo bavarese per poter meglio fracassare la Germania. Ma il Reich smembrato sarebbe divenuto facile preda del bolscevismo. La tattica impiegata da lui fu continuata, in un primo tempo, anche dopo la sua morte. Il Marxismo, che aveva sempre derisi e sferzati a sangue i singoli Stati tedeschi e i loro principi, ora, col nome di «partito indipendente», fece improvviso appello a quegli istinti e sentimenti che avevano la loro più forte radice nelle famiglie dei principi regnanti e nei singoli Stati.

La lotta della repubblica dei Consigli contro i contingenti di liberazione che avanzavano fu impostata dalla propaganda come una lotta dei «lavoratori bavaresi» contro il «materialismo prussiano». Ciò spiega per qual ragione a Monaco, a differenza delle altre ragioni tedesche, la demolizione della repubblica dei Consigli non fece rinsavire la larga massa ma la inasprì ancor più contro la Prussia.

L’arte con cui gli agitatori bolscevichi seppero rappresentare l’eliminazione della repubblica dei Consigli come una vittoria del militarismo prussiano contro il popolo bavarese di sentimenti antimilitaristici e antiprussiani, portò copiosi frutti. Mentre Kurt Eisner, nelle elezioni alla Camera bavarese legislativa riportò a Monaco appena una decina di migliaia di voti, dopo il crollo della repubblica i due partiti uniti ottennero quasi centomila suffragi.

Già a quel tempo cominciò la mia lotta personale contro il pazzesco incitamento delle stirpi tedesche ad una lotta fraterna.

Credo di non essermi mai, in vita mia, assunta f un’impresa più impopolare della resistenza che allora opposi all’insurrezione contro la Prussia. A Monaco, già durante il periodo dei Consigli, avevano avuto luogo adunanze di masse in cui l’odio contro il resto della Germania, soprattutto contro la Prussia, era stato eccitato in così alto grado che non solo i Tedeschi del nord correvano pericolo di morte se volevano assistere ad una di tali adunanze ma spesso queste si chiudevano col folle grido: «Separiamoci dalla Prussia!». «Abbasso la Prussia!». «Guerra alla Prussia!». Un brillante rappresentante degli alti interessi bavaresi al Reichstag tedesco compendiò questa mentalità nel grido di guerra: «Meglio morire bavaresi che andare in malora da prussiani!». Bisogna avere assistito alle adunanze d’allora per capire che cosa significasse per me il fatto che un bel giorno, per la prima volta, io mi presentai, circondato da un gruppo d’amici, ad un’assemblea tenuta davanti alla Birreria del Leone, a Monaco, per protestare contro quella follia.

Mi assistettero allora camerati di guerra. E’ facile immaginare come ci sentimmo quando una massa, perduta la ragione, si pose ad urlare contro noi e ci minacciò di morte. Questa massa, dorante il tempo in eoi noi difendevamo la patria, era rimasta in gran parte a casa o nelle retrovie, in qualità di disertori o di imboscati. Per me, quelle serate ebbero il vantaggio che la schiera dei miei fedeli si sentì solidale con me e giurò di essere meco per la vita e per la morte.

Questi conflitti, che si ripeterono e si protrassero per tutto il 1919, sembrarono aggravati all’inizio del 1920. Vi furono adunanze (ne rammento in particolare una che fu tenuta nella sala Wagner nella Sonnenstrasse a Monaco) in cui il mio accresciuto gruppo dovette sostenere ardue lotte, non di rado terminate così, che dozzine di miei partigiani venivano maltrattate, abbattute, calpestate e in ultimo scagliate, più morte che vive, fuori dalle sale.

La lotta ch’io m’ero assunta, dapprima come individuo sostenuto solo da pochi compagni, venne ora proseguita come una sacra missione dal giovane movimento.

Sono ancora oggi orgoglioso di poter dire che noi allora, quasi coi nostri soli partigiani bavaresi, mettemmo fine a poco a poco a quella mescolanza di stoltezza e di tradimento. Dico stoltezza e tradimento perché io, sebbene convinto che la massa dei simpatizzanti era bonaria ma sciocca, non posso ammettere tanta semplicità negli organizzatori. Ritenni e ritengo costoro per traditori al soldo della Francia. In un caso, nel caso Dorten, la storia ha già pronunziato il suo giudizio.

Ciò che allora rendeva pericolosa la cosa era l’abilità con cui si sapevano velare le vere tendenze, facendo apparire le intenzioni federalistiche come l’unico motivo di quell’agitazione.

Certo, è evidente che l’eccitamento all’odio contro la Prussia non ha nulla a che fare col federalismo. Ed è strana una «attività federalista» che tenta di dissolvere o smembrare un altro Stato federale. Perché un leale federalista, che non mentisse citando l’idea che Bismarck si formava del Reich, non poteva desiderare di portar via delle parti allo Stato prussiano creato o almeno completato da Bismarck né appoggiare apertamente simili tentativi di separazione. Quanto si sarebbe gridato a Monaco se un partito conservatore prussiano avesse favorito o reclamato apertamente la separazione della Franconia dalla Baviera! Facevano pena quei personaggi, di schiette idee federaliste, che non avevano compreso quel pazzo e brigantesco giuoco; perché essi in prima linea erano gli ingannati. Gravando di tale peso l’idea federativa, i suoi stessi partigiani le scavarono la tomba. Non si può far propaganda per una configurazione federalista del Reich se si abbassa, si ingiuria e si insozza l’elemento essenziale di una simile costruzione statale, la Prussia. La cosa era tanto più straordinaria, in quanto che la lotta di quei cosiddetti federalisti si volgeva contro quella Prussia che meno può essere connessa con la democrazia di novembre. Perché le ingiurie e gli attacchi dei cosiddetti «federalisti» non erano indirizzati ai padri della Costituzione di Weimar, — che del resto erano in maggioranza Tedeschi del sud o ebrei, — ma ai rappresentanti della vecchia Prussia conservatrice, che si trovavano agli antipodi della Costituzione di Weimar. Il fatto che si evitasse con cura di toccare gli ebrei non può far meraviglia, ma forse offre la chiave per spiegare l’enigma.

Come, prima della rivoluzione, l’ebreo seppe distogliere l’attenzione da sé stesso e dai suoi compagni di guerra, e seppe aizzare contro la Prussia le masse soprattutto dei bavaresi, — così dovette dopo la rivoluzione coprire la nuova e dieci volte maggiore razzia. E riuscì di nuovo ad aizzare gli uni contro gli altri gli «elementi nazionali» della Germania: la Baviera di mentalità conservatrice contro la Prussia, anch’essa d’idee conservatrici. E di nuovo agì con estrema scaltrezza, in quanto che egli, che tirava i fili dei destini del Reich, provocò soprusi così grossolani, così privi di tatto, che il sangue ribolliva a coloro che ne restavano vittime. Soprusi non mai a danno di ebrei ma solo a danno dei fratelli tedeschi. Il bavarese non vedeva la Berlino di quattro milioni di uomini alacri lavoratori, attivi e diligenti, ma la pigra e marcia Berlino dei peggiori quartieri dell’ovest! Ma il suo odio non si volgeva contro questo ovest, sibbene contro la città «prussiana».

In verità, spesso c’era da disperarsi!

L’abilità degli ebrei nel distogliere da sé l’attenzione pubblica e nel volgerla in altra direzione, può essere studiata di nuovo anche oggi.

Nel 1918 non si poteva parlare di un antisemitismo sistematico. Rammento ancora in quali difficoltà si andasse ad urtare non appena si proferiva la parola «ebreo». O si era guardati con occhi sbarrati o s’incontrava vivace opposizione. I nostri primi tentativi di denunziare al pubblico il vero nemico parevano privi d’ogni probabilità di successo; solo con molta lentezza le cose cominciarono a mutare verso il meglio. La «Lega difensiva e offensiva» era difettosa nella sua organizzazione; tuttavia ebbe il grande merito di impostare il problema ebraico. Nell’inverno 1918-19 cominciò a prendere radice alcunché di simile all’antisemitismo. Più tardi, il movimento nazional-socialista diede al problema ebraico tutt’altra spinta. Esso riuscì a togliere questo problema dai ristretti circoli di strati superiori o piccoli-borghesi ed a trasformarlo nel motivo dirigente di un grande movimento popolare. Ma non appena era riuscito a donare al popolo tedesco, in questo problema, la grande unificante idea di lotta, l’ebreo passò al contrattacco. Ricorse al suo vecchio mezzo. Con favolosa abilità scagliò nel movimento popolare la fiaccola accesa della discordia e seminò la zizzania. Sollevando la questione ultramontana e scatenando così lotte fra cattolicismo e protestantesimo si valse dell’unica possibilità, in quelle circostanze, di occupare l’attenzione pubblica con altri problemi, onde tener lontano dal giudaismo l’attacco concentrico. Gli uomini che gettarono nel nostro popolo il problema ultramontano, non potranno mai espiare il peccato commesso contro di lui. In ogni caso, l’ebreo ottenne ciò che s’era proposto: cattolici e protestanti combatterono allegramente fra loro, e il nemico mortale dell’umanità aria e del cristianesimo rise sotto i baffi.

Una volta, si era saputo occupare per anni l’opinione pubblica con la lotta tra federalismo e unitarismo e stancarla mentre l’ebreo trafficava la libertà della nazione e vendeva la nostra patria all’alta finanza internazionale. Adesso, l’ebreo riuscì a scagliare l’una contro l’altra le due confessioni tedesche, mentre le basi di entrambe sono minate e distrutte dal veleno del giudaismo internazionale.

Si pensi alle devastazioni che l’imbastardimento giudaico appresta ogni giorno al popolo nostro, e si rifletta che questa intossicazione del sangue potrà solo dopo secoli, e forse mai, essere eliminata dal corpo della nostra nazione. Si consideri pure quanto questa decomposizione della razza abbassi gli ultimi valori arii del nostro popolo tedesco, e spesso li distrugga, cosicché la nostra forza di nazione portatrice di civiltà va sempre retrocedendo, e noi corriamo il pericolo di arrivare, almeno nelle nostre grandi città, al punto in cui si trova già oggi l’Italia meridionale. Questo avvelenamento del nostro sangue, di cui non si rendono conto centinaia di migliaia di Tedeschi, è oggi procurato sistematicamente dall’ebreo. Sistematicamente questi neri parassiti del popolo corrompono le nostre giovani, bionde, inesperte fanciulle, rovinando così qualcosa che è insostituibile. Entrambe, sì, entrambe le confessioni cristiane assistono indifferenti a questa profanazione e distruzione d’una creatura nobile, unica, donata alla Terra dalla grazia divina. Ma per l’avvenire del mondo non importa che i cattolici vincano i protestanti o i protestanti i cattolici: importa che l’uomo ario si conservi o perisca. Eppure, oggi, le due confessioni non combattono contro il distruttore dell’uomo ario ma cercano di distruggersi a vicenda. Chi ha sentimenti nazionali ha il sacro dovere (ciascuno secondo il suo proprio credo) di fare in modo che non si parli solo della volontà di Dio, ma la si adempia e non si lasci profanare l’opera di Dio. Perché la volontà di Dio diede un giorno agli uomini la loro figura, il loro temperamento e le loro facoltà. Chi guasta l’opera di Dio, dichiara guerra al Signore del Creato e alla volontà di Dio. Perché ognuno deve, nella sua confessione, adoperarsi e considerare suo supremo dovere il prendere posizione contro chi, coi discorsi e con gli atti, esce dal quadro della sua comunità di fede e cerca di attaccar briga con l’altra. Dato che ormai la scissione religiosa della Germania esiste, il combattere certe essenziali qualità di una confessione conduce per forza ad una guerra di sterminio fra le due confessioni. La nostra situazione non permette, su questo punto, nessun confronto con la Francia o la Spagna o l’Italia. In tutti e tre questi paesi, si può, per esempio, far propaganda per la lotta contro il clericalismo o l’ultramontanismo, senza che vi sia pericolo di sgretolare con questo tentativo il popolo francese, spagnuolo o italiano. Ciò non può farsi, invece, in Germania, perché qui anche i protestanti parteciperebbero a tale propaganda. E con ciò la difesa che altrove i soli cattolici intraprenderebbero contro soprusi d’ordine politico dei loro pro-pri pastori assumerebbe tosto l’aspetto d’un attacco del protestantesimo contro il cattolicismo. Ciò che gli appartenenti ad una confessione sopportano anche se è ingiusto, non è tollerato se proviene da ehi appartiene ad un’altra professione. Uomini che sarebbero disposti ad eliminare un evidente inconveniente nel seno della loro comunità religiosa, vi rinunziano tosto e rivolgono la loro opposizione verso l’esterno se l’eliminazione è consigliata o reclamata da taluno che non appartenga alla loro confessione. Ad essi questo appare come un tentativo ingiustificato, inammissibile, scorretto di mescolarsi in cose che ad altri non debbono importare. Simili tentativi non sono scusati nemmeno se sono fondati sull’interesse supremo della comunità nazionale, perché ancor oggi i sentimenti religiosi hanno più profonde radici di tutte le opportunità politiche e nazionali. Ciò non può essere mutato spingendo le due confessioni ad un’aspra reciproca lotta; potrebbe solo essere mutato se, con mutua tolleranza, si donasse alla nazione un avvenire così grande da poter operare la conciliazione anche in questo campo.

Non esito a dichiarare che negli uomini che oggi trascinano il movimento nazionale nella crisi di dissensi religiosi io vedo nemici della nostra nazione peggiori dei comunisti internazionali.

Perché a convertire costoro, è chiamato il movimento nazional-socialista. Ma chi, provenendo dalle file di questo movimento, lo allontana dalla sua vera missione, agisce nel modo più riprovevole. Egli, — non importa se sia o no cosciente di ciò, — combatte per gli interessi ebraici. Perché interesse dell’ebreo far sì che il movimento nazionale si dissangui in una lotta religiosa nel momento in cui comincia a diventare un pericolo per gli ebrei. Insisto nella parola «dissanguare»; perché bisogna ignorare la storia per figurarsi di poter oggi risolvere, con la lotta confessionale, un problema di cui non vennero a capo i secoli e grandi uomini di Stato.

I fatti parlano da sé. Quei signori che nel 1924 scoprirono ad un tratto che la suprema missione del movimento nazionale è la lotta contro l’«ultramontanismo», non spezzarono Pultramontanismo ma straziarono il movimento nazionale. Debbo stare in guardia contro la possibilità che nelle file del movimento nazionale qualche testa sciocca ritenga di potere ciò che non potè nemmeno un Bismarck. Sarà sempre stretto dovere della direzione del movimento nazional-socialista quello di opporsi con ogni energia ad ogni tentativo di mettere il nostro movimento al servizio di simili lotte, e di allontanare all’istante dalle nostre file i propagandisti animati da simili intenzioni. Fino all’autunno 1923, riuscimmo in realtà ad allontanarli. Nelle nostre file, il protestante più credente poteva restare accanto al più credente cattolico senza che dovesse trovarsi mai in conflitto con le sue credenze religiose. La formidabile lotta che i due conducevano in comune contro il distruttore dell’umanità aria aveva insegnato loro a stimarsi e sostenersi a vicenda. Appunto in quegli anni, inoltre, il nostro movimento condusse la più aspra lotta contro il Centro, per motivi non religiosi ma nazionali, di razza e politico-economici. Il successo parlò allora a favor nostro, come oggi parla contro i saccentoni.

Negli ultimi anni siamo giunti al punto che circoli nazionali, in uno stato di completa cecità, non riconobbero la stoltezza delle loro dispute confessionali nel fatto che giornali marxisti, atei, si fecero ad un tratto avvocati di comunità religiose onde, con manifestazioni stupidissime, molestare l’una o l’altra parte e attizzare all’estremo il fuoco.

Ma con un popolo che, come il tedesco, così spesso nella sua storia ha dimostrato d’essere capace di combattere per fantasmi fino a dissanguarsi, ogni simile grido di guerra apporta pericolo di morte. Con questo grido il nostro popolo fu sempre distolto dai reali problemi della sua esistenza.

Mentre noi ci logoravamo in guerre di religione, gli altri si spartivano il mondo. E mentre il movimento nazionale pondera se il pericolo ultramontano sia più grave del giudaico o viceversa, l’ebreo distrugge le basi etniche della nostra esistenza e con ciò annienta per sempre il nostro popolo. Quanto a questa sorta di combattenti «nazionali», io posso augurare con cuor sincero al movimento nazional-socialista e quindi al popolo tedesco una cosa sola: guardatevi da amici simili, e avrete presto ragione dei vostri nemici.

***

La lotta tra federalismo e unitarismo, propagata con tanta scaltrezza dagli ebrei negli anni 1919-20-21, costrinse il nazional-socialismo, ripudiante quella lotta, a prendere posizione di fronte ai suoi problemi essenziali. Deve la Germania essere uno Stato federale o un Stato unitario? Che cosa si deve intendere, in pratica, per queste due qualificazioni? A me pare che la seconda domanda sia la più importante, perché è fondamentale per la comprensione dell’intiero problema e perché possiede un carattere chiarificatore e conciliatore.

Che cosa è uno Stato federale? Per noi, è una lega di Stati sovrani che di libera volontà, in forza della loro sovranità, si aggregano insieme, e cedono alla collettività quella parte dei loro diritti sovrani che occorre a rendere possibile e a garantire l’esistenza della lega comune.

Ma questa formula teorica non si adatta, nella pratica, in modo assoluto a nessuno degli Stati federali della Terra. Meno che ad altri all’Unione americana, dove, nella maggior parte dei singoli Stati, non si può parlare di una sovranità originaria. Molti di essi, solo nel decorso del tempo furono inseriti nel complesso della Federazione. Negli Stati della Confederazione americana, si tratta per lo più di territori più o meno grandi, foggiati per motivi di tecnica amministrativa, spesso delimitati col regolo, che, prima non possedevano e non potevano possedere una propria sovranità statale. Perché non furono questi Stati a creare l’Unione, ma fu l’Unione a creare una gran parte di questi cosiddetti Stati. Quindi, i diritti sovrani, spesso cospicui, lasciati o, meglio, concessi ai singoli territori rispondono alla natura di quella Confederazione di Stati e, soprattutto, alla vastità della sua superficie, alle sue dimensioni spaziali, equivalenti all’ampiezza di un continente. Negli Stati dell’Unione americana non si può parlare d’una sovranità statale, ma solo di loro diritti fissati e garantiti dalla Costituzione. Forse, più che «diritti», conviene dire «facoltà».

Anche alla Germania non si adatta con pienezza La formula sopra esposta. Senza dubbio, in Germania sussistettero dapprima i singoli Stati, e di essi fu composto il Reich. Ma la fondazione del Reich non avvenne sulla base della libera volontà e dell’uguale concorso dei singoli Stati, ma in conseguenza dello sviluppo dell’egemonia d’uno di tali Stati, la Prussia. Già la grande diversità di territorio fra gli Stati tedeschi non permette nessun confronto con la configurazione, per esempio, dell’Unione americana. La differenza di vastità fra i minori e i maggiori Stati federali tedeschi dimostra che essi non parteciparono in modo eguale alla fondazione, del Reich e che al Reich non prestano eguali servigi, mentre non contribuirono in modo eguale alla configurazione deìlo Stato federale. Ma in realtà la maggior parte di questi Stati non godeva una vera sovranità, e le parole «sovranità statale» non avevano altro valore che quello di una espressione ufficiale. In realtà, non solo il passato ma anche il presente aveva eliminato parecchi di quegli «Stati sovrani» dimostrando la debolezza di questi Enti «sovrani».

Non è il caso di stabilire qui la formazione storica di questi singoli Stati; si deve però constatare che quasi mai i loro confini territoriali coincisero con quelli della stirpe che li abitava. Essi sono fenomeni puramente politici, e hanno radice nei peggiori tempi dell’impotenza dell’impero tedesco e

del frazionamento della nostra patria tedesca che fu causa ed effetto di quella impotenza.

Di tutto ciò tenne conto, almeno in parte, la Costituzione del vecchio Reich, in quanto che, nel Consiglio federale, non accordò ai singoli Stati una rappresentanza eguale, ma fissò gradazioni diverse, a seconda della vastità e della reale importanza dei singoli Stati, nonché del concorso prestato alla creazione del Reich.

I diritti di sovranità ceduti dai singoli Stati per rendere possibile la fondazione del Reich furono solo in minima parte abbandonati spontaneamente; in pratica, la maggior parte di quei diritti non esistevano, o furono presi dalla Prussia con la pressione della sua prepotenza. Certo, in ciò Bismarck non partì dal principio di dare al Reich tutto ciò che poteva essere tolto ai singoli Stati, ma da quello di esigere dai singoli Stati soltanto ciò di cui il Reich aveva assoluto bisogno. Contegno moderato e saggio: Bismarck, da un lato usò il massimo riguardo alle abitudini e alle tradizioni, e dall’altro lato assicurò fin dall’inizio al Reich una grande misura di amore e di gioiosa collaborazione. Ma sarebbe falso attribuire questa decisione di Bismarck al fatto ch’egli fosse convinto che con essa il Reich possedesse diritti di sovranità sufficienti in perpetuo. Bismarck non era affatto persuaso di ciò: all’opposto, egli volle solo riservare all’avvenire ciò che nel presente sarebbe stato arduo realizzare. Egli sperava sull’efficacia livellatrice del tempo e sulla forza dell’evoluzione, a cui attribuiva, a lungo andare, maggior efficacia che al tentativo di infrangere immediatamente la resistenza dei singoli Stati. Mostrò così quanto fosse grande la sua arte di uomo di Stato: perché la sovranità del Reich andò sempre crescen Io a spese della sovranità dei singoli Stati. Il tempo ha adempiute le speranze che Bismarck riponeva in esso.

Col crollo della Germania e con la. distruzione della forma statale monarchica, quella evoluzione fu per forza affrettata. Gli Stati tedeschi, la cui esistenza era fondata meno su basi etniche che su cause politiche, dovettero perdere la loro importanza nel momento in cui quelle che incorporavano lo spirito politico di tali Stati, la forma statale monarchica e le loro dinastie, furono eliminate. Buon numero di quelle «formazioni statali» perdettero così presto ogni contenuto che rinunziarono da sé all’esistenza, per puri motivi di opportunità si aggregarono ad altri Stati: prova decisiva della eccezionale debolezza di quegli Stati e della scarsa considerazione in cui li tenevano i loro stessi cittadini.

Così, la soppressione della forma statale monarchica e delle dinastie diede una forte scossa al carattere confederale del Reich, aggravata dalla assunzione degli obblighi risultanti dal trattato di «pace».

La sovranità finanziaria, prima propria degli Stati, trapassò al Reich, com’era naturale quando il Reich, perduta la guerra, fu assoggettato ad obbligazioni finanziarie che non avrebbero mai potuto essere assolte coi singoli contributi degli Stati. Anche le assunzioni, avvenute più tardi, della posta e delle ferrovie da parte del Reich furono forzati effetti dell’asservimento del nostro popolo, operato per gradi dai trattati di pace. Il Reich si trovò costretto ad appropriarsi o a monopolizzare sempre nuove fonti di reddito per poter soddisfare agli obblighi imposti da ulteriori ricatti.

Spesso, furono pazzesche le forme in cui la statizzazione ebbe luogo, ma il procedimento in sé era logico e naturale. Ne ebbero colpa i partiti e gli uomini che un giorno non fecero tutto il possibile perché la guerra terminasse con la vittoria. Ne ebbero colpa, in Baviera, quei partiti che, perseguendo fini egoistici, durante la guerra sottrassero all’idea del Reich ciò che il Reich, perduta la guerra, dovette sostituire in misura dieci volte maggiore. La storia, però, si vendica: di rado il castigo del Cielo tenne dietro così presto come in questo caso al peccato. Quegli stessi partiti che (soprattutto in Baviera) pochi anni prima avevano posto l’interesse del loro Stato al disopra dell’interesse del Reich, dovettero vedere il Reich, sotto la pressione degli avvenimenti, stroncare l’esistenza dei singoli Stati. E di ciò ebbero, in parte, colpa essi medesimi.

E’ una grande ipocrisia quella di lagnarsi con le masse elettorali (alle quali soltanto hanno riguardo i nostri odierni partiti) della perdita di diritti di sovranità dei singoli Stati, mentre questi stessi partiti Vollero, a gara fra loro, una politica di adempimento che doveva, per forza di cose e nelle sue ultime conseguenze condurre a profondi mutamenti anche nell’interno della Germania. Il Reich di Bismarck era libero, senza vincoli con gli stranieri. Obbligazioni finanziarie così onerose e improduttive come quelle che la Germania deve sopportare in seguito al patto Dawes, quel Reich non le aveva; ed anche all’interno la sua competenza era limitata a poche cose di primaria importanza. Potè quindi fare a meno di una sovranità finanziaria e vivere dei contributi degli Stali; ed è naturale che la conservazione del possesso dei propri diritti sovrani e lo scarso contributo finanziario al Reich rendessero gradita agli Stati l’esistenza del Reich. Ma è ingiusto il voler fare oggi propaganda con sostenere che, se oggi gli Stati sono poco soddisfatti del Reich, ciò è dovuto solo alla soggezione finanziaria degli Stati di fronte al Reich. No, le cose non stanno così. La diminuita simpatia per l’idea del Reich non è dovuta alle perdita dei diritti di sovranità sofferta dagli Stati: è il risultato del modo pietoso in cui oggi il popolo tedesco è rappresentato dal suo Stato, A dispetto di tutte le feste celebrate in onore della Reichsbanner e della Costituzione, il Reich odierno è rimasto estraneo al cuore di tutti i ceti del popolo; le leggi di protezione della repubblica possono impedire gli oltraggi alle istituzione repubblicane ma non acquistare alla repubblica l’affetto d’un solo Tedesco. Nella costante preoccupazione di proteggere con leggi e con la reclusione la repubblica dai suoi stessi cittadini è riposta una severa critica e l’umiliazione dell’istituto repubblicano.

Ma anche per un’altra ragione è falso ciò che affermano certi partiti, che la scomparsa dell’affetto al Reich si debba imputare alle sopraffazioni del Reich contro certi diritti di sovranità degli Stati. Se il Reich non avesse intrapreso l’allargamento delle proprie competenze, l’affetto dei singoli Stati per il Reich non sarebbe più intenso, quando le spese complessive fossero rimaste quali sono oggi. All’opposto: se oggi i singoli Stati dovessero sopportare spese così elevate come quelle che il Reich sopporta per adempiere i trattati che lo rendono schiavo, l’ostilità verso il Reich sarebbe di gran lunga maggiore. Non solo sarebbe più difficile incassare i contributi degli Stati al Reich, ma si dovrebbe ricorrere, per incassarli, all’esecuzione forzosa. La repubblica s’è posta sul terreno dei trattati di pace e non ha né l’intenzione né il coraggio di infrangerli: dunque deve osservare gli impegni che quei trattati le accollano. Anche di questo hanno colpa i partiti che parlano senza tregua alle pazienti masse elettorali della necessità dell’autonomia degli Stati, ma nello stesso tempo esigono una politica propria del Reich che deve per forza condurre all’eliminazione anche degli ultimi di quei cosiddetti «diritti sovrani».

Dico «per forza» perché al Reich odierno non rimane altra possibilità per far fronte agli oneri che si è assunti con una pazza politica interna ed estera. Una ciliegia tira l’altra, e ogni nuova colpa di cui si aggrava il Reich col suo criminale modo di rappresentare verso l’estero gli interessi tedeschi deve essere espiata all’interno con una più forte pressione verso il basso. Questa pressione, alla sua volta, esige la graduale eliminazione di tutti i diritti di sovranità dei singoli Stati, per impedire che sorgano o sussistano in essi germi di resistenza.

La principale e caratteristica differenza tra la odierna politica del Reich e quella d’una volta consiste in questo: Il vecchio Reich dava, all’interno, libertà e verso l’estero dava prova di forza, mentre la repubblica si mostra debole con gli stranieri e all’interno opprime i cittadini. In ambo i casi, una cosa determina l’altra: Il forte Stato nazionale ha minor bisogno di leggi, all’interno, perché i suoi cittadini gli portano affetto e attaccamento maggiori; lo Stato schiavo dell’estero, può solo con la violenza costringere i cittadini a prestare i servigi comandati. Perché una delle più svergognate sfacciataggini del regime attuale è quella di parlare di «liberi cittadini». Liberi cittadini possedeva solo la vecchia Germania. La repubblica, colonia di schiavi dell’Estero, non ha cittadini, ma, nel migliore dei casi, sudditi. Perciò non possiede una bandiera nazionale, ma solo una marca protettiva dei campioni, introdotta e custodita da disposizioni e ordinanze delle autorità e della legge. Questo simbolo, che è come il cappello di Gessler della democrazia tedesca, resterà sempre estraneo al nostro popolo. La repubblica che a suo tempo, senza nessun senso della tradizione o rispetto della grandezza del passato ne trascinò nel fango i simboli, si stupirà un giorno della superficialità con cui i sudditi rispettano i simboli suoi proprii. La repubblica ha dato a sé stessa il carattere d’un intermezzo della storia tedesca.

Così questo Stato è costretto a restringere sempre più i diritti di sovranità dei singoli Stati, non solo per ragioni generali d’ordine finanziario, ma anche per ragioni ideali. Perché sottraendo ai suoi cittadini l’ultima goccia di sangue con la sua politica di pressione finanziaria, deve togliere loro anche gli ultimi diritti se non vuole che il generale malcontento divampi un giorno in aperta ribellione.

Dalla inversione di questo periodo risulta per noi nazional-socialisti la seguente regola fondamentale: Un forte Reich nazionale, che protegga e realizzi in alta misura gli interessi dei suoi cittadini di fronte all’estero, può offrire libertà all’interno senza dover tremare per la saldezza dello Stato. D’altro lato, un forte governo nazionale può operare grandi interventi nella libertà del singolo e degli Stati senza danno per l’idea del Reich, e assumerne la responsabilità, purché il cittadino riconosca in quei provvedimenti un mezzo per raggiungere la grandezza della propria nazione.

Certo, tutti gli Stati del mondo vanno incontro, nella loro organizzazione interna, ad una certa unificazione. In ciò, la Germania non farà eccezione. E’ già oggi assurdo parlare d’una «sovranità statale» dei singoli Stati tedeschi, che in realtà è già resa impossibile dalla ridicola piccolezza dei loro territorii. Tanto nel campo del commercio quanto in quello dell’amministrazione, l’importanza dei singoli Stati viene sempre più abbassata. I mezzi moderni di comunicazione, la tecnica moderna fanno sempre più raggrinzarsi la lontananza e lo spazio. Uno Stato d’una volta costituisce oggi solo più che una provincia, e Stati odierni avevano una volta l’importanza d’un continente. La difficoltà tecnica di amministrare uno Stato come la Germania, non è più grave della difficoltà di governare una provincia come il Brandeburgo, cento venti anni fa. E’ oggi più facile superare la distanza da Monaco a Berlino che cent’anni fa la distanza da Monaco a Stranberg. E l’intiero territorio del Reich, tenuto conto dell’attuale tecnica dei trasporti, è più piccolo di certi Stati federali tedeschi al tempo delle guerre napoleoniche. Chi chiude gli occhi alle conseguenze di questi dati, resta arretrato

nel tempo. Vi furono e vi saranno sempre uomini che fanno questo: essi però possono ostacolare ma non fermare la ruota della storia. Noi nazional-socialisti non dobbiamo trascurare le conseguenze di queste verità. Non dobbiamo lasciarci accalappiare dalle frasi dei nostri partiti borghesi cosiddetti nazionali. Dico «frasi» perché questi stessi partiti non credono sul serio alla possibilità di realizzare i loro propositi, e perché essi sono complici e colpevoli della situazione attuale. Soprattutto in Baviera, le invocazioni della soppressione dell’accentramento non sono più altro che un atto partigiano dietro il quale non si trova nessuna idea seria. Quando questi partiti avrebbero dovuto passare dalle loro frasi ad atti serii, fecero un pietoso fiasco. Ogni cosiddetto «furto dei diritti sovrani della Baviera» da parte del Reich non trovò, in pratica, altra resistenza che ripugnanti latrati. Se taluno osò opporsi seriamente a quel pazzesco sistema, fu diffamato e bandito da quei partiti perché «non si trovava sul terreno detto Stato odierno», e perseguitato finché la prigione o un divieto di parola illegittimo lo costrinse al silenzio. Ciò deve fare riconoscere sempre più ai nostri partigiani l’intima ipocrisia dei cosidetti circoli federalisti. Come, in parte, la religione, così l’idea di uno Stato federale è per essi solo un mezzo onde conseguire interessi di partito spesso poco puliti.

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Una certa unificazione, soprattutto nel campo dei trasporti, appare naturale; ma noi nazionalsocialisti abbiamo il dovere di opporci con ogni forza ad una evoluzione di questi genere nello Stato odierno, soprattutto quando si prendono provvedimenti col solo scopo di rendere possibile e coprire una funesta politica estera. Appunto perché l’attuale Reich ha intrapreso il trapasso al Reich stesso delle ferrovie, delle poste. delle finanze, non per ragioni superiori di politica nazionale ma solo per aver nelle mani i mezzi e i pegni d’una politica di totale adempimento, noi dobbiamo fare tutto ciò che appare appropriato ad ostacolare, e ad impedire se è possibile, che quella politica venga attuata. Dobbiamo lottare contro l’odierno accentramento di istituzioni importanti per la vita del nostro popolo, intrapreso solo per agevolare il pagamento di tributi all’estero, voluto dalla nostra politica del dopoguerra. Anche per queste ragioni il movimento social-nazionalista deve prendere posizione contro simili tentativi.

Dobbiamo, inoltre, opporci ad un tale accentramento perché con esso può venir rafforzato, nell’interno del paese, un sistema di governo che, in tutte le sue manifestazioni, ha arrecato alla nazione tedesca le più gravi sventure. L’attuale Reich democratico-ebraico, vera maledizione per il popolo tedesco, cerca di rendere inoperante la critica dei singoli Stati, non ancora tutti pervasi dallo spirito dei tempi, abbassandone l’importanza fino ad annullarla. Di fronte a ciò, noi dobbiamo tentare di dare all’opposizione dei singoli Stati il fondamento d’una forza statale promettente successo, e di fare della lotta contro l’accentramento l’espressione d’un alto interesse nazionale tedesco. Mentre il partito popolare bavarese, da un meschino punto di vista particolarista, si sforza di conservare diritti speciali allo Stato bavarese, noi dobbiamo impiegare questa posizione particolarista al servizio di un superiore interesse nazionale, opposto alla democrazia di novembre.

Un terzo motivo di opporci ad un accentramento di quel genere troviamo nella certezza che gran parte della cosiddetta statizzazione non è un’unificazione e tanto meno una semplificazione; in molti casi essa è fatta solo per sottrarre ai diritti di sovranità dei singoli Stati istituzioni, di cui si vogliono aprire le porte agli interessi dei partiti rivoluzionari. Nella storia tedesca il favoritismo non fu mai così spudorato come nella repubblica democratica. Gran parte dell’odierno furore di accentramento è opera di quei partiti che un giorno promisero di spianare la via agli abili, ma poi, nell’attribuire i posti e gli uffici, tennero unicamente presenti gli appartenenti al partito. In particolare gli ebrei, da quando fu fondata la repubblica, si riversarono in numero enorme nelle aziende economiche arraffate dal Reich e nella pubblica amministrazione, cosicché oggi le une e le altre sono diventate dominio dell’attività ebraica.

Questa terza considerazione deve, per motivi tattici, obbligarci a vagliare con attenzione ogni ulteriore misura sulla via dell’accentramento, e, se occorre, a combatterla. Ma in ciò i nostri punti di vista debbono sempre risultare da una elevata politica nazionale e non mai da un meschino particolarismo.

Quest’ultima osservazione è necessaria ad impedire che nei nostri partigiani si formi l’opinione che noi non riconosciamo al Reich in sé il diritto d’incorporare una sovranità superiore a quella dei singoli Stati. Su questo diritto, noi non possiamo né dobbiamo nutrire il minimo dubbio. Perché, per noi, lo Stato in sé non è altro che una forma, il suo contenuto è l’essenziale, la nazione, il popolo. E’ dunque chiaro che ogni altro interesse deve subordinarsi a quello, sovrano, della nazione. In particolare, non possiamo dare una sovranità politica e statale a nessuno Stato singolo entro i confini della nazione e del Reich che rappresenta la nazione. L’assurdità che commettono singoli Stati confederali, intrattenendo «rappresentanze» all’estero e fra loro, deve cessare e cesserà. Finché questo è possibile, non dobbiamo stupirci che l’estero dubiti ancora della saldezza della compagine del Reich e si comporti in conseguenza. L’assurdità di queste rappresentanze è tanto maggiore in quanto i che, se apportano danni, non apportano però il minimo vantaggio. Gli interessi d’un tedesco all’estero, se non possono essere protetti dall’ambasciatore del Reich, ancor meno possono essere tutelati dall’inviato di un piccolo Stato, che appare ridicolo nel quadro dell’attuale ordinamento del mondo. In realtà, in questi piccoli Stati federali si possono solo ravvisare punti d’attacco per tentativi di dissoluzione, sempre graditi ad un certo Stato estero. Noi nazionalsocialisti non dobbiamo ammettere che qualche nobile casato, indebolito dall’età, dia, occupando posti di ambasciatore, nuovo terreno alimentare al suo riso diventato già molto secco. Le nostre rappresentanze diplomatiche all’estero erano, già al tempo del vecchio Reich, così pietose che è superfluo completare le esperienze allora fatte.

In avvenire, è certo che l’importanza dei singoli Stati sarà trasferita nel campo della politica culturale. Il monarca che fece di più per dare importanza alla Baviera non fu un tenace particolarista, di mentalità antitedesca, ma quel Luigi I che amò tanto la grandezza della Germania quanto l’arte. Impiegò in prima linea le forze dello Stato nello sviluppare la posizione culturale della Baviera e non per accrescere la potenza politica, e con ciò fece opera migliore e più durevole di quanto avrebbe potuto fare con ogni altra condotta. Di Monaco, che era una poco importante capitale, fece una grande metropoli dell’arte tedesca, creando un centro intellettuale che ancor oggi può incatenare alla Baviera i Franconi, diversi di temperamento. Se Monaco fosse rimasta qual’era una volta, si sarebbe ripetuto in Baviera ciò che avvenne in Sassonia, con la differenza che la Lipsia e la Norimberga bavarese sarebbero diventate città non bavaresi ma franconi. Non le grida di «Abbasso la Prussia!» hanno resa grande Monaco; chi diede importanza a questa città fu il re, che in essa volle donare alla nazione tedesca un gioiello d’arte, che doveva essere e fu apprezzato e visitato. Qui si trova pure un insegnamento per l’avvenire. In futuro, l’importanza dei singoli Stati non si troverà più sul terreno dello Stato e della politica di potenza, ma sul terreno etnico o su quello della politica culturale. Ma anche qui il tempo livellerà le differenze. La facilità delle comunicazioni moderne mischia talmente gli uomini, che a poco a poco i confini regionali si cancellano e così anche il quadro culturale a poco a poco diventa uniforme. Si vede, con particolare diligenza, tenere lontano l’esercito dalle influenze di singoli Stati. Il futuro Stato nazional-socialista non deve ricadere negli errori del passato e imporre all’esercito un compito che non ha né deve avere. L’esercito tedesco non esiste per essere una scuola di conservazione delle particolarità di stirpe, ma per essere una scuola della comprensione e dell’adattamento reciproco di tutti i Tedeschi. Ciò che nella vita della nazione può separare deve essere reso unificante nell’esercito. L’esercito deve, inoltre, sollevare il giovane tedesco dal ristretto orizzonte del suo piccolo paese e inserirlo nella nazione tedesca. Il giovane impari a conoscere non i confini della sua regione ma quelli della sua patria: perché questi dovrà pure un giorno difendere. E’ assurdo lasciare che il giovane tedesco presti il servizio militare nella sua regione nativa, ed è conveniente fargli conoscere, durante questo periodo, la Germania: tanto più oggi, quando il giovane tedesco non gira più il mondo come una volta e quindi non allarga più il suo orizzonte.

Tenendo conto di ciò, è grande sciocchezza lasciare a Monaco il giovane bavarese, a Karlsruhe il giovane del Baden, quello del Wiirttemberg a Stoccarda. Più ragionevole sarebbe mostrare una buona volta al giovane bavarese il Reno e il Mar del nord, al nativo di Amburgo le Alpi e a quello della Prussia orientale i monti della Germania centrale. Il carattere regionale deve permanere nella truppa, ma non nella guarnigione. Possiamo disapprovare ogni tentativo di accentramento, ma non quello di accentrare l’esercito! E’ questo l’unico tentativo di cui ci compiaceremmo. Data la grandezza dell’attuale esercito del Reich, sarebbe assurdo conservare truppe dei singoli Stati. Inoltre, nella avvenuta unificazione dell’esercito tedesco ravvisiamo un atto al quale noi in avvenire non rinunzieremo più, quando introdurremo di nuovo un esercito nazionale.

Del resto, una giovane idea vittoriosa dovrà infrangere ogni catena idonea a paralizzare la sua attività nello spingere innanzi le sue idee. Il nazional-socialismo deve esigere il diritto di imporre i suoi principii all’intera nazione tedesca, senza riguardo a quelli che furono sinora i confini degli Stati federali, ed educarla ai pensieri e alle idee nostre. Come le chiese non si sentono legate e limitate dai confini politici, così l’idea nazional-socialista non può sentirsi limitata dai territorii dei singoli Stati della nostra patria.

La nostra dottrina non è la serva degli interessi politici dei singoli Stati federali: deve diventare un giorno la padrona della nazione tedesca. Deve determinare la vita d’un popolo, dargli un nuovo ordine, e perciò deve esigere imperiosamente il diritto di trascurare confini tracciati da un’evoluzione politica che noi ripudiamo.

Quanto più sarà completa la vittoria della nostra idea, tanto maggior libertà potremo concedere, nelle cose particolari, all’interno.

CAPITOLO XI

PROPAGANDA E ORGANIZZAZIONE.

L’anno 1921 ebbe, per molti riguardi, particolare importanza per me e per il movimento.

Quando entrai nel partito operaio tedesco, mi assunsi tosto la direzione della propaganda.

Ritenni questa materia come la più importante. Per ora, era meno necessario rompersi la testa su problemi di organizzazione che infondere l’idea nostra a gran numero di persone. La propaganda doveva precedere di molto l’organizzazione e guadagnare a questa il materiale umano da elaborare. Inoltre, io sono nemico dell’organizzare troppo rapido e pedantesco: perché in tal caso si ottiene solo un organismo morto, non un’organizzazione vivente. L’organizzazione è cosa che deve la sua esistenza alla vita organica, all’evoluzione organica. Idee che sono entrate in un determinato numero di uomini tendono sempre ad un certo ordine, e questa configurazione interna ha grande valore. Però, anche qui si deve tener conto dell’umana debolezza che spinge l’individuo ad opporsi, almeno in un primo tempo, ad una testa superiore.

Poiché un’organizzazione viene meccanicamente impostata dall’alto in basso, sussiste il grande pericolo che una testa, magari poco capace e non conosciuta bene per quello che è, tenti, per gelosia, d’impedire l’emergere di abili elementi nel seno del movimento, Il danno che così risulta può riuscire funesto, soprattutto in un movimento ancora giovane.

Per questa ragione è conveniente cominciare col diffondere da una Centrale un’idea per mezzo della propaganda, e poi vagliare e saggiare il materiale umano raccolto per trame fuori teste di dirigenti. Si constaterà spesso che uomini, in apparenza insignificanti, sono condottieri nati.

Sarebbe errore ravvisare nella ricchezza di cognizioni teoriche una prova caratteristica della idoneità e abilità a dirigere. Anzi, spesso è vero l’opposto.

E’ raro il caso che grandi teorici siano pure grandi organizzatori, perché la grandezza del teorico e del programmatico è, in prima linea, riposta nella scoperta e fissazione di leggi astrattamente esatte, mentre l’organizzatore deve essere anzitutto uno psicologo. Deve prendere l’uomo qual’è, e perciò lo deve conoscere: senza valutarlo troppo né troppo poco. Deve cercare di tener conto della debolezza e della bestialità, onde, con riguardo a tutti i fattori, creare un ente che, quale organismo vivo, sia pieno di forza e perciò appropriato a farsi portatore d’un’idea ed a spianarle la via del successo. Ancor più di rado un grande teorico è un grande Capo. Tale sarà piuttosto un agitatore, ciò che non sarà ammesso da molti che lavorano solo dal punto di vista scientifico attorno ad un problema. Eppure è cosa naturale. Un agitatore che si rivela capace di infondere un’idea alla larga massa, deve sempre essere uno psicologo, anche nel caso che fosse solo un demagogo. Quindi sarà più idoneo a fare il Capo che un teorico estraneo agli uomini e al mondo. Perché dirigere significa: poter muovere le masse. Il dono di foggiare idee non ha nulla di comune con l’attività di dirigente. E’ ozioso discutere se sia più importante additare all’umanità ideali e scopi o realizzarli. Qui, come scopo nella vita, l’una cosa sarebbe del tutto priva di senso senza l’altra. La più bella idea teorica rimane priva di scopo e di valore se un Capo non mette in moto, verso quella, le masse. E, viceversa, a che servirebbe la genialità, l’impeto di un dirigente, se il geniale teorico non proponesse le mete alle lotte umane? Ma l’unione del teorico, dell’organizzatore e del Capo in una stessa persona è la cosa più rara che si possa incontrare sulla Terra: questa unione crea il grand’uomo.

Nei primi tempi della mia attività nel movimento mi dedicai, come dissi, alla propaganda. Era mio scopo imbevere, a poco a poco, della nuova dottrina un piccolo nucleo di uomini, onde apprestare il materiale che più tardi potesse offrire i primi elementi di una organizzazione. Lo scopo della propaganda andava molto al di là di quello dell’organizzazione.

Quando un movimento si propone di disfare un mondo e crearne uno nuovo al posto di quello, i suoi dirigenti debbono avere perfetta conoscenza di queste leggi fondamentali: Ogni movimento deve vagliare il materiale umano da lui raccolto e spartirlo in due grandi gruppi: partigiani e membri effettivi.

E’ compito detta propaganda arruolare partigiani, è compito della organizzazione acquistare membri.

E’ partigiano d’un movimento chi dichiara, di accettarne gli scopi; è membro chi si batte per essi.

II partigiano è reso favorevole al movimento dalla propaganda. Il membro è spinto dall’organizzazione ad adoperarsi alla sua volta per l’acquisto di nuovi partigiani, che potranno poi diventare membri.

Poiché l’essere partigiani d’un’idea costituisce solo un riconoscimento passivo di questa, mentre la qualità di membri richiede una difesa attiva dell’idea stessa, su dieci partigiani solo uno o, tutt’al più, due, sono idonei ad operare quali membri.

La qualità di partigiano ha solo radici nell’intelletto, quella di membro nel coraggio di patrocinare e diffondere ciò che l’intelletto ha riconosciuto giusto.

Il riconoscimento della bontà d’un’idea risponde, nella sua forma passiva, al carattere della maggioranza degli uomini, che è pigra e poco coraggiosa. La qualità di membro esige una mentalità attivistica, e quindi è solo appropriata alla minoranza degli uomini.

Quindi, la propaganda deve, senza stancarsi, curare che un’idea acquisti aderenti, mentre l’organizzazione deve attendere con ogni diligenza a foggiare dei membri coi più meritevoli fra i partigiani. La propaganda non deve dunque rompersi la testa sul valore di ciascuno degli ammaestrati da lei, sulle capacità, sulla comprensione o sul carattere di costoro; mentre l’organizzazione deve raccogliere dalla massa di tali elementi ciò che in realtà rende possibile la vittoria del movimento.

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La propaganda cerca di imporre una dottrina al popolo intiero, l’organizzazione comprende nei suoi quadri solo coloro che non minacciano di essere, per motivi psicologici, d’ostacolo all’ulteriore diffusione dell’idea.

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La propaganda lavora la collettività nel senso di un’idea e la rende matura per il tempo del trionfo di questa idea. L’organizzazione procura la vittoria aggregandosi, in modo costante, organico, e con riguardo alla capacità di battersi, quei partigiani che appaiono disposti a combattere per la vittoria.

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La vittoria d’un’idea sarà tanto meglio possibile quanto più largamente la propaganda avrà elaborati gli uomini nel loro complesso e quanto più sarà esclusiva, rigida e salda l’organizzazione che in pratica sostiene la lotta.

Da ciò risulta che il numero degli aderenti non può mai essere abbastanza grande, mentre il numero dei membri sarà sempre piuttosto troppo grande che troppo piccolo.

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Quando la propaganda ha imbevuto d’un’idea un intiero popolo, l’organizzazione può trame le conseguenze con un pugno d’uomini. Propaganda e organizzazione, ossia aderenti e membri, si trovano in un determinato reciproco rapporto. Quanto meglio la propaganda ha lavorato, tanto più piccola può essere l’organizzazione, e quanto maggiore è il numero degli aderenti, tanto minore può essere il numero dei membri. E viceversa: Quanto meno buona è la propaganda, tanto più grande deve essere l’organizzazione; quanto più piccola rimane la schiera degli aderenti ad un movimento, tanto più numerosa deve essere la schiera dei suoi membri se vuol contare sul successo.

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Il primo compito della propaganda è quello di acquistare uomini per la ulteriore organizzazione; il primo compito dell’organizzazione è quello di acquistare uomini per lo svolgimento della propaganda. Il secondo compito della propaganda è quello di decomporre lo stato di cose esistente e permearlo della nuova dottrina, mentre il secondo compito dell’organizzazione è la lotta per la potenza, onde assicurare, con la potenza, il definitivo trionfo della dottrina.

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Il successo definitivo d’una rivoluzione professante una nuova concezione del mondo viene con maggior facilità conseguito quando la nuova concezione ammaestra lutti gli uomini e, occorrendo, viene loro, più tardi, imposta con la forza; mentre l’organizzazione dell’idea, ossia il movimento politico, deve comprendere solo quel numero di uomini che è strettamente necessario ad occupare i centri nervosi del futuro Stato.

In altre parole: in ogni movimento grande e d’importanza mondiale, la propaganda deve anzitutto diffondere l’idea di questo movimento. Dovrà quindi sforzarsi di spiegare agli altri il nuovo corso di pensieri, e poi trasferirsi sul terreno di questi altri e renderli incerti delle convinzioni finora nutrite. Poiché la diffusione d’una dottrina deve possedere una spina dorsale, la dottrina deve darsi una salda organizzazione.

L’organizzazione trae i suoi membri dalla massa degli aderenti guadagnati con la propaganda. Questa massa cresce tanto più presto quanto maggiore è l’intensità con cui la propaganda viene svolta; e la propaganda può tanto meglio lavorare quanto più è forte e potente l’organizzazione che ha dietro di sé.

Quindi, il supremo compito dell’organizzazione è quello di vegliare perché eventuali discordie fra i membri del movimento non conducano ad una scissione e non indeboliscano il lavoro, e perché non si spenga lo spirito offensivo, anzi si rinnovi e si rafforzi sempre. Non è necessario che il numero dei membri aumenti all’infinito; all’opposto! Dato che solo una frazione dell’umanità è energica e audace, un movimento che accrescesse all’infinito la propria organizzazione dovrebbe per forza restare, un giorno, indebolito. Organizzazioni, ossia gruppi di membri, che crescono oltre una certa altezza, perdono a poco a poco la loro forza combattiva e non sono più in grado di appoggiare con risolutezza e con spirito aggressivo la propaganda d’un’idea.

Ora, quanto più un’idea è grande e rivoluzionaria, tanto più attivistico diverrà il ceto dei suoi membri, poiché alla sconvolgente forza della dottrina è sempre connesso un pericolo per i suoi difensori, pericolo appropriato a tenere lontane dalla dottrina stessa i temperamenti meschini e timidi. Essi in cuor loro si sentiranno partigiani, ma rifuggiranno dal far conoscere al pubblico i loro sentimenti col diventare membri del partito. Ma appunto per questo l’organizzazione d’un’idea realmente rivoluzionaria trattiene, come membri, solo i più attivisti fra gli aderenti guadagnati dalla propaganda. Appunto in questo attivismo dei membri garantito dalla selezione naturale è riposta la condizione preliminare dell’ulteriore diffusione di un movimento e del successo della lotta per la realizzazione dell’idea.

Il maggior pericolo che possa minacciare un movimento è un numero esagerato di membri, apportato dal rapido successo. Sebbene da un movimento che deve sostenere aspre lotte si tengano lontani i pigri e gli egoisti, questi stessi si affrettano a diventare membri quando un grande successo del partito appare probabile o si è già verificato. Questa è la causa per cui certi movimenti che apparivano vittoriosi, per inesplicabile debolezza interna indietreggiarono, rinunciarono alla lotta e finirono col morire. In conseguenza dei primi successi, entrarono nella loro organizzazione tanti elementi cattivi, indegni e soprattutto vili, che costoro in ultimo ebbero la preponderanza sugli elementi battaglieri e costrinsero il movimento a servire ai loro particolari interessi, lo abbassarono al livello della loro propria meschinità e non fecero nulla per completare la vittoria dell’idea originaria. Con ciò scomparve il fanatismo, l’energia combattiva restò paralizzata o, come in questi casi suol dire molto bene il mondo borghese: «ora fu mescolata acqua nel vino».

Perciò è necessario che un movimento, per puro istinto di conservazione, non appena il successo si mette dalla sua parte, chiuda tosto l’ammissione dei membri, e solo con grande cautela e dopo un’indagine fondamentale intraprenda l’accrescimento della propria organizzazione. Solo così il nucleo del movimento resterà fresco e sano. E allora si deve aver cura che soltanto questo nucleo prosegua a dirigere il movimento, ossia a determinare la propaganda destinata a procurargli il generale riconoscimento. Infine, il movimento, quale possessore della potenza, intraprenderà gli atti diretti a realizzare in pratica la sua idea.

L’organizzazione deve, coi vecchi quadri del movimento, occupare tutte le importanti posizioni e costituire la direzione complessiva. E ciò fin quando le massime e le dottrine del partito siano diventate fondamento e contenuto del nuovo Stato. Solo allora è lecito mettere a poco a poco le briglie in mano alla Costituzione di questo Stato, nata dallo spirito del movimento. Ma ciò, di solito, si compie fra reciproche lotte, perché è problema meno dell’intelletto umano che del giuoco e dell’effetto di forze che possono essere a priori riconosciute ma non guidate in eterno.

Tutti i grandi movimenti, fossero di natura religiosa o politica, dovettero i loro successi al riconoscimento e all’impiego di queste massime; e non si possono immaginare successi durevoli senza che sia tenuto conto di queste leggi.

***

In qualità di direttore della propaganda del partito mi sono molto sforzato a preparare il terreno per la grandezza del movimento ulteriore e a curare che l’organizzazione contenesse solo materiale ottimo. Quanto più radicale e sferzante era la mia propaganda, tanto più intimidiva e teneva lontani i deboli e gli esitanti e impediva che penetrassero nel primo nucleo della nostra organizzazione. Costoro restarono aderenti, ma senza una forte accentuazione: anzi, tacevano con angoscia il fatto di essere aderenti. Molte migliaia di persone mi assicurarono allora che erano in pieno accordo con noi

ma non potevano a nessun patto diventare membri del nostro partito. Dicevano che il movimento era così radicale che il farne parte quali membri esponeva a gravi censure e perfino a pericoli; non si poteva quindi far carico all’onesto e pacifico cittadino se per ora si teneva in disparte, pur essendo devoto alla causa.

Se questi uomini, che in cuor loro non approvavano la rivoluzione, fossero allora venuti tutti al nostro partito, in qualità di membri, noi oggi potremmo considerarci come una pia confraternita ma non più come un giovane movimento felice di battersi.

La forma vivace e oltranzista ch’io diedi allora alla nostra propaganda rassodò e garantì la tendenza radicale del nostro movimento, poiché ormai, fatte poche eccezioni, solo uomini d’idee radicali furono disposti a diventar membri.

La nostra propaganda fu causa che in breve tempo centinaia di migliaia di cittadini ci dessero ragione in cuor loro e augurassero la nostra vittoria, sebbene fossero troppo pigri per sacrificarsi per il nostro movimento.

Fino alla metà del 1921 questa semplice attività di arrolatori poté bastarci e giovare al movimento. Ma certi avvenimenti dell’estate di quell’anno fecero apparire utile adeguare l’organizzazione al lento e visibile successo della propaganda.

Il tentativo d’un gruppo di fantasiosi «nazionalisti», appoggiato dall’allora presidente del partito, di conquistare la direzione di questo, finì col crollo di tale piccolo intrigo ; in un’adunanza generale dei membri fu trasmessa a me la direzione generale del movimento: all’unanimità dei voti!

In pari tempo fu approvato un nuovo statuto, che trasferì la piena responsabilità al primo presidente del movimento, soppresse in linea di massima le risoluzioni delle commissioni introducendo, al posto di queste, un sistema dì distribuzione del lavoro che da allora si dimostrò ottimo e proficuo. A partire dal primo agosto 1921 intrapresi questa riorganizzazione interna del partito, trovando in ciò l’appoggio d’un gruppo di uomini insigni.

Nel tentativo di valorizzare per l’organizzazione i risultati della propaganda dovetti eliminare una quantità di vecchie abitudini e introdurre massime che nessuno degli altri partiti possedeva o conosceva.

Negli anni 1919 e 1920 il movimento era diretto da un Comitato, eletto da assemblee di membri prescritte dalla legge. Il comitato era composto d’un primo e d’un secondo cassiere, d’un primo e d’un secondo segretario, e aveva alla testa un primo e un secondo presidente. Si aggiungevano un rappresentante dei membri, il capo della propaganda e diversi assessori.

La cosa può parere comica, ma questo Comitato personificava appunto ciò che il movimento voleva combattere con maggior energia: il parlamentarismo. Perché in quel Comitato era applicato un principio che, dai minori gruppi locali fino ai distretti, alle regioni, agli Stati e alla direzione stessa del Reich, personificava il sistema sotto il quale noi tutti soffrivamo e ancora soffriamo.

Era urgente mutare questo stato di cose, se non si voleva che le cattive basi dell’organizzazione rovinassero il movimento e lo rendessero inetto ad adempiere un giorno la sua alta missione.

Le sedute del Comitato, delle quali veniva compilato un verbale, e in cui si decideva a maggioranza di voti, in realtà costituivano un parlamento in piccola scala. Anche qui mancava ogni responsabilità personale. Anche qui regnava l’assurdità e l’irragionevolezza che regnano nei nostri grandi Corpi rappresentativi statali. Si nominavano, per quel Comitato, dei segretari, dei cassieri, rappresentanti dei membri dell’organizzazione, sorveglianti della propaganda, e si facevano decidere d’ogni problema per mezzo d’una votazione. Quindi l’incaricato della propaganda votava su un affare riguardante l’incaricato della finanza, questi votava su un affare riguardante l’incaricato della organizzazione, e quest’ultimo su una cosa che avrebbe dovuto interessare solo i segretari.

Ma a quale scopo destinare alla propaganda un individuo speciale, se cassieri, segretari ecc. dovevano decidere problemi riguardanti la propaganda stessa? Ciò appare tanto incomprensibile, ad un cervello sano, quanto lo sarebbe il fatto che in una grande fabbrica la presidenza o i costruttori di altri riparti e di altri rami decidessero questioni prive d’ogni rapporto coi loro affari.

Non mi acconciai a questa follia, e dopo breve tempo non partecipai più alle sedute. Non feci altro che la mia propaganda, e non ammisi che il primo venuto s’immischiasse in questa mia attività.

E, viceversa, mi astenni dall’immischiarmi nelle faccende degli altri.

Quando l’approvazione del nuovo Statuto e la mia nomina al posto di primo presidente mi diedero autorità e diritto sufficienti, misi tosto fine a quella assurdità. Al posto delle decisioni di commissioni fu introdotto il principio della totale responsabilità.

Il primo presidente risponde della complessiva direzione del movimento. Ripartisce il lavoro fra i membri delle commissioni, sottoposti a lui, e gli eventuali necessari collaboratori. Ognuno di questi signori è interamente responsabile del compito che gli è commesso. E’ subordinato solo al primo presidente, che deve provvedere alla collaborazione fra tutti, e scegliendo le persone e impartendo le direttive generali assicura la comunanza dell’opera.

La legge della fondamentale responsabilità è diventata naturale nel seno del partito o, almeno, nella direzione del movimento. Nei piccoli gruppi locali e forse nei distretti passerà del tempo prima che sia impressa questa massima, perché la gente da poco e paurosa le si opporrà sempre; costoro trovano sgradita l’esclusiva responsabilità d’un’azione. Essi si sentivano meglio e più liberi quando, nelle decisioni gravi, si facevano coprire le spalle dalla maggioranza del Comitato. Ma a me pare indispensabile opporrai con ogni forza a questa mentalità, non fare concessioni alla paura della responsabilità e così, magari dopo qualche tempo, creare una concezione dei doveri e dei poteri dei dirigenti che sia idonea a condurre al posto di dirigenti quelli soli che sono chiamati ed eletti a comandare.

In ogni caso, un movimento destinato a combattere la pazzia parlamentare, deve essere immune da questa. Solo così guadagnerà forza alla sua lotta.

Un movimento, che in un tempo in cui la maggioranza domina dappertutto si pone sul terreno dell’idea d’un solo Capo e della responsabilità personale, vincerà un giorno, con matematica certezza, il regime esistente e celebrerà il proprio trionfo.

Quest’idea rese necessaria una completa riorganizzazione interna del movimento; ed anche, nel suo logico sviluppo, una netta separazione tra la parte economica del movimento e la direzione politica generale. Il principio della responsabilità fu esteso a tutta l’amministrazione del partito e ne operò il risanamento liberandola da influenze politiche e la collocò sul terreno puramente economico.

Quando, nell’autunno 1921, fu fondato il partito, che contava allora sei membri soli, esso non possedeva né una sede, né impiegati, né formulari, né sigilli, né stampati. Il Comitato teneva le sedute dapprima in una trattoria della Herrengasse e poi in un caffè del Gasteig. Questa situazione era intollerabile. Io mi posi in moto e visitai numerosi ristoranti e alberghi di Monaco, proponendomi di prendere in affitto un locale per il partito. Nella Sterneckerbräu si trovava un piccolo locale a volta, che un tempo era servito di bettola ai Consiglieri di Stato della Baviera. Era buio e fosco, quindi era benissimo adatto alla sua antica destinazione ma poco idoneo al nuovo uso che se ne voleva fare. La stradicciuola in cui guardava la sua unica finestra era così stretta che anche nelle più chiare giornate estive la stanza restava scura. Questa fu la nostra prima sede per trattare i nostri affari. La pigione ammontava a soli cinquanta marchi al mese (per noi, allora una somma gigantesca!): non eravamo in grado di affacciare esigenze maggiori, e non potemmo nemmeno lagnarci quando, prima del nostro ingresso, fu strappato il rivestimento in legno delle pareti, destinato ai Consiglieri di Stato, cosicché ora, in verità, il locale somigliava più a una grotta che ad un ufficio.

Eppure, questo fu già un enorme passo in avanti. A poco a poco ci procurammo la luce elettrica, il telefono, un tavolo, alcune sedie, un trespolo; più tardi, un armadio. Due credenze appartenenti al padron di casa custodivano i fogli volanti, i manifesti, ecc.

Non era possibile continuare, con l’andar del tempo, a dirigere il movimento col tenere una volta alla settimana un’adunanza del Comitato. Sole un funzionario pagato dal movimento poteva garantire la correntezza e lo sviluppo degli affari.

Ma ciò era, allora, assai difficile, Il movimento contava così pochi membri che era arduo trovare fra essi un uomo di scarse pretese personali e capace di soddisfare le molteplici esigenze del movimento.

Dopo lunghe ricerche, il primo amministratore del partito fu scovato in un soldato, un mio antico camerata, di nome Schüssler. Dapprima, veniva ogni giorno fra le sei e le otto nel nostro nuovo ufficio, più tardi fra le cinque e le otto, in seguito ogni pomeriggio, e infine fu assunto in pieno e prestò servizio dal mattino sin a tarda notte. Era un uomo diligente, probo, operoso, fedele e devoto al movimento. Schüssler portò con sé una piccola macchina da scrivere Adler, di sua proprietà. Fu quella la prima macchina al servizio del partito: il partito, più tardi, la acquistò mediante pagamento a rate. Parve necessaria una piccola cassaforte, ad assicurare le nostre carte e il libro dei soci dalle mani dei ladri: non per chiudervi le grosse somme di cui non disponevamo.

All’opposto, la nostra situazione era così misera che io dovetti spesso mettere mano ai miei risparmi personali. Dopo un anno e mezzo, la sede era diventata troppo piccola e ci trasferimmo in un nuovo locale, nella Corneliusstrasse. Anche stavolta prendemmo dimora in un ristorante, ma in luogo di una sola stanza ne possedevamo tre, e, inoltre, un vasto locale fornito di sportelli. Allora, ciò ci parve gran cosa. Restammo là fino al novembre 1923.

Nel dicembre 1920 seguì l’acquisto del «Völkischer Beobachter». Questo giornale che, in conformità col suo nome, propugnava la causa nazionale, doveva ora diventare organo del nostro partito. Dapprima, usciva due volte la settimana; all’inizio del 1923 divenne quotidiano e alla fine d’agosto 1923 assunse il suo noto grande formato.

Ero a quel tempo un novizio nel campo del giornalismo, e dovetti pagar caro il noviziato.

Era un fatto che dava da pensare questo, che di fronte alla sterminata stampa ebraica esistesse un solo giornale nazionale di vera importanza. Ciò, come m’insegnò più volte la pratica, dipendeva in gran parte dalla scarsa abilità commerciale delle aziende cosiddette nazionali. Queste erano dirette secondo la massima che la mentalità deve precedere l’azione. Massima falsa, perché la mentalità non può essere cosa esterna ma deve trovare nell’azione la sua più bella espressione. Chi fa opera preziosa per il suo popolo manifesta con ciò una altrettanto preziosa mentalità, mentre un altro che si limita ad aver giuste opinioni senza prestare validi servigi al suo popolo nuoce alla mentalità complessiva.

Anche il «Völkischer Beobachter» era, come diceva già il suo nome, un organo cosiddetto «nazionale», coi meriti ed anche con gli errori e le debolezze inerenti alle istituzioni nazionali. Il suo contenuto era onesto, ma l’azienda era amministrata in modo impossibile. Anche in essa regnava l’opinione che i giornali nazionali debbano essere mantenuti da denaro nazionale, in luogo dell’opinione che essi debbano cavarsela nella lotta di concorrenza con gli altri, e che sia sconveniente riparare a spese di buoni patriotti agli errori della direzione commerciale della azienda.

Riconobbi presto la gravità di questa situazione e mi adoperai per rimediarvi. La fortuna mi aiutò facendomi conoscere l’uomo che da allora rese innumerevoli servigi al movimento in qualità non solo di direttore commerciale del giornale ma anche di primo direttore finanziario del partito.

Nel 1914, ossia in campo, io conobbi l’allora mio superiore ed oggi direttore finanziario generale del partito, Max Amann. Nei quattro anni di guerra ebbi occasione di osservare quasi costantemente le straordinarie facoltà, la diligenza e la rigorosa coscienziosità del mio futuro collaboratore. Nell’estate 1921, quando il movimento attraversava una grande crisi ed io non potevo più essere soddisfatto di parecchi impiegati, anzi con uno di essi avevo fatta un’amara esperienza, mi rivolsi al mio antico camerata di reggimento, incontrato un giorno per caso, e lo pregai di diventare direttore finanziario del movimento. Dopo lunga esitazione (Amann occupava un posto ricco d’avvenire) finì con l’accettare, al patto espresso di non dover fare da usciere a qualche impotente Comitato e di dover riconoscere un solo padrone.

E’ merito incomparabile di questo primo direttore finanziario del partito, le cui qualità commerciali sono vaste e profonde, quello di avere apportato ordine e probità negli uffici del partito, che da allora rimasero sempre esemplari e non poterono essere eguagliati né superati in esemplarità da nessuna delle ramificazioni del movimento. Ma, come spesso avviene, la grande abilità provocò invidia e sfavore.

Già nel 1922 erano state date salde direttive generali per la costituzione finanziari e per l’organizzazione del movimento. Esisteva una completa «cartoteca» centrale, comprendente tutti i membri del movimento. Il finanziamento del partito era stato messo per vie sane. Le spese correnti dovevano essere coperte con entrate correnti, le entrate straordinarie dovevano solo servire a spese straordinarie. Così, e nonostante la durezza dei tempi, il movimento rimase, eccettuati alcuni piccoli conti, privo di debiti, anzi, riuscì ad accrescere il suo valore economico. Si lavorava come in un’azienda privata: gli impiegati dovevano distinguersi con l’eccellenza delle loro prestazioni e non con la loro pretesa «buona intenzione». L’intenzione d’un nazional-socialista a manifesta nella prontezza, nella diligenza e nella capacità con cui assolve il lavoro commessogli dalla comunità nazionale. Chi non adempie qui il suo dovere non può vantarsi di una intenzione contro la quale pecca.

Il nuovo direttore finanziario del partito, resistendo a tutte le influenze possibili, si pose nel punto di vista che le aziende del partito stesso non dovessero costituire sinecure per aderenti o membri poco vogliosi di lavorare. Un movimento che si batte con tanta energia contro la corruzione introdotta dai partiti nella nostra burocrazia deve tenere immune da questo vizio il suo proprio apparato amministrativo. Accadde anche che fossero assunte, nell’amministrazione del giornale, persone già appartenenti, per le loro idee, al partito popolare bavarese e che fornirono ottimo lavoro: il risultato di questo tentativo fu, in generale, splendido. Appunto il leale ed aperto riconoscimento dei servigi prestati da ciascuno permise al movimento di conquistarsi i cuori di questi impiegati meglio e più presto di ogni altro mezzo. Essi divennero in seguito buoni nazionalsocialisti e tali rimasero, non solo a parole: dimostrarono questa loro qualità col coscienzioso, ordinato e leale lavoro che svolsero al servizio del nuovo movimento. Era naturale che un buon lavoratore qualificato, se era iscritto al partito, fosse preferito ad un altro non iscritto. Ma nessuno ottenne un posto fondandosi solo sulla sua appartenenza al partito. La risolutezza con cui il nuovo direttore finanziario applicò a poco a poco, vincendo tutte le resistenze, questo principio, fu più tardi di grande vantaggio al movimento. Solo così fu possibile che nel difficile periodo della inflazione, quando migliaia di aziende perirono e migliaia di giornali dovettero sparire, la direzione commerciale del movimento non solo tenesse duro e facesse fronte alle sue spese ma procurasse al «Völkischer Beobachter» una diffusione sempre crescente, facendolo entrare nelle file dei maggiori giornali.

L’anno 1921 ebbe anche il risultato che io, nella mia qualità di presidente del partito, riuscii a sottrarre le singole aziende alle critiche e alle intrusioni di certi membri del Comitato. Ciò era importante, perché non era possibile assicurarsi un uomo adatto ad un determinato compito se uomini incapaci si intromettevano continuamente dicendo che essi se ne intendevano meglio, mentre in realtà lasciavano dietro di sé il caos. E allora questi onniscienti si trassero modestamente indietro e si cercarono un altro campo per la loro attività di controllori e ispiratori. Certi uomini erano preda della malattia di trovar a ridire su tutto e su tutti, ed erano, per così dire, sempre gravidi di splendidi progetti, di piani, di idee e di metodi. Però il loro scopo più alto, il loro ideale era quasi sempre la formazione di un Comitato che, quale organo di controllo, sorvegliasse l’ordinato lavoro degli altri. Ma è contrario al nazional-socialismo ed offensivo che uomini i quali non s’intendono d’una cosa s’intromettano senza tregua nel lavoro dei veri competenti. Tuttavia, di ciò non si rendevano conto molti di quei creatori di Comitati. Quanto a me, ritenni mio dovere salvaguardare in quegli anni da simili elementi coloro che lavoravano regolarmente ed erano carichi di responsabilità, e garantire loro la copertura delle spalle e un libero campo di lavoro.

Il miglior mezzo per rendere innocui simili Comitati che non facevano nulla o prendevano decisioni irrealizzabili, fu quello di assegnar loro un vero lavoro. C’era da ridere a vedere come allora quei Comitati si volatilizzavano e, ad un tratto, diventavano introvabili. Pensavo al maggiore dei nostri istituti di questo genere, al Reichstag. I deputati si vaporizzerebbero tosto se fossero obbligati non più a chiacchierare ma a compiere un reale lavoro; un lavoro che ciascuno di tali millantatori dovesse prestare sotto la propria personale responsabilità.

Volli sempre che, come per la vita privata, così anche per le singole aziende si cercasse, finché si trovasse, l’impiegato, l’amministratore o il direttore realmente capace e onesto. Una volta trovato, gli si doveva attribuire assoluta autorità e libertà d’azione verso i subordinati, e totale responsabilità verso i superiori. Nessuno otteneva autorità di fronte ai subordinati se non fosse egli stesso competente nel lavoro affidato a costoro. Nel corso di due anni feci sempre più prevalere queste mie vedute, che oggi sono diventate naturali nel movimento, almeno per ciò che riguarda la direzione suprema.

Il successo di questo modo di procedere si manifestò il 9 novembre 1923: quando io, quattro anni prima, mi aggregai al movimento, non esisteva nemmeno un sigillo. Il 9 novembre 1923, ebbe luogo lo scioglimento del partito, la confisca del suo patrimonio. Questo, inclusi gli oggetti di valore e il giornale, ammontava già ad oltre centosettantamila marchi oro.

CAPITOLO XII

IL PROBLEMA DEI SINDACATI

La rapida crescenza del movimento ci costrinse a prendere posizione nel 1922 di fronte ad un problema che ancor oggi non è del tutto risolto.

Nel nostro tentativo di studiare quei metodi che meglio e più presto potevano spianare al movimento la via verso il cuore della larga massa, ci urtavamo sempre contro l’obbiezione che l’operaio non apparterrebbe mai interamente a noi finché i suoi interessi nel campo professionale ed economico si trovassero rappresentati da gente di partito diverso del nostro e dalle organizzazioni politiche di quel partito.

Certo, questa obbiezione non mancava di fondamento. L’operaio occupato in un’azienda non poteva, secondo la convinzione generale, esistere se non diventava membro d’un Sindacato. Solo così potevano essere protetti i suoi affari professionali; e, a lungo andare, la sua situazione nell’azienda era connessa con la sua qualità di membro del Sindacato. La maggioranza degli operai era inclusa nelle Leghe sindacali Queste avevano, in generale, svolta la lotta per i salari e conclusi gli accordi tariffari assicuranti all’operaio un determinato introito. I risultati di quelle lotte tornavano a vantaggio di tutti i lavoratori dell’azienda, e dovevano sorgere, soprattutto per gli uomini dabbene, conflitti di coscienza quando intascavano bensì il salario imposto dal Sindacato ma non partecipavano alla lotta.

Era difficile parlare di questo problema col normale imprenditore borghese. Gli imprenditori non capivano né volevano capire il lato materiale e quello morale del problema. I loro pretesi interessi economici si oppongono (così dicono) ad ogni organizzazione delle forze di lavoro ad essi soggette, e in molti è difficile creare un giudizio imparziale. Qui dunque è necessario rivolgersi ai disinteressati, a quelli che stanno fuori: costoro, con un po’ di buona volontà, avranno qualche comprensione d’un problema che è fra i più importanti della nostra vita d’oggi e di domani. Secondo me, finché o in grazia di provvedimenti statali (che per Io più restano infruttuosi) o per mezzo d’una nuova educazione generale non sopravverrà un mutamento nel contegno del datore di lavoro di fronte al lavoratore, a quest’ultimo non resterà altro che salvaguardare da sé le sue ragioni nella vita economica, richiamandosi alla sua qualità di contraente con parità di diritti. Ciò è conforme all’interesse della comunità nazionale se giova ad impedire le ingiustizie sociali che possono recare gravi danni all’intiera comunità d’un popolo. Sarà necessario che l’operaio si difenda da sé fin quando vi saranno uomini privi d’ogni senso del dovere sociale e incapaci di riconoscere almeno i più semplici diritti dell’uomo. L’autodifesa dei lavoratori, se indispensabile, si può solo compiere in forma di un’associazione, su base sindacale, dei lavoratori stessi.

Questa era la mia concezione già nell’anno 1922. Fu allora opportuno cercare una nuova e chiara forma dell’impostazione di questi problemi. Non era il caso di seguitare a riconoscere gli elementi del problema e a contentarsene: occorreva trame le conseguenze pratiche.

Bisognava rispondere a queste domande:

1). Sono necessari i Sindacati?

2). Deve il partito nazional-socialista operare esso medesimo su base sindacale, o condurre, in qualche forma, i suoi membri ad una attività sindacale?

3). Di qual genere deve essere un Sindacato nazional-socialista? Quali sono i compiti nostri e le loro mete?

4). Come possiamo giungere a tali Sindacati? Credo di avere abbastanza risposto alla prima domanda. Sono convinto che, allo stato presente delle cose, non si può far a meno dei Sindacati. All’opposto: essi sono fra le istituzioni più importanti della vita economica della nazione. Ma essi hanno importanza non solo nel campo della politica sociale ma, assai più, nel campo della politica nazionale. Perché un popolo, le cui larghe masse vedono soddisfatti i loro vitali bisogni da un giusto movimento sindacale e ricevono da questo una educazione, otterrà un grosso rafforzamento della sua forza di resistenza nella lotta per la vita.

I Sindacati sono necessari soprattutto quali pietre fondamentali del futuro Parlamento economico e delle Camere delle classi.

Anche alla seconda domanda è facile rispondere. Se il movimento sindacale è importante, è evidente che il nazional-socialismo deve prendere posizione di fronte ad esso non solo in teorìa ma anche in pratica. Ma non è ancora facile dire come.

Il nostro movimento tendente alla creazione di uno Stato nazionale, deve essere certo che tutte le future istituzioni di questo Stato futuro debbono provenire dal movimento stesso. E’ grande errore credere che basti il possesso del potere per procedere, dal nulla, ad una riorganizzazione determinata, se prima non si dispone di un fondo d’uomini foggiati secondo una certa mentalità. Anche qui, più della forma esterna, facile a crearsi meccanicamente, importa lo spirito che riempie la forma. Per esempio, si può imporre con la dittatura ad un organismo statale il principio di un governo di «capi». Ma questo principio diverrà evidente solo quando, in una evoluzione sua propria, si sarà diffuso e foggiato e, in grazia della selezione che la dura realtà della vita compie senza posa, nel corso di molti anni avrà prodotto il materiale dirigente necessario all’applicazione del principio medesimo.

Non è dunque lecito immaginarsi di potere ad un tratto estrarre da una cartella Pahbozzo d’una nuova configurazione statale e «introdurla» con un decreto emanato da chi sta in alto. Si può tentare questo, ma il risultato non sarà una cosa vitale: sarà un bambino nato morto. Ciò mi rammenta la nascita della Costituzione di Weimar e il tentativo di largire al popolo tedesco, con una nuova Costituzione, anche una bandiera nuova priva d’ogni nesso con le vicissitudini del nostro popolo nell’ultimo mezzo secolo.

Lo Stato nazional-socialista dovrà guardarsi da simili esperimenti. Dovrà sorgere da un’organizzazione esistente già da lungo tempo, la quale dovrà prima possedere in sé la vita nazional-socialista, e poi creare uno Stato nazional-socialista vitale.

Come dissi, le cellule germinali delle Camere economiche dovranno trovarsi nelle varie rappresentanze professionali, ossia, soprattutto, nel Sindacati. Ma se, più tardi, la rappresentanza delle classi e il Parlamento economico centrale debbono formare un’istituzione nazional-socialista, queste importanti cellule germinali debbono essere informate alla mentalità e alla concezione nazional-socialista. Le istituzioni del movimento debbono essere trasferite nello Stato, ma lo Stato non può trarre bruscamente dal nulla gli ordinamenti relativi, se quelle non debbono restare Enti privi d’ogni vita.

Già da questo importantissimo punto di vista il movimento deve riconoscere la necessità di un’attività sindacale sua propria. Deve pure riconoscerla perché una vera educazione nazionalsocialista dei datori e dei prenditori di lavoro, la loro inserzione nel quadro della comunità nazionale, non si ottiene con insegnamenti teorici con grida e appelli, ma con la lotta della vita quotidiana. A questa il movimento deve educare i suoi singoli gruppi e avvicinarli ai grandi problemi. Senza questo lavoro preparatorio, ogni speranza di veder sorgere un giorno una vera comunità nazionale rimane una pura illusione. Solo il grande ideale, la concezione del mondo propugnata dal movimento può foggiare per gradi quello stile generale che farà apparire solido e ben fondato il tempo nuovo, e non come un’epoca solida soltanto in apparenza.

Quindi, il movimento deve prendere posizione favorevole di fronte all’idea sindacale; e all’enorme numero dei membri e aderenti ai Sindacati deve impartire, nell’attività pratica, una educazione degna del futuro Stato nazional-socialista.

Dal fin qui detto procede la risposta alla terza domanda. Il Sindacato nazional-socialista non è un organo della lotta di classe, ma un organo della rappresentanza professionale. Lo Stato nazional-socialista non conosce classi nel senso marxista: sotto l’aspetto politico conosce solo cittadini con diritti e doveri generali uguali; accanto a questi, conosce appartenenti allo Stato, privi di qualsiasi diritto politico.

Al Sindacato, nel senso nazional-socialista, non spetta il compito di trasformare, mediante il raggruppamento di certi uomini entro il corpo di un popolo, questi uomini di una classe, e di intraprendere poi con questa classe la lotta contro altri gruppi organizzati nel seno della comunità nazionale. Noi non possiamo assegnare questo compito al Sindacato in sé: esso gli fu assegnato nel momento in cui diventò strumento di lotta del Marxismo. Il Sindacato non svolge, per sé stesso, la «lotta dì classe» ; il Marxismo fece di esso uno strumento per la sua lotta di classe. Il Marxismo foggiò l’arma economica che l’ebreo internazionale impiega per infrangere la base economica dei liberi e indipendenti Stati nazionali, per distruggere l’industria nazionale e il commercio nazionale, e rendere così i popoli liberi schiavi del giudaismo finanziario superstatale.

Il Sindacato nazional-socialista, di fronte a ciò, deve, organizzando certi gruppi di partecipanti al processo economico nazionale, aumentare la sicurezza dell’economia nazionale e rafforzarla eliminando quegli inconvenienti che, in ultimo, esercitano un’influeza distruttiva sul corpo della nazione, danneggiano la forza viva della comunità nazionale e quindi dello Stato e rovinano l’economia stessa.

Quindi, per il Sindacato nazional-socialista lo sciopero non è un mezzo per turbare e distruggere la produzione nazionale, ma un mezzo per accrescerla e sveltirla mediante la lotta contro tutti quegli stati intollerabili che per il loro carattere antisociale compromettono la capacità dell’economia, e perciò l’esistenza della collettività. Perché la capacità di prestazione del singolo sta in rapporto con la posizione giuridica e sociale che egli assume nel processo economico e col riconoscimento, che da quella risulta, della necessità che quel processo prosperi, a vantaggio dei singoli stessi.

Il prestatore d’opera nazional-socialista deve sapere che il fiorire dell’economia nazionale significa la sua personale fortuna.

Il datore di lavoro nazional-socialista deve sapere che la contentezza e il benessere dei suoi operai sono la condizione preliminare dell’esistenza e dello sviluppo della sua propria grandezza economica.

Il prestatore e il datore di lavoro nazional-socialisti sono incaricati e procuratori della complessiva economia nazionale. L’alto grado di libertà personale che viene loro consentito nella loro sfera d’azione, è spiegato col fatto che, come insegna l’esperienza, la capacità di prestazione del singolo è aumentata meglio dalla concessione di un’ampia libertà che dalla costrizione operata dall’alto. Inoltre, quella libertà deve impedire l’eventuale paralisi di quel processo di selezione naturale che favorisce il più abile, il più capace e il più diligente.

Quindi, per il Sindacato nazional-socialista lo sciopero è un mezzo che può e deve essere impiegato solo fin quando non esiste uno Stato nazionale. Questo Stato, al posto della lotta di classe fra i due grandi gruppi (datori e prenditori di lavoro) assumerà e avocherà a sé la cura e la protezione dei diritti di tutti. Alle Camere economiche spetterà il compito di tenere in attività l’economia nazionale e di eliminarne i difetti e le manchevolezze. Ciò che oggi si ottiene per mezzo di lotte svolte da milioni di uomini, sarà sbrigato un giorno nelle Camere dei ceti professionali e nel Parlamento economico centrale. Allora, imprenditori e operai non si batteranno più per i salari e le tariffe, danneggiando entrambi l’esistenza della economia; risolveranno in comune questi problemi in una sede superiore, di cui unico pensiero sarà il bene della nazione e dello Stato.

Anche qui deve valere il bronzeo principio: prima la patria, poi il partito.

Il compito del Sindacato nazional-socialista è la educazione e la preparazione ad una meta che si può definire così: Lavoro comune di tutti alla conservazione e alla consolidazione del nostro popolo e del nostro Stato, a seconda delle capacità e forze innate in ciascuno e perfezionate dalla comunità nazionale. La quarta domanda: «Come giungeremo a questi Sindacati?», parve, a suo tempo, quella a cui era più difficile rispondere.

In generale, è più facile intraprendere una fondazione in un terreno nuovo, vergine, che in un terreno vecchio dove esiste già una fondazione analoga. In una località dove non si trova ancora una azienda d’un determinato genere, è conveniente fondarne una nuova. Ciò è meno facile quando esiste già un’azienda di tale specie, e, soprattutto, quando è certo che una sola delle due vi può prosperare. Perché allora i fondatori non solo debbono introdurre e avviare l’azienda loro ma, perché questa fiorisca, debbono annientare l’altra.

E’ cosa assurda un Sindacato nazional-socialista accanto ad altri Sindacati. Perché esso deve sentirsi compenetrato del compito che gli impone la sua concezione del mondo e del dovere che questa gli assegna di non tollerare altre formazioni, analoghe od ostili: deve accentuare l’esclusiva necessità del suo Io. Anche qui, non sono possibili intese né compromessi con istituti o aspirazioni affini ed è solo possibile tener fermo il proprio unico assoluto diritto.

Per giungere ad un simile risultato c’erano due sole vie:

1.) Si poteva fondare un Sindacato proprio, e condurre per gradi la lotta contro i Sindacati Marxisti internazionali; oppure

2.) penetrare nei Sindacati marxisti e cercare di riempirli dello spirito nuovo, trasformandoli in strumenti del nuovo mondo d’idee.

Contro la prima via parlavano le seguenti considerazioni: A quel tempo, le nostre difficoltà finanziarie erano ancora molto ingenti, e i mezzi di cui disponevamo erano insignificanti. L’inflazione sempre più dilagante aggravava la situazione nostra, perché a quell’epoca non si poteva parlare d’una reale utilità del Sindacato per i suoi membri. Allora, da questo punto di vista, il singolo operaio non aveva più motivi di iscriversi ad un Sindacato. I Sindacati marxisti già esistenti erano sul punto di crollare, e si salvarono solo quando, in grazia della geniale condotta tenuta nella Ruhr dal signor Cuno, i milioni caddero ad un tratto nel loro grembo. Questo Cancelliere cosiddetto «nazionale» può essere chiamato il salvatore dei Sindacati marxisti.

Noi non potevamo contare, allora, con simili possibilità finanziarie. Nessuno poteva sentir la tentazione di entrare in un Sindacato nuovo che, in causa della sua impotenza finanziaria, non gli poteva offrire il minimo vantaggio. D’altra parte, io non volevo creare, in una nuova organizzazione, sinecure per intellettuali più o meno insigni.

Il problema sindacale aveva una grande parte. Non possedevo allora nessuno a cui affidare la soluzione d’un problema così formidabile. Chi, in quel tempo, avesse realmente schiacciati i Sindacati marxisti per mettere al posto di questa istituzione della devastatrice lotta di classe l’idea sindacalista del nazional-socialismo, sarebbe stato uno dei più insigni uomini della nostra nazione, e la prosperità avrebbe dovuto erigergli un busto e consacrarlo nel Walhalla di Regensburg.

Ma io non conoscevo nessuno che fosse da tanto.

E’ erroneo, pensando così, lasciarsi traviare dal fatto che anche i Sindacati dispongono solo di teste mediocri. Ciò non significa nulla: perché quando questi, un giorno, furono fondati, non ce n’erano altri. Oggi invece ci troviamo a dover lottare contro una gigantesca organizzazione, esistente già da lungo tempo e perfezionata sin nei minimi particolari. Ma il conquistatore deve sempre essere più geniale del difensore, se lo vuole vincere. La rocca sindacale marxista può oggi essere governata da bonzi volgari, ma può solo essere espugnata dalla selvaggia energia e dalle attitudini geniali d’un grand’uomo. Se questo grand’uomo non si trova, è assurdo lottare col Destino e ancor più assurdo voler forzare la situazione con mezzi insufficienti.

Spesso, nella vita, è meglio lasciare per qualche tempo in riposo un’impresa che iniziarla solo a metà per mancanza di forze sufficienti.

Si aggiunge un’altra considerazione, che non si poteva definire demagogica. Avevo allora ed ho ancor oggi l’incrollabile convinzione che è pericolo connettere prima del tempo con cose economiche una grande lotta politica per una concezione universale. Ciò vale soprattutto per il nostro popolo tedesco: presso il quale la contesa economica distoglierebbe tosto le energie dalla lotta politica. Quando la gente si sarà convinta che il risparmio le permetterà l’acquisto d’una casetta, si dedicherà tutta al risparmiare e non le resterà più tempo per condurre la lotta politica contro coloro che si propongono di toglierle un giorno o l’altro i quattrini risparmiati. Invece di battersi nella lotta politica per la sua convinzione, penserà solo alla sua casetta e non prenderà posizione netta.

Il movimento nazional-socialista si trova oggi all’inizio della sua battaglia. Deve ancora in parte foggiare e completare la sua concezione del mondo. Deve combattere con tutta la sua energia, con tutte le sue fibre, per il trionfo dei suo grandi ideali, e potrà solo vincere se porrà tutte le sue forze al servizio di questa lotta.

Un esempio classico ci prova quanto l’occuparsi di problemi esclusivamente economici possa paralizzare la forza di battersi:

La rivoluzione del novembre 1918 non fu fatta da Sindacati, ma si realizzò contro i Sindacati.

E la borghesia tedesca non svolge una lotta politica per l’avvenire della Germania, perché ritiene abbastanza assicurato questo avvenire nel lavoro costruttivo dell’economia.

Dovremmo imparare da queste esperienze; perché anche con noi le cose non andrebbero diversamente. Quanto più faremo blocco di tutta la forza del nostro movimento per rovesciarla sulla

politica, tanto più presto otterremo successo. Quanto più invece ci occuperemo anzi tempo del problema sindacale, di quella della colonizzazione e di altri simili, tanto minor vantaggio ne avrà, nel suo complesso, la nostra causa. Perché, per quanto siano importanti questi problemi, la loro soluzione su vasta scala si potrà solo avere quando noi saremo già in grado di mettere la pubblica potenza al loro servizio. Fino allora, queste questioni paralizzeranno il movimento, se ce ne occuperemo troppo presto, con danno della nostra volontà di realizzare una concezione mondiale. Perché in tal caso potrebbe succedere che gli affari sindacali dirigessero il movimento politico, mentre invece la concezione mondiale deve costringere i Sindacati a mettersi per le sue vie.

Reale vantaggio per il movimento e per il popolo nostro può recare un movimento nazionalsocialista nel solo caso che sia già così permeato delle nostre idee da non correre più pericolo di battere le vie del marxismo. Perché un Sindacato nazional-socialista che ravvisasse la sua missione solo nel far concorrenza ai Sindacati marxisti sarebbe peggio che se non ci fosse affatto.

Il Sindacato nostro deve muovere guerra al marxista non solo quale organizzazione ma anche quale idea. Deve colpire in questo l’annunziatore dell’idea di classe e della lotta di classe, e farsi, in luogo di esso, campione degli interessi professionali dei cittadini tedeschi.

Queste ragioni parlavano e parlano contro la fondazione di Sindacati nostri: a meno che comparisse all’improvviso una testa chiamata in modo evidente dal Destino a risolvere questo problema. C’erano due altre sole possibilità: o raccomandare ai nostri partigiani di uscire dai Sindacati, oppure farveli restare per compiervi opera distruttiva. In generale, ho raccomandato questa seconda via. Soprattutto negli anni 1922-23 si poté, senz’altro, far questo: perché il vantaggio finanziario che, al tempo dell’inflazione, i Sindacati ricavarono dai contributi dei membri appartenenti al nostro partito (poco numerosi ancora, data la giovinezza del partito stesso) fu pressoché nullo. Ma ne ebbero grave danno, perché gli aderenti nazional-socialisti ne fecero un’acuta critica e così li sgretolarono dall’interno.

Ripudiai esperimenti che portavano in sé l’insuccesso. Mi sarebbe parso un delitto togliere all’operaio una frazione del suo scarso guadagno per un’istituzione, della cui utilità per i suoi membri non ero affatto convinto.

Se un nuovo partito politico un bel giorno scompare, quasi sempre ciò non è un danno ma un vantaggio, e nessuno ha diritto di gemere: perché ciò che il singolo dona ad un partito, lo dona «a fondo perduto». Ma chi paga la sua quota ad un Sindacato, ha diritto di ottenere le prestazioni che in cambio gli furono promesse. Se ciò non avviene, quelli che creano un simile Sindacato sono imbroglioni, o almeno uomini leggeri che debbono essere chiamati a rispondere del loro operato.

Ci comportammo in conformità con queste vedute nell’anno 1922. Altri, in apparenza, furono più accorti e fondarono Sindacati. A noi rimproverarono la mancanza di Sindacati come prova evidente della nostra difettosità e meschinità di giudizio. Ma non passò molto tempo prima che quelle fondazioni sparissero, cosicché il risultato finale fu il medesimo per coloro e per noi: con la differenza che noi non avevamo ingannato né noi stessi né gli altri.

CAPITOLO XIII

POLITICA D’ALLEANZA TEDESCA DOPO LA GUERRA

La direzione della politica estera del Reich non seppe porre direttive fondamentali di un’opportuna politica d’alleanza. Questa incapacità non solo sussistette ma si aggravò dopo la rivoluzione. Perché, prima della guerra si poteva attribuire ad erronei concetti di politica generale la causa della errata direzione del nostro Stato, ma dopo la guerra la causa ne fu la mancanza di un’onesta volontà. Era naturale che quei circoli che con la rivoluzione avevano raggiunti i loro scopi distruttori non portassero nessun interesse ad una politica d’alleanza avente per risultato ultimo la ricostruzione di un libero Stato tedesco. Uno sviluppo in questo senso sarebbe stato in contrasto col senso profondo della rivoluzione di novembre, avrebbe interrotto o messo addirittura fine alla internazionalizzazione dell’economia e della forza di lavoro tedesca. Inoltre, gli effetti esercitati all’interno del paese da una lotta contro l’estero per la libertà tedesca sarebbero stati funesti agli odierni detentori del potere statale. Non si può immaginare il risollevamento d’una inazione senza che questa sia stata in precedenza nazionalizzata; viceversa, ogni grande successo di politica estera deve esercitare favorevoli contraccolpi. Ogni lotta per la libertà conduce, come l’esperienza insegna, ad un incremento del sentimento nazionale, dell’amor proprio, e quindi ad una più acuta sensibilità degli elementi antinazionali i quali si sforzeranno di contrastare quella lotta. Situazioni e persone che in tempi pacifici sono tollerate o magari stimate, in periodo di eccitato entusiasmo nazionale trovano avversione e resistenza, non di rado funesta per essi. Si rammenti la generale paura delle spie che, allo scoppio delle guerre, nel ribollire delle umane passioni prorompe ad un tratto e provoca persecuzioni brutali, spesso ingiuste; sebbene ognuno possa dirsi che il pericolo delle spie è maggiore nei lunghi anni del tempo di pace, anche se, per motivi ovvii, non attrae in eguai misura l’attenzione generale.

Il fine istinto dei parassiti dello Stato portati alla superficie dagli avvenimenti di novembre fiuta, già per questo motivo, in un elevamento della libertà del nostro popolo favorito da una saggia politica d’alleanza e nel divampare delle passioni nazionali la possibile distruzione della loro delittuosa esistenza.

Così si spiega il fatto che a partire dal 1923 i più importanti fra gli uomini di governo fallirono nella loro politica estera, e che la direzione dello Stato lavorò sistematicamente contro i reali interessi della nazione tedesca. Perché ciò che a prima vista può parere fatto non di proposito, a chi osserva più da vicino si rivela come la coerente prosecuzione del cammino che la rivoluzione del novembre 1918 percorse per la prima volta pubblicamente.

Certo, qui conviene fare una distinzione tra i capi responsabili, o che dovrebbero essere chiamati a rispondere, degli affari statali, tra i nostri politicanti parlamentari, e il grande stupido armento del nostro popolo, paziente come pecora.

Gli uni saranno quello che vogliono. Gli altri, o lo sanno anch’essi ma sono troppo pigri per opporsi senza riguardi a ciò che hanno riconosciuto dannoso, o si adattano allo stato presente per incomprensione e stupidità.

Finché il partito nazional-socialista ebbe solo l’estensione d’una piccola Lega poco conosciuta, i problemi di politica estera rivestirono, forse, poca importanza agli occhi di molti aderenti. Soprattutto perché appunto il nostro movimento sostenne sempre che la libertà esterna non è donata né dal Cielo né da potenze terrestri, ma deve essere il frutto dello sviluppo di forze interne. Solo l’eliminazione delle cause del nostro crollo e l’annientamento degli sfruttatori di questo crollo può creare la premessa della lotta di libertà contro gli stranieri.

Si può dunque comprendere come, partendo da questi punti di vista, nei primi tempi del giovane movimento i problemi di politica estera avessero per noi minor valore delle nostre vedute di riforma interna. Ma quando la cornice della piccola, insignificante Associazione fu allargata e questa assunsi l’importanza d’una grande Lega, diventò necessario prendere posizione di fronte ai problemi di politica estera. Bisognò porre direttive che non solo non contrastassero con le vedute fondamentali della nostra concezione del mondo ma ne costituissero lo sbocco naturale.

Dalla difettosa educazione del nostro popolo in politica estera risulta, per il giovane movimento, il dovere di infondere nei singoli dirigenti e nelle larghe masse le grandi linee d’una forma di pensiero in politica estera, che permetta un giorno di realizzare un lavoro di ricupero della libertà tedesca e della reale sovranità del Reich.

Nel trattare questo problema, dobbiamo sempre essere guidati dal principio che anche la politica estera è solo un mezzo per raggiungere il fine, il fine dell’incremento della nostra nazione.

Ogni considerazione di politica estera deve partire da questo punto di vista: «giova ciò al popolo nostro oggi o in futuro, o gli recherà danno?».

Questa è l’unica opinione preconcetta che può valere nella trattazione di questo problema. Si deve ripudiare in modo assoluto ogni altro punto di vista, politico, religioso, umano.

***

Prima della guerra, era compito della politica estera tedesca assicurare il sostentamento del nostro popolo preparando le vie atte a condurre a questa meta, e conquistare i mezzi sussidiari, necessari a questo scopo, in forma di alleati. Oggi, il compito è ancora il medesimo, ma con questa differenza: prima della guerra, bisognava promuovere la conservazione del popolo tedesco tenendo conto della forza posseduta dallo Stato indipendente, oggi importa anzitutto restituire al popolo la forza d’uno Stato libero e potente, che è la premessa necessaria a svolgere più tardi una politica estera pratica, diretta a conservare, nutrire e render prospero in avvenire il nostro popolo.

In altre parole: lo scopo d’una politica estera tedesca d’oggi deve essere la preparazione del ricupero della libertà.

Ed a tal fine si deve tener presente un principio fondamentale: La possibilità per un popolo di ricuperare l’indipendenza non è in modo assoluto connesso con la compattezza del territorio statale, ma piuttosto con la presenza di un residuo, sia pure piccolo, di quel popolo e Stato. Questo residuo, possedendo la necessaria libertà, può non solo rappresentare la comunità spirituale dell’intera nazione, ma anche preparare la lotta militare per la libertà.

Se un popolo di cento milioni di anime, per serbare compatto il territorio dello Stato, tollera il giogo della schiavitù, ciò è peggio che se quello Stato e quel popolo fossero stati smembrati e solo una parte di essi restasse in possesso della piena libertà. Certo, a patto che questo residuo sia imbevuto della sacra missione di proclamare l’inseparabilità spirituale e culturale e di preparare le armi per la finale liberazione ed annessione delle parti di territorio oppresse. Si vede pure considerato che il ricupero di frazioni perdute d’un popolo e d’uno Stato è sempre, in prima linea, un problema di ricupero della potenza politica e dell’indipendenza della madrepatria, e che in questo caso gli interessi dei territori perduti debbono essere spietatamente posposti all’unico interesse del ricupero della libertà del territorio principale. Perché la liberazione di frammenti staccati e oppressi d’una nazione o di provincie d’un impero non si realizza in forza del desiderio degli oppressi o di una protesta, ma in grazia dei mezzi di potenza del residuo, rimasto più o meno sovrano, di quella che era una volta la patria comune.

Dunque, premessa del ricupero di territori perduti è l’intensivo sviluppo e rafforzamento dello Stato residuo, e l’incrollabile decisione di dedicare la nuova forza così foggiata, a suo tempo, alla liberazione e all’unificazione della collettività nazionale. Ecco perché si debbono posporre gli interessi dei territori separati a quello che ha lo Stato residuo di acquistare un grado di forza e potenza politica sufficiente a modificare la volontà dei nemici vittoriosi. Perché i paesi oppressi non saranno ricondotti nel seno del Reich da infiammate proteste, ma da una spada pronta a colpire.

Foggiare questa spada è compito di chi dirige la politica interna di un popolo. Assicurare il lavoro di chi la foggia e trovare compagni d’armi, è il compito della politica estera.

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Mediocre fu la nostra politica estera dell’anteguerra. In luogo di una sana politica territoriale europea, si pose mano ad una politica coloniale e commerciale: cosa tanto più errata, in quanto che si credette di potere con essa sottrarsi ad una spiegazione armata. Il risultato di questo tentativo d’andar d’accordo con tutti fu quello di non avere amici: la guerra mondiale costituì solo l’ultima quietanza presentata al Reich dall’erronea politica estera del Reich stesso.

Si sarebbe dovuto seguire tutt’altra via: rafforzare la potenza continentale acquistando nuovo territorio in Europa; ciò che avrebbe reso possibile completare, più tardi, il territorio nazionale con l’acquisto di colonie. Certo, questa politica si sarebbe solo potuta svolgere in alleanza con l’Inghilterra, oppure intensificando in modo così abnorme i mezzi di potenza militare che per quaranta o cinquant’anni si sarebbero dovuti ricacciare in seconda linea i compiti culturali. Ciò si sarebbe potuto ben giustificare. L’importanza culturale d’una nazione è quasi sempre connessa con la sua libertà e indipendenza politica; questa è la premessa della nascita, o, meglio, della sussistenza dell’altra. Quindi, nessun sacrificio compiuto per assicurare la libertà politica è troppo grave. Ciò che l’intensivo sviluppo delle forze militari d’uno Stato sottrae alla cultura generale, può essere più tardi ricuperato a mille doppi. Sì, si può dire che dopo un simile sforzo fatto per conservare l’indipendenza dello Stato segue un certo rilassamento, una compensazione, mediante una sorprendente fioritura delle forze culturali d’una nazione, prima trascurate. Dalle miserie della guerra persiana uscì la fioritura dell’epoca di Pericle; e quando ebbe superate le preoccupazioni delle guerre puniche lo Stato romano cominciò a mettersi al servizio d’una civiltà superiore.

Non si può affidare alle decisioni d’una maggioranza di inetti o imbecilli parlamentari l’assoluta subordinazione delle altre esigenze d’un popolo all’unico compito di preparare una futura partita d’armi per la sicurezza dello Stato. Preparare una partita d’armi posponendo tutto il resto fu possibile al padre di Federico il grande, ma i padri della nostra democratica assurdità parlamentare di conio ebraico non lo possono.

Già per questo motivo, prima della guerra, la preparazione armata dell’acquisto di territori in Europa poteva solo essere mediocre, ed occorreva rafforzarla procurandosi buoni alleati.

Ma perché non si voleva saperne d’una sistematica preparazione della guerra, si rinunziò all’acquisto di territori in Europa e, svolgendo invece una politica coloniale e commerciale, si sacrificò la possibile alleanza con l’Inghilterra senza appoggiarsi, come sarebbe stato logico, alla Russia, e si finì col precipitare nella guerra mondiale abbandonati da tutti fuorché dagli Asburgo, nostro malanno ereditario.

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Per caratterizzare la nostra odierna politica estera è necessario dire che non esiste una direttiva visibile o intelligibile. Dopo la rivoluzione, non si può più riconoscere quale via si batta. Ancor più che nell’anteguerra manca qualsiasi piano sistematico, salvo soltanto il tentativo d’infrangere l’ultima possibilità di risollevamento del nostro popolo.

Un imparziale esame dell’attuale rapporto di forze in Europa conduce alle seguenti conclusioni:

Da trecento anni la storia del nostro continente fu determinata soprattutto dal tentativo dell’Inghilterra di assicurare, mediante l’equilibrio delle forze degli Stati europei, la copertura delle spalle ai grandi fini della politica mondiale britannica.

La tendenza tradizionale della diplomazia inglese, alla quale in Germania si possono solo paragonare le tradizioni dell’esercito prussiano, a partire dal regno di Elisabetta mira ad impedire con ogni mezzo la preponderanza di una Potenza europea sulle altre, o, se è necessario, a spezzarla con interventi militari. I mezzi di potenza che l’Inghilterra di solito usava in tal caso erano diversi, a seconda della situazione presente o del compito da assolvere: ma la decisione e la forza di volontà nel servirsene furono sempre le medesime. Quanto più difficile divenne nel corso dei tempi la posizione dell’Inghilterra, tanto più parve necessaria ai governi inglesi la conservazione della generale paralisi delle singole forze statali europee, conseguenza della mutua rivalità fra questi Stati. L’indipendenza raggiunta dalle colonie americane del nord rese necessario più che mai assicurarsi le spalle in Europa. Quindi lo Stato Inglese, dopo che fu distrutta la potenza navale della Spagna e dell’Olanda, concentrò le sue forze contro l’ascensione della Francia, finché, con la caduta di Napoleone, poté ritenere eliminato il pericolo d’una egemonia francese.

La politica inglese verso la Germania mutò con grande lentezza, non solo perché la nazione tedesca, mancando di unità, non costituiva per l’Inghilterra un visibile pericolo, ma anche perché l’opinione pubblica, orientata dalla propaganda verso una determinata meta politica, solo a poco a poco aspirò a nuovi scopi. Qui le fredde nozioni dell’uomo di Stato sembrano trasformate in valori sentimentali, di vasta efficacia e di lunga durata. L’uomo di Stato, quando ha realizzato un suo piano, può senz’altro volgere il pensiero a nuove mete; mentre la massa può solo per gradi e con lento lavoro di propaganda essere foggiata . a strumento dei nuovi propositi di chi la dirige.

Già nel 1870-71 l’Inghilterra fissò la sua nuova posizione. Certe volte vi furono oscillazioni dovute allo sviluppo mondiale dell’economia americana e all’aumento di potenza della Russia; ma la Germania non le seppe utilizzare, e quindi l’originaria tendenza della politica inglese ne restò sempre più rafforzata.

L’Inghilterra ravvisò nella Germania la Potenza la cui importanza nel commercio e quindi nella politica mondiale, in causa anche della sua enorme industrializzazione cresceva in modo così minaccioso che in certi campi le forze dei due Stati si eguagliavano. La «pacifica conquista economica» del mondo, che appariva ai nostri statisti come la suprema saggezza, indusse la politica inglese ad organizzare la resistenza. Se questa resistenza rivestì la forma di un’aggressione organizzata in vasta scala, ciò rispose al carattere d’una politica che non si proponeva la conservazione d’una dubbia pace mondiale ma tendeva E consolidare l’egemonia mondiale britannica. E se l’Inghilterra si valse, come di alleati, di tutti gli Stati aventi una certa importanza militare, ciò fu conforme alla sua tradizionale cautela nel valutare le forze dell’avversario e alla coscienza della sua momentanea debolezza. Ciò non può esser chiamato «mancanza di scrupoli», perché una simile vasta organizzazione d’una guerra si deve giudicare non da un punto di vista eroico ma da quello dell’opportunità e dell’efficacia: Una diplomazia deve curare che un popolo non perisca eroicamente ma sia praticamente conservato. Quindi ogni via che conduce a questo risultato è conveniente, e il non percorrerla costituisce un delitto e un oblio del dovere.

Con la rivoluzione tedesca i timori inglesi d’una egemonia mondiale della Germania trovarono un soddisfacente termine.

Da allora, l’Inghilterra non ebbe più interesse alla totale cancellazione della Germania dalla carta geografica dell’Europa. All’opposto: lo spaventoso crollo che seguì nei giorni di novembre 1918 pose la diplomazia inglese di fronte ad una situazione nuova, prima ritenuta impossibile.

L’impero inglese s’era battuto per quattro anni e mezzo onde spezzare la pretesa preponderanza d’una Potenza continentale. Ora, un improvviso tracollo pareva ricacciare in seconda linea questa Potenza. Si rivelò una tale mancanza perfino del più primordiale istinto di autoconservazione, che l’equilibrio europeo parve sconquassato nel volgere di sole 48 ore: la Germania annientata, e la Francia prima Potenza continentale.

L’enorme propaganda svolta in questa guerra per indurre il popolo britannico a resistere sino in fondo, scatenò tutti gli istinti primitivi e le passioni, e dovette ora pesare come piombo sulle decisioni degli uomini di Stato inglesi. Con l’annientamento coloniale, economico e commerciale della Germania era raggiunto lo scopo inglese della guerra; ciò che sorpassava questo scopo danneggiava gli interessi britannici. I nemici dell’Inghilterra potevano solo trarre profitto dalla soppressione di un potente Stato tedesco nella Europa continentale. Tuttavia, nei giorni di novembre

1918 e fino al tardo estate 1919 non fu più possibile un mutamento di fronte della diplomazia inglese che in quella lunga guerra aveva più che mai utilizzate le forze sentimentali della larga massa. Un tale mutamento non fu più possibile dal punto di vista della posizione ormai presa dal popolo inglese né da quello dello stato dei rapporti di forze militari. La Francia dettava legge agli altri e determinava l’azione generale. L’unica Potenza che in quei mesi di trattative e di mercanteggiamenti avrebbe potuto addurre un cambiamento, la Germania, era lacerata dalla guerra civile e per bocca dei suoi cosiddetti uomini di Stato si dichiarava disposta ad accettare qualsiasi imposizione.

Ora, se nella vita dei popoli una nazione, mancando l’istinto della propria conservazione, cessa di essere un associato «attivo», cade in schiavitù e il suo territorio diventa una colonia.

Per impedire che la potenza della Francia diventasse troppo grande, l’Inghilterra dovette partecipare alle rapine compiute da questa.

In realtà, l’Inghilterra non ha raggiunto lo scopo della sua guerra. Il fatto che una Potenza europea emergesse sui rapporti di forza del sistema statale europeo non fu potuto impedire, anzi fu avverato.

La Germania come Stato militare era nel 1914 incuneata fra due paesi, di cui uno disponeva di forza eguale e l’altro di forza superiore alla tedesca. L’Inghilterra era padrona dei mari. La Francia e la Russia ostacolavano e si opponevano all’eccessivo sviluppo della grandezza tedesca. La situazione geografico-militare sfavorevolissima del Reich poteva essere considerata come un altro coefficiente di sicurezza contro un esagerato aumento della potenza tedesca. Le coste, piatte, strette e limitate, erano ritenute poco adatte, sotto il riguardo militare, per una lotta contro l’Inghilterra, e il fronte di terra troppo largo e aperto. Ben altra è, oggi, la posizione della Francia: è la prima Potenza militare, senza un serio rivale sul continente; protetta dai suoi confini meridionali verso la Spagna e l’Italia; assicurata contro la Germania dall’impotenza della nostra patria; e le sue coste fanno fronte, per lungo tratto, ai nervi vitali dell’impero britannico. Gli aeroplani e le batterie francesi a lunga portata possono prendere per bersaglio i centri vitali britannici, e i sottomarini minacciano le grandi vie del commercio inglese. Una guerra di sottomarini, appoggiata alla lunga costa atlantica e alla vasta estensione delle spiagge francesi nel Mediterraneo e nell’Africa settentrionale, avrebbe terribili effetti per l’Inghilterra.

Così, il frutto politico della lotta contro lo sviluppo della potenza tedesca fu la creazione dell’egemonia francese sul continente. Il risultato militare fu il consolidamento della Francia quale prima potenza continentale, e il passaggio della potenza navale all’America. Il risultato economico fu l’abbandono agli antichi associati di grandi campi d’interesse britannici.

I tradizionali scopi politici dell’Inghilterra desiderano e abbisognano d’una certa balcanizzazione dell’Europa; quelli della Francia esigono la balcanizzazione della Germania.

Desiderio dell’Inghilterra è e rimane quello d’impedire che una Potenza continentale europea acquisti importanza mondiale, e quindi di conservare un determinato equilibrio di forze tra gli Stati europei: poiché questo equilibrio appare la necessaria premessa dell’egemonia mondiale inglese. Desiderio della Francia è e rimane quello d’impedire la formazione d’una compatta Potenza tedesca, di creare un sistema di piccoli Stati tedeschi, di forze pressoché eguali, privi di direzione unitaria, e di occupare la riva sinistra del Reno, necessaria a fondare ed assicurare la sua egemonia in Europa.

Quest’ultimo scopo della diplomazia francese si troverà sempre in contrasto con lo scopo ultimo della politica britannica.

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Chi, partendo da queste considerazioni, si pone ad esaminare le possibilità, per la Germania, di trovare alleati, deve convincersi che non resta altro che appoggiarsi all’Inghilterra. Le conseguenze della politica inglese di guerra furono e sono terribili per la Germania, tuttavia è impossibile non vedere che oggi l’Inghilterra non ha più interesse all’annientamento della Germania: anzi, la politica inglese dovrà tendere sempre più, di anno in anno, a frenare l’immensa volontà francese di egemonia. Ma la politica delle alleanze non si svolge sulla base di malumori passati, anzi è fecondata dal riconoscimento delle esperienze fatte. L’esperienza dovrebbe averci insegnato che le alleanze contratte per realizzare scopi negativi soffrono di intima debolezza. Per saldare insieme i destini di popoli occorre la prospettiva di un comune successo, di conquiste comuni, di un accrescimento di potenze per ambi i contraenti.

Il nostro popolo pensa poco alla politica estera, come appare anche dalle notizie che reca ogni giorno la stampa circa la più o meno grande «simpatia per i Tedeschi» di questo o quello statista straniero, In queste pretese disposizioni di tali personaggi verso il nostro popolo si ravvisa una particolare garanzia di una politica amichevole a nostro riguardo. E’ questa una sciocchezza quasi incredibile, una speculazione sulla inaudita ingenuità del normale piccolo borghese tedesco che fa della politica. Non c’è un uomo di Stato inglese o americano o italiano che sia stato mai «germanofilo». Com’è naturale, ogni statista inglese sarà anzitutto inglese, ogni americano sarà americano, e nessun italiano sarà disposto a fare altra politica che la pro-italiana. Chi crede di poter fondare alleanze con altre nazioni su una mentalità germanofila dei dirigenti di queste nazioni, o è un asino o non è sincero. La premessa dell’intreccio dei destini di popoli non è mai la stima e la simpatia reciproca, ma la previsione che ambi i contraenti vi trovino la loro convenienza. Se è vero che un uomo di Stato inglese svolgerà sempre una politica anglofila e non una germanofila, è pur vero che certi determinati interessi di questa politica anglofila possono, per vari motivi, coincidere con interessi tedeschi. Ciò, s’intende, può solo verificarsi fino ad un certo punto e mutarsi un bel giorno nell’opposto. Ma l’arte d’un uomo di governo si rivela nel trovare sempre, per realizzare le proprie necessità in determinati tratti di tempo, quegli alleati che per difendere gli interessi loro propri debbono percorrere la medesima via.

L’utilizzazione pratica, per il presente, di questi principii, dipende dalla risposta che si da a questa domanda: Quali Stati non posseggono oggi un vitale interesse al fatto che la totale eliminazione d’un Europa centrale tedesca faccia assurgere la potenza economica e militare della Francia al grado di una assoluta egemonia? Quali Stati, per le loro stesse condizioni d’esistenza e per il loro tradizionale sviluppo politico, dovranno ravvisare nell’egemonia francese una minaccia per il loro avvenire?

Perché si deve infine capire che l’implacabile nemico mortale della nazione tedesca è e rimane la Francia. Poco importa chi governi in Francia, Borboni o Giacobini, Napoleonidi o borghesi democratici, repubblicani clericali o bolscevichi rossi: la loro attività in politica estera tenderà sempre ad impossessarsi del confine del Reno, e ad assicurare alla Francia questo fiume mediante lo

smembramento della Germania.

L’Inghilterra non vuole una Germania Potenza mondiale, la Francia non vuole una Potenza che si chiami Germania: questa è una differenza essenziale!

Ma noi, oggi, non ci battiamo per una posizione di potenza mondiale: dobbiamo lottare per l’esistenza della nostra patria, per l’unità della nostra nazione e per il pane quotidiano dei nostri figli. Se ci poniamo in questo punto di vista e, guardandoci attorno, cerchiamo alleati in Europa, ci restano due soli Stati: l’Inghilterra e l’Italia.

L’Inghilterra non desidera una Francia il cui pugno militare, non trattenuto dal resto dell’Europa, appoggi una politica che un giorno o l’altro può trovarsi in contrasto con l’inglese.

L’Inghilterra non può volere una Francia che, padrona dell’enorme bacino dell’Europa occidentale producente ferro e carbone, possiede le premesse di una pericolosa egemonia economica mondiale. E nemmeno può volere una Francia la cui posizione politica nel continente appare tanto assicurata dallo sconquasso del resto dell’Europa da rendere non solo possibile ma inevitabile la ripresa delle grandi linee d’una politica francese mondiale. Le bombe lanciate un giorno dagli Zeppelin possono ogni notte moltiplicarsi per mille; la preponderanza militare della Francia è un grave peso sul cuore dell’impero britannico.

Ma nemmeno l’Italia può desiderare o desidera un ulteriore consolidamento della preponderanza francese in Europa. L’avvenire dell’Italia è condizionato dagli avvenimenti che si svolgono nel Mediterraneo, e dalla situazione politica del bacino di questo mare. Ciò che spinse in guerra l’Italia non fu il desiderio d’ingrandire la Francia ma quello di assestare il colpo mortale all’odiata rivale adriatica. Ogni ulteriore rafforzamento continentale della Francia significa una paralisi dell’Italia: e non si deve accogliere l’illusione che rapporti di parentela fra i popoli possano eliminare rivalità.

Se si riflette freddamente e senza prevenzioni, si trova che oggi i due Stati, l’Inghilterra e l’Italia, sono quelli i cui naturali interessi non sono sostanzialmente opposti alle condizioni d’esistenza del popolo tedesco, anzi, in certa misura si identificano con queste.

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Certo, nel giudicare queste possibilità di alleanze, non dobbiamo trascurare tra i fattori. Il primo fattore si trova in noi, gli altri due negli Stati di cui si tratta.

E’, in generale, possibile stringere alleanza con la Germania d’oggi? Una Potenza che in un’alleanza cerca un aiuto per realizzare i propri scopi offensivi, può allearsi ad uno Stato i cui dirigenti offrono da anni lo spettacolo di una pietosa incapacità, di viltà pacifista, e dove la maggioranza del popolo, accecata dalla democrazia e dal marxismo, tradisce gli interessi della nazione e del paese? Può oggi una Potenza sperare di stringere utili rapporti e di propugnare in comune interessi comuni con uno Stato che, evidentemente, non ha voglia né coraggio di muovere un solo dito per la semplice difesa della sua vita? Una potenza, per la quale un’alleanza deve essere assai più che un patto di garanzia per la conservazione d’uno stato di lenta putrefazione, del genere della antica Triplice Alleanza, può associarsi per la vita e per la morte ad uno Stato le cui più caratteristiche manifestazioni di vita consistono in una strisciante sottomissione allo straniero e nella scandalosa repressione delle virtù nazionali? Ad uno Stato che non possiede più nessuna grandezza perché la sua condotta non lo merita, e che è governato da uomini disprezzati dai suoi stessi cittadini, da uomini che quindi l’estero non può rispettare?

No. Una potenza che ci tiene alla propria considerazione e che dalle alleanze spera ben altro che provvigioni per parlamentari affamati non si alleerà e non potrà allearsi con la Germania d’oggi.

La nostra attuale incapacità di trovare alleanze è il motivo principale e più profondo della solidarietà dei predoni nemici. Poiché la Germania non si difende in altro modo che con qualche «protesta» indegna dei nostri parlamentari, il resto del mondo non ha motivo di combattere per proteggerci, e il buon Dio non rende liberi i popoli vili, nonostante le piagnucolose invocazioni delle nostre Leghe «patriottiche». Quindi agli Stati non aventi un interesse diretto al nostro totale annientamento non resta altro che prendere parte alle rapine della Francia, per impedire così che la Francia sia sola a rafforzarsi con quelle.

In secondo luogo, non è da trascurare la difficoltà che presenta il trasformare, nei paesi exnemici, i grandi strati della popolazione orientali in una determinata direzione da una vasta propaganda di masse. Non è possibile rappresentare per anni e anni un popolo come «vandalico, brigantesco» ecc., e poi scoprire da un giorno all’altro che è vero l’opposto e raccomandare l’exnemico come alleato di domani.

Ma attenzione ancor maggiore si deve rivolgere ad un terzo fatto che avrà importanza capitale per la conformazione dei futuri rapporti d’alleanza in Europa:

Se, dal punto di vista della politica britannica, è piccolo l’interesse dell’Inghilterra ad un ulteriore annientamento della Germania, grande è però l’interesse del giudaismo di Borsa internazionale a questo annientamento. La scissione fra la politica britannica ufficiale o, piuttosto, tradizionale e le forze borsistiche ebraiche appare chiara nella diversa posizione presa di fronte ai problemi della politica estera inglese. La finanza ebraica desidera, contrariamente agli interessi dello Stato inglese, non solo l’assoluta distruzione economica detta Germania ma anche il totale asservimento politico di essa. L’internazionalizzazione delle nostre economie tedesche, ossia il passaggio della forza di lavoro tedesca al servizio della finanza mondiale ebraica, può solo realizzarsi in uno Stato bolscevizzato. Ma la truppa di combattimento marxista del capitale borsistico internazionale ed ebraico non può spezzare per sempre la spina dorsale allo Stato nazionale tedesco senza l’aiuto dall’estero. Perciò gli eserciti della Francia debbono aggredire lo Stato tedesco finché il Reich, diventato fradicio, soccomba alle truppe d’assalto bolsceviche della finanza ebraica internazionale.

Così oggi l’ebreo è il grande incitatore alla totale distruzione della Germania. Dovunque si scrivano attacchi contro la Germania, ne sono autori gli ebrei. Allo stesso modo, in tempo di pace e durante la guerra la stampa ebraica, borsistica e marxista, attizzava per sistema l’odio contro la Germania, finché uno Stato dopo l’altro rinunziò alla neutralità e, contro i veri interessi dei popoli, entrò al servizio della coalizione mondiale.

Il pensiero del giudaismo è chiaro. La bolscevizzazione della Germania, ossia la soppressione dell’intelligenza nazionale tedesca e lo sfruttamento, che ne sarebbe la conseguenza, delle forze di lavoro tedesche da parte della finanza mondiale ebraica è solo considerata come il preludio della diffusione della tendenza ebraica alla conquista del mondo. Come spesso avviene nella storia, la Germania è il perno, il centro della formidabile lotta. Se il nostro popolo e il nostro Stato restano vittime di quei tiranni dei popoli, avidi di sangue e di denaro, la Terra intiera cade fra i tentacoli di quei polipi. Se la Germania si scioglie da questo avvinghiamento, una grande minaccia per i popoli sarà eliminata nel mondo intiero.

Certo è dunque che il giudaismo si metterà all’opera con tutto il furore per conservare l’ostilità delle nazioni contro la Germania e, se è possibile, per intensificarla; ed è pure certo che questa attività coincide solo in parte coi reali interessi dei popoli intossicati. In generale, l’ebraismo combatterà sempre, nel corpo di ciascuna nazione, con quelle armi che la riconosciuta mentalità di quelle nazioni gli fa apparire più efficaci e che promettono il massimo successo. Nel nostro straziato corpo nazionale il giudaismo si serve, nella sua lotta per la potenza, delle ideologie «cosmopolite» più o meno pacifiste, delle tendenze internazionali. In Francia, si vale del noto ed esattamente valutato sciovinismo; in Inghilterra, di punti di vista economici e di politica mondiale; insomma, si giova sempre delle principali qualità che costituiscono la mentalità d’un popolo. Solo dopo avere per tali vie conseguita una determinata influenza e potenza politica ed economica, depone le catene che gli impongono queste armi e rivela le vere profonde intenzioni della sua volontà e della sua lotta. E distrugge gli Stati, riducendoli l’un dopo l’altro in un mucchio di rovine, sul quale dovrà essere fondata la sovranità dell’eterno impero ebraico.

In Inghilterra come in Italia, il dissidio fra le vedute della migliore politica nazionale e la volontà del giudaismo borsistico è chiaro e talvolta di un’evidenza impressionante.

Solo in Francia sussiste oggi più che mai una profonda concordanza fra le vedute della Borsa e degli ebrei della Borsa e quelle di una politica nazionale di mentalità sciovinista. Ma appunto in questa identità è riposto un immenso pericolo per la Germania. Appunto per questo motivo la Francia è e rimane il nemico di gran lunga più pericoloso. Il popolo francese, che si va sempre più «negrizzando», essendosi associato agli scopi della dominazione mondiale ebraica, comporta un costante pericolo per resistenza della razza bianca europea. Perché l’avvelenamento, compiuto con sangue negro sulle rive del Reno, nel cuore dell’Europa, è conforme tanto alla sadica e perversa avidità di vendetta di questo nemico ereditario del nostro popolo quanto alla fredda volontà dell’ebreo d’iniziare per tal via l’imbastardimento del continente europeo nel suo punto centrale e di rapire alla razza bianca le fondamenta della sua esistenza infettandole con un’umanità inferiore.

Ciò che la Francia, spronata dalla propria sete di vendetta, e diretta dagli ebrei, compie oggi in Europa, è un peccato contro l’esistenza della razza bianca e aizzerà un giorno contro questo popolo le vendette d’una generazione che nella profanazione di una razza avrà riconosciuto il peccato originale dell’umanità.

Ma per la Germania il pericolo francese significa l’obbligo di posporre ogni sentimento e tendere la mano a chi, minacciato come noi, non vuole tollerare né sopportare l’egemonia francese.

In Europa, per lungo tempo, vi saranno per la Germania due soli alleati possibili: l’Inghilterra e l’Italia.

***

Chi si prende oggi il disturbo di dare un’occhiata retrospettiva alla politica estera della Germania dalla rivoluzione in poi, deve, di fronte ai costanti incomprensibili scacchi dei nostri governi, o perdersi d’animo o, divampando di sdegno, scendere in campo contro un simile regime.

Quel modo d’agire non ha nulla a che fare con l’incomprensione perché appunto ciò che ad ogni cervello intelligente appare impensabile fu compiuto dai ciclopi intellettuali dei nostri partiti di novembre: essi sollecitarono il favore della Francia! In tutti questi anni, con la commovente ingenuità di un fantastico incorreggibile, si rinnovarono i tentativi di fare amicizia con la Francia, si scodinzolò sempre davanti alla «grande nazione», e si credette di riconoscere in ogni scaltro tiro del carnefice francese il primo indizio di un visibile cambiamento di mentalità. Quelli che in realtà tiravano i fili della nostra politica non condivisero mai questa folle credenza: per essi, il fare amicizia con la Francia era solo un mezzo per sabotare ogni pratica politica di alleanza. Non si fecero mai illusioni sugli scopi della Francia e dei suoi ispiratori. Ciò che li spinse a fingere di credere alla possibilità d’un cambiamento del destino tedesco fu la fredda consapevolezza che in caso diverso il nostro popolo si sarebbe messo per un’altra strada.

Certo, è penoso per il nostro movimento il mettere l’Inghilterra tra gli eventuali futuri alleati nostri. La nostra stampa ebraica seppe sempre concentrare l’odio soprattutto sull’Inghilterra. E più d’un buon minchione tedesco cadde nella pania, cianciò della «restaurazione» della potenza tedesca sul mare, protestò contro il furto delle nostre colonie e ne reclamò il ricupero, contribuendo così a fornire il materiale che poi il furfante ebreo trasmetteva al suo connazionale in Inghilterra perché se ne valesse per la propaganda pratica. Perché solo a poco a poco la nostra ingenua borghesia politicante capì che noi oggi non dobbiamo combattere per la «potenza marittima» e simili cose. Già prima della guerra era assurdo indirizzare a queste mete la forza nazionale tedesca senza avere prima assicurata la nostra posizione in Europa. Oggi ciò è una tale sciocchezza da poter essere chiamata un delitto politico.

Talvolta c’era da disperarsi al vedere come gli ebrei che tiravano i fili riuscissero ad attrarre l’attenzione del nostro popolo su cose oggi secondarie, Io incitassero a manifestazioni e proteste, mentre, nella stessa ora, la Francia sbranava il corpo della nostra nazione e ci venivano sistematicamente sottratte le basi della nostra indipendenza.

Debbo, a questo proposito, pensare ad un cavallo di battaglia che in questi anni l’ebreo cavalcò con straordinaria abilità: l’Alto Adige.

Sì, Alto Adige. Se qui mi occupo appunto di questo problema, è anche per chiamare alla resa dei conti quella svergognata canaglia che, contando sulla stupidità e sulla smemorataggine di nostri larghi strati, osa simulare un’indignazione nazionale che ai nostri imbroglioni parlamentari è più estranea di quanto sia estraneo ad una gazza il concetto di proprietà.

Faccio notare che io sono uno di coloro che, quando fu deciso il destino del Basso Tirolo, ossia dall’agosto 1914 al novembre 1918, presero posto là dove si difendeva, in pratica, anche questo territorio: cioè, nell’esercito. In quegli anni combattei anch’io, non perché il Tirolo del sud andasse perduto ma perché esso fosse, come ogni altro paese tedesco, conservato alla patria.

Quelli che allora non combatterono, furono i predoni parlamentari, tutta la canaglia politicante dei partiti. Anzi: mentre noi ci battevamo convinti che solo un esito vittorioso della guerra potesse conservare alla nazionalità tedesca anche il Basso Tirolo, coloro imperversarono contro la vittoria finché il Sigfrido combattente soccombette all’insidiosa pugnalata vibratagli alle spalle. Perché, la conservazione del Tirolo Basso in potere dei Tedeschi non era garantita dalle infiammate concioni bugiarde di astuti parlamentari nelle Rathausplatz di Vienna o in Monaco, ma unicamente dai battaglioni del fronte combattente. Chi spezzò il fronte, tradì e vendette il Titolo così come tutti gli altri territori tedeschi perduti.

Ma chi oggi crede di poter risolvere il problema dell’Alto Adige con proteste, dichiarazioni, cortei ecc., o è un briccone o è un piccolo borghese tedesco.

E’ necessario rendersi bene conto di questo, che i territori perduti non saranno ricuperati con solenni invocazioni al buon Dio o con pie speranze nella Società delle Nazioni, ma solo con la forza delle armi.

Quanto a me, potrei qui con buona coscienza assicurare che avrei ancora sufficiente coraggio per mettermi alla testa di un futuro battaglione d’assalto parlamentare, composto di capi di partito e di altri chiacchieroni del Parlamento nonché di Consiglieri aulici, onde partecipare alla riconquista del Basso Tirolo. Sa il diavolo se sarei lieto se, un giorno, un paio di shrapnells scoppiasse sulla testa di una simile «radiosa» manifestazione di protesta. Credo che se una volpe penetrasse in un pollaio lo schiamazzo non sarebbe maggiore, che le galline non si metterebbero in salvo più in fretta di quanto si sparpaglierebbe una simile «riunione di protesta».

Ma il più turpe in questo affare è che quegli stessi signori non credono di poter ottenere qualche cosa per questa via. Ognuno di loro sa perfettamente che quanto chiedono è impossibile, che i loro atti non servono a nulla. Lo fanno perché è più facile chiacchierare oggi per il ricupero del Tirolo di quanto non lo fosse un giorno di combattere per la sua conservazione. Ognuno fa quello che può: allora, noi versammo il nostro sangue; oggi, costoro fanno andare il becco.

E’ significante vedere come oggi i circoli legittimisti viennesi si pavoneggino nel loro lavoro di riconquista del Basso Tirolo. Sette anni fa la loro illustre dinastia, con la furfantesca azione di uno spergiuro e di un tradimento, contribuì a fare in modo che la coalizione mondiale, vincendo, conquistasse anche il Basso Tirolo. Allora quei circoli appoggiarono la politica della loro traditrice dinastia, infischiandosi del Tirolo e di tutto il resto. Certo, oggi è più facile intraprendere la lotta per questi territori, ma la si svolge solo con armi «spirituali»: è più agevole gridare a squarciagola in una «adunanza di protesta», pervasi da sublime indignazione, e scrivere articoli di giornali che, per esempio, far saltare in aria ponti durante l’occupazione della Ruhr.

Il motivo per cui negli ultimi anni certi circoli fecero della questione del «Tirolo» il cardine dei rapporti italo-tedeschi, è molto chiaro. Gli ebrei e i legittimisti absburgici hanno grande interesse ad ostacolare una politica tedesca di alleanze che possa condurre un giorno al ristabilimento di una libera patria tedesca. Il chiasso che si fa oggi non procede da amore per l’Alto Adige, — perché questo chiasso non giova al Tirolo, ma anzi gli nuoce: deriva dal timore di un’eventuale intesa itala-tedesca.

E’ proprio della tendenza di quei circoli alla menzogna e alla calunnia lo sfacciato tentativo di presentare le cose come se noi avessimo «tradito» il Tirolo. A questi signori si deve dire con ogni chiarezza: Tradì il Tirolo anzitutto ogni Tedesco che, negli anni 1914-18, avendo le membra sane, non si trovò al fronte e non si pose al servizio e a disposizione della patria.

Lo tradì, in secondo luogo, chi in quegli anni non contribuì a rafforzare la capacità del nostro popolo a resistere fino alla vittoria e a consolidare la costanza del nostro popolo nel sostenere la lotta.

Lo tradì, in terzo luogo, chiunque, allo scoppio della rivoluzione di novembre, direttamente con l’azione o indirettamente con la vile tolleranza aiutò la rivoluzione stessa, spezzando così l’arma che, sola, avrebbe potuto salvare il Tirolo.

E in quarto luogo lo tradirono quei partiti, e i loro aderenti, che apposero la loro firma ai vergognosi trattati di Versailles e di Saint-Germain.

Sì, così stanno le cose, miei bravi protestatori a parole!

Oggi, io sono guidato dalla fredda nozione che non si ricuperano territori perduti con le chiacchiere di scaltri parlamenti ma con una spada affilata, ossia con una lotta sanguinosa.

Non esito a dichiarare che, ora che i dadi sono gettati, ritengo impossibile ricuperare l’Alto Adige per mezzo d’una guerra. Non solo, ma sono convinto dell’impossibilità d’infiammare per questo problema l’entusiasmo nazionale di tutto il popolo tedesco in quella misura che è necessaria per condurre alla vittoria. Credo invece che, se un giorno dovremo versare il sangue tedesco, sarebbe delittuoso versarlo per duecentomila Tedeschi quando sette milioni di Tedeschi languono sotto il dominio straniero e orde di Negri africani versano il sangue del popolo tedesco. Se la nazione tedesca vuol mettere termine atta minaccia della sua estirpazione dall’Europa, non deve ricadere nell’errore dell’anteguerra e inimicarsi Dio e il mondo: deve riconoscere quale sia il più pericoloso dei suoi avversari e concentrare su lui tutte le sue forze per batterlo. Se la vittoria si otterrà facendo sacrifici in un altro punto, non per questo le future generazioni del nostro popolo ci condanneranno. Esse tanto più terranno conto della profonda miseria e delle gravi preoccupazioni che generarono la nostra dolorosa decisione, quanto più sarà radioso il successo da questa ottenuto.

Noi siamo sempre guidati dall’opinione fondamentale che il ricupero di territori perduti da uno Stato dipende anzitutto dal ricupero dell’indipendenza politica e della potenza della patria.

Assicurare questo ricupero e renderlo possibile con una saggia politica di alleanze è il primo compito di un forte governo tedesco.

Ma appunto noi nazional-socialisti dobbiamo guardarci dal cadere nella pania tesa dai nostri patriotti parolai, guidati dagli ebrei. Guai, se anche il nostro movimento, invece d’intraprendere il combattimento, si esercitasse nel far proteste!

Con la fantastica concezione dell’alleanza nibelungica col cadavere di Stato absburgico, la Germania è andata anch’essa in rovina. Un fantastico sentimentalismo nella trattazione delle odierne possibilità di politica estera è il miglior modo d’impedire per sempre la nostra resurrezione.

***

E’ necessario che io qui mi occupi brevemente delle obiezioni relative alle tre domande poste da me: primo, se convenga ad altri allearsi alla Germania d’oggi, la cui debolezza è visibile a tutti; secondo, se le nazioni già amiche appaiano capaci di trasformare la loro mentalità;

terzo, se l’influenza del giudaismo non sia più forte di ogni riconoscimento e di ogni buona volontà e possa quindi ostacolare e distruggere tutti i piani.

Credo di avere almeno per metà risposto alla prima domanda. Certo, con la Germania d’oggi nessuno farà alleanza. Nessuna Potenza leggerà la propria sorte ad uno Stato i cui governi distruggono ogni fiducia. Quanto al tentativo di molti nostri compatriotti di scusare il governo con la pietosa mentalità della nostra nazione, io mi debbo opporre ad esso con la massima decisione.

La mancanza di carattere del nostro popolo da sei anni in qua è completa, l’indifferenza di fronte ai più importanti problemi della nazione è mortificante, la poltroneria è talvolta spaventosa.

Ma non si deve mai dimenticare che si tratta d’un popolo che pochi anni fa ha fornito al mondo un mirabile esempio delle più alte virtù umane. Dai primi giorni dell’agosto 1914 sino al termine della conflagrazione mondiale nessun popolo al mondo ha dato tante prove di coraggio virile, di tenace costanza e di paziente sopportazione quante il popolo tedesco, diventato oggi così miserabile. Nessuno oserà sostenere che il languore odierno sia l’espressione tipica della natura del nostro popolo. Ciò che oggi dobbiamo sopportare in noi e attorno a noi è solo la triste e perturbatrice influenza dell’atto spergiuro del 9 novembre 1918. Più che altrove vale più il detto del poeta, che il male non può generare altro che il male. Ma anche in questo tempo non sono andati perduti i buoni elementi fondamentali del nostro popolo: essi sonnecchiano nel profondo, e allora si vedono balenare, come lampi nel firmamento nero, certe virtù di cui la Germania si ricorderà un giorno come del primo sintomo di una incipiente guarigione. Spesso, migliaia di giovani Tedeschi si adunarono risoluti al sacrificio e giurarono di immolare sull’altare dell’amata patria, come nel 1914, con gioia, la vita. Milioni di uomini creano di nuovo con ardore e zelo, come se una rivoluzione non li avesse mai disturbati. Il fabbro sta ancora presso l’incudine, il contadino cammina dietro l’aratro, il dotto siede nel suo gabinetto da lavoro, tutti devoti al loro dovere.

Le oppressioni esercitate dal nemico non trovano più le facce consenzienti d’una volta ma visi amari e collerici. Senza dubbio, un grande mutamento è intervenuto nella mentalità tedesca.

Se tutto ciò non si manifesta ancora nella risurrezione dell’istinto di conservazione e dell’idea di potenza politica nel nostro popolo, ne hanno colpa coloro che dal 1918 governano la nostra nazione e la conducono alla perdita.

Sì, a chi oggi accusa la nostra nazione si deve chiedere: che cosa si è fatto per correggerla? Lo scarso appoggio dato dal popolo alle decisioni dei nostri I governi (che, in realtà, erano inesistenti) è segno di poca forza vitale del popolo stesso o non piuttosto indizio del completo fallimento nel maneggio di questo prezioso bene? Che hanno fatto i nostri governi per infondere di nuovo al nostro popolo lo spirito della fierezza e della propria conservazione, del virile orgoglio e dell’odio furibondo?

Quando, nel 1919, fu imposto al popolo tedesco il trattato di pace, si poteva sperare che appunto questo strumento di smisurata oppressione intensificasse l’aspirazione dei Tedeschi alla libertà. I trattati di pace i cui articoli sferzano come colpi di frusta i popoli, non di rado suonano il primo rullo di tamburo del futuro risollevamento.

Quante cose si potevano fare col trattato di Versailles!

Questo strumento di ricatto e di umiliazione vergognosa avrebbe potuto diventare, nelle mani di un governo volonteroso, il mezzo di incitare e arroventare le passioni nazionali. Utilizzando per una geniale propaganda le sadistiche crudeltà di quel trattato, si poteva mutare in indignazione l’indifferenza d’un popolo e l’indignazione in splendido coraggio.

Si poteva incidere ciascun punto del trattato nel cervello e nel sentimento del popolo tedesco finché in sessanta milioni di teste maschili e femminili l’odio e la vergogna comuni divampassero in un solo mare di fiamme, dal cui fuoco prorompesse una volontà dura come l’acciaio e il grido: «Ridateci armi!».

Sì, a tanto può servire un trattato come quello. Nella smisuratezza della oppressione, nella spudoratezza delle sue esigenze è riposta la maggior arma della propaganda per scuotere e ridestare gli addormentati spiriti vitali d’una nazione.

Poi, dal sillabario del bambino fino all’ultimo giornale, ogni pubblicazione, e, inoltre, ogni cinema o ogni teatro, ogni colonna da affissi ed ogni tavolato libero deve essere messo al servizio di questa unica grande missione, finché l’invocazione angosciosa delle nostre Associazioni patriottiche: «Signore, rendici liberi!» si trasformi nel cervello dei giovani, nella fervida preghiera: a Dio onnipotente, benedici un giorno le nostre armi; sii giusto come sempre fosti; giudica ora se meritiamo la libertà; Signore, benedici la nostra lotta!»

Si trascurò tutto e non si fece nulla.

Chi dunque vorrà stupirsi se il nostro popolo non è quale potrebbe e dovrebbe essere? Il resto del mondo vede in noi soltanto l’umile cane che lecca la mano che l’ha percosso!

Certo, oggi la nostra capacità di trovare alleanze è diminuita dal nostro popolo, ma lo è ancor più dai nostri governi. Questi, nella loro corruzione, hanno colpa se dopo otto anni d’inaudita oppressione esiste così poca voglia di libertà.

Se una attività politica di alleanza è connessa con la necessaria valorizzazione del nostro popolo, questa valorizzazione è, dal canto suo, condizionata dall’esistenza di un potere governativo che non sia l’agente di Stati stranieri né il distruttore della nostra forza ma l’araldo della coscienza nazionale.

Se il nostro popolo sarà diretto da un governo che ravvisi in ciò la sua missione, non passeranno sei anni e l’audace politica estera del Reich potrà disporre dell’altrettanto audace volontà d’un popolo assetato di libertà.

***

Alla seconda obiezione, relativa alla grande difficoltà di trasformare popoli nemici in cordiali alleati, si può rispondere così:

La generale psicosi antitedesca educata negli altri paesi dalla propaganda di guerra sussisterà, per forza, fin quando la risurrezione, visibile a tutti, d’una volontà tedesca di autoconservazione non abbia restituito al Reich tedesco il carattere d’uno Stato svolgente il suo gioco nello scacchiere europeo, d’uno Stato con cui è possibile giocare. Solo quando apparirà nata nel governo e nel popolo l’assoluta certezza della capacità di stringere alleanza, questa o quella Potenza i cui interessi coincidano coi nostri potrà pensare a trasformare con la propaganda la sua pubblica opinione. Certo, questo esige anni di abile lavoro. La necessità di questo lungo tratto di tempo per capovolgere la mentalità d’un popolo richiede che questo capovolgimento sia intrapreso con prudenza; non lo si intraprenderà se non si sarà convinti del vantaggio del lavoro che si sta per compiere e della sua fecondità nell’avvenire. Non si cercherà di mutare le disposizioni spirituali d’una nazione basandosi sulle millanterie d’un più o meno brillante ministro degli esteri, senza possedere la garanzia del reale valore di un nuovo stato d’animo. Altrimenti, si disorienterebbe e spezzerebbe la pubblica opinione. La fiducia nella possibilità di allearsi un giorno con uno Stato non deve basarsi su ampollose ciance di singoli membri del governo ma sulla evidente stabilità d’una determinata tendenza di governo e nelle analoghe disposizioni dell’opinione pubblica. Si crederà tanto più alla futura alleanza quanto più il governo si mostrerà attivo nella propaganda fatta al proprio lavoro e quanto più chiaramente la volontà della pubblica opinione si rifletterà nella tendenza del governo.

Quindi, un popolo nella nostra situazione sarà ritenuto capace di alleanze se governo e pubblica opinione manifestano e sostengono con eguale fanatismo la loro volontà di battersi per la libertà. Questa è la premessa del capovolgimento dell’opinione pubblica di altri Stati propensi a percorrere, per la difesa dei loro primordiali interessi, una strada a fianco d’un compagno che appaia idoneo a tale difesa: propensi cioè a concludere un’alleanza.

Ma per questo ci vuole ancora un cosa: Poiché il capovolgimento della mentalità d’un popolo esige un duro lavoro e in principio non è compreso da molti, è un delitto e, nello stesso tempo, una sciocchezza il fornire, coi propri errori, armi agli elementi di volontà diversa per il loro lavoro contrario.

Si deve capire che trascorrerà un certo tempo prima che un popolo si renda pieno conto delle vedute profonde d’un governo, perché non è possibile dare spiegazione sugli scopi ultimi d’un determinato lavoro politico preparatorio: si può solo calcolare o sulla cieca fede delle masse o sull’intuitivo giudizio del ceto dirigente. Ma in molti uomini non esiste questo previdente tatto politico, questa capacità di presentire le cose: d’altro lato, per motivi politici non si possono dare spiegazioni: quindi, una parte del ceto dirigente si opporrà sempre a tendenze nuove che, in causa della loro impenetrabilità, possono essere ritenute semplici esperimenti. Così si desta la preoccupazione degli elementi conservatori.

Si ha perciò lo stretto dovere di strappar di mano a questi perturbatori d’una mutua intesa tutte le armi: soprattutto se, come nel caso nostro, si ha a che fare con chiacchiere irrealizzabili e fantastiche di tronfii patriotti da Associazioni e di politicanti da caffè. Se si riflette con calma, non si può contestare che le grida invocanti una nuova marina da guerra, il ricupero delle colonie ecc., non sono altro che vani schiamazzi, privi d’ogni possibilità di realizzarsi. E non può essere considerato propizio alla Germania lo sfruttamento politico che si fa in Inghilterra di questi assurdi sfoghi di parolai protestatori, in parte innocui, in parte pazzi, ma sempre al servizio dei nostri nemici mortali. Così ci si esaurisce in dannose dimostrazioni contro Dio e tutto il mondo e si dimentica che la condizione preliminare di ogni successo è questa: Ciò che fai, fallo interamente.

Urlando contro cinque o dieci Stati, si omette di concentrare tutte le forze della volontà e fisiche per colpire nel cuore il nostro più scellerato avversario e si sacrifica la possibilità di rafforzarci con alleanze per la spiegazione decisiva.

Anche qui è riposta una missione del movimento nazional-socialista. Esso deve insegnare al popolo nostro a trascurare le cose piccole e mirare alle grandi, a non disperdersi in problemi secondari e a non dimenticare mai che lo scopo per il quale oggi dobbiamo batterci è la nuda esistenza del nostro popolo, e che l’unico nemico da colpire è la Potenza che ci ruba questa esistenza.

Molte cose possono farci grave pena: ma questo non è un motivo per rinunziare alla ragione e urlare e litigare con tutto il mondo, invece di concentrare le nostre forze contro il nemico mortale. Del resto, il popolo tedesco non ha il diritto morale di accusare gli altri del loro contegno finché non avrà costretti a rendere i conti quei malfattori che tradirono e vendettero il proprio paese. Non è cosa seria protestare e ingiuriare di lontano l’Inghilterra, l’Italia, ecc., e poi lasciar girare in libertà i furfanti che, assoldati dalla propaganda di guerra nemica, ci strapparono di mano le armi, ci spezzarono la spina dorsale e trafficarono per trenta denari il Reich. Il nemico fa ciò che era prevedibile. Noi dovremmo imparare dal suo contegno e dal suo operato.

Chi non sa innalzarsi a questa concezione, deve riflettere che, fuori di essa, non rimane altro che la rinunzia, perché vien meno ogni futura politica di alleanze. Se noi non possiamo allearci con l’Inghilterra perché questa ci rapì le colonie, né con l’Italia perché detiene l’Alto Adige, né, per ragioni ovvie, con la Polonia o con la Cecoslovacchia, non ci resta in Europa altri che la Francia, la quale, fra altro, ci rubò l’Alsazia-Lorena.

E’ certo che così non si serve il popolo tedesco: è solo dubbio se chi difende questa mentalità sia un ingenuo sciocco o un birbante matricolato. Quando si tratta di dirigenti, io ammetto sempre che si tratti di birbanti.

Il capovolgimento della mentalità di singoli popoli ex-nemici, aventi interessi analoghi ai nostri, può benissimo verificarsi se la forza intima del nostro Stato e l’evidente volontà di conservare la nostra esistenza ci fanno apparire quali alleati di valore. Inoltre, occorre che la nostra inabilità o azioni delittuose non diano alimento all’opera degli avversari d’una futura alleanza con popoli già a noi ostili

***

La più difficile da rispondere è la terza domanda.

E’ probabile, o no, che i difensori dei veri interessi delle nazioni che dovrebbero allearsi possano realizzare le loro vedute contro la volontà dell’ebreo, nemico mortale dei liberi Stati nazionali? Possono, per esempio, le forze della tradizionale politica britannica spezzare, o no, la funesta influenza ebraica?

Come dissi, è molto difficile rispondere a questa domanda. La risposta dipende da tanti fattori, che è arduo dare un reciso giudizio. In uno Stato, il potere statale può in un determinato momento, essere considerato così solido e così propugnatore degli interessi del paese che non si possa parlare di efficace ostacolamento di necessari atti politici per opera delle forze ebraiche internazionali.

La lotta che l’ltalia fascista svolge contro le tre maggiori armi del giudaismo, forse inconsciamente, (io però credo che la svolga consapevolmente), — è ottimo indizio del fatto che, sia pure per vie indirette, a questa velenosa potenza superstatale si possono spezzare i denti. Il divieto della Massoneria e delle società segrete, la soppressione della stampa supernazionale e la demolizione del Marxismo internazionale, — e, viceversa, il costante consolidamento detta concezione statale fascista, permetteranno, col tempo, al governo fascista di servire sempre più gli interessi del popolo italiano, senza curarsi delle strida dell’idra mondiale ebraica.

Meno bene vanno le cose in Inghilterra. In questo paese della «liberissima democrazia» l’ebreo oggi detta ancora, senza limiti, la sua volontà, per la via indiretta della pubblica opinione. Eppure, anche là si svolge senza interruzioni una lotta fra i sostenitori degli interessi politici inglesi e i campioni della dittatura ebraica mondiale.

Spesso, questi conflitti prorompono con violenza; come si poté riconoscere con chiarezza, per la prima volta dopo la guerra, nel contegno diverso tenuto dal governo da un lato, e dalla stampa dall’altro, circa il problema giapponese.

Non appena finita la guerra, il vecchio attrito fra America e Giappone tornò a manifestarsi. Com’era naturale, le grandi Potenze europee non poterono restare indifferenti di fronte a questo nuovo pericolo di guerra. Ma in Inghilterra, nonostante i vincoli di parentela, si mitre una certa invidia, una certa preoccupazione per il crescente incremento dell’Unione americana in tutti i campi dell’economia e della politica. L’ antica colonia, figlia di una grande madre, sembra dover diventare la padrona del mondo. E’ comprensibile che oggi l’Inghilterra, assai inquieta, vada esaminando le sue vecchie alleanze, e che la politica britannica veda con terrore arrivare il momento in cui non si potrà più dire: «l’Inghilterra domina i mari», ma si dovrà dire: «i mari appartengono all’Unione americana».

E’ più facile pigliarsela col Reich tedesco che col colosso statale americano, la cui giovane terra è colma di enormi tesori Se anche qui un giorno dovesse aver luogo l’ultima spiegazione, l’Inghilterra, ove dovesse contare su sé sola, perirebbe. Così guarda cupidamente al Giappone e si aggrappa ad un’alleanza che, sotto l’aspetto della razza, è da biasimare, ma dal punto di vista politico rappresenta l’unica possibilità di rafforzare la posizione dell’impero britannico di fronte ai progressi del continente americano.

Mentre il governo inglese, sebbene la Gran Bretagna si fosse battuta in comune con l’America sui campi dell’Europa, non volle allentare i vincoli con l’alleato asiatico, tutta la stampa ebraica insorse contro l’alleanza giapponese.

Come è possibile che la stampa ebraica, fino al 1918 fedele campione del governo nella guerra inglese contro il Reich tedesco, ad un tratto percorra una via propria, indipendente da quella del governo? L’annientamento della Germania era un interesse non inglese ma, in prima linea, ebraico; ed oggi l’annientamento del Giappone servirebbe meno agli interessi inglesi che alle vaste aspirazioni dei capi dello sperato impero mondiale ebraico. Mentre l’Inghilterra si adopera a conservare la sua posizione, l’ebreo organizza il suo assalto per conquistare la propria.

Egli vede già gli odierni Stati europei come inerti strumenti nel suo pugno, sia per la via indiretta d’una cosiddetta democrazia mondiale sia in forma di dominio diretto attraverso il bolscevismo russo. Irretisce il vecchio mondo, e minaccia la stessa sorte al mondo nuovo. Ebrei sono i dirigenti delle forze borsistiche dell’Unione americana. Ogni anno più, essi controllano la forza di lavoro d’un popolo di 120 milioni di anime: pochi soli, a dispetto degli ebrei, restano ancora indipendenti.

Con consumata abilità maneggiano la pubblica opinione e ne fanno lo strumento della lotta per il loro particolare interesse.

Le grandi teste del giudaismo credono già di veder vicino il giorno in cui potranno divorare i popoli, secondo la loro tradizionale aspirazione.

Entro quel grande armento di territori coloniali snazionalizzati, un unico Stato indipendente potrebbe, all’ultima ora, provocare la rovina dell’opera intiera. Perché un mondo bolscevizzato può sussistere solo se comprende tutta la Terra. Se un solo Stato conserva la sua forza nazionale e la sua potenza, l’impero dei satrapi ebrei deve, come ogni tirannide, soccombere alla forza dell’idea nazionale.

Ora, l’ebreo sa fin troppo che egli, con un adattamento millenario, poté minare e imbastardire i popoli europei, ma non è in grado di far subire questa sorte ad uno Stato nazionale asiatico del genere del Giappone. Oggi, egli può scimmiottare il Tedesco e l’Inglese, l’Americano e il Francese, ma non il giallo Asiatico. Perciò cerca di spezzare lo Stato nazionale giapponese con la forza di Stati europei odierni, onde sbrigarsi del pericoloso avversario, prima che, nel suo pugno, l’ultima potenza statale si trasformi in un dispotismo gravante su esseri indifesi e inermi.

Non vuoi vedere, nel suo millenario impero ebraico, uno Stato nazionale giapponese e perciò desidera che sia distrutto avanti la fondazione della sua propria dittatura.

Così, oggi aizza i popoli contro il Giappone come un giorno li aizzò contro la Germania, e così può accadere che, mentre la politica inglese tenta ancora di fondarsi sull’alleanza col Giappone, la stampa inglese ebraica si scagli già contro l’alleato e prepari la guerra di distruzione sotto il mantello della democrazia e al grido di: abbasso il militarismo e l’imperialismo giapponese!

Oggi, in Inghilterra, l’ebreo non segue le vie del governo. E quindi deve cominciare anche là la lotta contro il pericolo mondiale ebraico.

Ancora una volta, il movimento nazional-socialista deve assolvere il suo formidabile compito:

Deve aprire gli occhi al popolo a proposito delle nazioni straniere. Deve richiamare senza

posa alla memoria il vero nemico del mondo odierno. In luogo dell’odio contro Arii dai quali tutto può separarci ma ai quali tuttavia ci unisce comunanza di sangue e di civiltà, dobbiamo votare al furore generale il perfido nemico dell’umanità, vero autore di tutte le sofferenze. Ma il nazionalsocialismo deve pure fare in modo che almeno nel nostro paese il mortale avversario sia riconosciuto, e che la lotta contro di lui, quale indizio di tempi migliori, mostri anche agli altri popoli la via della salvezza dell’umanità aria. La ragione deve essere nostra giada, la volontà! nostra forza. Il sacro dovere di comportarci così ci darà la tenacia, la costanza, e supremo protettore sarà la nostra fede!

CAPITOLO XIV

ORIENTAMENTO VERSO EST E POLITICA ORIENTALE

Due motivi mi inducono a sottoporre a particolare indagine i rapporti fra la Germania e la Russia:

1.) Questo è forse il punto decisivo della politica estera tedesca;

2.) Questo problema è anche la pietra di paragone della capacità politica del movimento nazional socialista a pensare con chiarezza e ad agire nel modo giusto.

Debbo confessare che talora il secondo punto mi è causa di gravi preoccupazioni. Poiché il nostro movimento ricava il materiale dei suoi aderenti non dal campo degli indifferenti, ma da quello di uomini professanti concezioni per lo più estreme, è naturale che, anche nella comprensione della politica estera, questi uomini siano, in un primo tempo, ancora gravati dalle prevenzioni o dalla scarsa comprensione dei circoli politici ai quali prima appartenevano. E ciò vale non solo per l’uomo che viene a noi da sinistra. All’opposto. Ciò che gli fu insegnato circa questi problemi è bensì dannoso ma spesso è neutralizzato, almeno in parte, dalla presenza di un residuo di istinti naturali e sani. Basta sostituire alla precedente influenza un insegnamento migliore, perché l’istinto di conservazione e gli altri istinti sani ancora esistenti si trasformino in ottimi alleati nostri. Invece, è assai difficile infondere chiare idee politiche ad un uomo la cui precedente educazione fu, in questo campo, priva d’ogni ragione e d’ogni logica, e che ha sacrificato sull’altare della oggettività l’ultimo residuo di istinto naturale. Appunto i nostri cosiddetti «intellettuali» sono i più difficili da indurre a difendere con chiarezza e logica i loro interessi e quelli del loro popolo nei rapporti con l’estero. Pesa su loro un gran numero di prevenzioni e di idee assurde, e hanno perduto o rinunziato ad ogni sano istinto di autoconservazione. Anche il movimento nazionalsocialista deve condurre aspre lotte con costoro: aspre perché spesso essi, nonostante la loro totale impotenza, posseggono una straordinaria immaginazione, che, senza nessuna giustificazione, li fa guardare dall’alto in basso persone più sane di loro. Saccentoni altezzosi e arroganti, incapaci di quella ponderazione e di quella fredda indagine che sono le premesse di ogni volontà ed azione in politica estera.

Questi circoli oggi allontanano le direttive della nostra politica estera dalla reale difesa dei nostri interessi nazionali per metterle al servizio della loro fantastica ideologia. Perciò io mi sento in obbligo di trattare a fondo, al cospetto dei miei seguaci, il più importante problema di politica estera, quello dei rapporti con la Russia, e di renderlo intelligibile a tutti.

Premetto, in linea generale che, se per politica estera dobbiamo intendere la regolarizzazione dei rapporti d’un popolo col resto del mondo, il modo dì regolarli dipende da fatti ben determinati.

In qualità di nazional-socialisti, noi possiamo porre la seguente massima circa l’essenza della politica estera d’uno Stato nazionale:

La politica estera dello Stato nazionale deve assicurare resistenza su questo pianeta della razza raccolta nello Stato, creandole, col numero e lo sviluppo degli individui che la compongono e con la vastità e bontà del territorio, una situazione sana e vitale.

Per la situazione sana intendiamo quella che assicura il sostentamento d’un popolo sul proprio suolo. Ogni altra situazione, quand’anche duri secoli o millenni, non è sana, e presto o tardi conduce

al deterioramento e alla distruzione d’un popolo.

Solo un sufficiente spazio su questa terra assicura ad un popolo una libera esistenza.

La grandezza necessaria del territorio da popolare non può essere valutata unicamente sulle esigenze del presente, e nemmeno sulla grandezza del reddito del suolo in proporzione del numero dei cittadini. La superficie d’uno Stato ha importanza non solo come fonte diretta di nutrimento per la popolazione ma anche dal punto di vista politico e militare. Quando un popolo si è assicurata l’alimentazione con l’ampiezza del suo suolo, gli resta ancora da pensare alla sicurezza di questo suolo: la quale risiede nella forza politica d’uno Stato, determinata alla sua volta da elementi geografici e militari.

Così il popolo tedesco potrà realizzare il suo avvenire solo in qualità di potenza mondiale.

Durante quasi duemila anni la difesa degli interessi del nostro popolo, la più o meno facile nostra politica estera, fu affare della storia mondiale. Noi stessi ne fummo testimoni: perché la conflagrazione gigantesca degli anni 1914-18 non fu altro che la lotta del popolo tedesco per la sua esistenza sulla Terra, e il modo con cui condusse questa lotta si chiamò guerra mondiale.

In questa lotta, però, il popolo tedesco scese in campo quale presunta potenza mondiale: ma in realtà non era tale. Se nel 1914 il popolo tedesco avesse avuto una proporzione diversa tra la superficie del territorio e la cifra della popolazione, la Germania sarebbe stata davvero una Potenza mondiale e la guerra, astraendo da tutti gli altri elementi, sarebbe terminata bene.

Non è mio compito né mia intenzione indicare «ciò» che sarebbe accaduto «se» certe condizioni non si fossero verificate. Ritengo però necessario esporre con imparzialità e senza palliarlo lo stato presente, insistere sulle sue debolezze, onde far sì che almeno nelle file nazionalsocialiste ci si renda conto di quello che è necessario.

Oggi, la Germania non è una Potenza mondiale. Quand’anche fosse superata la nostra attuale impotenza militare, non avremmo più diritto a quel titolo. Che significa oggi sulla Terra uno Stato dove il rapporto fra territorio e popolazione è così miserabile come nel Reich tedesco? In un’epoca in cui la Terra viene a poco a poco spartita fra gli Stati di cui alcuni sono vasti come continenti, non si può chiamare Potenza mondiale uno Stato la cui superficie non raggiunge la ridicola cifra di cinquecentomila chilometri quadrati.

Da questo punto di vista, la superficie del Reich tedesco scompare di fronte a quella delle cosiddette Potenze mondiali. Non si adduca, come prova del contrario, l’Inghilterra, perché la terra madre degli Inglesi in realtà non è altro che la grande capitale dell’impero britannico, comprendente quasi un quarto della superficie terrestre. Poi, dobbiamo considerare come colossi statali in prima linea l’Unione americana, e quindi la Russia e la Cina. Enormi spazii, alcuni dei quali sono oltre dieci volte più vasti dell’odierno Reich tedesco. Fra questi immensi Stati conviene annoverare anche la Francia. Non solo perché integra, in misura sempre maggiore, il suo esercito con gli uomini di colore del suo gigantesco impero, ma perché, dal punto di vista della razza, si va così rapidamente «negrizzando» che si può in verità parlare della nascita di uno Stato africano su suolo europeo. La politica coloniale della Francia odierna non può essere paragonata a quella della Germania d’una volta. Se lo sviluppo della Francia nel senso attuale continuasse per altri trecento anni, sparirebbero gli ultimi resti di sangue franco nello Stato mulatto, africano-europeo, che si sta formando. Un formidabile, compatto territorio coloniale dal Reno al Congo, popolato da una razza inferiore formantesi a poco a poco da un costante imbastardimento.

Ciò distingue la politica coloniale francese da quella della vecchia Germania.

La politica coloniale tedesca d’una volta era mediocre, come tutto ciò che facevamo. Non ingrandì il territorio di colonizzazione della razza bianca né fece il tentativo (sia pure delittuoso) di rafforzare, con una infusione di sangue nero, la potenza del Reich. Gli Ascari dell’Africa orientale tedesca furono un piccolo, esitante passo su questa via: ma in realtà essi servirono solo alla difesa della colonia stessa. L’idea di trasportare truppe negre su un teatro di guerra europeo, — astraendo dalla effettiva impossibilità nella guerra mondiale — non fu mai nutrita come un proposito da realizzare in circostanze favorevoli, mentre i Francesi ne fecero sempre il fondamento della loro attività coloniale.

Così vediamo oggi sulla Terra una quantità di Stati che non solo per la cifra della popolazione superano di molto il popolo tedesco ma possiedono nella loro superficie il maggior sostegno della loro posizione di potenza politica. Il rapporto numerico e di superficie fra il Reich tedesco e gli Stati mondiali non fu mai tanto sfavorevole quanto all’inizio della nostra storia, duemila anni fa, e, di nuovo, oggi. Allora, noi, giovane popolo, piombammo su un mondo di grandi Stati in decadenza, e contribuimmo ad abbattere l’ultimo colosso fra quelli, Roma. Oggi ci troviamo in un mondo di grandi e potenti Stati che si formano, a petto dei quali il nostro Reich diventa sempre più insignificante.

E’ necessario che noi teniamo presente questa amara verità. E’ necessario che noi studiarne il Reich tedesco nei suoi rapporti di superficie e di popolazione con gli altri Stati attraverso i secoli. E allora troveremo, che, come dissi, la Germania non è più una Potenza mondiale, sia o no militarmente forte.

Non abbiamo più nessuna proporzione con gli altri grandi Stati della Terra, in grazia della funesta direzione impressa alla politica estera del nostro popolo e della mancata fissazione di un determinato scopo tradizionale di politica estera, nonché della perdita di ogni sano impulso e istinto di autoconservazione.

Se il movimento nazional-socialista vuol conservare davanti alla storia il sacro carattere di una missione per il nostro popolo, deve, dopo aver riconosciuta con dolore la reale situazione di questo popolo sulla Terra, intraprendere freddamente e con consapevolezza la lotta contro l’incapacità e la mancanza di scopi con cui finora il popolo tedesco fu guidato nelle vie della sua politica estera. Deve, senza riguardo a tradizioni e pregiudizi, trovare il coraggio di adunare il nostro popolo e le sue forze per iniziare la marcia su quella via che dall’odierna ristrettezza di spazio vitale condurrà all’acquisto di nuovo territorio. Così libererà per sempre la nazione tedesca dal pericolo di perire o di servire altrui quale popolo di schiavi.

Il movimento nostro deve cercare di eliminare il funesto rapporto attuale fra la nostra popolazione e la superficie del nostro territorio, considerando il territorio sia come una fonte di sostentamento sia come punto d’appoggio della politica di potenza. E deve pure mirare a sopprimere l’infausto rapporto fra il nostro passato storico e la nostra disperata impotenza presente. Deve sapere che noi, che personifichiamo la più alta umanità sulla Terra, abbiamo un altissimo dovere, e lo adempiremo tanto meglio quanto più il popolo tedesco assumerà una mentalità di razza, e non si occuperà solo di allevare cani, cavalli e gatti, ma avrà anche pietà del proprio sangue.

***

Ho chiamato incapace e priva di scopo la politica estera tedesca svolta fin qui. Che fosse tale, è provato dai suoi continui insuccessi. Se il nostro popolo fosse stato di scarso intelletto o vile, i risultati dei suoi sforzi non avrebbero potuto essere peggiori di quelli che oggi vediamo. Ciò che avvenne negli ultimi decenni prima della guerra non deve illuderci su questo punto: perché non si deve misurare la forza di uno Stato in sé stessa, ma solo per via di confronto con quella di altri Stati.

Questo paragone prova che l’aumento di forza fu, negli effetti finali, maggiore in altri Stati; che quindi, contrariamente alle apparenze, la Germania declinava in confronto con gli altri Stati, e la differenza a suo svantaggio si accentuava. Sì, anche nel numero della popolazione siamo rimasti indietro. Essendo certo che il nostro popolo non è superato in eroismo da nessun altro al mondo, e ha versato più di ogni altro il suo sangue per la difesa della propria esistenza, l’insuccesso può solo derivare dalla errata impostazione.

Riandando le vicende politiche della nostra nazione da mille anni a questa parte, rievocando le innumerevoli lotte e guerre ed esaminando tutto ciò attraverso il risultato finale che ci sta davanti agli occhi, dobbiamo confessare che da quell’oceano di sangue emersero tre fenomeni in cui dobbiamo ravvisare i durevoli frutti di vicissitudini politiche nettamente determinate.

1.) La colonizzazione della marca orientale, opera soprattutto dei Baiuvari.

2.) La conquista e il popolamento del territorio ad est dell’Elba.

3.) L’organizzazione, opera degli Hohenzollern, dello Stato brandeburgico-prussiano quale modello e nucleo di cristallizzazione d’un nuovo Reich.

E’ questo un monito istruttivo per il futuro!

Quei due grandi successi della nostra politica estera rimasero i più durevoli. Senza di essi, oggi il nostro popolo non sosterrebbe più nessuna parte. Essi furono il primo, e, purtroppo l’unico tentativo di mettere il crescente numero della popolazione in armonia con la estensione del territorio. Ed è in verità fatale che gli scrittori della storia tedesca non abbiano mai saputo apprezzare con esattezza questi due fatti formidabili, importantissimi per la posterità. Essi invece celebrarono molte altre cose, ammirarono un fantastico eroismo, avventure e guerre innumerevoli, senza riconoscere che la maggior parte di queste non avevano nessuna importanza per la grande linea di sviluppo della nazione.

Il terzo grande successo della nostra attività politica consiste nella formazione dello Stato prussiano e nello sviluppo, ad esso dovuto, d’un particolare concetto dello Stato, nonché dell’istinto di autoconservazione e di autodifesa nell’esercito tedesco, istinto adattato al mondo moderno e tradotto in forma organizzata. La trasformazione dell’idea di difesa del singolo nel dovere di difendere la nazione è derivata dallo Stato prussiano e dalla sua nuova concezione statale.

L’importanza di questo avvenimento non sarà mai abbastanza valutata. Il popolo tedesco, lacerato e smembrato dal suo superindividualismo, fu disciplinato, e in grazia dell’organismo militare prussiano ottenne almeno in parte quella capacità di organizzarsi che da tanto tempo gli mancava. Ciò che gli altri popoli posseggono fin dall’origine nel loro istinto di armento, noi ricuperammo in parte, e artificialmente, mediante il processo dell’educazione militare, per la nostra comunità nazionale. Ecco perché è tanto funesta per noi la soppressione del servizio militare generale, che potrebbe essere priva d’importanza per dozzine di altri popoli. Dieci generazioni tedesche non corrette dall’educazione militare, lasciate ai tristi effetti delle dissensioni e delle divisioni che hanno nel sangue, basterebbero per far perdere al nostro popolo l’ultimo resto d’una esistenza indipendente sulla Terra. Lo spirito tedesco potrebbe solo in singoli uomini nel grembo di altre nazioni portare il suo contributo alla civiltà, senza nemmeno che la loro origine fosse riconosciuta. Sarebbe concime di civiltà, finché l’ultimo residuo di sangue nordico-ario fosse in noi guastato o eliminato.

E’ notevole il fatto che l’importanza di questi reali successi politici, riportati dal popolo nostro nelle sue millenarie lotte, è apprezzata e compresa dai nostri avversari assai meglio che da noi stessi. Ancor oggi noi cianciamo d’un eroismo che rapì al nostro popolo milioni dei migliori portatori del suo sangue più nobile, ma, nel suo risultato finale, rimase del tutto sterile.

Ha valore supremo per la nostra condotta presente e futura la distinzione tra i reali successi politici del nostro popolo e il sangue della nazione versato per fini infruttuosi.

Noi nazional-socialisti non dobbiamo mai e poi mai far eco al patriottismo piazzaiuolo del nostro presente mondo borghese. C’è pericolo mortale nel considerare l’ultimo sviluppo prima detta guerra come impegnativo per noi, sia pure in minima misura. Dall’intiero periodo storico del secolo decimonono non può derivare a noi nessuna obbligazione. Noi, in contrasto con la condotta dei rappresentanti di quel periodo, dobbiamo rappresentare il punto di vista sopra enunciato, in politica estera, cioè: mettere il territorio in armonia con la cifra della popolazione. Dal passato possiamo solo imparare che dobbiamo esigere un duplice orientamento per la nostra politica:

Territorio come scopo della nostra politica estera, e un fondamento nuovo, unitario, conforme alla nostra concezione del mondo, quale meta della nostra azione politica all’interno.

***

Voglio occuparmi di passaggio di questa questione: in qual misura la pretesa di territorio è conforme alla morale? Ciò è necessario, perché purtroppo, anche nei circoli cosiddetti nazionali si trovano untuosi chiacchieroni che tentano di presentare al popolo tedesco, come meta della sua politica estera, la riparazione dei torti del 1918, e tuttavia ritengono necessario assicurare il mondo intiero della fraternità e simpatia del nostro popolo.

A tal proposito io vorrei anzitutto stabilire quanto segue: La richiesta del ristabilimento dei confini del 1914 è un’enorme assurdità politica, le cui conseguenze sono così gravi da darle il carattere di un delitto. I confini del Reich nel 1914 non erano affatto logici, perché non erano né perfetti nell’includere tutti gli uomini di nazionalità tedesca né ragionevoli dal punto di vista della convenienza militare, non erano il risultato di una ponderata azione politica: erano i temporanei confini di una lotta politica non ancora chiusa, e in parte conseguenza di questo giuoco del caso. Con lo stesso diritto, e in molti casi con maggior diritto, si potrebbe tirar fuori qualche altro anno importante della storia tedesca e porre alla nostra politica estera lo scopo di ristabilire la situazione d’allora. Quell’esigenza è conforme allo spirito del nostro mondo borghese, che anche a questo proposito non possiede una grande idea politica per il futuro, ma vive nel passato, nel passato più vicino: perché il suo sguardo retrospettivo non giunge più in là del suo tempo. La legge dell’inerzia la lega ad un determinato stato di cose, la fa opporsi al passato. E’ ben naturale che l’orizzonte politico di questa gente non si estenda di là del 1914. Ma col proclamare che la ricostituzione di quei confini è lo scopo politico del loro agire non fanno altro che consolidare la crollante lega fra i nostri avversari. Solo così si può spiegare che otto anni dopo una conflagrazione mondiale a cui presero parte Stati aventi aspirazioni e scopi in parte eterogenei sussista tuttora, in forma più o meno stretta, la coalizione dei vincitori d’allora.

Tutti quegli Stati profittarono, a suo tempo, del crollo tedesco. La paura della nostra forza fece tacere l’invidia e l’odio che i grandi si portano a vicenda. Nell’eredità del nostro Reich ripartita fra quanti più eredi era possibile, ravvisarono una garanzia contro il nostro risollevamento. La cattiva coscienza e la paura della forza del nostro popolo sono il tenace cemento che ancor oggi tiene insieme i membri di quella coalizione. Il nostro mondo borghese, ponendo alla Germania, come programma politico, la ricostruzione dei confini del 1914, spaventa quello dei membri della coalizione nemica che eventualmente ne volesse uscire, il quale deve temere di essere assalito, isolato, da noi dopo aver perduto l’appoggio dei suoi alleati. Ogni singolo Stato si sente colpito e minacciato da quel programma, assurdo per due ragioni:

1.) perchè mancano i mezzi per realizzarlo, e

2.) perchè, se fosse realizzabile, il risultato sarebbe così pietoso che, come è vero Dio, non varrebbe la pena di mettere di nuovo in giuoco, per questo, il sangue del nostro popolo.

Perché non è dubbio che solo col sangue si potrebbero ricuperare i confini del 1914. Bisogna avere la mente d’un ingenuo bambino per credere di poter ottenere, per vie traverse o mendicando, la revisione del trattato di Versailles: senza contare che per fare un simile tentativo occorrerebbe possedere un Talleyrand, — e noi non ne possediamo. Metà dei nostri uomini politici si compone di elementi assai scaltri ma privi di carattere e, in genere, avversi al nostro popolo; e l’altra metà, di teste deboli e incapaci. Inoltre, dal Congresso di Vienna dove Talleyrand operò, i tempi sono cambiati: Non più principi e amanti di principi trafficano e mercanteggiano i confini degli Stati, ma l’implacabile ebreo internazionale combatte per il suo dominio sui popoli. Nessun popolo può allontanare dalla propria gola quel pugno in altro modo che con la spada. Solo le complessive, concentrate forze d’una poderosa e prorompente passione nazionale possono sfidare l’asservimento internazionale dei popoli. Ma questo modo di procedere è e rimane cruento.

Se però si nutre la convinzione che l’avvenire tedesco esige la più alta posta, si deve astrarre da considerazioni di prudenza politica e fissare e propugnare una meta degna di quella alta posta.

I confini del 1914 non significano nulla per l’avvenire della nazione tedesca. Non c’era in essi la protezione del nostro passato, non vi sarebbe una forza per l’avvenire. Per essi, il popolo tedesco non otterrà la propria intima compattezza né vedrà assicurato il suo sostentamento. Dal punto di vista militare, quei confini non sono convenienti e nemmeno tranquillanti, e non possono migliorare la situazione in cui ci troviamo di fronte alle altre Potenze mondiali, o, meglio, alle vere Potenze mondiali. Non diminuiranno la distanza fra noi e l’Inghilterra, non ci daranno la grandezza dell’Unione; non apporterebbero nemmeno alla Francia una essenziale diminuzione della sua importanza nella politica mondiale.

Una cosa sola sarebbe certa: il tentativo di ristabilire i confini del 1914, quand’anche avesse successo, condurrebbe ad un nuovo dissanguamento del nostro popolo, così grave che non ci resterebbe più sangue da mettere in giuoco per decisioni ed atti assicuranti realmente la vita e l’avvenire della nazione. All’opposto: nell’ebbrezza d’un tale successo si rinunzierebbe a proporsi maggiori mete, tanto più che così l’«onore nazionale» sarebbe riparato e si riaprirebbero, almeno fino a nuovo ordine, alcune porte allo sviluppo del nostro commercio.

I nazional-socialisti invece debbono attenersi con fermezza alla nostra meta di politica estera, quella di assicurare al popolo tedesco il territorio che gli spetta su questa Terra. Solo per questo è legittimo, davanti a Dio e ai posteri, mettere in giuoco il sangue: davanti a Dio, perché noi siamo messi nel mondo con la destinazione della perpetua lotta per il pane quotidiano, quali creature a cui nulla è donato e che debbono la loro posizione di signori della Terra soltanto alla genialità e al coraggio con cui sanno conquistarsela e conservarla. Davanti ai nostri posteri tedeschi, perché, per ogni cittadino di cui avremo versato il sangue, ne saranno dati mille alla posterità. Il territorio sul quale un giorno i contadini tedeschi potranno generare forti figli giustificherà il sangue versato dai figli dei contadini d’oggi; e gli uomini di Stato che lo metteranno in giuoco saranno perseguitati dal

presente ma assolti un giorno dalla taccia di avere imposto sacrifici al loro popolo.

Debbo insorgere contro quegli scribacchini nazionalisti che fingono di ravvisare nell’acquisto di territorio una «offesa dei sacri diritti dell’uomo» e scrivono contro questa concezione. Non si sa mai che cosa si nasconda dietro questa gente. Solo è certo che la confusione ch’essi possono provocare piace e giova ai nemici del nostro popolo. Col loro contegno delittuoso contribuiscono a indebolire ed eliminare, dall’interno, dal popolo nostro la volontà dell’unico modo giusto di difendere le sue vitali necessità. Perché nessun popolo possiede su questa Terra anche solo un metro quadrato di territorio in virtù d’un semplice desiderio e d’un semplice diritto. I confini della Germania sono opera del caso e confini temporanei, conseguenza delle lotte politiche di ciascuna epoca; e tali sono pure i confini degli spazii in cui si svolge la vita degli altri popoli. Come la configurazione della superficie terrestre può solo apparire invariabile a teste sciocche, ma non costituisce altro che un punto fisso in ogni epoca d’una evoluzione costante, creato dal continuo sviluppo delle formidabili forze della Natura, — così nella vita dei popoli sono variabili i confini dello spazio necessario alla loro vita.

I confini degli Stati sono creati dagli uomini e mutati dagli uomini.

Il fatto che un popolo acquisti un enorme territorio non è una ragione perché lo debba conservare in eterno. Questo fatto non dimostra altro che la forza dei conquistatori e la debolezza dei soggiogati. E poi, solo in questa forza è riposto il diritto. Se il popolo tedesco, costretto entro un territorio impossibile, va incontro ad un triste avvenire, ciò non è un comandamento del destino, e il ribellarsi non rappresenta un violamento del destino. Nessuna eccelsa Potenza attribuì ad un altro popolo più territorio che al tedesco, o è offesa da questa iniqua ripartizione di territorio. I nostri antenati non ricevettero in dono dal Cielo il terreno sul quale noi oggi viviamo, ma dovettero conquistarlo esponendo la loro vita: allo stesso modo, in avvenire, il nostro popolo non otterrà il terreno e, quindi, la vita, dalla grazia altrui ma solo dalla forza della sua spada vittoriosa.

Ammettiamo tutti, oggi, la necessità d’una spiegazione con la Francia, ma questa spiegazione resterebbe inefficace se esaurissimo in essa gli scopi della nostra politica estera. Essa avrà senso nel solo caso che significhi per noi la copertura delle spalle nella lotta per ingrandire lo spazio in cui si svolge la vita del nostro popolo in Europa. Perché non dobbiamo cercare la soluzione di questo problema nell’acquisto di colonie, ma soltanto nell’acquisto d’un territorio da popolare, che aumenti la superficie della terra materna conservando i nuovi coloni in stretta comunanza col paese originario e che assicuri al territorio complessivo quei vantaggi che sono riposti nella sua compatta vastità.

Il nostro movimento non deve farsi avvocato di altri popoli ma campione del popolo tedesco. In caso diverso, sarebbe superfluo e non avrebbe diritto di reclamare contro il passato: poiché agirebbe come agì il passato. La vecchia politica tedesca fu, a torto, determinata da considerazioni dinastiche; la nuova non deve essere guidata da sentimentalità cosmopolite. Noi non siamo le guardie e i tutori dei noti «poveri piccoli popoli»: siamo soldati del popolo tedesco.

Noi nazional-socialisti dobbiamo andare ancor più lontano: Il diritto a nuovo territorio può diventare un dovere se un gran popolo, in mancanza dell’allargamento del suo territorio, appare destinato al tramonto. Soprattutto quando non si tratta d’un piccolo popolo negro, ma della Germania, madre di tutta la vita che ha dato il suo aspetto alla civiltà del mondo odierno. La Germania, o diventerà una Potenza mondiale o non sarà. Ma per diventare Potenza mondiale ha bisogno di una vastità che le doni oggi la necessaria importanza e ai suoi cittadini doni la vita.

***

Noi, nazional-socialisti, tiriamo una riga sulla politica estera tedesca dell’anteguerra, e la cancelliamo. Noi cominciamo là, dove si terminò sei secoli fa. Mettiamo termine all’eterna marcia germanica verso il sud e l’ovest dell’Europa e volgiamo lo sguardo alla terra situata all’est. Chiudiamo finalmente la politica coloniale e commerciale dell’anteguerra e trapassiamo alla politica territoriale dell’avvenire.

Ma quando, oggi, parliamo di nuovo territorio in Europa, dobbiamo pensare in prima linea alla Russia o agli Stati marginali ad essa soggetti.

Sembra che il destino stesso ci voglia indicare queste regioni. Consegnando la Russia al bolscevismo, rapì al popolo russo quel ceto di intellettuali che finora ne addusse e garantì l’esistenza statale. Perché l’organizzazione d’uno Stato russo non fu il risultato delle attitudini politiche d’un popolo schiavo, ma fu un meraviglioso esempio della capacità dì foggiare uno Stato posseduta dall’elemento germanico in una razza di minor valore. Così furono creati numerosi possenti imperi della Terra. Più d’una volta, popoli inferiori aventi alla testa organizzatori e padroni germanici diventarono Stati formidabili e sussistettero fin quando durò il nucleo della razza che creò lo Stato. Da secoli la Russia si nutrì di questo nucleo germanico dei suoi ceti dirigenti: ma questo è, oggi, quasi del tutto estirpato e abolito. Al suo posto è subentrato l’ebreo. I Russi non possono da soli scuotere il giogo degli ebrei; ma gli ebrei non possono, a lungo andare, conservarsi quel formidabile Stato. Perché l’ebreo non è un elemento di organizzazione ma un fermento di disorganizzazione. Il colossale impero orientale è maturo per il crollo. E la fine del dominio ebraico in Russia sarà pure la fine della Russia come Stato. Noi siamo eletti dal destino ad essere testimoni di una catastrofe che sarà la più poderosa conferma della teoria nazionalista delle razze.

Ma è compito nostro, è missione del movimento nazional-socialista, portare il nostro popolo a quella mentalità politica, che gli farà riconoscere come la sua meta futura non consista nel rinnovare la spedizione d’Alessandro, impressionante e inebbriante, ma nll’alacre lavoro dell’aratro tedesco, al quale la spada deve dare il terreno.

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E’ naturale che il giudaismo annunzi la più aspra resistenza ad una simile politica. Egli sente benissimo l’importanza di questo modo d’agire per il suo futuro: e ciò appunto dovrebbe insegnare ai veri nazionalisti l’esattezza del nuovo orientamento. Purtroppo, avviene l’opposto. Non solo nei circoli tedesco-nazionali, ma anche in quelli «nazionalisti» si dichiara guerra all’idea d’una simile politica orientale, col pretesto di sostenere un’idea più grande: come avviene per lo più in tali casi. Si cita lo spirito di Bismarck per mascherare una politica assurda, impossibile, e dannosissima al popolo tedesco. Dicono, che Bismarck attribuì sempre il massimo valore ai buoni rapporti con la Russia. Ciò è esatto: ma costoro dimenticano di aggiungere che egli attribuiva altrettanto valore ai buoni rapporti, per esempio, con l’Italia, anzi fece alleanza con l’Italia per potersi meglio sbrigare dell’Austria. Perché non si prosegue anche questa politica? Rispondono: «Perché l’Italia d’oggi non è quella d’allora». Ma anche la Russia d’oggi non è più quella d’allora. A Bismarck non è mai venuto in mente di fissare per sempre una via, una tattica politica. Era troppo maestro del momento per legarsi le mani a quel modo. Quindi, non si deve chiedere: che cosa ha fatto allora Bismarck? ma: che farebbe egli oggi? E a questa domanda è facile rispondere: La sua saggezza politica gli vieterebbe di allearsi con uno Stato che è destinato a perire.

Del resto, Bismarck, a suo tempo trattò con scarsa simpatia la politica coloniale e commerciale tedesca: egli ci teneva anzitutto a rendere possibile il consolidamento e l’interna saldezza dello Stato da lui creato. Questa fu l’unica ragione per cui si coprì volentieri le spalle dalla parte della Russia, onde avere la mano libera verso l’occidente. Ma ciò che allora giovò alla Germania oggi le apporterebbe danno.

Già negli anni 1920-21, quando il nostro giovane movimento spuntò all’orizzonte politico e cominciò ad essere salutato qua e là come movimento di liberazione del popolo tedesco, molti vennero al partito per tentar di istituire un certo collegamento fra esso e i movimenti libertarii di altri paesi. Ciò era conforme ai piani della «Lega delle nazione oppresse», per le quali molti facevano propaganda: composta soprattutto di rappresentanti d’alcuni Stati balcanici, dell’Egitto e dell’India, che a me fecero sempre l’impressione di chiacchieroni che si davano grandi arie senza avere nulla dietro di sé. Ma non pochi Tedeschi, specie nel campo nazionale, si lasciarono abbagliare da quei tronfii Orientali e credettero di avere davanti a sé, in alcuni studenti egiziani o indiani, i veri «rappresentanti» dell’Egitto o dell’India: e non si resero conto che per lo più si trattava di persone senza seguito, non autorizzate da nessuno a concludere trattati con chicchessia. Quindi, il risultato pratico dei rapporti annodati con simili elementi fu nullo, e il tempo impiegato nel negoziare con essi fu speso per pura perdita. Io sono sempre stato in guardia contro simili tentativi, sia perché avevo di meglio da fare che sciupare settimane in «colloqui» così sterili, sia perché ritenevo che, quand’anche si fosse trattato di autorizzati rappresentanti di quelle nazioni, l’affare non potesse recarci nessun frutto.

Già in tempo di pace era triste che la politica tedesca delle alleanze, per la mancanza di propri scopi attivi, offensivi, andasse a finire in una Lega difensiva con vecchi Stati, messi in pensione dalla storia mondiale.

Tanto l’alleanza con l’Austria quanto quella con la Turchia aveva in sé poco di rallegrante.

Mentre i grandi Stati militari e industriali della Terra concludevano un’attiva Lega d’aggressione, si prendeva un paio di vecchi Stati impotenti, e si cercava di tener fronte, con questo ciarpame destinato al tramonto, ad un’attiva coalizione mondiale. La Germania dovette pagar caro questo errore di politica estera: non però caro abbastanza per impedire ai nostri eterni fantastici di ricadere tosto nel medesimo errore. Perché il tentativo di disarmare, mediante una «Lega dei popoli oppressi», i potentissimi vincitori è non solo ridicolo ma anche funesto. E’ funesto perché esso distrae il nostro popolo dalle reali possibilità cosicché questo si abbandona a speranze ed illusioni prive di fondamento. In verità, il Tedesco d’oggi somiglia a colui che, sul punto di affogare, si aggrappa ad ogni fuscello di paglia. Inoltre, può darsi che si tratti di persone molto pericolose, solite a dar la caccia ad ogni fantasma, non appena si mostri. Ma questa Lega delle nazioni oppresse, sia essa una Società di Nazioni o una nuova invenzione fantastica, troverà sempre migliaia di anime credule.

Ricordo le puerili e incomprensibili speranze che negli anni 1920-1921 sorsero nei circoli nazionali quando si disse che l’Inghilterra, in India, era prossima al crollo. Certi ciarlatani asiatici o, se volete, autentici «campioni della libertà indiana», che allora peregrinavano per l’Europa, erano riusciti ad infondere a uomini, del resto ragionevoli, l’idea fissa che l’impero britannico, il cui perno è l’India, appunto nell’India fosse prossimo a sfasciarsi. Non si resero conto che il loro desiderio era il padre di queste idee, né che le loro speranze erano assurde. Perché, quando dal crollo del dominio inglese in India essi aspettano la fine dell’impero britannico e della potenza inglese, ammettono così che l’India ha valore preminente per l’Inghilterra.

Ma è probabile che questo importantissimo problema sia ben noto non solo ai profeti tedesconazionali ma anche ai dirigenti della storia inglese. E’ puerile supporre che in Inghilterra non si apprezzi al suo giusto valore l’importanza dell’India per l’impero britannico. Ed è prova di non avere imparato nulla dalla guerra mondiale e di non conoscere o di fraintendere la risolutezza anglosassone l’immaginarsi che l’Inghilterra possa perdere l’India senza aver messo in giuoco l’ultima sua posta. Ed è prova altresì dell’incomprensione tedesca del modo in cui la Gran Bretagna permea e amministra il suo impero. L’Inghilterra perderà l’India, solo se essa medesima, nel meccanismo della sua amministrazione, soccomberà alla decomposizione razziale (cosa che ora non ha luogo in India) o se sarà costretta a perdere l’India dalla spada d’un possente nemico. Insurrezioni di Indiani non espelleranno mai gli Inglesi. Noi Tedeschi abbiamo imparato abbastanza quanto sia difficile far soccombere l’Inghilterra. Dico questo astraendo dal fatto che io, nella mia qualità di Germano, preferisco vedere l’India in potere degli Inglesi che di altri.

Altrettanto pietose sono le speranze riposte nella mitica rivolta dell’Egitto. La «guerra santa» può apportare ai nostri minchioni tedeschi la piacevole illusione che altri siano disposti a dissanguarsi per noi. Quasi sempre, a dire il vero, questa codarda speculazione è la madre di tali speranze. Ma in realtà l’illusione finirebbe presto sotto il fuoco tambureggiante delle compagnie di mitraglieri inglesi e la grandine delle bombe.

E’ impossibile dare l’assalto con una coalizione di storpii ad uno Stato potente, risoluto a versare per la propria esistenza, se è necessario, l’ultima goccia di sangue. A me, nazionalista apprezzante su basi razziste il valore dell’umanità, il riconoscimento del minor valore, dal punto di vista della razza, di quelle «nazioni oppresse» basta già per impedirmi di incatenare al destino di esse il destino del mio popolo.

Eguale posizione dobbiamo assumere oggi di fronte alla Russia. La Russia attuale, privata del suo ceto superiore germanico, non è, astraendo dalle intenzioni profonde dei suoi nuovi padroni, un possibile alleato nella lotta per la libertà del popolo tedesco. Dal puro aspetto militare, in caso d’una guerra russo-tedesca contro l’occidente europeo, ossia probabilmente contro il mondo intiero, la nostra situazione sarebbe catastrofica. La lotta si svolgerebbe non sul territorio russo ma sul tedesco, senza che la Germania potesse ricevere dalla Russia il minimo efficace appoggio. I mezzi di potenza dell’attuale Reich tedesco sono così pietosi, così inadatti ad una guerra estera, che sarebbe impossibile proteggere i nostri confini contro l’occidente europeo, compresa l’Inghilterra, e il territorio industriale tedesco sarebbe abbandonato indifeso agli assalti concentrati dei nostri avversari. Si aggiunga, che fra la Germania e la Russia si trova lo Stato polacco, completamente in mani francesi. Nel caso d’una guerra della Germania e della Russia contro l’occidente europeo la Russia dovrebbe anzitutto schiacciare la Polonia, per poter portare l’ultimo suo soldato al fronte tedesco. Ma non si tratterebbe tanto di soldati quanto di attrezzamento tecnico. E per questo riguardo si ripeterebbe, ancor più terribile, la situazione della guerra mondiale. Allora, l’industria tedesca fu accaparrata dai nostri gloriosi alleati e la Germania dovette condurre quasi da sola la guerra tecnica; in questa nuova guerra, la Russia, come fattore tecnico, non conterebbe quasi nulla. Noi non potremmo opporre quasi nulla alla motorizzazione generale del mondo, che già nella prossima guerra avrà importanza decisiva. La Germania è rimasta addietro in modo vergognoso in questo importantissimo campo; e col poco che possiede dovrebbe rifornire la Russia, che ancor oggi non possiede una sola fabbrica producente un camion che cammini. Così questa guerra assumerebbe il carattere d’un macello. La gioventù tedesca si dissanguerebbe ancor più che nel conflitto mondiale, perché, come sempre, l’onore di battersi peserebbe su noi soli, col risultato di una ineluttabile catastrofe.

Ma anche ammettendo che si producesse un miracolo e che questa guerra non finisse col totale annientamento della Germania, il risultato ultimo sarebbe questo, che il popolo tedesco dissanguato resterebbe, dopo come prima, confinante con grandi Stati militari, e la sua reale posizione non sarebbe in nessun modo migliorata.

Non si obbietti che, in un’alleanza con la Russia, non si dovrebbe pensare subito ad una guerra e che, in ogni modo, avremmo modo di prepararci a fondo ad una guerra. No. Un’alleanza che non si propone anche una guerra, è priva di senso e di valore. Si stringono alleanze solo per battersi. Anche se, nel momento in cui si conclude un trattato d’alleanza, la guerra è lontana, tuttavia la prospettiva d’uno sviluppo bellicoso è il motivo profondo dell’alleanza. E non si creda che le altre Potenze si ingannerebbero sul senso di quella Lega. O la coalizione russo-tedesca sussisterebbe solo sulla carta, e in tal caso non avrebbe per noi senso né valore, o dalla lettera del trattato passerebbe alla visibile realtà, — e il resto del mondo sarebbe avvisato. E’ ingenuità pensare che l’Inghilterra e la Francia in tal caso aspetterebbero dieci anni per dar tempo alla Lega russo-tedesca di terminare i suoi preparativi tecnici. No, la tempesta scoppierebbe presto sulla Germania. — Cosi già nel fatto della conclusione d’un’alleanza con la Russia è riposto il segnale d’una prossima guerra, il cui esito sarebbe la fine della Germania. Si aggiunga che:

1.) Gli attuali padroni della Russia non pensano affatto a contrarre onestamente un’alleanza o a tenerle fede.

Non si dimentichi mai che i dirigenti della Russia odierna sono volgari delinquenti coperti di sangue, la feccia dell’umanità, che, favorita dalle circostanze in un’ora tragica, diede l’assalto ad un grande Stato, scannò, avida di sangue, milioni di intellettuali ed esercita da quasi dieci anni il più tirannico dominio di tutti i tempi. E non si dimentichi che questi padroni appartengono ad un popolo che unisce la più bestiale crudeltà all’arte del mentire e si crede oggi più che mai chiamato ad imporre al mondo intiero il suo sanguinoso dominio. Non si dimentichi che l’ebreo internazionale, oggi padrone assoluto della Russia, vede nella Germania non un alleato ma uno Stato condannato alla stessa sorte della Russia. Non si conclude alleanza con un compagno il cui unico interesse è la distruzione dell’altro. E non la si conclude con gente per la quale nessun trattato è sacro, perché non vivono da uomini d’onore e sinceri ma quali rappresentanti della menzogna, dell’inganno, del furto, del saccheggio, della rapina. L’uomo che crede di potersi alleare con trattati ai parassiti somiglia all’albero che si proponesse di stringere, a proprio profitto, un accordo con un vischio.

2.) E’ sempre presente per la Germania quel pericolo a cui un giorno soccombette la Russia.

Solo un sempliciotto borghese può figurarsi che il bolscevismo sia domato. Egli, nel suo superficiale pensiero, non sospetta che qui si tratta di un fatto istintivo, ossia dell’aspirazione del popolo ebreo al dominio universale. Questo fatto è tanto naturale quanto l’impulso dell’Anglosassone ad accaparrarsi per conto suo la signoria della Terra. E come l’Anglosassone percorre a modo suo questa via e si batte con le sue armi, così fa l’ebreo. Egli fa la sua strada, quella d’insinuarsi nei popoli e di minarli; e si batte con le sue armi, la menzogna e la calunnia, l’avvelenamento e la disgregazione, finché non abbia sanguinosamente estirpato l’odiato avversario. Nel bolscevismo russo dobbiamo ravvisare il tentativo intrapreso dal giudaismo nel secolo ventesimo per conquistare la dominazione del mondo; così come in altre epoche mirò al medesimo fine con procedimenti diversi ma, in fondo, affini. I suoi sforzi sono radicati nel suo carattere. Un popolo non rinunzia da sé a seguire l’impulso della dilatazione della sua stirpe e della sua potenza: solo le circostanze esterne o l’impotenza senile possono costringerlo a rinunziarvi. Allo stesso modo, l’ebreo non interromperà mai, per spontanea rinunzia, la sua marcia verso la dittatura mondiale, né reprimerà il suo perpetuo impulso. Anch’egli sarà ricacciato indietro da forze esterne a lui, — a meno che le sue aspirazioni al dominio universale siano soppresse dalla sua morte. Ma l’impotenza dei popoli, la loro morte per vecchiaia, dipendono dal fatto che il loro sangue non è più puro. Invece, la purità del sangue conserva l’ebreo meglio di ogni altro popolo della Terra. Quindi egli proseguirà il suo fatale cammino finché si opponga a lui un’altra forza che, in una formidabile lotta, respinga a Lucifero colui che dà l’assalto al cielo.

Oggi, la Germania è il prossimo campo di battaglia del bolscevismo. Ci vuole tutta la forza d’un’idea che si traduce in una missione, per sollevare ancora il nostro popolo, scioglierlo dalle spire di quel serpente internazionale, e mettere fine all’intossicazione del nostro sangue. Solo così le forze della nostra nazione, diventate libere, possono servire alla sicurezza della nostra razza e impedire che si rinnovino le recenti catastrofi. Se ci si propone questa mèta, è follia allearsi ad un paese di cui è padrone il nemico mortale del nostro avvenire. Come potremo liberare il nostro popolo da un velenoso amplesso, se a questo amplesso ci abbandoniamo noi medesimi? Come potremo insegnare al lavoratore tedesco che il bolscevismo è un infame delitto contro l’umanità, se ci alleeremo noi stessi a questo aborto dell’inferno, se ne riconosceremo legittima l’esistenza? Con qual diritto condanneremo ancora chi nutre simpatia per la concezione mondiale del bolscevismo, se i dirigenti dello Stato avranno scelti per alleati i rappresentanti di quella concezione?

La lotta contro la bolscevizzazione ebraica del mondo esige una posizione chiara verso la Russia dei Soviet. Non si può scacciare il diavolo con Belzebù.

Se oggi perfino i circoli nazionalisti vaneggiano di un’alleanza con la Russia, io dico loro di guardarsi attorno in Germania e di rendersi conto di questo: chi siano coloro che li appoggiano nella loro azione. Credono forse, i nazionalisti, che sia benefica per il popolo tedesco una politica che è raccomandata e acclamata dalla stampa marxista internazionale? Da quando in qua i nazionalisti, nel combattere, hanno per scudiere l’ebreo?

Al vecchio Reich tedesco si poté fare un rimprovero essenziale quanto alla sua politica di alleanze: che esso guastò i suoi rapporti con tutti in grazia del suo eterno oscillare in qua e in là, per la morbosa voglia di conservare ad ogni costo la pace del mondo. Ma non gli si poté mai rimproverare di non aver conservato buoni rapporti con la Russia.

Confesso che già nell’anteguerra avrei ritenuto conveniente che la Germania, rinunziando all’assurda politica coloniale e alla marina mercantile e da guerra, facesse alleanza con l’Inghilterra contro la Russia, trapassando così, da una debole politica mondiale, ad una risoluta politica europea, mirante all’acquisto di territorio nel continente.

Non dimentico la costante sfacciata minaccia che la panslavista Russia d’allora osava fare alla Germania. Non dimentico le rinnovate mobilitazioni di prova aventi l’unico scopo di irritare la Germania, né le tendenze della politica russa all’odio contro il nostro popolo e contro il Reich. E non posso dimenticare che la grande stampa russa era assai più propensa alla Francia che a noi.

Tuttavia, prima della guerra avremmo potuto appoggiarci alla Russia per volgerci contro l’Inghilterra, dato che avessimo voluto far causa comune con questa.

Oggi, le cose stanno in altro modo. Se prima della guerra avremmo potuto, soffocando tutti i nostri sentimenti, marciare con la Russia, oggi non lo possiamo più. Da allora, la sfera dell’orologio mondiale è molto avanzata e, con forti rintocchi, ci annunzia l’ora in cui il destino del nostro popolo deve essere deciso in un modo o nell’altro.

L’attuale consolidamento dei grandi Stati della Terra è per noi l’ultimo ammonimento a rientrare in noi stessi, a portar via il nostro popolo dal mondo dei sogni e condurlo nella realtà, e mostrargli quella via verso l’avvenire che solo può condurre ad una nuova fioritura del vecchio Reich.

Se il movimento nazional-socialista, in considerazione di questo nuovo e grande compito, si libera da tutte le illusioni e prende per unica guida la ragione, la catastrofe del 1918 può tramutarsi, un giorno, in una benedizione per l’avvenire del nostro popolo. Da quel crollo può risultare per esso un orientamento del tutto nuovo della nostra attività nella politica estera: la nazione tedesca rafforzata all’interno dalla sua nuova concezione mondiale, potrà giungere a stabilizzare in modo definitivo la sua politica verso l’estero. Potrà allora ottenere ciò che l’Inghilterra possiede e la Russia possedette, ciò che fa sì che la Francia prenda sempre le medesime decisioni, favorevoli, in ultima analisi, al suo interesse, cioè: un testamento politico.

Il testamento politico della nazione tedesca per il suo modo di agire verso l’estero deve suonare così:

Non tollerate mai che sorgano in Europa due Potenze continentali. In ogni tentativo di organizzare ai confini della Germania una seconda Potenza militare, sia pure in forma della creazione d’uno Stato capace di diventare una Potenza militare, ravvisate un attacco contro la Germania. Questo attacco vi darà non solo il diritto ma il dovere di impedire con ogni mezzo, compreso l’uso delle armi, la nascita d’un tale Stato, o di abbatterlo se è già nato. — Fate in modo che la forza del nostro popolo abbia la sua base non in colonie ma nel territorio della nostra patria in Europa. Non considerate mai sicuro il Reich, se non è in grado di dare ad ogni rampollo del nostro popolo un pezzo di terra suo proprio. Non dimenticate mai che il più sacro di tutti i diritti è il diritto alla terra che un uomo vuol coltivare da sé, e che il sacrificio più sacro è il sangue che si versa per l’acquisto e la difesa detta terra.

***

Non vorrei chiudere questo capitolo senza accennare ancora all’unica possibilità di alleanza che esista oggi per noi in Europa. Nel capitolo precedente, ho già indicato l’Inghilterra e l’Italia come i due soli Stati europei con cui valga la pena e sia utile sforzarci di stringere intimi rapporti. Voglio qui sfiorare l’importanza militare d’una simile alleanza.

Le conseguenze militari della conclusione di quest’alleanza sarebbero opposte a quelle di un’alleanza con la Russia. Importantissimo è il fatto che un’avvicinamento all’Inghilterra e all’Italia non provocherebbe, per sé stesso, un pericolo di guerra. L’unica Potenza che potrebbe prendere posizione contro questa alleanza, la Francia, non sarebbe in grado di opporsi con la guerra. Ma l’alleanza darebbe alla Germania la possibilità di fare con tutta tranquillità quei preparativi che, data una simile coalizione, dovrebbero essere presi per una spiegazione con la Francia.

L’importanza di tale coalizione è riposta in questo, che la Germania, per essa, non è più esposta ad un’improvvisa invasione nemica, e spezza l’alleanza avversaria: l’Intesa, alla quale dobbiamo tante sventure, si scioglie da sé e con ciò il nemico mortale del nostro popolo, la Francia, resta ridotta all’isolamento. Anche se, dapprima, questo successo avrà solo un effetto morale, esso basterà a dare alla Germania una libertà di movimento di cui non possiamo nemmeno formarci una idea. Perché la legge dell’azione si troverebbe nelle mani della nuova coalizione anglo-tedesco-italiana, e non più in quelle della Francia.

Altro successo sarebbe questo, che, di colpo, la Germania sarebbe sbarazzata della sua sfavorevole situazione strategica. Da un lato una formidabile protezione dei fianchi, dall’altro la piena sicurezza dell’approvvigionamento di viveri e materie prime, sarebbero il benefico effetto del nuovo ordinamento degli Stati.

Ma ancor più importante sarebbe questo, che la nuova alleanza racchiuderebbe Stati integrantisi a vicenda nel campo delle prestazioni tecniche. Per la prima volta la Germania avrebbe alleati che non succhierebbero come sanguisughe la nostra economia ma contribuirebbero in parte a completare la nostra attrezzatura tecnica.

Non è da trascurare un ultimo fatto: quei due alleati non sarebbero da paragonare con la Turchia o la Russia d’oggi. La più grande Potenza mondiale e un giovane Stato nazionale offrirebbero ben altri elementi per una lotta in Europa che i putridi cadaveri di Stati ai quali la Germania si alleò nell’ultima guerra.

Certo, come già dissi, grandi difficoltà si oppongono a questa alleanza. Ma fu forse opera meno difficile la formazione dell’Intesa? Quello che riuscì al re Edoardo VII, in parte contro interessi naturali, può e deve riuscire anche a noi, se il riconoscimento della necessità di questo sviluppo ci spinge ad agire in questo senso, vincendo ogni nostro sentimento contrario. Ciò sarà possibile quando, spinti dalla necessità, alla difettosa politica estera degli ultimi decenni, priva d’ogni meta, sostituiremo un’altra che sia consapevole e ci faccia percorrere l’unica via giusta. Lo scopo prossimo della nostra politica estera non deve essere un orientamento ad ovest, o ad est, ma una politica orientale, diretta all’acquisto della terra indispensabile al popolo tedesco. Ma per far ciò occorre forza; ora, il nemico mortale detta nostra nazione, la Francia, ci strozza senza pietà e ci priva della forza. Quindi dobbiamo assoggettarci ad ogni sacrificio idoneo a distruggere lo sforzo francese di egemonia europea. Oggi, è nostra naturale alleata ogni Potenza che consideri, come noi, intollerabile la pretesa della Francia di dominare sul continente. Nessuna via per arrivare a queste Potenze ci deve sembrare troppo ardua e nessuna rinunzia troppo grave, se ci offre, come risultato finale, la possibilità di abbattere il peggiore fra coloro che ci odiano. Lasciamo al tempo la cura di sanare le nostre minori piaghe, se possiamo cauterizzare e chiudere la più grave.

Com’è naturale, oggi ci esponiamo al furioso latrato dei nemici interni del nostro popolo. Ma noi nazional-socialisti non ci lasceremo da esso distogliere dal predicare ciò che, secondo la nostra profonda convinzione, è necessario. Dobbiamo opporci alla corrente della pubblica opinione, istupidita dalla scaltrezza degli ebrei nello sfruttare la spensieratezza tedesca. Spesso le onde di questa pubblica opinione mugghiano e strepitano contro di noi; ma chi nuota con la corrente richiama l’attenzione meno di chi resiste alle acque. Oggi noi siamo solo uno scoglio; in pochi anni il destino può fare di noi una diga contro la quale la corrente generale si romperà per scorrere in un letto nuovo.

Occorre quindi che, agli occhi del resto del mondo, il nostro movimento sia riconosciuto quale rappresentante d’un determinato programma politico. Qualunque sorte il Cielo ci riserbi, noi dobbiamo essere riconosciuti già dalla visiera.

Quando avremo ammessa la grande necessità che deve determinare la nostra attività nella politica estera, ci deriverà da questa ammissione la forza di sostenere con tenacia il fuoco tambureggiante della stampa avversaria: quel fuoco che, talvolta, fa sì che taluno si spaventi e, per non avere tutti contro di sé, propenda a fare una concessione in questo o quel campo e a mettersi ad urlare coi lupi.

CAPITOLO XV

LA LEGITTIMA DIFESA E’ UN DIRITTO

Dopo che, nel novembre 1918, furono deposte le armi, venne iniziata una politica che, secondo le previsioni umane, doveva lentamente condurre alla nostra completa soggezione. Analoghi esempi tratti dalla storia mostrano che quei popoli che senza imperiosi motivi depongono le armi, in seguito preferiscono subire le umiliazioni e i ricatti più gravi che tentar di mutare la loro sorte ricorrendo di nuovo alle armi.

Ciò è umanamente spiegabile. Un accorto vincitore imporrà sempre, in parte, le sue esigenze al vinto. Con un popolo privo di carattere (e tale è quello che si assoggetta di propria volontà) può contare che esso non trovi più, in ciascuna delle oppressioni a cui è sottoposto, un motivo sufficiente per afferrare di nuovo le armi. Ma quanti più ricatti subisce, tanto più trova ingiustificato l’opporsi ad uno nuovo, dopo aver già tollerati in silenzio tanti altri, e maggiori, mali.

La fine di Cartagine è l’immagine spaventosa dell’auto-esecuzione d’un popolo, per colpa propria. Perciò, anche Clausewitz nelle sue «Tre Confessioni» enuncia in modo incomparabile quest’idea e la fissa per tutti i tempi: «La scandalosa macchina di un vile assoggettamento non può mai essere cancellata. Questa goccia di veleno nel sangue di un popolo trapassa nei posteri, paralizza e spegne la forza delle successive generazioni. All’opposto, il tramonto stesso della libertà dopo una lotta sanguinosa e onorevole assicura la risurrezione del popolo ed è il nocciolo vitale dal quale un giorno un nuovo albero trarrà sicure radici».

Certo, una nazione diventata priva d’onore e di carattere si curerà poco di questo insegnamento.

Chi invece ne è animato, non può cadere molto in fondo: solo chi lo dimentica o non ne vuol più sapere, crolla. Dagli autori d’una soggezione codarda non si può aspettare che ad un tratto si mettano ad agire in altro modo, basandosi sulla ragione e sull’esperienza umana. All’opposto, appunto costoro ripudieranno una simile dottrina. In ultimo, o il popolo si sarà abituato per sempre a portare il giogo degli schiavi, o saliranno alla superficie forze migliori che strapperanno il potere di mano ai pazzi corruttori. Nel primo caso, questa gente non si troverà troppo male, poiché non di rado lo scaltro vincitore le affida l’incarico di sorvegliare gli schiavi: ed essa lo eserciterà più spietatamente di quanto farebbe un crudele straniero nominato dal nemico stesso.

Gli avvenimenti posteriori al 1918 mostrano che in Germania, purtroppo, la speranza di acquistarsi con una volontaria soggezione la grazia del nemico determina in modo funesto le vedute politiche e l’azione della larga massa. Dico larga massa, perché non mi posso persuadere che l’operato dei dirigenti del nostro popolo debba essere attribuito ad un’eguale funesta illusione. Dalla fine della guerra le nostre sorti sono guidate, in modo ormai palese, da ebrei: perciò non è possibile ammettere che solo la mancanza di giudizio sia la causa delle nostre sventure: anzi, si deve credere che una cosciente intenzione trascini all’abisso il nostro popolo. Se si esamina da questo punto di vista l’apparente follia della nostra politica estera, questa si rivela come un freddo e raffinato procedimento logico al servizio dell’idea e della lotta ebraica per la conquista del mondo.

Così appare comprensibile che quel medesimo tratto di tempo che dal 1806 al 1813 era bastato ad empire la Prussia, dopo il suo crollo totale, di nuova energia e combattività, oggi sia trascorso inutilizzato, anzi, abbia sempre più indebolito il nostro Stato. Sette anni dopo il novembre 1918 fu sottoscritto il Patto di Locarno!

Le cose andarono come s’è detto. Una volta che si ebbe sottoscritto lo scandaloso armistizio, non si ebbe più né l’energia né il coraggio di opporre improvvisa resistenza alle sempre rinnovantisi misure oppressive degli avversari. Gli avversari erano troppo accorti per pretendere troppo in una volta. Restrinsero sempre i loro ricatti a quella misura che, a parer loro o dei nostri dirigenti tedeschi, era per il momento sopportabile, cosicché non ci fosse da temere un’esplosione dell’animo popolare. Ma quanto più si sottoscriveva a queste imposizioni e si tolleravano, tanto meno pareva giustificato fare, per un solo nuovo ricatto o imposizione, ciò che non si era fatto per tanti altri: resistere! Questa è la «goccia di veleno» di cui parla Clausewitz: la originaria mancanza di carattere, che deve sempre intensificarsi e che grava come triste retaggio sulle future generazioni.

Essa può diventare uno spaventoso peso di piombo, e allora un popolo non lo scuote più e trascina un’esistenza da schiavo.

Così si alternarono in Germania editti che ci disarmarono e ci asservirono, impotenza politica e saccheggio economico; e in ultimo nacque quello spirito che ravvisò nel patto Dawes una fortuna e nel patto di Locarno un successo. Da un punto di vista superiore, si può parlare di una sola fortuna fra tanta miseria, della fortuna che, se si possono istupidire uomini, non si può corrompere il Cielo. Il Cielo ci negò la sua benedizione: da allora, le pene e le preoccupazioni divennero le costanti compagne del nostro popolo, e la nostra sola fedele alleata è la miseria. Anche in questo caso il destino non ha fatto eccezioni: ci ha dato quello che ci siamo meritati. Poiché non sapemmo apprezzare l’onore, esso ci insegna ad apprezzare la libertà del pane. Ora la gente ha imparato ad invocare il pane: un giorno pregherà per avere la libertà.

Il crollo della nostra nazione negli anni successivi al 1918 fu evidente e amaro; eppure, proprio in questi anni, fu aspramente perseguitato chiunque seppe profetare ciò che poi avvenne. La direzione del nostro popolo fu cattiva, pietosa, ma fu altrettanto presuntuosa nell’eliminare gli sgraditi ammonitori.

Si videro allora, e si vedono ancor oggi, grandi reste di paglia parlamentari, veri sellai e guantai (non soltanto di mestiere, ciò che avrebbe significato poco) salire ad un tratto sul piedistallo dell’uomo di Stato e governare di lassù i piccoli mortali, e far loro la predica. Poco importa che un simile «statista», già dopo sei mesi, sia smascherato e urlato e schernito da tutti e abbia fiata la prova completa della sua incapacità! Anzi, quanto meno gli statisti parlamentari di questa repubblica rendono reali servigi al paese, tanto più perseguitano coloro che esigono da essi servigi, che osano constatare il fallimento della loro attività e predicano il fiasco delle loro opere future. Quando questo preteso statista non può più contestare lo scacco definitivo della sua attività, e i risultati dello scacco, trova mille ragioni per oscurare i suoi insuccessi e non vuole ammettere di essere la ragione precipua di tutto il male.

***

Al più tardi nell’inverno 1922-23 si sarebbe dovuto capire da tutti che la Francia, anche dopo la conclusione della pace, si sforzava, con ferrea coerenza, di raggiungere quello scopo di guerra che in origine si era proposto. Perché nessuno dovrà credere che la Francia, nella più decisiva lotta della sua storia, abbia messo in giuoco per quattro anni e mezzo il non copioso sangue del suo popolo solo per ottenere, con le «riparazioni», il risarcimento dei danni sofferti. L’Alsazia-Lorena stessa non basterebbe a spiegare l’energia con cui la Francia condusse la guerra, se non si fosse trattato anche di realizzare in parte il grande programma della politica estera francese. Questo programma consiste nel dissociare la Germania in una quantità di piccoli Stati. Per questo si batté la Francia sciovinista, vendendo, in realtà il suo popolo, come lanzichenecco, all’ebreo internazionale.

Lo scopo francese di guerra avrebbe potuto essere raggiunto con la conflagrazione mondiale, se, come in principio si sperava a Parigi, la lotta si fosse svolta su territorio tedesco. Immaginiamo che le sanguinose battaglie della grande guerra non si siano svolte nella Somme, in Fiandra, nell’Artois, davanti a Varsavia, a Nishnii Novgorod, a Kowno, a Riga, ma in Germania, nella Ruhr o sul Meno, sull’Elba, presso Hannover, Lipsia, Norimberga ecc.: e dovremo ammettere che sarebbe stata possibile la distruzione della Germania. E’ dubbio se il nostro giovane Stato federale avrebbe potuto sostenere per quattro anni e mezzo la dura prova che sostenne la Francia centralizzata da secoli e tutta guardante al suo incontestato e entro, Parigi. Se questo formidabile conflitto di popoli si svolse fuori dai confini della nostra patria, ciò fu merito immortale del nostro vecchio esercito ed anche una grande fortuna per l’avvenire tedesco. Sono convinto che, se non fosse stato così, oggi non vi sarebbe più un Reich tedesco ma solo «Stati tedeschi». E questa è l’unica ragione per cui il sangue dei nostri amici e fratelli caduti non fu versato invano.

E le cose andarono in ben altro modo. La Germania, è vero, nel novembre 1918 crollò con la rapidità del lampo. Ma quando sopravvenne all’interno la catastrofe, gli eserciti si trovavano ancora, profondamente, in territorio nemico. Allora, il primo pensiero della Francia non fu la dissociazione della Germania, ma il modo di far uscire al più presto gli eserciti tedeschi dalla Francia e dal Belgio. Quindi, alla fine della guerra, per il governo parigino il primo compito fu quello di disarmare gli eserciti tedeschi e ricacciarli tosto in Germania: solo in seconda linea esso poté dedicarsi a realizzare il vero e originario scopo di guerra. Ma in ciò la Francia era paralizzata. In Inghilterra, il conflitto era in realtà finito vittoriosamente con la distruzione della Germania quale Potenza coloniale e commerciale e con l’abbassamento di quella al livello di Stato di second’ordine. Non si aveva colà interesse alla totale soppressione dello Stato tedesco, anzi si avevano buone ragioni di desiderare che in avvenire ci fosse in Europa un rivale della Francia. Quindi la politica francese dovette proseguire, in tempo di pace, con un risoluto lavoro ciò che la guerra aveva avviato; e il detto di Clemenceau, che per lui la pace era solo la continuazione della guerra, ricevette un alto significato.

Si dovette con costanza, cogliendo ogni occasione, scuotere la compagine del Reich. Mandando sempre nuove note per esigere il disarmo, ed esercitando ricatti economici resi possibili dal disarmo, si sperava a Parigi di potere a poco a poco sciogliere la compagine del Reich. Quanto più si spegneva in Germania l’onore nazionale, tanto più la pressione economica e la perpetua miseria potevano avere effetti politici distruttori. Questo sistema di oppressione politica e di saccheggio economico, proseguito per dieci o venti anni, deve rovinare per gradi il miglior corpo nazionale e, in certe circostanze, dissolverlo. Allora sarà definitivamente raggiunto lo scopo francese di guerra. Nell’inverno 1922-23, le intenzioni della Francia avrebbero dovuto essere già da lungo tempo riconosciute. Due sole possibilità restavano: si poteva pensare o a smussare per gradi la volontà francese opponendole la tenacia tedesca, o a fare infine ciò che è inevitabile, — tener fronte, in qualche caso troppo intollerabile, al nemico. Certo, ciò significava una lotta per la vita e per la morte. Si poteva sperare di vivere solo se prima si riusciva ad isolare la Francia in modo che questa seconda lotta non fosse più una guerra della Germania contro il mondo intiero, ma una difesa della Germania contro la Francia, minacciante il mondo e la sua pace.

Sono convinto che questo secondo caso deve, un giorno o l’altro, verificarsi. Non credo che possano mutare i propositi della Francia a nostro riguardo; perché, in fondo, essi sono conformi ai bisogni di autoconservazione della nazione francese. Se io fossi francese, se la grandezza della Francia mi fosse così cara come mi è sacra quella della Germania, io non dovrei né potrei agire diversamente da Cleinenceau. La nazione francese, che va diminuendo di numero e perdendo i migliori elementi della sua razza, a lungo andare può conservare la sua importanza nel mondo solo se dissolve la Germania. La politica francese può fare mille giri tortuosi, ma questo sarà sempre lo scopo finale, l’unico che possa adempiere le sue aspirazioni e soddisfare i suoi desideri. Ma è errore credere che una volontà soltanto passiva, non mirante ad altro che alla propria conservazione, possa a lungo andare resistere ad una volontà attiva. Finché l’eterno conflitto fra Germania e Francia si svolgerà solo nella forma d’una difesa tedesca contro l’attacco francese, non verrà mai deciso, e, di secolo in secolo, la Germania perderà una posizione dopo l’altra, Si studino le mutazioni dei confini linguistici tedeschi dai secolo XII ad oggi, e non si vorrà proseguire in una condotta e in uno sviluppo che ci hanno già recato tanto danno.

Quando i Tedeschi si saranno reso pieno conto di ciò, la volontà di vita della nostra nazione non si raggrinzerà più in una resistenza passiva ma si raccoglierà per arrivare ad una spiegazione definitiva con la Francia e si scaglierà in un’ultima lotta decisiva, dove la Germania si proporrà grandi mete. Solo allora sarà possibile mettere termine all’eterno e infecondo contrasto tra Francia e Germania; certo, con la premessa che la Germania veda, nell’annientamento della Francia, niente altre che un mezzo per poter finalmente procurare al nostro popolo la necessaria espansione da un’altra parte. Vi sono oggi in Europa ottanta milioni di Tedeschi! E la nostra politica estera sarà riconosciuta buona solo quando, dopo un centinaio d’anni, 250 milioni di Tedeschi vivranno sul nostro continente, non pigiati come i coolies nelle fabbriche d’un altro continente, ma in qualità di contadini e operai che a vicenda si procurano, col loro lavoro, i mezzi di vita.

Nel dicembre 1922 la situazione tra Germania e Francia parve aggravarsi di nuovo in modo particolare. La Francia si proponeva di esercitare nuovi enormi ricatti, e aveva perciò bisogno di pegni. Al saccheggio economico doveva precedere una pressione politica, e i Francesi credettero che solo un violento attacco al sistema nervoso centrale della vita tedesca potesse mettere sotto il giogo il nostro popolo «ricalcitrante». Occupando la Ruhr, la Francia sperò di spezzare la spina dorsale della Germania dal punto di vista morale, e di metterci in una condizione economica così grave da costringerci ad assumere qualsiasi obbligo, anche il peggiore. Si trattava di piegare e spezzare la Germania. E la Germania dapprima si piegò e più tardi finì col crollare.

Con l’occupazione della Ruhr, il desiino offrì ancora una volta alla Germania la mano perché si rialzasse. Perché quella che nel primo momento apparve come una grave sciagura, ad un più attento esame mostrò di racchiudere la possibilità di mettere termine alle nostre sofferenze.

In politica estera, l’occupazione della Ruhr da parte della Francia alienò per la prima volta da questa Potenza l’Inghilterra: non solo i circoli diplomatici inglesi, che avevano conclusa e tenuta viva per freddo calcolo l’alleanza con la Francia, ma anche larghi strati del popolo inglese.

L’economia britannica accolse con malcelata inquietudine quel nuovo enorme rafforzamento di una potenza continentale. Ora la Francia, dal solo punto di vista della politica militare, assumeva in Europa una posizione superiore a quella occupata un giorno dalla Germania, e, inoltre, otteneva basi economiche che le attribuivano quasi un monopolio e rendevano impossibile ogni concorrenza tanto in politica quanto in economia. Le più grandi miniere di ferro, i più vasti campi di carbone d’Europa si trovavano ormai adunati nelle mani di una nazione che, a differenza della Germania, svolgeva opera attiva e decisa in tutto il mondo per i suoi interessi e che nella grande guerra aveva dato prova della sua potenza militare. L’occupazione francese della Ruhr strappava di mano all’Inghilterra i vantaggi ottenuti con la guerra: ora il trionfatore non era più l’alacre e attiva diplomazia britannica ma il maresciallo Foch e La Francia da lui rappresentata.

Anche lo stato d’animo dell’Italia verso la Francia che già, dopo la fine della guerra, non era roseo, si tramutò in vero odio. Fu quello il grande momento storico in cui gli ex-alleati potevano diventare nemici fra loro. Se ciò non avvenne; se gli alleati non si accapigliarono fra loro com’era accaduto nella seconda guerra balcanica, ciò fu dovuto al fatto che la Germania non possedeva un Enver pascià, ma soltanto un Cancelliere Cuno.

Ma non solo in politica estera, sibbene anche in politica interna l’occupazione francese della Ruhr schiuse alla Germania grandi possibilità d’un miglior avvenire. Una parte notevole del nostro popolo che, grazie alla costante influenza della sua bugiarda stampa, ravvisava ancora nella Francia il campione del progresso e della libertà, fu guarito ad un tratto dalla sua illusione. Come l’anno 1914 scacciò dalla testa dei nostri lavoratori i sogni d’una solidarietà internazionale dei popoli, e li ricondusse nel mondo dell’eterna lotta, dove ogni essere si nutre di un altro essere, e la morte del più debole costituisce la vita del più forte, — così avvenne anche nella primavera del 1923.

Quando il Francese mise in atto le sue minacce, e penetrò, dapprima con esitazione e cautela, nel bacino carbonifero della bassa Germania, suonò per la Germania un’ora grande, decisiva. Se, in quel momento, il nostro popolo avesse mutato non solo la mentalità ma anche la condotta, la Ruhr poteva diventare per la Germania ciò che Mosca era stata per Napoleone. C’erano due sole possibilità: O lasciar capitare anche questo e non far nulla, o, volgendo lo sguardo del popolo tedesco alle ardenti fucine e ai fumanti forni, creare in esso l’ardente volontà di metter fine a questa eterna vergogna, e di preferire il momentaneo terrore atta sopportazione di un terrore senza fine. Scoprire una terza via, fu merito immortale del Cancelliere d’allora, Cuno, e fu merito ancor più glorioso del mondo dei partiti tedeschi l’ammirare Cuno e collaborare con lui.

Sottoporrò qui a rapido esame la seconda via: La Francia, occupando la Ruhr, aveva commessa una clamorosa violazione del trattato di Versailles. S’era messa in contrasto anche con parecchie delle Potenze garanti, e in modo particolare con l’Inghilterra e l’Italia. Essa non poteva sperare nessun appoggio da questi Stati per la sua egoistica brigantesca incursione. L’avventura doveva avere per sé qualche buon risultato. Per un governo tedesco nazionale c’era una sola via, quella prescritta dall’onore. Certo, in principio non si poteva opporre alla Francia un’attiva resistenza armata; ma ci si doveva rendere conto che qualsiasi contegno sarebbe rimasto sterile e ridicolo se non avesse avuto la forza dietro di sé. Era assurdo, se non era possibile una resistenza attiva, dichiarare: «non vogliamo trattative!», ma fu assurdo consentire in ultimo a trattative senza avere, dietro sé, la forza.

Non avremmo potuto impedire con misure militari l’occupazione della Ruhr. Solo un pazzo avrebbe presa una simile decisione. Ma, sotto l’impressione prodotta da quel gesto della Francia e durante il tempo della sua esecuzione, si poteva e si doveva pensare (sema riguardo al trattato di Versailles violato dalla Francia stessa) ad assicurarsi quelle risorse militari di cui avrebbero potuto valersi più tardi i negoziatori. Perché fin dall’inizio fu chiaro che la sorte di questo bacino occupato dalla Francia sarebbe decisa un giorno ad un tavolo di Conferenza. Ma altrettanto chiaro doveva essere che anche i migliori negoziatori non otterrebbero nessun successo se non si appoggiassero al braccio armato del loro popolo. Un ometto debole non può lottare con atleti, e un negoziatore debole dovette sempre tollerare che Brenne gettasse la sua spada sul piatto della bilancia, se non aveva una spada sua da gettare sull’altro piatto. Fu una vera pietà l’assistere alle commedie di negoziati che precedettero sempre, a partire dal 1918, le diverse imposizioni a noi fatte. Offrimmo al mondo un umiliante spettacolo, consentendo ad essere dapprima invitati, quasi per ischerno, ad un tavolo di Conferenza, dove poi ci erano presentati programmi e decisioni già prese, sulle quali ci era permesso di discorrere ma che dovevamo considerare come invariabili. Certo, i nostri negoziatori furono sempre assai mediocri e giustificarono fin troppo lo sfacciato linguaggio di Lloyd George che fece la seguente beffarda osservazione a proposito del Cancelliere del Reich, Simon: «I Tedeschi non sanno scegliersi uomini di spirito in qualità di capi e rappresentanti». Ma anche gemi, data la risoluta volontà di potenza del popolo nemico e la pietosa impotenza del popolo loro, avrebbero potuto ottenere ben poco.

Chi, nella primavera del 1923, avesse voluto prendere occasione dall’ingresso dei Francesi nella Ruhr per ricostruire mezzi di potenza militari, avrebbe dovuto dare, prima, alla nazione le armi spirituali, rafforzare la volontà ed eliminare i distruttori di questa preziosa energia nazionale. Nel 1919 espiammo con molto sangue il fatto di non avere, nel 1914 e nel 1915, schiacciato per sempre il capo al serpente marxista: ed ora espiamo il fatto di non avere, nella primavera del 1923, colta l’occasione di sopprimere una volta per tutte i marxisti traditori del paese e assassini del popolo. Ogni pensiero di efficace resistenza alla Francia era assurdo se non si indiceva guerra a quelle forze che, cinque anni prima, avevano, dall’interno, spezzata la resistenza tedesca sui campi di battaglia. Solo spiriti borghesi poterono nutrire l’incredibile opinione che il Marxismo fosse diventato un altro e che i canaglieschi capi che nel 1918 calpestarono freddamente due milioni di morti per meglio arrampicarsi agli scanni del governo, ad un tratto, nel 1923, fossero disposti a pagare il loro tributo alla coscienza nazionale. Idea incredibile e assurda fu quella che i traditori del paese si trasformassero all’improvviso in campioni della libertà tedesca. Come una iena non abbandona la carogna, così il marxista non rinunzia a tradire la patria. Mi si risparmi, prego, la sciocca obbiezione che tuttavia tanti lavoratori versarono il sangue per la Germania. Sì, erano lavoratori tedeschi, ma non più marxisti internazionali. Se nel 1914 il proletariato tedesco fosse consistito di marxisti veri, la guerra sarebbe terminata dopo tre settimane. La Germania sarebbe crollata avanti che il primo soldato avesse messo piede di là dai confini. Se il popolo tedesco si batté, fu segno che l’errore marxista non aveva ancora potuto penetrare a fondo. Ma l’operaio e il soldato tedesco, di mano in mano che nel corso della guerra ricadevano in potestà dei dirigenti marxisti, erano perduti per la patria.

Se all’inizio e durante la guerra si fossero tenuti sotto i gas velenosi dodici o quindici migliaia di quegli ebraici corruttori del popolo come dovettero restare sotto i gas, in campo, centinaia di migliaia dei migliori lavoratori tedeschi di tutti i ceti e di tutti i mestieri, non invano sarebbero periti al fronte milioni di vittime. Eliminando in tempo dodicimila furfanti, si sarebbe salvata la vita ad un milione di Tedeschi, preziosi per l’avvenire. Ma fu degno della «politica» borghese l’abbandonare, senza batter ciglio, milioni di creature ad una morte sanguinosa sul campo di battaglia, e considerare sacre dieci o dodici migliaia di traditori del popolo, imbroglioni, usurai e impostori, proclamandoli intangibili. Quale è maggiore, nel mondo borghese: la debolezza, la codardia, o l’abbietta mentalità? In verità, è sacra al tramonto una classe che, purtroppo, trascina con sé nell’abisso un popolo intiero.

Nel 1923, la situazione era la stessa che nel 1918. A qualunque genere di resistenza ci si appigliasse, occorreva anzitutto eliminare dal corpo della nostra nazione il veleno marxista. E, a mio parere, era allora primo compito d’un governo realmente nazionale cercare e trovare forze risolute a dichiarare guerra a morte al Marxismo, e poi lasciare via libera a queste forze. Era suo dovere non già propugnare ad ogni costo «la calma e l’ordine» quando il nemico esterno inferiva alla patria un gravissimo colpo e, all’interno, il tradimento stava in agguato ad ogni angolo di strada.

No, un governo realmente nazionale doveva desiderare, allora, l’opposto della calma e dell’ordine, se nel disordine e nell’agitazione era possibile e aveva luogo una spiegazione coi marxisti, nemici capitali del nostro popolo. Se non si faceva questo, era follia pensare ad una resistenza, di qualsiasi genere.

Certo, una resa dei conti da parte dei marxisti, avvenimento d’importanza mondiale, non può aver luogo secondo lo schema preparato da un Consiglio segreto o da una vecchia arida anima di ministro, ma secondo le eterne leggi della vita su questa Terra, che sono e restano quelle della lotta per l’esistenza. Si doveva tener presente che spesso dalle più sanguinose guerre civili esce un sano e forte corpo di nazione, mentre da una pace mantenuta artificialmente nasce la putrefazione. Non si cambiano con guanti di pelle fina i destini dei popoli. Si doveva nel 1923 agire con brutalità per impadronirsi delle vipere che si nutrivano del sangue del nostro popolo. Se si riusciva, si dava un senso ai preparativi di resistenza attiva.

Allora io parlai in pubblico molte volte cercando di spiegare almeno ai circoli cosiddetti nazionali che cosa fosse in giuoco, e che ripetendo gli errori commessi nel 1914 e negli anni seguenti saremmo arrivati, come nel 1918. ad una catastrofe. Ho sempre invocato che si lasciasse libero corso al destino e si desse al nostro movimento la possibilità di spiegarsi col marxismo: ma predicai ai sordi. Costoro, compreso il capo della forza armata, seppero meglio di me che cosa convenisse fare; e finirono col sottoscrivere la più turpe capitolazione di tutti i tempi.

Io mi resi ben conto che la borghesia tedesca era al termine della sua missione e non era più in grado di assolvere nessun compito. Allora riconobbi che i partiti borghesi litigavano col marxismo per pura invidia, per solo spirito di concorrenza, senza nessuna seria volontà di distruggerlo; in fondo, s’erano da tempo acconciati all’annientamento della patria, ed erano mossi solo dalla grande preoccupazione di poter partecipare al convito funebre. Solo per questo «combattevano» ancora.

Fu quello il tempo in cui, — lo confesso apertamente, — concepii profonda ammirazione per il grand’uomo a sud delle Alpi che, pieno di fervido amore per il suo popolo, non venne a patti col nemico interno dell’Italia ma volle annientarlo con ogni mezzo. Ciò che farà annoverare Mussolini fra i grandi di questa Terra è la decisione di non spartirsi l’Italia col marxismo ma di salvare dal marxismo, distruggendolo, la sua patria.

A petto di lui, quanto appaiono meschini i nostri statisti tedeschi! E da quale nausea si è colti al vedere queste nullità osar criticare chi è mille volte più grande di loro! Quanto è buffo pensare che ciò avviene in un paese che ancora cinquant’anni fa aveva alla testa un Bismarck!

Questo stato d’animo della borghesia, e la moderazione usata col marxismo, decisero nel 1923 il destino d’ogni resistenza attiva nella Ruhr. Era pura follia il voler lottare con la Francia avendo nelle proprie file il nemico mortale. Non si potè più far altro che una schermaglia, svolta per dare qualche soddisfazione all’elemento nazionale tedesco, tranquillare la «ribollente anima popolare», o, meglio, ingannarla. Se gli statisti del 1923 avessero creduto sul serio a ciò che facevano, avrebbero dovuto riconoscere che la forza d’un popolo si trova, in prima linea, non nelle sue armi ma nella sua volontà, e che per vincere il nemico esterno bisogna prima debellare l’interno: altrimenti, guai, se la guerra non è già il primo giorno coronata dalla vittoria! Basterà l’ombra d’una sconfitta per spezzare la resistenza d’un popolo non liberato dal nemico interno, e per dare all’avversario la vittoria definitiva.

Questo si poteva predire nel 1923. Non si dica che era dubbio un successo militare contro la Francia! Se l’invasione francese della Ruhr non avesse prodotto altro effetto che la distruzione del Marxismo all’interno della Germania, sarebbe bastata per mettere il successo dalla nostra parte. Una Germania sbarazzata da questi nemici mortali della sua esistenza e del suo avvenire, possederebbe forze che nessuno sarebbe capace di soffocare. Il giorno in cui in Germania il marxismo sarà spezzato, le catene tedesche saranno infrante per sempre. Perché noi, nel corso della nostra storia, non fummo mai debellati dalla forza dei nostri avversari, ma solo dai nostri propri vizi e dai nemici che si trovavano nel nostro campo.

Il governo tedesco d’allora, poiché non seppe decidersi ad un atto eroico, avrebbe potuto percorrere la prima via: quella di non far nulla e lasciare che le cose andassero come volevano.

Ma nella grande ora il Cielo donò alla Germania un grande uomo, il signor Cuno. Non era uno statista o un politico di professione e tanto meno di nascita: ma rappresentava una varietà di dilettanti della politica ai quali si ricorre solo per il disbrigo di determinati compiti: piuttosto, era esperto di affari. Questa fu una maledizione per la Germania, perché questo commerciante, quando fece della politica, vide anche nella politica un’impresa economica e oriente in conformità la sua azione.

«La Francia occupò la Ruhr: che c’è nella Ruhr? Carbone. Dunque la Francia detiene la Ruhr in causa del carbone?». E allora nulla fu più naturale per il signor Cuno che l’idea di ordinare lo sciopero: così i Francesi non otterrebbero carbone e perciò (secondo l’opinione del signor Cuno) un giorno o l’altro sgombrerebbero la Ruhr, in conseguenza del mancato reddito dell’impresa. Press’a poco così ragionò quel «notevole statista nazionale», che a Stoccarda e in altri luoghi parlò al «suo popolo» e da questo popolo fu ammirato. Ma per lo sciopero erano necessari i marxisti, perché i primi a scioperare dovevano essere gli operai.

Bisognò quindi indurre gli operai (che, nel cervello d’un simile uomo di Stato, equivalgono ai marxisti), a far fronte comune col resto dei Tedeschi. Come splendettero i visi di quegli ammuffiti politicanti borghesi, quando fu data quella parola d’ordine! Nazionale e geniale nello stesso tempo: avevano finalmente ciò che avevano sempre cercato. Era trovato il ponte conducente al marxismo, e l’imbroglione nazionale poteva ora tendere, con faccia tedesca e frasi nazionali, l’onesta mano all’internazionale traditore del paese. Il traditore afferrò tosto quella mano. Perché, come Cuno per il suo «fronte unitario» aveva bisogno dei capi marxisti, così i capi marxisti avevano bisogno del denaro di Cuno. Così anche le parti avevano un vantaggio. Cuno ottenne il suo fronte unitario, formato di chiacchieroni nazionali e di furfanti antinazionali, e gli imbroglioni internazionali poterono servire, a spese dello Stato, la loro più alta missione, quella di disturbare l’economia nazionale. Fu un’idea immortale quella di salvare, con uno sciopero generale pagato, una nazione: con un gesto al quale può aderire anche il più indifferente dei poltroni!

E’ noto a tutti che non si può salvare un popolo con le preghiere. E non lo si può nemmeno salvare col farlo restare in ozio. Se allora il signor Cuno, invece d’eccitare il popolo ad uno sciopero generale pagato, e di mettere lo sciopero alla base del «fronte unitario», avesse preteso da ogni Tedesco due sole ore di maggior lavoro, la truffa del «fronte unitario» sarebbe finita già il terzo giorno. Non si liberano i popoli con l’ozio, ma coi sacrifici.

La cosiddetta resistenza passiva non poteva durare a lungo. Perché solo chi non s’intende affatto di guerra poteva immaginarsi di spaventare con mezzi così ridicoli un esercito d’occupazione. Eppure, solo questo avrebbe potuto essere il senso d’un’azione che costava miliardi e contribuì a danneggiare gravemente la moneta nazionale.

I Francesi poterono con alquanta tranquillità stabilirsi nella Ruhr nel momento in cui videro l’opposizione servirsi di simili mezzi. Noi stessi demmo loro le migliori ricette per mettere alla ragione una caparbia popolazione civile il cui contegno costituisca un serio pericolo per le autorità stabilite dagli invasori. Nove anni prima, avevamo eliminate con la rapidità del fulmine le bande di franchi tiratori belgi e fatta capire alla popolazione civile la gravita della situazione, quando l’attività di quelle bande minacciò di arrecare gravi danni agli eserciti tedeschi. Se la resistenza passiva della Ruhr fosse diventata pericolosa per i Francesi, sarebbero bastati otto giorni all’esercito d’occupazione per mettere un crudele termine a quel gioco puerile. Perché, cosa avremmo fatto, se la resistenza passiva avesse finito col dare sui nervi all’avversario ed egli si fosse messo a combatterla con sanguinosa violenza? Avremmo proseguito nella resistenza? In caso affermativo, dovevamo esporci alle peggiori persecuzioni: e ciò avrebbe condotto allo stesso risultato di una resistenza attiva, — alla lotta. E allora una resistenza passiva avrebbe avuto senso solo se dietro di essa c’era la decisione di proseguirla, in caso di necessità, con una lotta aperta o con la guerriglia. In generale, si accetta questa lotta quando c’è la possibilità di un successo. Quando una fortezza assediata, presa d’assalto dal nemico, si trova costretta a deporre l’ultima speranza di soccorso, in pratica si arrende, soprattutto se il difensore, invece della sicura morte, si vede promessa la vita. Se si toglie alla guarnigione d’una rocca assediata la speranza di una liberazione, tutte le forze della difesa crollano.

Quindi, la resistenza passiva nella Ruhr, tenendo conto delle, ultime conseguenze che poteva e doveva avere per essere realmente vittoriosa, aveva senso solo se dietro di essa si costruiva un fronte attivo. Allora, cose immense si sarebbero potute pretendere dal nostro popolo. Se ciascun abitante della Westfalia avesse saputo che la patria metteva in campo un esercito di ottanta o cento divisioni, i Francesi avrebbero camminato sulle spine. Si trovano più numerosi uomini disposti a sacrificarsi per il successo che per un’azione evidentemente priva di scopo.

Fu un caso classico, che costrinse noi nazionalsocialisti a prendere posizione, con energia, contro una parola d’ordine cosiddetta eccezionale. E facemmo anche questo. In quei mesi, io fui aggredito da gente la cui mentalità nazionale consisteva in una miscela di stoltezza e di presunzione, che gridavano perché provavano la piacevole sensazione di potere, ad un tratto, mostrarsi nazionali senza pericolo. Per me, quel miserabilissimo «fronte unitario» era uno dei più ridicoli fenomeni che si potesse immaginare, e gli avvenimenti mi diedero ragione.

Quando i Sindacati ebbero pressoché riempite le loro casse col denaro di Cuno, e la resistenza passiva dovette decidere se dalla ignava difesa convenisse passare all’attivo assalto, le iene rosse uscirono tosto dal gregge nazionale e ridiventarono quelle che erano state sempre. Senza far rumore, il signor Cuno ritornò ai patrì lari, ma la Germania s’era arricchita di una nuova esperienza ed era diventata più povera di speranze.

Fino al tardo estate parecchi ufficiali, e non certo i peggiori, non avevano creduto che le cose sarebbero andate in modo così vergognoso. Avevano sperato che, se non apertamente almeno in silenzio, si facessero i preparativi necessari a far sì che quello sfacciato gesto della Francia diventasse una svolta della storia tedesca. Anche nelle nostre file molti riposero la loro fiducia nell’esercito del Reich. Questa convinzione era tanto vivace che determinò la condotta e soprattutto l’istruzione militare di innumerevoli giovani.

Ma quando sopravvenne il turpe crollo, e dopo il sacrificio di miliardi di marchi e dì migliaia di giovani Tedeschi (che furono abbastanza stupidi per prendere sul serio le promesse dei dirigenti del Reich) si ebbe la umiliante capitolazione, scoppiò l’indignazione generale contro quel modo di tradire il nostro sventurato popolo. S’impiantò chiara allora, in milioni di teste, la persuasione che la Germania poteva solo essere salvata dall’eliminazione totale del sistema esistente.

I tempi non furono mai così maturi, non esigettero mai così imperiosamente una simile soluzione, come quando da un lato si rivelò senza veli lo spudorato tradimento della patria e dall’altro un popolo si trovò esposto alla lenta morte per fame. Poiché lo Stato medesimo calpestava tutte le leggi della fedeltà e della probità, si rideva dei diritti dei cittadini, rendeva vani i sacrifici di milioni dei suoi figli e a milioni d’altri rubava fin l’ultimo soldo, esso non poteva più aspettarsi dai suoi membri altro che odio. Questo odio contro chi aveva rovinato la patria e il popolo doveva in un modo o nell’altro sfogarsi. Riprodurrò, a questo proposito, la conclusione del discorso che pronunziai nel grande processo della primavera 1924: «I giudici di questo Stato possono con tranquillità condannarci per il nostro operato d’allora: la Storia, ministra di una Verità più alta e di un migliore Diritto, un giorno lacererà sorridendo il vostro giudizio per assolvere noi tutti da ogni colpa e peccato». «Ma la Storia citerà pure al proprio tribunale coloro che oggi, investiti del potere, calpestano la legge e il diritto, che spinsero alla miseria e alla rovina il nostro popolo e che, nella sventura della patria, tennero in maggior conto il loro «Io» che la vita della collettività».

Non descriverò qui gli avvenimenti che condussero all’8 novembre e lo chiusero. Non lo farò perché non mi riprometto nulla di utile per l’avvenire da quegli avvenimenti, e perché non è conveniente riaprire ferite non ancora cicatrizzate. Inoltre, è insensato parlare di colpa a proposito di uomini che, forse, in fondo al cuore amavano il loro popolo ma non riconobbero la via giusta.

Di fronte alla grande infelicità della nostra patria comune, vorrei pure astenermi dall’offendere coloro: perché non vorrei portare la divisione fra uomini che, forse, dovranno un giorno formare il vero «fronte unitario» dei Tedeschi fedeli in cuor loro contro il fronte comune dei nemici del nostro popolo. Io so che verrà un tempo in cui anche quelli che allora ci trattarono da nemici penseranno con rispetto a quelli che per il popolo tedesco marciarono verso la morte. I diciotto eroi caduti il 9 novembre 1923 a Monaco per il trionfo della causa nazionale, io li propongo ai nostri aderenti e seguaci come quelli che, con chiara consapevolezza, si immolarono per noi tutti. Essi debbono richiamare l’esitante e il debole all’adempimento del proprio dovere, di un dovere cui essi obbedirono fino all’estremo. Fra essi, voglio pure annoverare l’uomo che consacrò la vita al risveglio del suo, del nostro popolo; la consacrò con la penna e col pensiero e, in ultimò, con l’azione: Dietrich Eckart!

EPILOGO

Il 9 novembre 1923, nel quarto anno della sua esistenza, il partito nazional-socialista dei lavoratori tedeschi fu sciolto e proibito in tutto il Reich. Oggi, nel novembre 1926, è di nuovo vivo e libero in tutto il Reich, più forte e saldo che mai.

Tutte le persecuzioni del movimento e dei suoi singoli capi, tutte le molestie e le calunnie non poterono averne ragione. La giustezza delle sue idee, la purezza della sua volontà, l’abnegazione dei suoi aderenti lo fecero balzare con maggior energia fuori da tutte le persecuzioni.

Se esso, nel mondo della nostra odierna corruzione parlamentare, si renderà sempre maggior conto dell’intima natura della sua lotta e si sentirà la personificazione dei valori di razza e di persona, otterrà un giorno, in forza d’una legge quasi matematica, la vittoria. Così come la Germania otterrà, necessariamente, il posto che le spetta su questa Terra, se verrà diretta e organizzata in conformità con quei principi.

Uno Stato che, nell’epoca dell’avvelenamento delle razze, si prende cura dei migliori elementi della propria razza, deve diventare un giorno signore della Terra. Questo non debbono mai dimenticare gli aderenti al nostro movimento, se la grandezza del sacrificio li inducesse a disperare del successo.

Adolf Hitler (Mein Kampf – La mia battaglia)

Cultura (art. Capitalismo, liberismo e libertinismo)

Capitalismo, liberismo e libertinismo

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Il capitalismo è un’ingiusta ripartizione della ricchezza. Il comunismo è una giusta distribuzione della miseria.” (Winston Churchill)

Il nostro tempo vive su regole economiche che a noi sembrano essere alquanto folli e demagogiche. In questo articolo cercheremo di spiegare nel dettaglio la concezione economica vigente basata su capitalismo globalizzato, liberismo e neo-liberismo. Vi accorgerete ben presto che la nostra filosofia economica parte da molto lontano ed è stata preparata nei dettagli. Ancor oggi non è giunta completamente a compimento. Vediamo sulla nostra pelle, ogni giorno, le conseguenze di tale sistema. Serve un fronte, un nuovo fronte. Un fronte che parte dal passato e che destabilizzi tale sistema. Un fronte che è diretto parente e fu sostenitore del liberismo stesso; cioè il libertinismo. Perché identifico questo fronte in un nuovo libertinismo? Il libertinista non ha di per se vincoli di sorta, né politici (non ha nessuna ideologia politica), né economici (anche se apprezza il liberismo che ha nel suo mandato quello di togliere potere ai governi), né religiosi (il libertinista si identifica prevalentemente nell’ateismo o nello gnosticismo). Secondo aspetto, il libertinismo nasce nelle case aristocratiche e di gruppi familiari d’elite e possiamo dire con certezza che ogni rivoluzione ogni barlume e nuovo aspetto ideologico arriva spesso da tali poteri e non certo dal basso. Ma andiamo con ordine, il nostro percorso parte dal Capitalismo.

IL CAPITALISMO

Il capitalismo è una forma di organizzazione economica e sociale caratterizzata dalla proprietà privata dei mezzi di produzione (capitale), dalla libertà d’iniziativa economica, e dalla prevalenza del lavoro dipendente organizzato dai proprietari dei mezzi di produzione. Le origini del capitalismo sono controverse. Il termine viene usato con significati varianti nelle diverse scienze sociali, in quanto comprende molteplici fenomeni della sfera economica, sociale e politica. Certamente le sue caratteristiche essenziali cominciarono ad affermarsi con forza in Europa occidentale con la rivoluzione industriale che prese avvio verso la metà del XVIII secolo. Il termine stesso capitalismo entrò in uso nella prima metà del XIX secolo per indicare il sorgere di una società sempre più dominata dal “capitale”. Il capitalismo o economia di mercato si riferisce in genere a: una combinazione di pratiche economiche, che coinvolge in particolar modo il diritto da parte di individui e gruppi di individui che agiscono come “persone giuridiche” (o società) di comprare e vendere beni capitali (compresi la terra e il lavoro; vedi anche fattori della produzione) in un libero mercato (libero dal controllo statale). Un insieme di teorie intese a giustificare la proprietà privata del capitale, a spiegare il funzionamento di tali mercati, e a dirigere l’applicazione o l’eliminazione della regolamentazione governativa di proprietà e mercati. Regime economico e di produzione che nelle società avanzate viene a svilupparsi in periodi di crescita, riconducibile a pratiche di monopolio, di speculazione e di potenza. Il termine “capitalismo” si aggiorna e acquista nuovi significati in ogni epoca storica, che sia usato esplicitamente o implicitamente per indicare “lo stato di cose presente”. Oggi ad esempio, viene associato al termine “globalizzazione” (cioè ad un libero mercato tra Stati). Il capitalismo ha costituito un evento fondamentale della storia mondiale moderna. Esso ha modificato profondamente in tutti i loro aspetti le società da cui esso è nato, quelle dell’Europa occidentale e dell’America del Nord, e progressivamente quelle che ne hanno subito direttamente o indirettamente gli influssi nel resto del mondo. Infatti, come tutti i sistemi economici, il capitalismo ha una relazione molto stretta di causa ed effetto reciproco con la cultura, gli stili di vita, l’organizzazione della società e la politica. Oggi si può dire che solo alcune remote società prive di relazioni col resto del mondo sono esenti da un qualche influsso dello “spirito del capitalismo”, la cui enorme capacità di diffusione e penetrazione sociale era già stata prevista dai primi studiosi del nuovo sistema, come Karl Marx (Germania, 1818-1883) e Max Weber (Germania, 1864-1920). I sostenitori del capitalismo sottolineavano sul piano economico, la capacità di rapida crescita economica, di progresso tecnico, di diffusione del benessere attraverso l’aumento dei beni di consumo; sul piano sociale e politico, l’affermazione di nuove classi sociali e di maggiori spazi di libertà individuali. Il padre della critica al capitalismo è stato, invece, Karl Marx. Nelle caratteristiche essenziali del nuovo sistema egli vide: gli elevati costi umani prodotti dal sistema industriale, le condizioni di vita disumane nelle fabbriche, nelle miniere e nelle nuove città industriali, il profitto dei capitalisti come risultato dello sfruttamento dei lavoratori, i rischi del dominio politico delle classi capitaliste ai danni dei lavoratori, la tendenza degli Stati capitalisti ad espandersi nel resto del mondo con nuove forme di colonialismo o imperialismo, comprendenti l’uso della forza militare, nonché la tendenza ad entrare in conflitto tra loro. Inoltre, come sosteneva Marx, oltre alla classe operaia, anche il capitalismo è internazionale, infatti tutte le economie di mercato godono di regole di base molto simili, che favoriscono gli scambi commerciali tra le nazioni aumentandone l’interdipendenza reciproca. Questo fenomeno si è potuto constatare nella recente crisi economica, soprattutto in Europa, infatti quando un paese entrava in una situazione di difficoltà arrivavano a sostenerlo aiuti esterni, quando arrivano brutte notizie per un paese vi sono ripercussioni negative nei mercati di tutto il mondo. Marx elaborò un sistema di pensiero che diede vita al movimento socialista, il cui scopo era sia la conquista di migliori condizioni di vita e di pieni diritti per i lavoratori, sia l’abbattimento del sistema capitalista e la realizzazione di un nuovo sistema di completa uguaglianza tra i membri della società, di proprietà collettiva dei mezzi di produzione e di condivisione dei frutti del lavoro. Il conflitto tra sostenitori e avversari del capitalismo è stato un elemento fondamentale della storia economica e politica del XX secolo. La posizione nettamente predominante nella filosofia politica contemporanea è proprio quella che identifica nel capitalismo la premessa necessaria per ogni ordinamento che si ispiri agli ideali di libertà ed uguaglianza. È curioso constatare come, all’interno di questa cornice, ci si interroghi sì sul nesso fra capitalismo e democrazia, ma si dia assolutamente per scontata la compatibilità con il liberalismo. Si pensi ad esempio a Fukuyama, per il quale il carattere liberale di uno stato risiede in nient’altro che nell’impianto capitalista della sua economia. Anche i critici del capitalismo tendono per lo più a mostrarne la tendenza facogitatrice verso il nucleo democratico delle costituzioni, ma concedono senza troppe riserve che economia capitalistica e tutela liberale dei diritti individuali viaggino solidalmente. Una delle critiche oggi più ricorrenti verso i governi occidentali imputa loro per l’appunto l’estensione dei diritti civili al prezzo dell’erosione dei diritti politici e sociali dei cittadini. Si ravvisa quindi in essa un potenziamento del carattere liberale degli ordinamenti giuridici, ma un deperimento di quello democratico. In realtà la visione liberista originale non ha molto a che vedere con il capitalismo, mantre la nuova concezione neo-liberista nata dopo la crisi economica del 1929 ha per base proprio la “globalizzazione economica”. Il neo liberismo nasce della cosiddetta Scuola austriaca (Carl Menger, Ludwig von Mises, Bruno Leoni, Murray N. Rothbard, Friedrich von Hayek). Tra di loro comunque vi sono significative differenze di visione. Ad esempio von Hayek sostiene che lo stato deve intraprendere azioni per consentire la concorrenza, mentre Rothbard punta ad una forma estrema di liberismo detta anarco-capitalismo. Proviamo ad osservare ora, più da vicino, qual’è il pensiero di alcuni pensatori del passato, sul capitalismo:

Karl Marx – Per il socialismo scientifico, la “società borghese” è quella organizzazione sociale divisa in classi che vede il predominio all’interno dell’organizzazione della società dedicata alla riproduzione della vita materiale (quella che qualcuno chiama “economia”, altro termine fortemente ambiguo) del “modo di produzione capitalistico”. Esso consiste nell’appropriazione da parte di una classe (la borghesia) del “plusvalore”. Tale processo di appropriazione è chiamato “sfruttamento” della mano d’opera, impersonata nel “proletariato”, ovvero in quella classe che “non possiede altro che la propria prole”. Per Marx un altro elemento distintivo della società borghese è la conversione di tutto in merce, dunque la creazione di un mercato non solo delle merci, ma anche del lavoro, e anche del danaro (capitale) stesso. La rivoluzione borghese distrugge l’ancient régime (la società feudale basata su una congerie di classi e ceti, fondata sulla proprietà della terra e delle persone. Libera i servi e li trasforma in proletari, che possono vendere l’unica cosa in loro possesso, la “forza-lavoro”, sul mercato del lavoro. Il profitto, per Marx, trae origine esclusivamente dal plusvalore. Dato che la produzione si basa sul “matrimonio” tra capitale e lavoro, il danaro (capitale) è dunque nella società borghese un “precursore” della merce stessa.

Max Weber – Egli esprime profonda ed esplicita critica alle teorie di Marx; conferisce al “capitalismo”, o quanto meno alle condizioni del suo sviluppo, un carattere eminentemente culturale e sociale, legato al pensiero religioso protestante, per il quale è essenziale il risparmio e la rinuncia al consumo (attitudine indispensabile alla accumulazione). Successivamente il meccanismo capitalistico assicura la perpetuazione dei meccanismi di riproduzione indipendentemente dalle volontà dei singoli, imponendo una forma di “ascesi” attraverso la competizione, che la rende obbligatoria.

Karl Polanyi – Pensatore, antropologo, sociologo ed economista. Per lui, il capitalismo si identifica invece nella “Haute finance”, attività legata ai flussi di denaro scambiati nel commercio a grande distanza, che richiede di necessità garanzie e mezzi di pagamento sicuri a distanza, e credito. Esso è dunque un sistema politico sociale che si aggrega attorno al capitale finanziario, che si costituisce in una organizzazione sia politica sia economica, come insieme organico di istituzioni per la promozione (anche per mezzo di guerre), la protezione e la regolazione degli scambi internazionali, e dunque del capitalismo stesso. Esso è dunque per Karl Polanyi un sinonimo di “società di mercato” (società in cui tutto diventa oggetto di scambio), un prodotto della società umana, storicamente datato, e non, come nel pensiero liberale, nient’altro che un naturale prolungamento della naturale tendenza umana agli scambi.

John Rogers Commons – L’economista americano del New Deal, esponente della scuola “istituzionalista”, ritiene il capitalismo una costruzione giuridico-economica: esso si basa su di “una diminuzione della libertà individuale, imposta da sanzioni governative, ma soprattutto da sanzioni economiche attraverso l’azione concertata – segretamente, semi-apertamente, apertamente o per arbitraggio – di associazioni, di corporazioni, di sindacati ed altre organizzazioni collettive di industriali, di commercianti, di lavoratori, di agricoltori e di banchieri”.

John Maynard Keynes – Economista britannico, padre della macroeconomia e considerato il più influente tra gli economisti del XX secolo. Il problema di John Maynard Keynes è come impedire che il capitalismo si autodistrugga. Esso ha bisogno di una continua regolazione (“il mondo non è governato dall’alto in modo che l’interesse privato e l’interesse sociale coincidano sempre. Non è corretto dedurre dai principi dell’economia che l’interesse personale illuminato opera sempre nell’interesse pubblico”), e pertanto è un avversario del laissez-faire. Come ideologia, il capitalismo sarebbe per lui “… la stupefacente credenza secondo la quale i peggiori uomini farebbero le peggiori cose per il gran bene di tutti”. Il suo pensiero è alla base della scuola della “economia della regolazione”, prevalente in Francia.

Thorstein Veblen – Economista statunitense del New Deal della scuola istituzionalista, troviamo in lui un diverso punto di vista, o se si vuole una diversa definizione di capitalismo. Veblen è uno dei pochi che fornisce una definizione esplicita di “capitale”, e dunque implicitamente di “capitalismo”. Per Veblen il capitale non ha necessariamente una manifestazione monetaria: esso consiste nelle conoscenze, nei saperi, nelle tecniche, nei metodi di produzione, di una determinata società. In ogni società determinati gruppi sociali si appropriano di questo “capitale” sociale per il proprio tornaconto particolare (prestigio, potere, non necessariamente reddito o danaro) con i più svariati mezzi. Anche lui è assai critico con le teorie economico-politiche di Marx.

Joseph Schumpeter – Economista austriaco, ritiene che il capitalismo si basa su un processo di continuo rivolgimento basato sull’innovazione tecnologica, attraverso fasi in cui emergono strutture nuove e quelle obsolete vengono distrutte. “Questo processo di ‘distruzione creatrice’ costituisce il dato fondamentale del capitalismo: è in questo che consiste, in ultima analisi, il capitalismo, ed ogni impresa capitalista deve, volente o nolente, adattarvisi.” La molla che spinge il fenomeno non è la concorrenza, ma la sete di guadagno degli imprenditori, i quali tentano continuamente di utilizzare l’innovazione allo scopo di ottenere una posizione monopolistica di fatto, sottraendosi alla concorrenza. Per Shumpeter, anche se è, e proprio in quanto è, un meccanismo puramente razionale, il capitalismo rappresenta però un’utopia perversa alla quale gli uomini non si adattano, ed è pertanto destinato ad essere soppresso.

Fernand Braudel – storico, uno dei principali esponenti della Scuola delle Annales francese, nel suo “Civiltà materiale, economia e capitalismo”, sostiene che le origini del capitalismo si situano negli scambi mercantili tra XV e XVIII secolo. “Il capitalismo trionfa non appena si identifica con lo Stato, quando è lo Stato”. “Il capitalismo del passato, a differenza di quello attuale, occupava solo una piccola piattaforma della vita economica. Se scelse determinate aree per risiedervi è perché queste erano le uniche che favorivano la riproduzione del capitale”. Braudel utilizza dunque “capitalismo” non per designare un’ideologia, ma un sistema economico costruito progressivamente grazie ad un equilibrio di poteri.

John Kenneth Galbraith – Economista, consigliere economico dei presidenti USA Franklin Delano Roosevelt, John Fitzgerald Kennedy e Bill Clinton, erede della corrente istituzionalista del New Deal, ha scritto nel 2004 (all’età di 96 anni) un pamphlet nel quale condensa gran parte del suo pensiero. Il titolo, tradotto un po’ infelicemente in “L’economia della truffa”, (più appropriato sarebbe stato “L’economia delle innocenti bugie”), anticipa l’artificio retorico del quale si serve per illustrare le sue tesi critiche del capitalismo come ideologia e come sistema. La prima “innocente bugia” degli economisti statunitensi consiste nell’avere sostituito il termine “economia di mercato” a “capitalismo”, perché il secondo suona come negativamente connotato. L’economia di mercato viene inoltre presentata come un luogo dove il consumatore è il padrone, ma anche questa è una “piccola bugia”, perché il vero potere resta nelle mani delle grandi aziende, attraverso il loro intreccio con lo Stato. Le grandi aziende capitalistiche sono contraddistinte da una “tecnostruttura” di dirigenti e direttori, del tutto simile alla burocrazia statale, la quale è lei, e non gli azionisti, la vera depositaria del potere in azienda, e si autoassegna lauti compensi. A questo proposito, è anche ingannevole una nozione di “lavoro” che accomuna tutti, dall’alto al basso, dal grande dirigente al lavoratore al minimo salariale. Riguardo al ruolo delle banche centrali, e delle manovre sui tassi di credito, ritiene che la loro capacità di condizionare positivamente lo sviluppo sia illusoria, perché le aziende investono sulla base delle loro aspettative di guadagno e non sulla base del livello dei tassi, al quale sono sostanzialmente indifferenti, perché quantità trascurabili rispetto ai profitti realizzabili mediante l’innovazione tecnologica. Infine, il capitalismo attuale è contraddistinto anche da una “dittatura” del PIL, e dall’ideologia della sua crescita, per la pressione delle grandi aziende, cosa che lascia in secondo piano i problemi sociali e spinge alla guerra, il più grande fallimento dell’umanità.

Milton Friedman – Premio Nobel per l’economia, nel dopoguerra consigliere del candidato repubblicano alla presidenza USA Barry Goldwater, e poi del presidente Richard Nixon, è stato in gioventù un Keynesiano convinto, difensore della politica del New Deal, e attivo sostenitore della politica di bilancio di John Fitzgerald Kennedy. Si è successivamente spostato su posizioni del tutto opposte, critiche del New Deal, conservatrici-libertarie, a favore del laissez-faire e di una visione monetarista. Le sue idee monetariste, che rigettano l’inflazione come inutile e pericolosa, sono alla base dell’ideologia della BCE (Banca centrale europea) e della FED (Banca Federale degli Stati Uniti, Federal Reserve), all’interno però quest’ultima di una visione meno rigida. Sono inoltre quelle che improntano la “Scuola economica di Chicago”, i cosiddetti “Chicago Boys”. Forte è l’influenza delle sue idee e della sua visione del capitalismo, della società e della politica in Ronald Reagan e in Margaret Tatcher. Essendo per lui le libertà economiche precursori di quelle politiche, Friedman ha sostenuto attivamente e concretamente – tra molte polemiche – l’introduzione di forti elementi di capitalismo nei regimi dittatoriali, in particolare nel Chile di Pinochet e nella Cina comunista, paesi dove si è recato proprio a questo scopo, nel convincimento che questo avrebbe di necessità indotto un’evoluzione liberale.

IL LIBERISMO

Il liberismo (o liberalismo economico) è una teoria economica, filosofica e politica. Esso prevede la libera iniziativa ed il libero mercato mentre l’intervento dello Stato nell’economia deve limitarsi al massimo alla costruzione di adeguate infrastrutture (strade, ferrovie, ponti, autostrade, tunnel, in certi casi perfino edifici etc.) che possano favorire il mercato. Il liberismo fu abbozzato durante la Rivoluzione Francese, si sviluppò ampiamente nel corso dell’Illuminismo scozzese e all’interno della scuola detta “fisiocratica”, ma trovò forse la sua formulazione più compiuta in Inghilterra nel corso del XIX secolo, spinto dalla rivoluzione industriale. Il sistema liberista è basato sul pensiero della scuola classica e del suo maggiore esponente Adam Smith vissuto dal 1723 al 1790. Per Smith lo stato non deve assolutamente intervenire nell’economia e le cose vanno lasciate al loro destino senza interventi statali: ciascuno deve fare i propri interessi; d’altronde Smith diceva: “non è dalla generosità del macellaio, del birraio o del fornaio che noi possiamo sperare di ottenere il nostro pranzo, ma dalla valutazione che essi fanno dei propri interessi”. Ma allora c’è chi si arricchisce e chi si impoverisce sempre più! Per Smith non è così: se tutti fanno i propri interessi è ovvio che aumenterà in qualche misura la ricchezza collettiva e tutti godranno dei vantaggi, sebbene in maniera diversa: chi investe guadagnerà di più del povero, ma tuttavia anche quest’ultimo avrà un incremento positivo di ricchezza: “cercando per quanto può di impiegare il suo capitale a sostegno dell’industria interna e di indirizzare questa industria in modo che il suo prodotto possa avere il massimo valore, ogni individuo contribuisce necessariamente quanto può a massimizzare il reddito annuale della società… egli mira soltanto al proprio guadagno e in questo, come in molti altri casi, egli è condotto da una “mano invisibile” a promuovere un fine che non entrava nelle sue intenzioni. Né per la società è un male che questo fine non entrasse nelle sue intenzioni. Perseguendo il proprio interesse, egli spesso promuove quello della società in modo più efficace di quando intende realmente realmente promuoverlo”. Quello che può essere considerato un vizio nel campo privato, ossia il fare i propri interessi, diventa una virtù nel campo pubblico.
I principi sui quali si fonda il sistema liberista sono tre: la libertà dell’iniziativa privata (ogni individuo è libero di intraprendere ogni iniziativa economica), l’equilibrio spontaneo del mercato (incontro tra domanda ed offerta di beni e servizi) e l’esclusione dello Stato (dalla vita economica). Non può destare sorpresa che la prima nozione che sottende il concetto di liberismo sia quella di «libertà». La libertà è la condizione necessaria del liberismo. Al di là di una definizione che è quasi tautologica, il contenuto è dato dal fatto che tale libertà deve essere intesa non in senso generico, ma in quello preciso di libertà individuale. Gli individui devono poter essere liberi di fare l’uso che preferiscono delle risorse delle quali dispongono, con il solo vincolo di non ledere gli altrui diritti. Spesso, il liberista a confondere la libertà con il benessere materiale. Il liberista sa che si può essere ricchi ma non liberi, come tragicamente capitò a molti ebrei durante il Terzo Reich. Il liberista sa anche che, per coloro che vivono nell’indigenza, disporre di adeguate risorse economiche è più importante della libertà. E sa anche che la libertà non è affatto il valore supremo per una gran parte degli individui, che ad essa preferiscono il godimento dei beni materiali e la sicurezza. Ma tutto questo non significa che la libertà si identifica con il benessere. Il mercato, per i liberisti, materialmente non esiste. Ad esistere sono le azioni individuali di produzione e di scambio, guidate dalle conoscenze e dai fini che ognuno possiede. La complessità propria del sistema economico attuale non deve mai far perdere di vista questa verità fondamentale. Per il liberista la logica del mercato è semplicemente la logica delle scelte di individui che sono in relazione gli uni con gli altri. Per il liberista la competizione è la conseguenza logica della libertà individuale. Se quest’ultima è rispettata, ciò significa che gli individui possono offrire i propri beni e servizi ai propri simili, i quali possono decidere liberamente di acquistarli o meno. È proprio questa possibilità che chiamiamo mercato competitivo, o aperto. Per il liberista, ogni limitazione della competizione equivale quindi a una violazione della libertà e dei diritti di qualcuno. Il liberismo non si identifica con il capitalismo. In primo luogo perché il liberista non ha alcuna ragione di privilegiare il capitale rispetto al lavoro (in generale anzi il liberista non vede alcuna ragione teorica o pratica di distinguere e contrapporre i due, dato che entrambi si risolvono nell’entità costitutiva dell’economia, che è l’individuo); in secondo luogo perché il capitalismo senza rispetto della concorrenza (o, il che è lo stesso, senza il rispetto della libertà individuale) non è per il liberista un sistema accettabile. Il liberista ritiene che la giustizia sia una proprietà dei processi sociali. Se una certa situazione economica è il risultato di processi dove sono state rispettate la libertà e i legittimi diritti di proprietà degli individui, quella situazione sarà giusta. Pertanto rifiuta l’idea che esista una «giustizia sociale», nel senso di un modello che qualcuno avrebbe l’autorità di imporre alla società. Di conseguenza il liberista è contrario a concetti come quello di una «giusta distribuzione del reddito». La sola giusta distribuzione del reddito è quella che risulta da una economia dove gli individui siano liberi dalla coercizione. Egli sa che, nel gioco del mercato, vi sono alcuni che, per sfortuna o per mancanza di condizioni favorevoli o per qualsiasi altra ragione, non riescono a procurarsi un reddito sufficiente per una vita decorosa. Per ovviare a queste povertà, il liberista è favorevole alla creazione di una rete di protezione sociale. Il liberista ritiene, inoltre, che la maggior parte delle povertà derivino dai mille ostacoli che lo Stato e i gruppi di pressione mettono sulla strada degli individui. La prima e più duratura maniera di alleviare le povertà è di eliminare le cause strutturali. Gli individui, nelle loro capacità e quindi nelle loro potenzialità di servire gli altri, sono molto più eguali tra loro di quanto gli antiliberisti ritengono. Con la caduta del socialismo, il vero avversario del liberismo è oggi il neocorporativismo. I neocorporativisti non esitano a proclamare il loro rispetto per il mercato. Ma affermano subito che alla logica del mercato dovrebbe aggiungersi qualcos’altro: una giustizia sociale che determini i risultati finali, una politica economica che imponga cosa, quanto e come produrre, una politica commerciale che regoli autoritativamente importazioni e esportazioni. Per il liberista, tutto questo equivale a svuotare di significato il mercato. Ogni qualvolta i neocorporativisti si vantano di come, intervenendo a modificare i risultati del mercato, si sia ottenuta una situazione «migliore», il liberista sa che ciò è stato ottenuto a prezzo di imporre ulteriori oneri ad altri, che si troveranno di conseguenza in una posizione peggiore. Il sistema liberista non ha mai trovato una piena applicazione, anche se con l’avvento dell’Euro, molte politiche economiche europee vanno in questa direzione. Ne potrebbe essere l’esempio il tanto discusso “Bail-in”. Nel quale se il mercato determina che una banca è fallita, lo Stato non può intervenire (qui troviamo in pieno aspetti liberisti) per salvarla. Il mercato stesso decide la vita o la morte della banca medesima. Questo caso rappresenta l’esemplificazione di una delle critiche fatte ad oggi al sistema liberista insieme alla non tutelare le classi più deboli, soprattutto quelle dei lavoratori che sono spesso sfruttati dagli imprenditori al fine di conseguire il massimo profitto (il capitale).

Abbiamo descritto cos’è il capitalismo e descritto il sistema liberista. Verrebbe da chiederci quale sia la forma e la struttura economica migliore ed equa e verrebbe da chiederci se dove ci sta portando il sistema globalizzato e dove ci porterà. Guardando ad oggi ed alla situazione in cui vessa il mondo v’è l’esigenza di nuove idee, nuovi modi, nuovi sistemi che diano una scossa al mondo mercenario e del profitto cui ci troviamo. Che siano ancora una volta i “libertinisti” a salvarci? Cioè quella società aristocratico-elitaria che lavorando sotto traccia e prendendosi gioco di religiosi, monarchi e governanti riuscì ad inculcare i principi fondamentali su cui si basò la “Rivoluzione Francese”? Dove si nasconde la discendenza di tali illuminati?

Descriviamo ora, quel che fu il “libertinismo”.

IL LIBERTINISMO

«Nel corso dei primi decenni del secolo XVII si costituisce in Francia, in seno alla società dotta, una corrente detta libertina, la quale non tarda a gettare l’allarme nella schiera dei predicatori, apologisti, uomini di Chiesa, che procedono faticosamente alla restaurazione morale e religiosa del paese, lacerato dalle divisioni confessionali e dalle guerre civili […]. Filtrato dall’Italia in Francia nei primi decenni del secolo, lo spirito “libertino” si adatta alle condizioni ambientali, sociali, intellettuali portate dalla storia di quel paese. Per l’aspetto intellettuale, esso sviluppa l’eredità di Montaigne, dell’ultimo Montaigne soprattutto, più incline allo scetticismo, e di Charron, la cui Sagesse, rigida nelle suddivisioni formali, appare sufficientemente duttile e sfumata nel contenuto, sì da suggerire diverse letture ed alimentare una vasta gamma di atteggiamenti, secondo le inclinazioni intellettuali: dal franco scetticismo al così detto fideismo, dalla negazione aperta e sincera alla doppia verità, dall’ipocrisia al compromesso. Sotto l’aspetto sociale, l’instabilità che perdura per tutto il primo quarto di secolo, favorisce, nelle alte classi, la dissolutezza assieme all’irreligione» (Alberto Moscato)

Il termine libertino deriva dall’aggettivo latino libertinus, che a sua volta deriva dal sostantivo libertus, cioè “liberto”, che presso i Romani significava “liberato dalla schiavitù”. La parola «libertino» ancor oggi sta a significare un «miscredente dissoluto». E questo significato deriva dagli avversari del libertinismo, per i quali la critica scettica e irriverente alla religione avrebbe portato necessariamente alla dissolutezza dei costumi morali. In verità, «libertino», nel XVII secolo, stava per libero pensatore. Ed è così che, per esempio, comprendiamo il continuo appello dei liberi pensatori all’epicureismo, allo scetticismo o anche al naturalismo immanentistico degli antichi. In questo modo, per il loro distacco dalla tradizione scolastica, la loro fiducia nel valore della scienza, la difesa dell’autonomia della ragione e del potere critico di questa, i libertini da una parte si inquadrano bene nell’età cartesiana e dall’altra precorrono per più di un aspetto temi e atteggiamenti dell’illuminismo. E nei confronti degli illuministi, una delle differenze sta nel fatto che la critica libertina fu una critica clandestina e non pubblica, una critica spesso affidata alle conversazioni e alle discussioni private. Inoltre, mentre gli illuministi, con franchezza e coraggio, tentarono di portare le loro idee a larghi strati di persone, il libertinismo fu un fenomeno elitario, cioè di pochi. E così, la spregiudicatezza, l’irriverenza (e talvolta anche l’intuizione seria e la critica severa) nei confronti della religione si accompagnano alla accettazione sorniona e opportunistica della situazione politica. La bigotteria ipocrita, con i libertini, passa dal campo della religione a quello della politica. E «la licenza dei costumi si unisce all’audacia degli scritti, spinta al limite della prudenza in un pericoloso giuoco di equilibrio fra il rischio e l’impunità, che sembra assicurata ai ceti privilegiati. Di conseguenza riuscirono da un certo punto di vista a farsi amica la politica, per prendersi gioco di lei e colpirla alle spalle.

«Sono il più delle volte espressioni di sfida o manifestazioni di insofferenza morale, in cui la tentazione del proibito e il gusto dello scandalo, sopravanzano di gran lunga l’impegno critico e l’amore della verità» (A. Moscato)

Noto ai suoi tempi come uomo di punta dei libertini fu il poeta Jacques Vallée Des Barreaux (1599-1673). Ma il pensatore maggiore del libertinismo fu senz’altro Savinien de Cyrano, conosciuto come Cyrano de Bergerac (1619-1655). Cyrano scrisse una commedia (Le pédant joué, rappresentata nel 1645), una tragedia (La mort d’Agrippine, rappresentata nel 1654), e inoltre due romanzi filosofici: Gli stati e gli imperi della luna (1657), e Gli stati e gli imperi del sole (1662). Naturalista e razionalista, Cyrano sostenne che: gli atomi sono eterni e le loro conformazioni non sono strutturate dalla Provvidenza; e l’anima è fatta di atomi ed è mortale. Il termine “libertinismo” fu forgiato dagli oppositori: infatti i diretti interessati o non si riconobbero come “scuola di pensiero” a sé, o usarono termini più generici come “esprits forts” (“spiriti forti”, contrapposti agli “spiriti deboli” di coloro a cui la superstizione era necessaria per vivere) o, nel XVIII secolo, “libero pensiero” e “libero pensatore”.

Il libertinismo non ha prodotto una filosofia che possa venire ricostruita in un sistema. Tuttavia, un tratto quasi costante che troviamo negli scritti dei libertini, è la critica — storica e teorica — della religione rivelata. Le credenze del Cristianesimo sono, per i liberi pensatori, non più che superstizioni. Essi furon perseguitati dall’inquisizione. Le tesi più estreme dei libertini le troviamo nella teoria medievale dei “tre impostori”: l’imperatore Federico II al concilio di Lione era stato accusato di aver scritto con la collaborazione del suo ministro Pier delle Vigne che: «Il mondo intero è stato ingannato da tre impostori, Gesù Cristo, Mosè e Maometto, due dei quali sono morti nell’onore, mentre Gesù è morto in croce» Questa visione delle tre religioni verrà riproposta espressamente in opere come Theophrastus Redivivus (1659) e il De tribus impostoribus (Trattato dei tre impostori) che fu pubblicato all’Aia dall’editore Levier nel 1719. Nell’opera si afferma che Dio non esiste, gli uomini hanno creduto in Lui per il loro timore superstizioso e perché così fanno credere loro i potenti che si servono della religione come instrumentum regni; l’uomo si differenzia dagli animali solo per l’uso della parola e la stessa anima si riduce a parola. Ogni comportamento dell’uomo mira al piacere e perciò l’unica regola dei rapporti sociali è quella che impone di non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Il De tribus impostoribus finalmente pubblicava quello che nessuno aveva avuto modo di leggere perché probabilmente mai scritto:

« […] E fu con gli apporti dei libertini eruditi, di Hobbes e soprattutto di Spinoza che venne lievitando l’idea centrale di quel libro: che intanto, detestato e ricercato, dichiarato esistente senza essere visto, restava come avvolto nell’alone di quella che era la sua materia: l’impostura. Quando prese corpo in stampe e non in una ma in più versioni, una in latino e una in francese, fu per opera delle correnti dell’Illuminismo radicale, decise a voltar pagina rispetto a una cultura elitaria che non riteneva il popolo capace di tollerare la verità.»

L’accentuazione del valore e dell’autonomia dell’individuo porta, soprattutto in Francia, alla diffusione di una mentalità laica, non dichiaratamente anticristiana ma indifferente nei confronti degli aspetti dogmatici della religione. Contemporaneamente si assiste alla riaffermazione del piacere, della corporeità e della libertà di pensiero. La loro origine aristocratica o altoborghese li porta ad assumere un atteggiamento di doppiezza nei confronti della politica e della religione, profondamente criticate e smascherate nei loro meccanismi psicologici e storici, ma considerate indispensabili per il controllo delle masse e della vita pubblica. Pubblicamente, infatti, si proclamano obbedienti all’autorità ecclesiastica e monarchica, mentre affidano le critiche alle conversazioni private e alla letteratura clandestina o anonima. In molti casi i libertini ritenevano che le masse dovessero restare sotto il giogo della superstizione religiosa e dell’autorità istituzionale al fine di mantenere l’ordine costituito. Nonostante ciò, volenti o nolenti, la loro attività contribuirà allo sviluppo di tematiche ateistiche e antiautoritarie in generale. La libertà dall’oppressione ideologica e la libertà di pensiero fu richiesta in primo luogo dai libertini per loro stessi e poi in maniera più astratta per il popolo. Separando la politica dalla religione il libertinismo iniziò un processo di scardinamento dell’edificio medievale liberando spazi e forze critiche notevoli, i cui risultati salienti nel corso dei secolo seguenti: si pensi anche alle influenze esercitate dai libertini sulla rivoluzione francese, sul movimento del libero pensiero, sui movimenti radicali democratici, su quelli socialisteggianti-libertari e su quelli più propriamente ateistici od agnostici.

Sul piano economico sostiene l’autonomia dell’economia dalla morale e da posizioni inizialmente mercantiliste nel corso degli anni si sposta verso concezioni via via sempre più liberiste arrivando a sostenere l’utilità del lusso.

«Frode lusso e orgoglio devono vivere, finché ne riceviamo i benefici: la fame è una piaga spaventosa, senza dubbio, ma chi digerisce e prospera senza di essa?» (B.de Mandeville, La favola delle api)

Certo un libertino agirà per soddisfare i suoi vizi ma «la sua prodigalità darà lavoro ai sarti, ai servitori, ai profumieri, ai cuochi e alle donne di vita: tutti questi a loro volta si serviranno dei fornai, dei falegnami ecc.» Dunque della rapacità e violenza del libertino se ne avvantaggerà tutta la società nel suo insieme. La sua teoria che i comportamenti viziosi generano la prosperità collettiva, ispirò numerosi autori d’economia come Adam Smith (ispiratore del liberismo) o Ayn Rand autrice dell’opera dal significativo titolo La virtù dell’egoismo. In modo più estremo il poeta libertinista Mandeville arriva a sostenere la necessità del vizio poiché la ricerca della soddisfazione egoistica del proprio interesse è la condizione prima della prosperità. In questo pensiero di Mandeville, in molti vi hanno visto una sorta di richiamo delle concezioni vichiane dell’eterogenesi dei fini – o della “mano invisibile” di Adam Smith – secondo la quale i comportamenti particolari degli individui ispirati alla ricerca individuale del piacere e quindi al vizio raggiungano poi fini del tutto diversi nel conseguimento del benessere collettivo. Coloro che invece impostano la loro esistenza secondo il virtuoso principio di accontentarsi della propria condizione, questi in effetti conducono la loro vita nella rassegnazione e nella pigrizia danneggiando la produzione industriale, causando la povertà della nazione ed ostacolando il prodigioso sviluppo che sta portando l’Inghilterra alla Rivoluzione industriale. Anche le calamità concorrono al benessere generale: il rovinoso incendio di un quartiere londinese ha provocato lutti e rovine, ma ora quelle costruzioni ridotte a macerie risorgeranno più belle di prima grazie al lavoro di schiere di carpentieri, manovali ecc. che godranno per il nuovo lavoro di una vita più confortevole. Ecco un esempio che dimostra come la somma dei benefici causati da quell’evento disastroso abbia superato la somma dei lutti. Questo vale anche per le guerre dove ad ogni distruzione segue una grande rinascita.

Tercespot Navi

Società (art. Crisi economiche nella storia e mutamenti sociali)

Crisi economiche nella storia e mutamenti sociali 

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La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ la crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.” (Albert Einstein, “Il mondo come io lo vedo” 1931)

Dall’anno 2008, quante volte abbiamo sentito la parola “crisi”. Un “mantra” che ha pervaso le nostre menti e le nostre esistenze d’ogni giorno nel bene e nel male. Nel gergo comune, una crisi, corrisponde ad un cambiamento traumatico o stressante per un individuo, oppure ad una situazione sociale instabile e pericolosa. Cercheremo di occuparci in senso più ampio di questo fenomeno, non soffermandoci troppo sull’ultima crisi economica, che ormai ben conosciamo, ma guardandoci al passato per farci un’idea sulle crisi economiche che hanno colpito il continente nella storia, nel pre e nel post avvento del capitalismo e le conseguenze, i mutamenti, gli effetti che esse hanno procurato nella società.

I filosofi sono inclini – da sempre – ad adottare una prospettiva di lettura per cui la crisi è essenzialmente crisi di una totalità storica. Si tratta di un orientamento che è tipico di quella che tra la fine del secolo XIX e i primi decenni del secolo XX è stata chiamata la cultura della crisi. Va da sé che in una società individualizzata – come è la società occidentale contemporanea – la percezione della crisi da parte degli attori influenza il percorso e gli effetti della crisi stessa. Così come è altrettanto scontato che la dimensione culturale di una società postmoderna che si propone come società elettiva, fondata cioè su un meccanismo di scelta che governa il mercato, ma forse ancor più il sistema delle relazioni sociali, viene ad essere esposta in modo endemico ai processi di crisi ed anzi li incoraggia con la finalità latente di fare dell’equilibrio instabile uno dei principi costitutivi del suo funzionamento.

Per i sociologi, invece, la crisi altera il sistema della stratificazione sociale in termini di produzione di nuove diseguaglianze e di rafforzamento delle vecchie. In una prospettiva sociologica ma soprattutto nella sua realtà effettiva, infatti, una crisi non è reputabile unicamente a probabili problematiche legate alla finanza, all’economia od al sistema stesso; le sue fonti primarie sono eventualmente altrove, nelle dinamiche culturali, sociali e politiche generali. Al limite la crisi deve essere concepita nel quadro generale dei cambiamenti planetari che riguardano la demografia, il nostro rapporto con l’ambiente, con il clima, le nostre abitudini di consumo e di produzione considerando comunque che le radici politico-istituzionali sono altrettanto rilevanti.

Nelle crisi economiche, prima della nascita del capitalismo, gli spostamenti bruschi nel generale equilibrio economico, le depressioni nel generale stato di benessere economico di una data popolazione, erano spesso determinate da tre fondamentali evenienze: scarsi raccolti, guerre, epidemie. La storia mostra il frequente ripetersi di simili calamità, ma questo ricorso non assume una regolarità di svolgimento e neppure una periodicità approssimativa. In ogni modo le accennate calamità avevano per lo più un ambito territoriale relativamente ristretto. Grandi ineguaglianze esistevano inoltre da luogo a luogo nella generale dinamica economica. Parliamo infatti di mercati e spazi di commercio molto ristretti, quasi chiusi, a causa di barriere politiche e doganali. Ai caratteri economici e tecnici dell’attività produttiva corrispondeva una formazione ristretta di capitale fisso. Scarso era lo sviluppo del credito e spesso mancante il credito mobiliare. La prestazione del lavoro, nella forma dell’artigianato e con l’esteso irregolare lavoro a domicilio, non dava luogo a un mercato della mano d’opera, con definita formazione di prezzi a estesa applicazione e nemmeno a brusche generali variazioni nel grado di occupazione.

Prendiamo come esempio la crisi che colpì nel III secolo (tra il 235 ed il 284 d.C.) l’Impero Romano. Durante tale crisi si manifestarono simultaneamente situazioni estremamente problematiche su diversi fronti: dall’aumento della pressione nemica sui confini (spesso accompagnata da secessioni e disordini interni), la crisi del tradizionale sistema economico e, soprattutto, una grave instabilità politica. Nel III secolo d.C., tutte le energie dello Stato venivano spese non per ampliare, ma per difendere i confini dalle invasioni barbariche. Con l’esaurirsi della spinta espansiva delle conquiste, il peso economico e l’energia politica delle legioni finirono dunque per riversarsi all’interno dell’Impero invece che all’esterno, con il risultato che l’esercito, che era stato il fattore principale della potenza economica, finì per diventare un peso sempre più schiacciante, mentre la sua prepotenza politica diventava una fonte permanente di instabilità. Durante i circa 50 anni della crisi più di una ventina di imperatori si succedettero sul trono, regnando a volte contemporaneamente su parti diverse del territorio. Si trattava in genere di comandanti militari che venivano proclamati imperatori dalle proprie legioni e riuscivano a mantenere il potere per una media di due o tre anni, prima di essere a loro volta assassinati dal loro successore. La crisi si arrestò solo grazie alle drastiche riforme di Diocleziano nel 284 ed alla riunificazione dell’Impero. L’economia dell’impero romano nei primi due secoli si era basata sulla conquista militare di nuovi territori e sullo sfruttamento schiavistico delle campagne: in mancanza di nuove conquiste e dei bottini di guerra le spese dello Stato, sempre più impellenti per poter far fronte alle pressioni esterne, furono coperte con un progressivo aumento delle tassazioni, proprio quando la diminuzione del numero di schiavi minava le possibilità economiche dei cittadini. Gradualmente la ricchezza, l’importanza politica, sociale, istituzionale e culturale si era livellata tra il centro e le province dell’Impero romano, sebbene con disparità ancora evidenti. Per Roma questo ebbe conseguenze negative, poiché ivi la forza lavoro era costituita prevalentemente dagli schiavi, che venivano catturati durante le guerre. Sembra che se la situazione di pace dell’epoca degli Antonini avesse prodotto, per quanto riguarda la Città eterna e molte regioni italiane, una crescita demografica di considerevoli proporzioni, nel contempo vi aveva causato un calo produttivo acuito da una sempre più agguerrita concorrenza delle province. Il reperimento di manodopera servile a basso costo, formata soprattutto da schiavi, non aveva fino ad allora rese necessarie particolari evoluzioni tecniche. La pressione fiscale divenne insostenibile per molti piccoli proprietari, costretti a indebitarsi e quindi a vendere le proprie terre, per andare a lavorare in condizioni di semischiavitù sotto i grandi proprietari. Molte terre furono abbandonate e cessarono di essere produttive. Lo Stato cercò di approntare una serie di meccanismi ed emanò alcune disposizioni legali tese a impedire l’abbandono della terra da parte dei contadini non proprietari che, a vario titolo, la coltivavano. Era nata la servitù della gleba. Mentre per questi fattori l’impero si andava gradualmente impoverendo, le situazioni ai confini si stavano facendo sempre più critiche, con richieste di tributi per sostenere la macchina militare che sempre con maggiori difficoltà venivano coperti. Le aree spopolate vennero in seguito concesse ad alcune popolazioni barbariche che per prime si stabilirono nell’Impero. La crisi economica aveva comportato una diversa suddivisione della società: dalle tre classi tradizionali dei senatori, dei cavalieri e dei plebei: senatori e cavalieri erano confluiti nella classe privilegiata degli honestiores, mentre artigiani e piccoli commercianti, toccati dalle difficoltà economiche e dalla svalutazione della moneta d’argento, erano confluiti nella classe degli humiliores che andava man mano perdendo i propri diritti.

Nelle crisi economiche dopo la nascita del capitalismo (sorto fra il secolo XVII e il XVIII nell’Europa occidentale), abbiamo un andamento (non considerabile prima del suo avvento) fortemente dinamico, specie con movimenti graduali a lungo decorso (secolari) e con movimenti ripetentisi a forma ondulare e a decorso di pochi anni (ciclici). La dinamica economica nell’economia capitalistica non presenta più in genere la prevalenza di occasionali calamità, di catastrofi economico-sociali-politiche inizianti lunghe epoche di depressione e sofferenze, ma mostra degli alti e bassi, delle oscillazioni, dei cicli composti a loro volta di varie fasi. Poiché nella vita umana, anche collettiva, è più evidente la sensazione data dalle pene che quella data dai godimenti, così l’attenzione degli operatori e degli studiosi è specialmente rivolta alla fase di marasma, di scarsità di affari e di disoccupazione operaia che figura in ogni ciclo, e soprattutto alla crisi, la fase di precipitoso passaggio dall’effervescenza alla mancanza d’affari, dalla prosperità al disagio. La crisi è uno spostamento spesso repentino da una data posizione d’equilibrio a un’altra molto diversa; lo spostamento è di solito sussultorio, imprevedibile per molti fra gli operatori, e determina bruscamente gravi diminuzioni di valore e di attività produttiva, minorazioni o cessazioni di remunerazione; è spesso accompagnato da sconcerti, da episodi drammatici. Per quanto la crisi abbia particolarità di caratteri e di manifestazioni, essa fa parte integrante dell’ondulazione ciclica. Il sistema causale della crisi è insito nel sistema causale dello svolgimento ciclico: la teoria delle crisi più propriamente si dovrebbe designare come teoria della ciclicità nel movimento degli affari. Lungo una parte del sec. XIX sembrò delinearsi una certa regolarità nella distanza fra le crisi gravi, distanza che sembrava aggirarsi intorno ai 10 anni. Di fronte a questa regolarità cronologica, taluno ravvisò nei cicli e nella manifestazione più grave di essi, le crisi, un riflesso di fenomeni cosmici. L’approssimativa equidistanza nel ricorso delle crisi iniziò a cambiare nell’ultima parte del sec. XIX. Difatti, sembra manifestarsi una certa tendenza all’abbreviazione dei cicli. Negli Stati Uniti dal 1790 ad oggi i cicli hanno una durata media di 40 mesi, e le più recenti indagini induttive intorno alla dinamica economica assegnano una notevole importanza a quelli che si potrebbero dire i cicli minori, culminanti non già in una grande crisi molto appariscente, ma in un regresso di attività economica, meno vistoso e meno drammatico, denominato dagli autori anglo-americani recession. Fra le circostanze iniziali che hanno addotto a svolgimenti critici si possono ricordare, a titolo d’esempio, la speculazione ferroviaria (crisi del 1847), il riflusso di metalli preziosi in Europa per l’introduzione del corso forzoso negli Stati Uniti (1866), la speculazione sul rame (1907). Talora occasioni possono essere eventi che significano un grande spostamento accidentale nel movimento degli affari; per es., lo scoppio d’una guerra. Possono essere anche eventi o fenomeni che importano uno spostamento nell’indirizzo del movimento secolare. A spiegazione dell’odierna fenomenologia ciclica e critica si adducono alcuni caratteri che distinguono l’economia capitalistica dai sistemi economici anteriori; come ad esempio:

  1. Produzione per il mercato e non per ordinazione. – La produzione di beni avviene infatti generalmente in vista d’una domanda che si prevede si debba formare sul mercato in istanti futuri, talora non prossimi. Si agisce così non in vista di condizioni presenti, ma di future posizioni del mercato e la previsione economica assume nel sistema attuale un’importanza e un’efficacia molto maggiori che in regimi anteriori.

  2. Psicologia degli operatori. – La teoria economica pura ipotizza degli operatori consci delle condizioni del mercato e capaci di adottare una condotta razionale. Gli operatori reali non hanno però simili capacità; essi, molto spesso, hanno cognizioni imprecise, imperfette e anche errate sulla situazione presente e così fanno induzioni infondate sulla situazione futura del mercato. Gli errori economici che così si compiono in un mercato, considerati nella loro massa, non sono distribuiti seconde la legge degli errori accidentali, bensì, di solito, in maniera fortemente asimmetrica. Gli effetti degli errori non sono eliminati dalla scoperta degli errori stessi, dalla correzione; ma da questa derivano spostamenti del mercato in altro senso, non mai un automatico raggiungimento perfetto delle posizioni che si sarebbero realizzate in un ambiente dove avessero agito solo degli esseri razionali. Gli errori si compiono non solo per ignoranza, ma anche per i caratteri psicologici dei singoli operatori, caratteri che adducono a visioni divergenti in vario senso dalla realtà, a opinioni ottimiste o pessimiste sulla posizione attuale o futura del mercato. Queste opinioni, questi caratteri psicologici, non rimangono uniformi nel tempo e non si formano isolatamente presso i singoli operatori, ma mutano e si propagano talora rapidamente ed estesamente poiché l’ambiente economico è mutevole e permeabile.

L’attività industriale e il mercato finanziario hanno trovato via via una larga base nel movimento creditizio; il collocamento dei titoli in forma definitiva è divenuto più difficile; si è verificato quel fenomeno che gli economisti americani designano come “svolgimento piramidale del credito” (pyramidizing of credit); l’eccessiva produzione di moneta bancaria risulta pericolosa. Una minima circostanza può essere indizio di mutamento nell’indirizzo della dinamica economica e determinare il passaggio alla fase di crisi. Strumento di mutazione dinamica può anche essere il venir meno delle condizioni ambientali che determinarono e diffusero l’ottimismo; i mutamenti psicologici sono facili a delinearsi; basta un dissesto più o meno casuale, qualche delusione d’imprenditori improvvisati e mal preparati. Delle voci sorgono facilmente e diffondono la sensazione che è finita l’epoca dei facili guadagni. Alla fiducia subentra la riservatezza e poi presto il pessimismo, la paura, il panico. La sensazione del mutamento si presenta dapprima agli uomini di banca e di borsa; ciò, non solo per la psicologia loro e la loro posizione in un plesso molto sensibile dell’organizzazione economica, ma più ancora per circostanze obiettive connesse sia con l’accentuarsi nelle esposizioni creditizie (tanto conti correnti scoperti come cambiali scontate), sia con l’impossibilità di procedere indefinitamente all’incremento della massa di moneta bancaria. I fenomeni attinenti alla circolazione della moneta bancaria, così come quelli attinenti al mercato finanziario, al trasferimento interlocale del risparmio, alla tendenza all’espansione del mercato dei prodotti, influiscono grandemente sulla propagazione interlocale delle fasi cicliche e quindi sulla produzione di moneta bancaria. Le banche sia di emissione, sia ordinarie risentono dunque, in varia guisa, la convenienza di restringere le loro esposizioni creditizie, di procedere a contrazioni nei fidi e a liquidazioni, operando una rigorosa selezione della clientela. Il rigore che s’instaura nella condotta bancaria altera le posizioni di molti imprenditori, ne rende alcune pericolose e determina, in seguito a selezioni fondamentalmente benefiche, la caduta delle imprese. Gli spostamenti avvenuti nel mercato del credito, la cessazione della speranza di crescenti dividendi e il timore che i dividendi debbano declinare e cessare, provocano ribassi nelle quotazioni dei titoli e determinano facilmente fenomeni psicologici gravi. Durante la fase della depressione, la domanda dei beni diretti risulta sensibilmente ridotta; è più fortemente diminuita la domanda di beni strumentali a fecondità semplice ed è cessata quasi totalmente la domanda di beni strumentali a fecondità ripetuta; è notevolmente diminuita la domanda di mano d’opera specialmente rispetto alle industrie costruttive; si presenta grave la disoccupazione operaia, con tutte le sue immancabili conseguenze sociali. Alla gradualità nella variazione della domanda dei vari tipi di beni corrisponde la gradualità nella discesa dei rispettivi prezzi; si verifica nella dinamica discendente una vischiosità nei prezzi e nelle merce di analoga a quella constatata durante la fase di ascesa. La fase della depressione economica è lunga. Il pessimismo solo lentamente si attenua; e le condizioni del mercato solo lentamente migliorano, per i descritti caratteri proprî dell’elasticità negativa nell’offerta di molti beni e servizi. Il basso livello dei prezzi dei beni diretti, anche di quelli di consumo popolare, segna saggio relativamente alto dei salari reali per la mano d’opera occupata; ma l’occupazione è ristretta e spesso si svolge con orario ridotto. La lunghezza nella fase di depressione è connessa con la gradualità ascendente o discendente con cui si svolgono i movimenti secolari: è connessa anche col presentarsi di eventi eccezionali (guerre, ecc.), e di circostanze accidentali di dinamica economica. Non sarebbe possibile svolgere qui un esame particolare delle numerosissime teorie formulate intorno alle crisi (o, meglio, intorno ai cicli negli affari). Ricordando rapidamente solo alcune delle analisi teoriche svolte, abbiamo anzitutto dottrine che ravvisano nella ciclicità economica la ripercussione della ciclicità meteorica (e agraria) e vedono in questa l’effetto dei fenomeni cosmici; tali sono la teoria di W. Stanley Jevons, basata sulla periodicità approssimativamente decennale delle variazioni delle macchie solari, e quella di H. L. Moore, basata su periodi di 8 anni attinenti alla rivoluzione del pianeta Venere intorno al sole. L’economista tedesco Werner Sombart ritrova invece la causa fondamentale nella dissimilarità del ritmo secondo cui avvengono le produzioni di materie organiche e di materie inorganiche. Parecchi economisti assegnano poi quale causa prevalente delle fluttuazioni nelle attività economiche, le alternative di ottimismo e pessimismo presso la gente di affari; questo fattore emotivo è messo in primaria evidenza dal Marshall e poi dal più eminente dei seguaci della scuola marshalliana, dal Pigou, che è la migliore trattazione che ora si possegga sulle fluttuazioni industriali. Una ben singolare ipotesi sul fattore emotivo quale causa del ritorno delle crisi, è avanzata dall’americano M. B. Hexter, il quale crede di ravvisare una coincidenza fra le crisi e le fasi di accentuazione della mortalità e riconnette il pessimismo della gente d’affari al dolore determinato dai frequenti decessi. Alle tesi che assegnano decisiva importanza alle alternative nella psicologia presso la gente d’affari, fanno riscontro le dottrine che vedono nelle fluttuazioni cicliche gli effetti di errori di calcolo da parte dei produttori; l’economista tedesco Brentano sin dal 1878 affermava che “i casi di ristagno nello spaccio e le loro conseguenze per gli imprenditori non sono che le meritate pene per gli errori da essi commessi nei calcoli economici”. Altre dottrine attribuiscono la causa dello svolgimento ciclico alle innovazioni tecniche, all’invenzione e adozione di nuovi processi produttivi, i quali determinerebbero espansione nell’attività industriale con ampliamenti nell’impiego di risparmio, rialzi nei saggi d’interesse, nelle mercedi, nei prezzi; seguirebbe poi un periodo di raggiustamento, di crisi e depressione. Il più importante sostenitore di questa tesi è lo Schumpeter. Molte spiegazioni dello svolgimento ciclico s’imperniano anche sulla dinamica nella formazione e nell’impiego del risparmio, ritenendo le fasi d’insufficiente formazione di risparmio causa di limitazioni nell’attività produttiva; il più insigne elaboratore di questo principio è il russo Mentore Tougan-Baranovski. L’inglese Giovanni A. Hobson parte da una tesi opposta: l’eccessiva formazione di risparmio presso le classi ricche in date epoche, adducente a una soverchia formazione di capitale fisso e quindi alla depressione economica. La dinamica nella formazione del risparmio e nel suo impiego breve o lungo ha molta parte nella complessa e oscura teoria della ciclicità, ultimamente formulata dal prof. Dennis H. Robertson. Si afferma anche, genericamente l’esistenza di epoche di sovrapproduzione o di sottoconsumo, cui succedono, per reazione, delle epoche di minore produzione. Più fini analisi sono state recentemente condotte intorno alle circostanze che adducono a questi eccessi o a queste deficienze di produzione. Tra le dottrine più notevoli in questo senso si possono ricordare quelle del francese Alberto Aftalion e del russo Mentore Bouniatian, basate largamente sui particolari caratteri della dinamica nella produzione dei beni strumentali a fecondità ripetuta; tale dinamica ha pure larga parte nei sistemi teorici escogitati dal Robertson e dal Pigou e da parecchi altri economisti. Molto rilevante è infine la parte assegnata da numerosi schemi dottrinali alla fenomenologia relativa alla moneta e al credito. La tesi estrema è affermata dall’economista britannico R. G. Hawtrey, che ravvisa nella ciclicità unicamente l’effetto di alternative nella condotta bancaria. Le variazioni nella massa e nel valore della moneta hanno molta parte nelle teorie formulate dall’americano Irving Fisher, dal Robertson e dal Pigou; il Pigou vede però nelle alternative della politica creditizia essenzialmente una manifestazione di alternative di ottimismo e di pessimismo. Talune dottrine, sempre ponendo in grande evidenza i fenomeni monetarî, trovano l’immediata causa delle fluttuazioni nell’attività industriale, nei ritardi con cui varia il flusso di molti redditi e quindi la domanda di beni diretti; questa tesi è stata ultimamente sostenuta negli Stati Uniti da vari economisti appartenenti alla Pollak Foundation for Economic Research.

La categoria della crisi, se adottiamo una prospettiva riflessiva da europei, ci aiuta a leggere la modernità dall’Illuminismo fino a Marx. Ciò significa almeno due cose: la prima è che la crisi va concepita come processo, cioè va analizzata e compresa nella sua dinamicità che ne forma l’essenza, sia che evolva positivamente e che trovi una soluzione in una chiave di progresso sia, all’opposto, che approdi ad esiti di “tramonto e morte di una civiltà”. La crisi comunque è un motore del mutamento sociale e politico. La filosofia della storia marxiana presenta la crisi come l’effetto di una pratica rivoluzionaria che vede una fase cruciale della lotta tra le classi nel conflitto che la borghesia intraprende contro il vecchio ordine che la escludeva da una posizione di autorità. Naturalmente la dimensione economica della crisi è dominante nell’approccio del materialismo storico. La crisi è un dato strutturale inerente al modo di produzione industriale capitalistico ed è caratterizzata da periodicità. Anche perché è grazie alle crisi periodiche che il capitalismo cresce sfruttando le sue contraddizioni. Ma il punto chiave della teoria marxiana è l’approdo ad una “crisi generale” che liquiderebbe storicamente il capitalismo. La teoria marxiana del crollo basata sulla caduta tendenziale del saggio di profitto coinvolge, illusoriamente, prima la classe operaia e poi la società nella sua globalità. la storia del capitalismo è comunque segnata da tappe critiche di diversa importanza e di diverso impatto sociale. La Grande Crisi degli anni Trenta, punto di riferimento imprescindibile di ogni riflessione comparativa sulla crisi, svela le profonde, irreversibili, trasformazioni del capitalismo e vede un protagonismo delle istanze di pianificazione dello Stato insieme ad un processo di politicizzazione dell’economia che previene gli effetti catastrofici della crisi stessa. Sta di fatto che nella tarda modernità la dimensione critica del mutamento sociale si riflette nel pensiero sociologico, specialmente europeo e si condensa sul piano analitico nell’ipotesi della crisi di legittimazione del capitalismo maturo. Anche perché scompare dalla scena la soggettività politica della classe operaia insieme al suo assottigliamento quantitativo e funzionale. Proliferano le crisi di razionalità, di motivazione e di legittimazione. La crisi di sistema si blocca; ma le crisi si atomizzano e diventano pervasive. Dall’economia la crisi si sposta sul terreno della vita quotidiana. Probabilmente il metodo marxiano che predilige un nesso forte, regolare e prevedibile tra crisi sistemiche (strutturali) e crisi sociali ed identitarie svela oggi, in una società globalizzata, tutti i suoi limiti e la sua natura apodittica ove se ne tenti la trasposizione dalla società capitalistica delle origini alla nostra. Si assiste infatti oggi ad una tendenza dissociativa tra vari tipi di crisi: culturale, economica, ecologica, scientifica e statual-politica. Va da sé che in una società individualizzata – come è la società occidentale contemporanea – la percezione della crisi da parte degli attori rappresenta una dimensione fondamentale che influenza il percorso e gli effetti della crisi stessa. Così come è altrettanto scontato che la dimensione culturale di una società postmoderna che si propone come società elettiva, fondata cioè su un meccanismo di scelta che governa il mercato, ma forse ancor più il sistema delle relazioni sociali, viene ad essere esposta in modo endemico ai processi di crisi ed anzi li incoraggia con la finalità latente di fare dell’equilibrio instabile uno dei principi costitutivi del suo funzionamento.

Il secolo XIX ha rappresentato nella storia europea un’epoca di profonde trasformazioni economiche e sociali, originate in gran parte dagli effetti della rivoluzione industriale, dalla spinta del progresso tecnico e scientifico e dall’affermazione del liberalismo nella gran parte dei paesi del vecchio continente L’applicazione nel settore industriale delle scoperte tecniche e scientifiche provocò profonde conseguenze anche sul piano dell’organizzazione del lavoro e delle strutture economiche, finanziarie e commerciali. Il lavoro non era più legato alla sola mano dell’uomo, all’impegno e alla fantasia dell’artigiano, che controllava il processo produttivo dal principio alla fine e si avvaleva di semplici strumenti. Con l’avvento delle macchine occorreva un capitale per finanziare impianti e attrezzature. Questa esigenza faceva emergere la figura del capitalista, capitano d’industria, organizzatore e pianificatore della produzione, che poteva avvalersi di un esercito di lavoratori, che lasciava le campagne per trasferirsi nei centri urbani industriali, dovendo subire , in molti casi, pesanti condizioni di vita e di lavoro. Il processo di sviluppo capitalistico industriale che visse l’Europa nel XIX secolo influenzò anche l’agricoltura ed il mondo rurale. Non è infatti un caso che proprio negli ultimi anni dell’Ottocento venne a manifestarsi una crisi agraria che si inseriva in un contesto economico e in una congiuntura internazionale che risentiva di una fase di ristagno del ciclo espansivo che aveva segnato i decenni precedenti. La crisi dell’agricoltura, che aveva ancora un ruolo di rilievo nell’economia europea, andò a colpire anche altri settori economici. Il crollo dei prezzi agricoli provocò una riduzione del reddito complessivo, determinando un declino degli investimenti e dei profitti, favorendo una generale tendenza recessiva, che colpì tutti i paesi. Sul piano sociale gli effetti più evidenti di questa crisi vanno individuati nel notevole aumento del flusso migratorio dall’Europa verso altri continenti. Le cronache e la storiografia hanno ampiamente dimostrato, di una sorta di calvario disperato, ove per milioni di uomini, donne e fanciulli, abbrutiti dalla miseria e dalla disperazione, parve ignorato qualsiasi segno di pietà, se si esclude lo sforzo nobile e generoso di uomini di Chiesa o di filantropi, a lungo scontratisi con una realtà troppo spesso sorda ad ogni appello di carità.

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La Crisi economica del 1929, meglio conosciuta come la Grande Depressione, verrà ricordata, insieme alle due Guerre Mondiali, come uno dei fatti più sconvolgenti dell’intero Novecento. Nell’ottobre del 1929, con il crollo delle quotazioni azionarie alla borsa di New York, ebbe il via una gravissima crisi economica che sconvolse gli anni antecedenti il Secondo conflitto mondiale e per certi versi ne fu anche causa indiretta. Gli anni che hanno preceduto la Crisi del 1929 sono stati definiti come “anni ruggenti” caratterizzati da una particolare euforia giustificata dal boom economico che gli USA sperimentarono in quegli anni. Proprio la grave crisi economica che in breve tempo si propagò anche in Europa diede origine a fenomeni estremistici come il movimento politico-sociale di Hitler. Lo sviluppo industriale che fu frenetico alimentò le speculazioni avviando così la formazione di una bolla speculativa il cui scoppio ebbe effetti drammatici. Negli anni precedenti la crisi, infatti, la produzione e i profitti erano aumentati considerevolmente mentre i salari rimanevano piuttosto stabili e il sistema creditizio era ancora disorganizzato e inadeguato. Come insegna la storia, ogni bolla speculativa è destinata a sgonfiarsi: il crollo azionario del 1929 ebbe effetti catastrofici sull’economia statunitense soprattutto perché si era in precedenza diffusa la convinzione che l’investimento in borsa avrebbe generato un “arricchimento facile” ed ormai tutti investivano i propri risparmi in azioni. La possibilità di guadagni facili determinò una vera e propria migrazione di capitale dall’Europa verso gli USA e ciò segnò profondamente soprattutto l’economia tedesca. Si arriva così a quello che è ricordato come il “Martedì nero”. Il 24 ottobre del 1929 ha inizio la fase che dà il via alla Grande Depressione: non si riusciva a trovare un acquirente e si rese necessario l’intervento dei principali banchieri statunitensi che assicurarono un’immissione di capitali per sostenere il sistema. La crisi del mercato azionario arrivò nell’autunno del 1929 quando la fiducia degli investitori iniziò ad essere minata dalla preoccupazione che i titoli avrebbero in breve perso parte del loro valore spingendo tutti a vendere. In poco meno di 3 anni il tasso di disoccupazione raggiunse il suo picco, poco sotto il 25%, crescendo di quasi venti punti percentuali nell’arco di un triennio; gli alti tassi di disoccupazione furono la diretta causa della forte contrazione dell’attività produttiva.

A differenza della crisi da sottoconsumo del 1929; nel 1970, si ebbe una crisi da sovrapproduzione. Questa volta il problema non era la mancanza di domanda da parte di lavoratori troppo mal pagati per potersi comprare le automobili che producevano. Al contrario, le paghe operaie crescenti e l’intelligenza di alcuni imprenditori – che avevano cominciato a produrre beni di prezzo accessibili ai loro dipendenti avevano evitato il ripetersi delle dinamiche degli anni ’20. Il problema del 1973 era un altro: dopo alcuni decenni di acquisti di massa le case di molte famiglie occidentali cominciavano ad essere colme e in alcuni casi perfino a strabordare di merci. Inevitabilmente si arrivò a un calo della domanda di nuove merci e di conseguenza le strategie di produzione e di vendita delle imprese dovettero riorientarsi per far sì che le famiglie anziché comprare ex novo un bene che prima non possedevano si limitassero a sostituire i beni che già avevano  con altri, più belli, più grandi, più colorati e pieni di optional. In termini tecnici finiva l’epoca dei  mercato di riempimento e iniziava quella dei mercati di sostituzione.

Così come nella crisi del 1929, anche la Grande crisi del 2008 è stata il frutto dello scoppio di una bolla speculativa che si è gonfiata in maniera esponenziale a partire dagli inizi del nuovo millennio. Attraverso un eccessivo uso della finanza creativa fondata sulle cartolarizzazioni e sui derivati si è attivato un meccanismo perverso di forti speculazioni che le Autorità di vigilanza non sono state in grado di cogliere ed arginare. L’origine della crisi dell’economia reale è stata una crisi finanziaria iniziata negli Stati Uniti nell’estate del 2007, poi diffusasi in Europa e rapidamente nel mondo intero. La crisi finanziaria è iniziata nel cosiddetto mercato dei mutui subprime, un segmento del mercato immobiliare statunitense nel quale si erogano mutui caratterizzati da un alto profilo di rischio. Dal primo decennio di questo secolo quindi i prezzi delle case sono aumentati molto senza che diminuissero i costi di costruzione o che la popolazione crescesse significativamente. Le banche USA, al fine di contenere la rischiosità della loro esposizione in questa tipologia di crediti, cartolarizzavano tali crediti e cedevano al mercato i titoli derivanti da tale processo in modo da trasferire il rischio sul mercato. Il problema si è manifestato nel momento in cui, nel giro di soli due anni, i tassi di interesse sono passati dall’1,5% al 5,25% inducendo, di fatto, molti debitori a non poter pagare più le rate dei mutui; in poco tempo, si sono moltiplicati i pignoramenti di abitazioni a cui erano legati i mutui e l’eccessiva offerta di immobili sul mercato ha generato il crollo del mercato immobiliare. L’apice della crisi si è avuto con il crollo di Wall Street nell’ottobre del 2008 rievocando così il famoso martedì nero del 1929. Quella che era nata come crisi finanziaria, si è trasformata drammaticamente in una crisi economia reale con un forte calo dei consumi, un aumento dei fallimenti, il rialzo del tasso di disoccupazione e, cosa ancor più grave, una riduzione del credito bancario. L’Area Euro non si è ancora ripresa a causa dell’instabilità determinata dalle preoccupazioni legate alla sostenibilità del debito. Nel tempo, complice la cattiva regolamentazione, i non virtuosi comportamenti delle banche si sono diffusi tra tutte le altre istituzioni finanziarie. Finché i prezzi delle case crescevano, le banche potevano fare enormi profitti mantenendo elevata la loro leva finanziaria. Questa situazione però non è durata a lungo e alla fine molte banche si sono ritrovate senza capitale sufficiente per assorbire le loro perdite. Secondo Blanchard, i principali canali attraverso cui la crisi finanziaria ha colpito l’economia reale sono stati: la contrazione del credito da parte delle banche (credit crunch) che ha penalizzato gli investimenti ed il crollo del mercato azionario a cui è conseguita la riduzione del valore della ricchezza delle famiglie e quindi la contrazione dei consumi.

Nel 1873 c’è stata la prima grande crisi economica di portata mondiale, è durata 22 anni e ha preso il nome di Grande Depressione. Nel 1873 si arrivava da una costante crescita economica, durata più di 30 anni e dovuta per lo più alla rivoluzione industriale. Ma anche nei 30 anni prima della crisi del 2008 c’era stata una forte crescita. Come riporta il Prof. Scott Reynolds Nelson, del College of William and Mary di Williamsburgh (Virginia), storico dell’Ottocento, nel 1873 la crisi partì dal settore immobiliare e poi si trasferì al settore finanziario, causando un crollo delle borse. Alcuni anni prima della crisi infatti in Europa c’era stato un boom incontrollato nelle costruzioni, favorito anche da istituti finanziari che concedevano prestiti in maniera troppo azzardata, senza particolari garanzie. Dall’Europa poi c’è stato il contagio globale. Nel 2008 si è verificata esattamente la stessa cosa, solo che questa volta è partito tutto dagli Stati Uniti. Si è verificata una bolla immobiliare e c’è stata la crisi dei cosiddetti mutui subprime, cioè le banche prestavano denaro a clienti a forte rischio debitorio e questi non riuscivano a rimborsare i prestiti facendo andare in crisi il sistema. Si è trattata di una grossa speculazione finanziaria, di cui stiamo pagando ancora il conto. Il panico oggi come ieri ha avuto la meglio. L’8 maggio 1873 crollò la borsa di Vienna e ciò generò il panico, le banche cercarono di salvare il salvabile, creando però una spirale negativa che fece salire enormemente il costo del credito interbancario. Da lì a poco crollo tutto e ci fu il fallimento di una delle maggiori banche statunitensi, la Jay Cooke & Company. Nel 2008 stessa cosa, crollo del mercato immobiliare, crollo del valore del dollaro, ondate di vendite da panico e l’indice S&P500 di Wall Street che tra settembre e ottobre 2008 segna una flessione del 25,9%. Da qui c’è stata la crisi del credito, il forte aumento dei tassi interbancari e la più grande bancarotta della storia degli Stati Uniti: la banca d’investimento Lehman Brothers il 15 settembre 2008 chiude i battenti dopo 158 anni. La crisi iniziata nel 1873 si è poi protratta per un periodo molto lungo, solo nel 1895 c’è stata una vera ripresa. Le misure adottate all’epoca furono grosso modo le stesse adottate oggi: forti interventi statali nell’economia. Anche se con modalità diverse, mentre nell’Ottocento gli Stati aumentavano le commesse pubbliche per aiutare le imprese, oggi gli aiuti si sono concentrati nell’aiutare le banche a non fallire. Altra operazione fatta nell’Ottocento è stata quella di aumentare i dazi doganali, operazione richiesta anche oggi da diversi analisti, ma per adesso la proposta protezionistica non ha trovato terreno fertile. Dalla crisi però era emersa una riconsiderazione sul fare impresa e si arrivò ai monopoli: si pensava che l’eliminazione della concorrenza potesse garantire una maggiore stabilità ed effettivamente in quel periodo nacquero diversi grandi gruppi, alcuni dei quali han dovuto sciogliersi per via delle legge antitrust. Attualmente invece molte imprese stanno reagendo in maniera diversa, anziché combattere la crisi e investire, preferiscono scappare. Andare in altri Paesi dove possono godere di situazioni economiche migliori e poter quindi mantenere un livello di profitti grosso modo identico. È una scelta legittima, ma discutibile, perché chi fa impresa dovrebbe avere anche una certa etica. Come abbiamo visto ci sono diverse analogie, ma non è pensabile, secondo gli esperti, che la crisi attuale possa durare 22 anni come quella dell’Ottocento.

I sociologi, riguardo l’attuale crisi economica, affermano che essa è diretta conseguenza di scelte passate. Basti pensare che a partire dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso, si verifica un ritiro progressivo dello Stato e si assiste ad una deregolamentazione associata al declino dei modelli e delle ideologie classiche che prevedevano l’intervento responsabile dello Stato ed un controllo politico nell’economia. In breve è un mutamento complesso, che include una pluralità di crisi, quello che ha generato la grande crisi di cui oggi tutti ci occupiamo. I problemi del mondo contemporaneo sono globali, planetari: la crisi americana dei subprimes e del credito al consumo, per esempio, si estende in una crisi mondiale dell’economia ed è, al contempo, la prima crisi della globalizzazione. La crisi finanziaria che ha ridefinito e travolto il sistema capitalistico in questi anni, ci ha obbligato a riflettere sui rapporti tra la finanza, l’economia e l’etica. La crisi si è manifestata senza che le scienze sociali ne avessero minimamente previsto l’arrivo e così ci ha obbligato a ripensare i fondamenti concettuali ed i metodi dei nostri saperi. Eppure la sociologia non era del tutto sprovvista di strumenti analitici idonei. Fondamentale l’apporto di Max Weber in questo ambito. Die Boersenenquete (1895) è un lavoro profetico: anticipa i problemi dell’oggi creati dalla crisi del credito. I giovani europei costituiscono oggi quella che potrebbe definirsi una generazione in crisi, impedita nel dare un contributo significativo alla nostra epoca. Diversamente non potrebbe essere per una generazione cresciuta in un contesto socio-economico ed istituzionale anch’esso critico, suscettibile di molteplici cambiamenti e caratterizzato da incertezza valoriale ed identitaria. Le dinamiche istituzionali e cognitive che precludono ai giovani un futuro degno di essere vissuto vengono prese in considerazione da Simona Gozzo che analizza l’incidenza che ha sulla crisi la partecipazione politica giovanile in Europa. L’ipotesi che sostiene è che, nell’ambito dell’attuale contesto europeo, l’incapacità di rispondere adeguatamente alle sfide sociali ed economiche che la società contemporanea pone determina un ulteriore declino nel coinvolgimento politico da parte delle nuove generazioni, particolarmente colpite da precarietà occupazionale ed esistenziale.

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Arte (art. La Libertà che guida il popolo – Eugène Delacroix)

La Libertà che guida il popolo (Eugène Delacroix)

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“Se non sei capace di fare uno schizzo di un uomo che cade dalla finestra prima che dal quinto piano arrivi a terra, allora non sarai mai capace di produrre lavori monumentali” (Eugène Delacroix)

Dipinto, simbolo dell’intera Francia e dei principi rivoluzionari per il raggiungimento della libertà; La Libertà che guida il popolo (La Liberté guidant le peuple) è un opera di Eugène Delacroix ad olio su tela (260×325 cm), realizzato nel 1830 per ricordare la lotta dei parigini contro la politica monarchico-borbonica. Il dipinto raffigura quindi un evento storico realmente accaduto. Dopo la caduta di Napoleone, con il Congresso di Vienna, la Francia venne restituita alla monarchia borbonica di Luigi XVIII che fu re dal 1816 al 1824. Nel 1824 gli successe Carlo X (tra l’alto amante e collezionista delle opere di Delacroix), la cui monarchia dal carattere assolutistico finì per suscitare nuovi sentimenti di ribellione. Egli, infatti, fu destituito nel 1830 con la rivoluzione di luglio. Ed è questo l’episodio che diede a Delacroix lo spunto per il suo quadro. Abbattuta la monarchia borbonica si instaurò in Francia una monarchia costituzionale che fu affidata a Luigi Filippo d’Orleans. Alla rivolta non partecipa il popolo ma i membri della borghesia cittadina, ai quali Carlo X aveva tolto i diritti politici e sociali, fra cui anche il diritto di voto. Delacroix, pur sostenendo l’insurrezione, non è tra i combattenti attivi; partecipa ai moti realizzando il primo quadro politico della storia moderna. «Ho scelto – scrive in una lettera al fratello – un soggetto moderno, una barricata, e benché non abbia potuto combattere per la mia patria, almeno ho potuto dipingere per essa. E questo mi ha ridato il buonumore». Quella di Delacroix, dunque, è una pittura di storia, i cui soggetti vengono creati con pennellate veloci e colori energici, e, allo stesso tempo, è anche una pittura allegorica. «C’è stato bisogno – scrive lo storico dell’arte Robert Rosenblum – del genio di Delacroix per far incontrare questi due mondi in una visione esplosiva, travolgente, che trasporta la guerra civile di Parigi a livello di un inno universale alla gloria e alla libertà». L’artista riesce a far vibrare la tela con lo spirito della Francia rivoluzionaria, utilizzando, circa quaranta anni prima degli Impressionisti, tecniche pittoriche moderne. Delacroix del resto è un grande innovatore, capace di utilizzare la luce e le cromie in modo nuovo, e discostandosi dal rigorismo del classicismo accademico. Afferma che «la consapevolezza della maggioranza dei pittori è solamente perfezione applicata all’arte della noia. Gente come questa – ribadisce – se potesse, lavorerebbe con la stessa minuziosa precisione anche sul retro della tela. La precisione fredda non è arte». È convinto che «la prima virtù per un dipinto è essere una gioia per gli occhi» e che le tradizioni, gli esempi dei maestri e l’autorità «non sono meno pericolosi di quanto non siano utili. Fanno traviare o rendono timidi gli artisti, armano i critici di argomenti terribili contro ogni originalità».Il pittore non rappresenta un episodio di cronaca bensì una metafora universale della lotta per la libertà. Difatti, la donna, “Marianne, con berretto frigio, la bandiera della repubblica francese in mano destra e baionetta in mano sinistra è l’allegoria della patria e della libertà. E’ una figura classica ispirata alla Nike di Samotracia o alle divinità greche ed è ritratta in posa monumentale (era stata da poco ritrovata la Venere di Milo, nel 1820), mentre esorta il popolo alla conquista e alla lotta per la liberazione. E’ una figura centrale, importante, irreale, indifferente alla morte e alla sofferenza che la circonda. Il personaggio della libertà in primo piano è uno dei primi nudi femminili in abiti contemporanei. Fino ad allora i nudi venivano accettati dal pubblico solo se filtrati attraverso rappresentazioni di carattere mitologico o storia antica. Delacroix risolse il problema rappresentando la fanciulla come allegoria appunto della Libertà. Delacroix inserisce nella tela anche due autoritratti: l’intellettuale con il cilindro ed il fucile che rappresenta la borghesia ed il popolano con la spada sguainata a rappresentare la violenza della guerra, un personaggio diabolico in stile “Goya”. Davanti a queste figure un ragazzo, simbolo di fede negli ideali che guarda la libertà e a destra il monello che rappresenta il coraggio (la figura del ragazzo è stata di ispirazione per il celebre romanzo di Victor Hugo “I Miserabili”). In primo piano i cadaveri di soldati, a rappresentare la morte come contrappunto simbolico alla figura femminile di libertà. Nello sfondo si intravedono le torri gemelle della Cattedrale di Notre Dame che stanno a suggerire una collocazione ben predefinita, e i soldati nemici in rotta; la polvere bianca è stata paragonata a quella della Battaglia di Anghiari dipinta da Leonardo. Le figure sulla tela non dialogano tra loro, sono tutte isolate. Il dipinto ha una struttura piramidale, che anche per alcune citazioni (cadaveri, travi sconnesse) pare ispirarsi alla Zattera della Medusa del pittore francese Théodore Gericault (1791-1824), anche se rispetto a quest’ultima l’opera di Delacroix ha una prospettiva diversa, in cui le figure invece di tendere alla profondità paiono balzare in primo piano.

La Libertà che guida il popolo verrà esposta al Salon del 1831 e acquistata alla cifra di tremila franchi dal re Luigi Filippo d’Orleans per il Museo del Lussemburgo. Per prudenza però, su suggerimento di alcuni funzionari, il quadro viene subito nascosto e non mostrato al popolo. La tela non piace a tutti. Oltre alla monarchia, ad esempio, anche il Journal des artistes, l’8 maggio 1831, scrive: «Il signor Delacroix ha dipinto la nostra bella rivoluzione col fango». Tuttavia, in seguito, i rivoluzionari dei moti del 1848 guardano al dipinto come incoraggiamento alle loro lotte, anche se, in questo caso, Delacroix non parteggia per loro. Al contrario, il pittore diventa controrivoluzionario, e si oppone all’insorgere della classe operaia che combatte contro la borghesia capitalista che la sfrutta. Nel 1855, finalmente Napoleone III acconsente all’esposizione del dipinto all’Esposizione Universale, immaginando un’implicita celebrazione napoleonica per la presenza nel quadro del tricolore, introdotto appunto da Napoleone I. Tutt’oggi, il dipinto è esposto al Museo del Louvre, nella sua sede principale a Parigi. L’opera nel tempo ha acquisito una forza unica, divenendo l’immagine della Francia repubblicana e non solo visto che l’opera di Delacroix costituisce il modello su cui è stata costruita la statua più famosa d’America, la statua della Libertà. Fatto eclatante fu quello che è accaduto il 7 febbraio 2013, quando l’opera si trovava al museo Louvre-Lens, succursale del Louvre. Qui, il quadro è stato oggetto di un atto di vandalismo: una visitatrice, poco prima della chiusura del museo, ha tracciato una scritta con un evidenziatore sulla parte inferiore del quadro, per una superficie di 30 cm x 6 cm. L’iscrizione “AE911”, rimanda ad un sito internet nel quale è presente una raccolta di firme per riaprire l’inchiesta riguardante gli avvenimenti dell’11 settembre 2001.

Diamo ora uno sguardo a colui che ideò e creò quest’opera.

Ferdinand Victor Eugène Delacroix (1798-1863), è stato il più grande pittore romantico francese. Nato a a Charenton, nei pressi di Parigi, ci sono motivi per credere che suo padre, Charles Delacroix, all’epoca del concepimento di Eugène fosse sterile, e che il suo vero padre sia in realtà Charles Maurice de Talleyrand-Périgord (principe, vescovo e politico francese), che frequenta la famiglia e che sarà il successore di Charles Delacroix come ministro degli esteri e a cui in età adulta Eugène assomiglierà sia nell’aspetto che nel carattere. Nel corso della sua carriera di pittore rimarrà sotto la protezione prima dello stesso Talleyrand, ed in seguito di suo nipote, Charles Auguste Louis Joseph Demorny, duca de Morny, fratellastro di Napoleone III e presidente della camera dei deputati francese. Eugène compie i primi studi al liceo Luuis-le-Grand, dove si immerge nella lettura dei classici e vince alcuni premi per la sua abilità nel disegno. Nel 1815 inizia il suo apprendistato sotto la guida di Pierre-Narcisse Guérin, seguendo lo stile neoclassico di Jacques-Louis David.. La suggestiva pennellata tipica di Delacroix e il suo studio sugli effetti ottici ottenibili per mezzo del colore influenzarono profondamente l’opera degli impressionisti, mentre la sua passione per i temi esotici fu fonte di ispirazione per gli artisti del movimento simbolista. Delacroix prese spunto dall’arte di Rubens e dei pittori del Rinascimento veneziano, ponendo maggiore attenzione sul colore e sul movimento piuttosto che sulla nitidezza dei profili e sulla perfezione delle forme. Il suo modello di romanticismo fu quello “individualista”. In vita fu anche di natura abbastanza solitaria (non si sposò mai); aveva solo alcuni amici a lui vicini, tra cui un altro genio romantico, Chopin, di cui dipinse un ritratto (1838, Louvre) e che descrisse come “l’artista più vero che avessi mai incontrato”.

Eugène Delacroix muore a Parigi nel 1863 e viene sepolto nel cimitero di Père Lachaise. Alla vendita all’asta delle sue opere che si tenne nel 1864 a Delacroix furono attribuite 9.140 opere, tra cui 853 dipinti, 1.525 pastelli e acquarelli, 6.629 disegni, 109 litografie e 60 libretti di schizzi preparatori. Il numero e la qualità dei disegni, sia che fossero stati fatti con l’intenzione di sfruttarli in seguito per lavori più impegnativi o solo per catturare una scena piacevole e spontanea, fa risaltare la sua affermazione: “il colore mi occupa sempre, ma disegnare cattura la mia attenzione“. Un’intera generazione di impressionisti fu ispirata dall’opera di Delacroix. Renoir e Manet fecero delle copie dei suoi dipinti e Degas acquistò il ritratto del barone Schwiter per la propria collezione personale. Il suo lavoro sulla parete della chiesa di S. Sulpice è stato definito “il miglior affresco della sua epoca“. Delacroix lasciò anche una sostanziosa eredità letteraria per altri pittori: scrisse molto d’arte; scrisse anche molte lettere e tenne un diario dal 1822 al 1824 e ancora dal 1847 fino alla morte: entrambi sono grandi fonti per conoscere i fatti della sua vita e le sue opinioni sul suo tempo.

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Filosofia (art. La musica – terza parte – L’era moderna e contemporanea)

La musica – terza parte (L’era moderna e contemporanea) 

Immagine pop

«L’artista partecipa alla creazione di opere a immagine e somiglianza delle opere di Dio. Non si tratta di utilizzare le opere di Dio (le cose, la natura, il nostro corpo, la vita) né di imitarle, riproducendone le forme in un quadro; non si tratta di piegarle alla nostra volontà, trasformandole secondo i nostri desideri. Non si tratta di scegliere tra possibilità date, ma di costruire nuove possibilità. Si tratta di essere creatori di opere, come lo è Dio: a sua imitazione. Si tratta di continuare la divina creazione, di imitare non l’opera ma l’atto divino di creazione.» (Paul Klee)

Cominciamo col dire che bisogna fare una differenziazione tra musica moderna e contemporanea. Differenziazione dovuta ad episodi politici, culturali e sociali che mutarono in modo quasi istantaneo il mondo in un breve lasso di tempo, compresa l’arte in ogni sua forma. Difatti, la musica moderna (denominata musica colta) la si classifica a livello temporale nella prima metà del novecento, mentre quella contemporanea parte dopo la seconda guerra mondiale. Le radici della musica moderna si affondano nella seconda metà del XIX secolo, con la complessità armonica delle opere tarde di Richard Wagner, la ricchezza formale di Johannes Brahms, e le nuove concezioni armoniche, melodiche e ritmiche di Claude Debussy. Continuatori del discorso di Wagner e Brahms sono Gustav Mahler e Richard Strauss. Essi tracciarono una linea di continuità fra il Romanticismo Tedesco e la cosiddetta “Seconda scuola di Vienna”. La seconda scuola di Vienna è la scuola musicale fondata all’inizio del XX secolo a Vienna da Arnold Schönberg (1874-1951). La denominazione fa riferimento ad un’implicita prima scuola di Vienna: quella formata da Joseph Haydn, Wolfgang Amadeus Mozart e Ludwig van Beethoven. Va altresì fatto notare come l’implicita ammissione di esistenza di una “prima scuola di Vienna” non si fonda su alcuna base storica né, tanto meno, estetica. Vienna all’inizio del XX secolo era il centro di rinnovamento artistico e culturale dell’Europa centrale. In questo clima di apertura alle novità Schonberg trovò spazio per sviluppare le sue teorie, basate sulla ricerca di un nuovo tipo di linguaggio sganciato dalla tonalità. I suoi due allievi più importanti, Webern e Berg, che in un primo momento avevano adottato il sistema tonale, si convertono alla atonalità e all’uso della sistematica dissonanza. Tuttavia è solo con la pubblicazione delle teorie di Arnold Schönberg in un manuale del 1911 e con le prime composizioni seriali dei primi anni venti che abbiamo la nascita e la consacrazione della dodecafonia, cioè di quel nuovo sistema compositivo che fu il punto d’approdo della seconda scuola di Vienna. La dodecafonia è una tecnica di composizione, esposta in un articolo del 1923 intitolato Komposition mit 12 Tönen (“Composizione con 12 note”), dallo stesso Schönberg. Ha lo scopo di sostituire le funzioni presenti nella musica tonale e permettere al compositore di creare brani complessi strutturati sul principio della pantonalità. Egli affermava che “nella musica non c’è forma senza logica e non c’è logica senza unità”. Schönberg teorizza ed applica il suo «Metodo di composizione con 12 note imparentate solo le une alle altre». Il sistema dodecafonico prevede la creazione di una serie, cioè una successione di 12 suoni che esaurisca il totale cromatico. La serie è differente dalla scala cromatica (intervalli di 12 semitoni), perché pur contenendo gli stessi suoni l’ordine è scelto dal compositore in base alle esigenze del pezzo. Nel complesso la dodecafonia costituì una notevole semplificazione dell’organizzazione musicale rispetto alla situazione immediatamente precedente, in cui, come si diceva, gli artifici armonici impiegati avevano complicato enormemente la musica tonale. Durante il nazismo, molte forme musicali (per esempio il Jazz) vennero considerate “arte degenerata” e vietate. La mostra Musica Degenerata, tenutasi a Düssendorf nel 1938, in occasione delle Reichsmusiktage (“giornate musicali del Reich”) comprendeva, tra le altre, opere di Hindemith, Schönberg, Berg e Weill, costringendo molti degli artisti all’emigrazione o all’esilio. Allo stesso tempo, la politica culturale del regime promuoveva la produzione e l’ascolto di musica inoffensiva, ad esempio la musica popolare, la musica d’uso (o “Gebrauchsmusik”), le Operette, la musica da ballo e le marce militari che favorivano la propaganda. Molti compositori vennero perseguitati e uccisi per la loro origine ebraica.

Due i personaggi che prenderemo in visione per proiettarci nella musica moderna e contemporanea del nostro tempo: Julius Evola e Theodhor Adorno.

Julius Evola (1898-1974) è stato un filosofo, pittore, poeta, scrittore ed esoterista italiano. E’ stato personaggio poliedrico e di cultura elevatissima, in ragione dei suoi molteplici interessi che spaziarono, dall’arte alla filosofia, dalla storia alle religioni, dalla politica all’esoterismo, etc. Le sue posizioni si inquadrano nell’ambito di una cultura di tipo aristocratico-tradizionale e di tendenze ideologiche in parte presenti nel fascismo e nel nazionalsocialismo. Fu apprezzato da Mussolini; in particolare per i pensieri di Evola per il ritorno alla romanità e una teoria della razza in chiave spirituale. «Sia razzialmente, sia in fatto di ideali, esiste una grande opposizione fra l’uomo ariano e tradizionale europeo e il giudeo. Fin dalle origini il giudeo ci è apparso come un essere diviso in se stesso. A differenza dell’ariano egli fu sempre incapace di concepire e di realizzare un’armonia fra spirito e corpo. Il corpo significò per lui la carne, cioè una crassa e peccaminosa materialità, da cui deve redimersi per raggiungere lo spirito che per lui sta in una sfera astratta, fuori della vita. Ma nel giudeo questo impulso alla liberazione fallisce ed allora le prospettive si invertono: colui che era tormentato dal pungolo della redenzione si precipita disperatamente nella materia, si abbandona ad una brama illimitata per la materia, per la potenza materiale e per il piacere. Voi così vedete un uomo che si sente schiavo della carne e per questo vuol vedere intorno a sé solo degli schiavi come lui. Perciò egli gode dovunque egli scopra l’illusorietà dei valori superiori, dovunque torbidi retroscena si palesino dietro la facciata della spiritualità, della sacralità, della giustizia e dell’innocenza.» (Julius Evola, La civiltà occidentale e l’intelligenza ebraica)

Da parte sua il filosofo nutre una pacata ammirazione nei confronti del Duce. Lo stesso Evola, nel primo numero della rivista da lui diretta, La Torre, espone il suo pensiero sul mondo della tradizione, sintetizzando la sua posizione verso il fascismo: «Nella misura che il fascismo segua e difenda tali principi, in questa stessa misura noi possiamo considerarci fascisti. E questo è tutto». Evola mostrò interesse verso l’arte, la musica e la filosofia fin da giovane:

«Nella prima adolescenza, mentre seguivo studi tecnici e matematici, si sviluppò in me un interesse naturale e vivo per le esperienze del pensiero e dell’arte. Da giovinetto, sùbito dopo il periodo dei romanzi d’avventure, mi ero messo in mente di compilare, insieme ad un amico, una storia della filosofia, a base di sunti. D’altra parte, se mi ero già sentito attratto da scrittori, come Wilde e D’Annunzio, presto il mio interesse si estese, da essi, a tutta la letteratura e l’arte più recenti. Passavo intere giornate in biblioteca, in un regime serrato ma libero di letture. In particolare, per me ebbe importanza l’incontro con pensatori, come Nietzsche, Michelstaedter e Weininger. Esso valse ad alimentare una tendenza di base, anche se, a tutta prima, in forme confuse e in parte distorte, quindi con una mescolanza del positivo col negativo» (Julius Evola, Il cammino del cinabro)

Ed ancora:

«A parte gli autori accennati, va menzionata l’influenza che su me adolescente esercitò anche il movimento che alla vigilia della prima guerra mondiale e durante la prima parte di essa ebbe per centro Giovanni Papini con le riviste Leonardo e Lacerba, in seguito in parte anche con La Voce. Fu il periodo dell’unico vero Sturm und Drang che la nostra nazione abbia conosciuto, dell’urgere di forze insofferenti del clima soffocante dell’Italietta borghese del primo novecento […] A lui e al suo gruppo si deve il nostro venire a contatto con le correnti straniere più varie e interessanti del pensiero e dell’arte d’avanguardia, con l’effetto di un rinnovamento e di un ampliamento di orizzonti» (Julius Evola, Il cammino del cinabro)

È il 1927 quando si forma il “Il gruppo di Ur””, con l’obiettivo di trattare con serietà e rigore le discipline esoteriche ed iniziatiche. La parola, come spiega lo stesso Evola, è «tratta dalla radice arcaica del termine “fuoco”, ma vi era anche una sfumatura additiva, del senso di “primordiale”, “originario”, che essa ha come prefisso in tedesco». Rispetto ad un tentativo già intrapreso da Reghini con la direzione delle riviste Atanor e poi Ignis, il “Gruppo di Ur” si prefigge di accentuare maggiormente il lato pratico e sperimentale. Il gruppo di studio adotta il principio dell’anonimato dei collaboratori – che si firmano tutti con uno pseudonimo – ed inizia sotto la direzione di Evola la pubblicazione di fascicoli mensili che sono poi riuniti nei volumi Introduzione alla magia usciti tra il 1927 e il 1929. Il termine magia, spiega Evola, non corrisponde al significato popolare, ma alla «formulazione del sapere iniziatico che obbedisce ad un atteggiamento attivo, sovrano e dominativo rispetto allo spirituale». Verso la fine del 1928 nel “Gruppo di Ur” avviene una scissione rispetto alla quale Evola è molto vago, anche in relazione al principio dell’anonimato cui il gruppo si rifà: parla genericamente di intromissioni della massoneria all’interno del gruppo, ma in realtà sono presi di mira Arturo Reghini e Giulio Parise, entrambi massoni. A seguito di questa scissione, pochi mesi dopo, il gruppo si scioglie definitivamente. Successivamente, ne Il cammino del cinabro, Evola torna sull’argomento raccontando di come Mussolini si preoccupasse del “Gruppo di Ur”, pensando che qualcuno volesse agire magicamente su di lui. Evola mette in relazione questo fatto all’ordine giunto ad alcune riviste di interrompere la collaborazione con lui e decide di chiarire il fatto con il duce: «Giunto a sapere come le cose effettivamente stavano, Mussolini cessò di interferire. In realtà, Mussolini, oltre che suggestionabile, era abbastanza superstizioso (come controparte di una mentalità, in fondo, chiusa alla vera spiritualità)». Sempre ne Il cammino del cinabro Evola ammetterà la non veridicità di alcuni dei fenomeni paranormali descritti nelle riviste Atanor ed Ignis e poi raccolti in Introduzione alla Magia quale scienza dell’Io: «Per debito di onestà, debbo dire che vanno messi sotto beneficio d’inventario alcuni dei fenomeni riferiti in Introduzione [alla Magia quale scienza dell’Io], in relazione al gruppo [di Ur]». Il mancato suicidio (durante la prima guerra mondiale, cui partecipò in prima persona) è per Evola il momento di passaggio più significativo: fine del periodo artistico e inizio del periodo filosofico. Esce nel 1925 il primo libro di filosofia: Saggi sull’idealismo magico. Coerentemente con le posizioni teoriche della sua seconda fase artistica (astrattismo mistico) Evola si distacca dall’idealismo hegeliano in favore di una libertà interiore assoluta. Il pensiero deve prefiggersi il compito di superare i limiti dell’umano per andare verso l’oltre-uomo teorizzato da Nietzsche. L’attualismo gentiliano diventa dunque il punto di partenza: dall’Io come principio attivo della realtà su un piano logico-astratto, all’Io come criterio di potenza capace di affermare l’individuo assoluto. Evola è propugnatore del Tradizionalismo, un modello ideale e sovratemporale di società caratterizzato in senso spirituale, aristocratico e gerarchico. Secondo l’autore tale modello si riscontra, da un punto di vista storico, in civiltà quali quella egiziana, romana ed indiana. Tali civiltà non si basano su criteri economici, materiali e biologici, ma sono suddivise e gestite in base a criteri di gerarchia sociale di carattere ereditario e spirituale. Secondo Evola ogni azione che avviene durante la vita biologica (il divenire) rispecchia direttamente una medesima azione di carattere metafisico (l’essere) e dunque imperitura e sovratemporale. L’uomo moderno non sta correndo verso l’evoluzione, ma al contrario verso l’involuzione. Il cammino dell’uomo durante la sua involuzione avviene attraverso un percorso di tipo circolare, non lineare. Traccia di questa teoria la si trova, ad esempio, nello schema proposto da Esiodo relativo alla cosiddetta teoria delle cinque età (dell’oro, dell’argento, del bronzo, degli eroi, del ferro), corrispondenti ai quattro yuga dell’induismo. Queste civiltà menzionate – ritenute superiori da Evola – si basano dunque su una più elevata dimensione metafisica e spirituale dell’esistenza, anziché su criteri di ordine materiale. La naturale decadenza di queste società è direttamente proporzionale all’aumento del progresso e della modernità. Tale processo di decadenza ha inizio con la perdita dell’unico polo che in passato racchiude sia l’autorità spirituale che quella temporale e prosegue con la spinta propulsiva dei valori illuministi espressi con la Rivoluzione Francese: si arriva così alla società odierna dove la dimensione spirituale dell’esistenza è andata definitivamente perduta. In particolare Evola rifiuta totalmente il concetto di egualitarismo, in favore di una visione differenziatrice della natura umana. Ne consegue un netto rifiuto per la democrazia (intesa come strumento di massa) e parimenti per ogni forma di totalitarismo, anch’esso ritenuto uno strumento di massa che si basa non su un’autorità spirituale, bensì su un’autorità esclusivamente di tipo temporale. Nel 1951 Evola viene arrestato con le accuse di apologia di fascismo e di essere l’ispiratore di alcuni gruppi neofascisti: si tratta del processo ai FAR (Fasci di Azione Rivoluzionaria).

Scrive Evola: «Dissi che attribuirmi idee fasciste era un assurdo, non in quanto erano fasciste, ma solo in quanto, rappresentavano, nel fascismo, la riapparizione di principi della grande tradizione Politica europea di Destra in genere. Io potevo aver difeso e potevo continuare a difendere certe concezioni in fatto di dottrina dello Stato. Si era liberi di fare il processo a tali concezioni. Ma in tal caso si dovevano far sedere sullo stesso banco degli accusati: Platone, un Metternich, un Bismarck, il Dante del De Monarchia e via dicendo» (Julius Evola, Il cammino del cinabro)

Il processo ai FAR si conclude il 20 novembre del 1951 con l’assoluzione di Evola con formula piena. In ambito musicale, in una civiltà del divenire come quella moderna – secondo Evola – si può parlare di una “demonìa occidentale della musica“, la musica è diventata un fenomeno invadente che ha dato avvio a situazioni autodissolutive analoghe a quelle dell’arte moderna. La musica moderna occidentale si è distaccata dalla precendente linea melodrammatica ed eroico-romantica del passato per diventare un fenomeno in cui prevale l’elemento fisico. Evola si sofferma, sulla riduzione della musica ad attività descrittiva della natura in cui il musicista intellettuale ha deciso deliberatamente di incontrare l’elemento fisico ed elementare. Un’altra caratteristica della musica moderna è stata quella di sostituire la musica-canto e la musica-patetica con la musica-danza; proprio questo aspetto è giudicato da Evola positivo in quanto la funzione della musica riacquista la capacità di liberare l’uomo che -aggiungiamo noi- si può trovare nelle danze evocatrici della cultura greco-dionisiaca. Quindi per Evola non tutta la musica moderna è da rigettare; lo è solo quella dodecafonica. Infatti, se le note di una musica cessano di provocare emozione sono paragonabili alle “pure entità algebriche della fisica moderna“; il sottofondo di questo modo di fare musica – rincara la dose Evola -“è una devastazione interiore“. L’atto terminale che sembra avere rotto ogni argine rompendo con la tradizione della musica come armonia lo si ritrova nella cosiddetta “musica concreta” che non è altro che una rassegna organizzata di rumori che vengono assemblati insieme a dei suoni orchestrali. Nel quadro convulso e agitato descritto da Evola viene incluso il jazz, espressione di una tendenza che trova largo seguito nel mondo moderno, una tendenza che egli definisce “una voga aberrante superficiale” da inquadrare nel rango della musica puramente fisica e che poco si ferma all’anima. Nel jazz – conclude Evola- al posto della graziosità e dello slancio propri delle precedenti musiche europee come, ad esempio, il valzer viennese “si sostituisce alcunché di meccanico, di disgregatore e, insieme, di primitivisticamente estatico, talvolta di parossistico per l’uso della ostinata reiterazione tematica“. La posizione evoliana sul jazz, che per il suo esplicito diniego e per la sua radicale opposizione dà l’impressione di essere prevenuta, non va presa alla lettera ma va inquadrata in una concezione più vasta dove il fine non è quello di avere consenso ma di delineare le linee guida per l’uomo della Tradizione che si trova a vivere nel mondo della società borghese occidentale e americanizzata. Si tratta di un punto di vista “speciale” che va letto attentamente in quanto Evola riconosce che lo spirito della musica africana nulla ha che fare con quello del jazz che dalla prima ne ha attinto i contenuti grezzi. Ecco cosa scrisse a tal proposito: “Si sa infatti che la musica africana da cui sono stati tratti i principali ritmi dei balli moderni è stata una delle principali tecniche usate per produrre forme di apertura estatica e di invasamento. Il Dauer e lo stesso Ortiz hanno giustamente visto la caratteristica di quella musica nella sua struttura polimetrica, elaborata in modo che degli accenti estatici che marcano il ritmo siano in funzione costante di accenti estatici; così le speciali configurazioni ritmiche generano una tensione intesa ad « alimentare un’estasi ininterrotta »”

Theodor Adorno (1903-1969) fu prima musicista e critico musicale e poi filosofo, eminente esponente della Scuola di Francoforte. Si distinse per una critica radicale alla società e al capitalismo avanzato. Oltre ai testi di carattere sociologico, nella sua opera sono presenti scritti inerenti alla morale e all’estetica, nonché studi critici sulla filosofia di Hegel, Husserl e Heidegger. Allievo ed ammiratore di Alban Berg e amico di Schönberg, i quali rappresentavano l’avanguardia musicale che avrebbe rinnovato la musica del tempo, Adorno scrisse saggi e musica in collaborazione con Hans Eisler, il celebre musicista del teatro di Berthold Brecht. Adorno nella sua rigorosa critica alla società borghese (condotta con basi hegeliane e marxiste), afferma che con il passaggio al capitalismo monopolistico (ma anche ai sistemi collettivistici socialisti), le relazioni interumane si riducono a pura apparenza; la vita individuale diviene pura funzione delle forze oggettive che governano la società di massa; la sfera individuale si riduce all’ambito fittizio del consumo. In tale radicale condizione, la produzione dell’alienazione si manifesta in quanto struttura e sovrastruttura risultano intrecciate in una connessione di accecamento sociale. La condizione umana, mediata dall’ideologia in questo sistema sociale diviene quella dell’alienazione individuale e della disumanizzazione dei rapporti sociali. La cultura si riduce a industria culturale – una categoria “inventata” da Adorno e Max Horkheimer nel libro La dialettica dell’illuminismo-, la scienza è asservita al profitto, diventa cioè strumento di dominio sulle cose e sugli uomini. Di qui la critica condotta al neopositivismo come filosofia dell’asservimento della cultura alla tecnica e all’affermazione della filosofia come pensiero dialettico, che lo conducono a una interpretazione del marxismo in chiave anti-idealistica e antiteleologica. Tale tendenza ideologica fu palese soprattutto nell’era contemporanea. Difatti, la tendenza a produrre beni di consumo di massa esplose letteralmente nel post seconda guerra mondiale. In ambito musicale, ogni abitazione cominciò ad avere mezzi d’ascolto (radio) e la musica non fu più eccezione per critici esteti, ma di consumo per le masse. L’estetica si trasformò da gusto del bello e di qualità artistica ad estetica di “pancia”, cioè di gusto personale. I gusti personali messi assieme portarono alle mode, da seguire dalla stessa massa. Fu l’avvio alla “Pop-art” cioè arte ad uso e consumo del popolo. La conseguenza di questa nuova visione corrisponde ad arte con sempre meno qualità per sfamare il piacere ed il desiderio di popoli che non possiedono mezzi per giudicar in modo critico-estetico un’opera artistica. Adorno fu uno dei primi a percepire tale cambiamento prodotto dal consumismo e dal capitalismo crescente. Opere come Filosofia della Musica Moderna (1949) e La personalità autoritaria (1950) sono da anni tra i capisaldi della musicologia e della sociologia. Studi sulla sua filosofia vengono tuttora pubblicati regolarmente. Fondamentale anche il suo pensiero sulla Dialettica negativa. L’intento di Adorno nella sua Dialettica negativa è di liberare la dialettica dalla sua natura affermativa. Liberare la dialettica da Hegel attraverso una critica al fondamento, e restituire il primato al pensiero legato al contenuto. Il suo antisistema si costruisce grazie a una logica consequenziale che non cerca fondazione ma solo una giustificazione. In risposta all’affermazione di Ludwig Wittgenstein secondo cui “su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”, Adorno sostiene come compito e sfida della filosofia, proprio l’indagine intorno a ciò di cui non si può parlare, in questo modo egli intende mostrare il carattere antifilosofico della famosa sentenza wittgensteiniana contenuta nel Tractatus Logico-Philosophicus. A differenza che in Hegel, secondo il quale il fenomeno è semplicemente un esempio del suo concetto, per Adorno se il pensiero si estraniasse realmente nella cosa allora l’oggetto stesso inizierebbe a parlare sotto lo sguardo costante del pensiero. La negazione per Adorno è la forza che fa saltare l’indissolubile identità di pensiero e oggetto. Pensare filosoficamente è dunque pensare per modelli, una enciclopedia razionale, discontinua, che contiene elementi di autocritica del pensiero e di critica del sistema. Occorre dunque una dialettica che non resti incollata all’identità ma che si apra al contenuto temporale della verità. Ciò che intendeva superare i dogmi grazie alla certezza di sé è divenuta una conoscenza in cui non accade più nulla. Adorno ammette come Hegel che il primato del soggetto (Spirito) sull’oggetto sia fuori discussione, ma critica la logica hegeliana in quanto espelle da sé l’essente determinato. Vi è dunque bisogno di più soggetto poiché il soggetto, privato della sua sovranità diventa la forma di riflessione dell’oggettività. Insomma tutto perde identità dall’uomo all’arte, dall’artista all’opera.

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Letteratura (Aut-Aut / Soren Kierkegaard)

Aut-Aut (Soren Kierkegaard) 

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AUT-AUT (1843)

ESTETICA ED ETICA NELLA FORMAZIONE DELLA PERSONALITA’

Ma cosa vuol dire vivere esteticamente e cosa vuol dire vivere eticamente? Cosa è l’estetica nell’uomo, e cosa è l’etica? A ciò risponderò: l’estetica nell’uomo è quello per cui egli spontaneamente è quello che è; l’etica è quello per cui diventa quello che diventa. Chi vive tutto immerso, penetrato nell’estetica, vive esteticamente. Non è mia intenzione approfondire lo studio di tutto quell’abbondante materiale che sta nella determinazione che ho data dell’estetica. Pare quasi superfluo voler illuminare su cosa sia il vivere estetico, proprio te che con tanto virtuosismo ne hai fatto pratica, son piuttosto io che avrei bisogno del tuo aiuto. Però voglio abbozzare alcuni stadi per giungere a poco a poco fino al punto in cui realmente è la dimora della tua vita, il che per me è importante perché tu non possa sfuggirmi con una delle tue predilette scappatoie. Inoltre non dubito di essere in grado di illuminarti un poco anch’io intorno a ciò che sia il vivere estetico. Infatti, mentre manderei chiunque desiderasse vivere esteticamente da te, come dalla guida più fidata, non te lo manderei se desiderasse comprendere, in senso più elevato, cosa sia il vivere estetico, poiché su ciò non saresti in grado di illuminarlo, proprio perché tu stesso sei in causa. Questo glielo può spiegare solo chi sta su di un gradino più elevato, chi vive eticamente. Forse, per un attimo, potresti sentirti tentato di mettermi in imbarazzo soggiungendo che nemmeno io potrei dargli una spiegazione degna di fede su quel che sia il vivere etico, perché anch’io sono in causa. Questo però mi darebbe soltanto l’occasione di una ulteriore spiegazione. Chi vive esteticamente non può dare della sua vita nessuna spiegazione soddisfacente, perché egli vive sempre solo nel momento, e ha una coscienza soltanto relativa e limitata di se stesso. Non è affatto mia intenzione negare che chi vive esteticamente, quando questa vita è al suo massimo, può esibire una quantità di doti spirituali, anzi, che queste devono perfino essere sviluppate in grado insolitamente intenso. Eppure l’esteta non possiede liberamente il suo spirito, manca di limpidezza. Così spesso si trovano degli animali in possesso di sensi molto più acuti, molto più intensi dell’uomo, ma sono legati all’istinto animalesco. Vorrei prender te come esempio. Non ho mai negato le tue ottime doti spirituali, come potrai vedere dal fatto che molto spesso ti ho biasimato perché le hai usate male. Sei spiritoso, ironico, buon osservatore, dialettico, esperto nei piaceri, sai calcolare il momento, sei, secondo le circostanze, sentimentale o senza cuore, ma, con tutto questo, vivi sempre solo nel momento, la tua vita si disfa in una serie incoerente di episodi senza che tu possa spiegarla. Se uno vuole imparare l’arte di godere è giustissimo che vada da te, ma se desidera comprendere la tua vita, non si rivolge alla persona adatta. Forse troverà piuttosto da me quello che cerca, nonostante che io non sia affatto in possesso delle tue doti spirituali. Tu sei imprigionato, ed è quasi come se tu non avessi tempo di staccarti, io non sono imprigionato nel mio giudizio né intorno all’estetica né intorno all’etica. Nell’etica infatti io mi sollevo sopra il momento, e giungo alla libertà; ma è una contraddizione che si possa essere imprigionati nella libertà. Ogni uomo, per quanto poco intelligente sia, per quanto bassa sia la sua posizione nella vita, ha un bisogno naturale di formarsi una concezione di vita, una rappresentazione del significato della vita e del suo scopo. Anche chi vive esteticamente fa questo, e l’espressione comune che, in ogni tempo ed in ogni diverso stadio, si è sempre sentita, è questa: bisogna godere la vita. Questa espressione naturalmente varia molto, poiché le idee intorno al godimento sono varie, ma sull’espressione che si deve godere la vita, tutti sono d’accordo. Ma chi scorge nel godimento il senso e lo scopo della vita, sottopone sempre la sua vita a una condizione che, o sta al di fuori dell’individuo, o è nell’individuo ma in modo da non essere posta per opera dell’individuo stesso. Ti prego, riguardo a quest’ultimo punto, di fissare bene in mente le espressioni, poiché sono state scelte con cura.

Ora passiamo brevemente in rassegna questi stadi per spingerci fino a te. Tu forse sei già un po’ irritato per la formula generale colla quale ho tentato di definire la vita estetica, ma non potrai negarne l’esattezza. Assai spesso ti ho sentito deridere la gente che non capisce il godimento della vita, mentre invece tu credi di averlo raffinatamente capito. È possibile che non lo capiscano, ma nella cosa principale, nel voler godere, sono sul tuo stesso piano. Ora forse cominci a sospettare che in questo stadio verrai a trovarti in compagnia di persone che di solito ti sono abominevoli. Pensi forse che dovrei essere tanto galante da considerarti un artista, il quale è su di un piano infinitamente più elevato di quegli arruffoni che nella vita ti danno tanto fastidio e coi quali non desideri avere in nessun modo alcunché di comune. Pertanto non ti posso accontentare; poiché hai qualche cosa di comune con loro, e qualche cosa di molto essenziale — e cioè la concezione di vita, e quello per cui sei diverso da loro, ai miei occhi, è qualche cosa di non essenziale. Non posso fare a meno di ridere di te; ecco, mio giovane amico, questa è la maledizione che ti segue: i tuoi molti fratelli d’arte che tu non intendi affatto riconoscere come tali. Tu corri il pericolo di entrare a far parte di una compagnia cattiva e volgare, tu che sei tanto aristocratico. Non nego che deve essere antipatico avere in comune la concezione di vita con un qualsivoglia gaudente e con un cacciatore qualunque. Non arrabbiarti, il tuo caso forse non è identico al loro, poiché tu, in un certo senso, stai al di fuori del campo estetico. Per quanto grandi possano essere le differenze entro il campo estetico, pure tutti gli stadi concordano essenzialmente nel fatto che lo spirito non è in essi determinato come spir