Filosofia (art. La felicità)

La felicità

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«Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete. Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.» (Luca 6.20-23)

Coloro che invece ricercano e ottengono la felicità terrena soffriranno in eterno:

«Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete. Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi.» (Luca 6.24-26)

La nozione di felicità (cioè lo stato d’animo, positivo, di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri), occupa un posto di rilievo nelle dottrine morali dell’antichità classica, tanto è vero che si usa indicarle come dottrine etiche eudemonistiche (dal greco eudaimonìa) solitamente tradotto come “felicità”. Il termine non solo indica gioia ma l’accettazione del diverso e la tranquillità con gli altri. Le persone hanno dentro di sé una necessità di elevare la propria psiche a cose trascendenti che le portino a soddisfare la loro sete di conoscenza di verità e di infinito. Le religioni a tal proposito cercano di dividere il concetto di felicità procurato dalle cose materiali, definendolo piuttosto piacere, da quello di felicità in senso spirituale, raggiungibile con categorie come la semplicità e la serenità dell’anima. L’esempio più importante per dare senso a tal definizione è quello di San Francesco. Egli era ricco, forse anche felice, ma era una felicità non completa; ha lasciato tutto, è diventato povero e completamente felice interiormente. La felicità assoluta per il Cristianesimo ed anche per l’Ebraismo sta in Dio. Nel Vangelo troviamo il termine makarios che significa non solo “felice” ma anche “benedetto” la condizione cioè in cui ci si ritrova dopo un faticoso travaglio. Nel Vangelo in prospettiva escatologica troviamo il brano cosiddetto delle “beatitudini” nel quale Gesù elenca una serie di azioni per raggiungere lo stato di beatitudine. Unica via per godere della beatitudine in questa vita è quella del misticismo che permette l’unione con la perfezione divina «con un abbandono totale e assoluto di sé stessi e di tutte le cose, liberati e sciolti da tutto, ci si eleva verso il raggio dell’ombra divina che è al di sopra di ogni cosa.» Coloro che tentano altre vie saranno delusi come Sant’Agostino che ha cercato disperatamente la felicità negli onori e nella filosofia e non l’ha ottenuta mentre ha visto l’allegria di un povero mendicante che aveva ottenuto «con pochi e accattati soldarelli il godimento di una felicità temporale». Solo dopo la conversione Agostino capirà che soltanto con il raggiungimento del bene perfetto, che è Dio, esercitando la fede, la speranza e la carità, si potrà essere felici ma finora «nonostante l’aiuto di Dio, non lo siamo» perché alla fin fine «La vera felicità è inaccessibile in questa vita». Di fronte al pessimismo di Agostino, Tommaso d’Aquino cercherà, seguendo il maestro Aristotele, la soluzione in una via di mezzo: «In questa vita si può avere una certa partecipazione della felicità, ma non la vera e perfetta beatitudine.» Nessun bene terreno può assicurare per il corpo e per l’anima una felicità perfetta ma solo una felicitas imperfecta:

«La perfezione ultima degli esseri razionali o intellettuali è duplice: in primo luogo essi possono raggiungere la perfezione in questo mondo mediante le capacità naturali, ciò che chiamiamo beatitudo o felicitas [imperfecta]…Aristotele la assimila …a quel sapere che è possibile allo spirito umano in questa vita […] ma al di là [di questa], ve n’è un’altra, alla quale aspiriamo nel futuro, la felicità di vedere Dio così com’è.» (Tommaso d’Aquino, Somma teologica, I, q.62, a.1)

Sul proposito della felicità interiore, il fondatore del Buddismo Siddharta Gautama ha detto che “La causa della sofferenza è l’inconsapevole desiderio di piacere”, e, come soluzione a questo, ha risolto che “La sofferenza è sopprimibile mediante la cessazione del desiderio e la rinuncia”. Il suo ragionamento portava al rispetto e alla considerazione del Nobile Ottuplice Sentiero.

Con l’affermazione della filosofia si arricchisce la riflessione sulla felicità. L’eudemonismo è la dottrina morale che riponendo il bene nella felicità (eudaimonia) la persegue come un fine naturale della vita umana. Dall’eudemonismo va distinto l’edonismo che si propone come fine dell’azione umana il «conseguimento del piacere immediato» inteso come godimento (come pensava la scuola cirenaica di Aristippo) o come assenza di dolore (secondo la concezione epicurea). I poeti antichi ritenevano che fosse impossibile all’uomo il raggiungimento della felicità: questa concezione permase nei filosofi del V secolo a.C. Anassagora a un tale che gli domandava chi fosse felice, rispose: «Nessuno di quelli che tu ritieni felice, ma lo troverai in quel numero il quale da te viene ritenuto tra gli infelici.» Per Eraclito, anche se gli uomini avessero ottenuto tutto quello che desiderano non sarebbero stati felici. Per i sofisti la felicità, intesa come tranquillità materiale, era conseguenza di una vita agiata tutta egoisticamente dedicata a se stessi. In Socrate l’eudemonia richiamava la presenza del buon dàimon o spirito-guida che lo assisteva spesso in ogni sua decisione. Cosa fosse il “daimon” per Socrate è stato variamente interpretato; gli autori concordano che nella concezione socratica era prevalente l’elemento dell’interiorità riferito all’eudemonia, cioè la felicità, la serenità interiore era l’effetto di un comportamento razionale indirizzato alla virtù. È questo il cosiddetto intellettualismo etico di Socrate che sosteneva che l’unica causa del male era l’ignoranza del bene «So invece che commettere ingiustizia e disobbedire a chi è migliore di noi, dio o uomo, è cosa brutta e cattiva. Perciò davanti ai mali che so essere mali non temerò e non fuggirò mai quelli che non so se siano anche beni.» ma una volta conosciuto il bene, non era possibile astenersi dall’agire moralmente realizzando il bene che era di per sé “piacevole” in quanto generava la eudemonia, la serenità dell’animo. Il male dunque si operava perché per ignoranza lo si scambiava con il bene che non poteva tuttavia essere stabilito a priori una volta per tutte, ma occorreva ricercarlo ininterrottamente confrontandosi con gli altri tramite il dialogo.

La felicità per Platone consiste nella ricerca del Bene e del Bello: ma una volta raggiunti questi scopi, tramite un’educazione che porta alla saggezza, intesa come capacità di distinguere il vero bene e il vero bello dai falsi beni, e una volta soddisfatto il desiderio di felicità, questa svanisce se non sorge un altro desiderio. La morale individuale allora non è sufficiente per il conseguimento della felicità che deve essere invece garantita dallo Stato guidato dai filosofi che soli sono in grado di creare le condizioni propizie per la felicità dei cittadini. Aristotele s’inserisce tra gli autori che come Platone identificavano la felicità con la virtù ma rende il concetto meno rigido aggiungendovi la considerazione di «vita attiva secondo virtù e in modo completo» così da considerare validi per essere felici anche i «beni esterni». Per Aristotele la felicità era dunque la conseguenza di un atteggiamento razionale che portasse alla moderazione che cioè permettesse di distinguere il giusto mezzo tra opposti comportamenti estremi: così ad esempio può dirsi di possedere la virtù del coraggio chi si tiene nel mezzo tra gli estremi della viltà e della temerarietà. Dato che il giusto mezzo si identificava con la virtù anche per Aristotele la vita virtuosa portava alla felicità. La felicità è infatti «un bene comune, partecipabile da tutti coloro che non sono negati alla virtù». Ora tutti desiderano la felicità «di per se stessa e mai per qualche altro fine», ma in che consiste veramente la felicità? «…la moltitudine non la definisce allo stesso modo dei sapienti. Certuni la considerano una delle cose visibili e manifeste come la ricchezza, il piacere o l’onore…anzi spesso lo stesso individuo la considera una cosa diversa.» La felicità, rispondeva Aristotele, consiste nel realizzare la propria natura e, poiché l’essenza dell’uomo sono la ragione e la virtù, egli non potrà mai essere felice senza essere razionale e virtuoso, cioè saggio. Dopo aver elencato molte virtù, conclude affermando che l‘ultima felicità consiste nella conoscenza dei supremi intelligibili, appartiene alla virtù della sapienza, da lui considerata la prima delle scienze speculative (Summa th., quaestio 88).

Epicuro, colui che forse più di tutti si occupo del tema della felicità, in una Lettera sulla felicità a Meneceo, lo ravvisava sul fatto che non c’è età per conoscere la felicità: non si è mai né vecchi né giovani per occuparsi del benessere dell’anima (e cioè di “filosofare”, amare il pensiero). Per Epicuro la filosofia e la conoscenza delle cose fanno lo stato di felicità. Nella sua vita naturale l’uomo allontana da sé il dolore sia fisico (aponia) che psichico (atarassia) e l’assenza di queste due cause porta al raggiungimento della felicità. Epicuro classifica i piaceri dividendoli in tre grandi categorie:

  • “Naturali e necessari”, come: l’amicizia, la libertà, il riparo, il cibo, l’amore, il vestirsi, le cure ecc.

  • “Naturali ma non necessari” come: l’abbondanza, il lusso, case enormi oltre il necessario, cibi raffinati ed in abbondanza oltre il necessario.

  • “Non naturali e non necessari”, come il successo, il potere, la gloria, la fama ecc.

Da qui nacque l’accusa dei padri della Chiesa cristiani che Epicuro suggerisse uno stile di vita rozzo e materiale indegno dell’uomo. In realtà Epicuro non indica quali debbano essere i bisogni naturali e necessari da soddisfare poiché è demandato alla ragione dell’uomo stabilire quali per lui siano i bisogni essenziali, naturali da soddisfare. Per Cesare, ad esempio, può essere ininfluente il bisogno di mangiare e bere mentre per lui è veramente naturale e necessario soddisfare il suo ineliminabile desiderio di gloria. Epicuro paragona la vita ad un banchetto, dal quale si può essere scacciati all’improvviso. Il convitato saggio non si abbuffa, non attende le portate più raffinate, ma sa accontentarsi di quello che ha avuto ed è pronto ad andarsene appena sarà il momento, senza alcun rimorso. Soddisfare piaceri naturali e necessari è molto importante per la felicità, avere accesso a piaceri naturali ma non necessari può essere positivo se per procurarceli non ci votiamo ad un sacrificio eccessivo, mentre i piaceri non naturali e non necessari sono nella stragrande maggioranza dei casi fonte più di infelicità che di felicità. Secondo Epicuro, infatti, l’uomo dovrebbe concentrarsi sul vivere quegli aspetti della vita connessi alla sua natura e coltivare con impegno l’amicizia, elemento assolutamente positivo della nostra esistenza. La filosofia epicurea invita l’uomo a godere senza affanni di ciò che può procurarsi senza sforzo eccessivo e a vivere la vita stringendo salde e durature relazioni interpersonali. Gli Epicurei, cioè i seguaci di Epicuro, vedono nella filosofia la via d’accesso alla felicità, dove per felicità s’intende la liberazione dalle paure e dai turbamenti, contingentemente al raggiungimento del piacere. La filosofia, quindi, ha uno scopo pratico nella vita degli uomini; essa è uno strumento il cui fine è la felicità:

«È vano il discorso di quel filosofo che non curi qualche male dell’animo umano.» (Epicuro)

Difatti, per Epicuro, la ricerca scientifica atta all’investigazione delle cause del mondo naturale ha lo stesso fine della filosofia:

  • Liberare gli uomini dal timore degli dei, dimostrando che per la loro natura perfetta, essi non si curino delle faccende degli uomini (esseri imperfetti);

  • Liberare gli uomini dal timore della morte dimostrando che essa non è nulla per l’uomo dal momento che “quando ci siamo noi, non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo noi”;

  • Dimostrare l’accessibilità del limite del piacere, ossia la facile raggiungibilità del piacere stesso;

  • Dimostrare la lontananza del limite del male, cioè la provvisorietà e la brevità del dolore. Epicuro infatti divide il dolore in due tipi: quello sordo, con cui si convive, e quello acuto, che passa in fretta.

Per gli epicurei si può legittimamente essere felici e godere dei beni sensibili purché l’uomo, con la propria ragione, sappia, ben calcolando quali bisogni debbano essere soddisfatti, non rendersene schiavo. Epicuro ritiene infatti che il sommo bene sia il piacere (edonè) di cui si distinguono due fondamentali tipologie:

  • Il piacere catastematico (statico: legato ai concetti di atarassia e aponia).

  • Il piacere cinetico (dinamico).

Per piacere cinetico si intende il piacere transeunte, che dura per un istante e lascia poi l’uomo più insoddisfatto di prima. Sono piaceri cinetici quelli legati al corpo, alla soddisfazione dei sensi.

Il piacere catastematico è invece durevole, e consta della capacità di sapersi accontentare della propria vita, di godersi ogni momento come se fosse l’ultimo, senza preoccupazioni per l’avvenire. La condotta, quindi, deve essere improntata verso una grande moderazione: meno si possiede, meno si teme di perdere.

Per i Cirenaici la felicità consisteva invece nell’edonismo, cioè nel conseguimento del piacere attuale, del piacere “in movimento”, cinetico, ben diverso da quello “stabile”, catastematico di Epicuro. Si rifacevano a Protagora, il sofista secondo cui l’uomo è in continuo diretto contatto sensibile con la realtà, dinamica per sua natura, e, a seconda che questa sia nei vari momenti “lieve” o “aspra”, ne conseguiva piacere o dolore. Cosicché mentre i cinici negavano la possibilità dell’uomo di essere felice tramite il piacere perché la vita era in sé dolorosa, per i cirenaici valeva il contrario: negare il dolore per conseguire il piacere. Ma poi la differenza tra le due correnti, che nascevano dalla stessa fonte sofistico-socratica, non era poi così rilevante poiché facevano entrambe riferimento alla “saggezza” socratica, intesa da loro come semplice calcolo dei piaceri, come strumento per conseguire per i cinici, l’autarchia, sufficienza di sé rinunciando ad ogni desiderio, per i cirenaici, l’autarchia, la padronanza di sé «usando i piaceri ma senza esserne vinti», «possedere senza essere posseduti».

Per gli stoici, la felicità si identificava ancora una volta con la serenità, la tranquillità d’animo. La saggezza consiste infatti nella capacità di raggiungere la felicità, ed è per questo incentrata sull’atarassia, o imperturbabilità dell’animo (concetto derivante in gran parte dalla scuola cinica) a cui si approda innanzitutto diventando padroni di sé stessi.

Secondo gli stoici infatti, la volontà del saggio aderisce perfettamente al suo dovere, obbedendo cioè a una forza che non agisce esteriormente su di lui, bensì dall’interno: egli vuole quel che deve, e deve quel che la sua stessa ragione gli impone. Lo stoicismo non è dunque una sorta di esercizio forzato di vita, perché tutto, nell’esistenza del saggio, scorre pacificamente. E poiché il Bene consiste nel vivere secondo il Lògos, il male è solo ciò che in apparenza vi si oppone. Ne risultano così tre tipologie di azioni:

  1. quelle dettate dalla ragione, come il rispetto per i genitori, gli amici e la patria;

  2. quelle contrarie al dovere, e quindi da evitare, in quanto irrazionali ed emotive;

  3. quelle «indifferenti» sia al bene che al male (adiáphora), come ad esempio sollevare una pagliuzza, o tenere una penna.

È in quest’ultima categoria che però rientrano di fatto anche tutte quelle azioni in grado di determinare salute, ricchezza, potere, schiavitù, ignominia, ecc. Queste qualità per gli stoici non hanno importanza, perché non esistono beni intermedi: la felicità o l’infelicità dipendono unicamente da noi, non possono essere il risultato di una mediazione.

Da qui la netta contrapposizione: o si è sapienti, o si è stolti, tutto il resto è indifferente.

Nessuno, di conseguenza, è schiavo per natura, l’essere umano è assolutamente libero di approdare alla saggezza, mentre schiavo è soltanto colui che si fa dominare dalle passioni. Il principio dell’«indifferenza stoica» del primo periodo venne in seguito modificato in maniera simile a quanto affermava Aristotele nella sua Etica Nicomachea: se cioè i mali o i beni materiali sono indifferenti per il raggiungimento della virtù, non per questo è da ignorare tutto ciò che può dare un prezioso contributo in tal senso: esistono anche beni che, se di per sé non danno la felicità, sono però preferibili rispetto ad altri.

Questo mutamento di prospettiva avvenne quando Panezio si rese conto che l’ideale stoico della saggezza poteva apparire vuoto e astratto, rischiando di mettere in crisi l’intera dottrina dell’etica. Diogene Laerzio riferisce in proposito: «Panezio e Posidonio sostengono che la virtù non è sufficiente, ma occorrono anche buona salute, abbondanza di mezzi di vita, e forza.»

La ricerca della felicità continua nel Medioevo o con la fuga dal mondo nei monasteri e nelle abbazie, dove lasciarsi alle spalle ogni desiderio dei piaceri terreni o col fantasticare di un ritorno dell’età dell’oro con l’avvento dello Spirito Santo apportatore della libertà e della perfetta uguaglianza tra gli uomini. Se nel mondo conosciuto non esiste la felicità, gli uomini del medioevo credono che questa possa trovarsi in luoghi lontani come nelle Isole Fortunate, un Paradiso descritto da Isidoro di Siviglia, o nel Regno del Prete Gianni che ha personalmente scritto all’imperatore bizantino Manuele I Comneno informandolo del suo Stato perfettamente felice. La felicità viene ricercata anche tramite la via sensuale dell’amore sentimentale e di quello carnale rivendicato nel Roman de la Rose o nel Paradiso della regina Sibilla.

Nell’età Rinascimentale il sogno medioevale del ritorno dell’età dell’oro si colora del pessimismo sulla possibilità di raggiungere la felicità nella realtà. Gli autori rinascimentali si rifugiano allora in progetti utopico-politici di Stati perfetti come immagina Campanella nella sua La città del Sole. Una teoria eudemonistica che mette da parte la ricerca della felicità in un impossibile ritorno all’età dell’oro è quella di Montaigne che non crede che esistano principi etici che procurino la felicità ma che questa consista semplicemente nell’approfittare dei piaceri che la Natura ci offre: «La filosofia non combatte i piaceri naturali purché vi sia congiunta la misura e ne raccomanda la moderazione non la fuga.» Il godimento dei piaceri naturali non deve però essere quello degli animali ma per essere felici bisogna prenderne coascienza: «Io penso di essere felice, dunque lo sono: ecco il Cogito eudemico di Montaigne.»

Immanuel Kant si oppose all’eudemonismo, come anche all’edonismo, svalutandolo come morale eteronoma e lo considerò come il punto di vista della morale egoistica, di una dottrina di colui che «restringe tutti i fini a se stesso e non vede nessun utile fuori di ciò che giova a lui». Nasce l’utilitarismo. Nella filosofia moderna del XVIII secolo l’eudemonismo infatti assume il significato della ricerca del benessere sociale per cui si preferisce parlare di utilitarismo una dottrina che trova una formulazione compiuta a opera di Jeremy Bentham, il quale definì l’utilità come ciò che produce vantaggio e che rende minimo il dolore e massimo il piacere. Egli fa dell’etica una scienza quantificabile introducendo il concetto di algebra morale. Il suo pensiero fu ripreso da John Stuart Mill che nella sua opera intitolata Utilitarismo, del 1861, relativizza la quantità di piacere al grado di raffinatezza dell’individuo. Mantenendo l’analisi al livello individuale, un agente posto di fronte a una scelta tra N alternative, sarà portato a scegliere quella che ne massimizza la felicità (utilità). L’analisi, però, si può estendere a livello complessivo. Nella formulazione originaria, infatti, l’utilità è una misura cardinale della felicità; essa è perciò aggregabile mediante l’operazione di somma. È quindi possibile misurare il “benessere sociale”, definendolo come somma delle singole utilità degli individui appartenenti alla società.

L’utilità diventa perciò il perno del ragionamento etico, e la sua diretta applicazione è che diversi stati sociali risultano comparabili a seconda del livello di utilità globale da essi generati, intesi come aggregazione del grado di utilità raggiunto dai singoli.

Finalità della giustizia è la massimizzazione del benessere sociale, quindi la massimizzazione della somma delle utilità dei singoli, secondo il noto motto benthamiano: «Il massimo della felicità per il massimo numero di persone.»

Ma una tale concezione della felicità, che possiamo definire passiva, in quanto si basa sull’assenza di turbamenti e non sulla presenza di reali motivi di felicità, ci può davvero bastare?

Secondo Arthur Schopenhauer questo ci deve bastare, poiché la felicità non esiste e il massimo che possiamo ottenere dalla vita è un’esistenza priva di mali, una tranquilla serenità che trova la sua completa realizzazione in una vita priva di dolore e di sofferenze:

Poi viene l’esperienza e ci insegna che la felicità e i piaceri sono soltanto chimere che un’illusione ci mostra in lontananza, mentre la sofferenza e il dolore sono reali e si annunciano direttamente da sé, senza bisogno dell’illusione e dell’attesa. Se il suo insegnamento viene messo a frutto, smettiamo di cercare la felicità e i piaceri e ci preoccupiamo solo di sfuggire per quanto possibile alla sofferenza e al dolore. E’ dunque vero che il meglio che la vita ci possa offrire è un presente sopportabile, quieto e privo di dolore.”

Schopenhauer ha fornito un suo contributo alla materia con un trattato dal nome L’arte di essere felici: l’opera – incompleta – si compone di cinquanta massime, ritrovate tra i tantissimi scritti postumi di Schopenhauer in un manualetto il cui contenuto non è mai stato pubblicato fino al 1997. Eccone alcuni punti essenziali:

1. Assecondare la propria personalità

“La personalità è la felicità più alta”. Schopenhauer cita Goethe e ritiene che gli uomini possano essere classificati per ciò che sono (personalità), per ciò che hanno (averi) e infine per ciò che rappresentano agli occhi degli altri (fama). Il primo punto è “senza dubbio di gran lunga il più essenziale per la felicità o infelicità umana”. In tutto quello che viviamo infatti, premesso che “gli stessi avvenimenti esterni provocano in ciascuno un effetto del tutto diverso”, ciò che fa davvero la differenza è il nostro modo di percepire la realtà, ovvero la nostra peculiare rappresentazione del mondo. “Ognuno ha direttamente a che fare solo con le sue rappresentazioni, i suoi sentimenti […] e le cose esercitano un influsso sono in quanto ne sono l’occasione; ma è in essi che egli vive realmente, e sono essi che rendono felice o infelice la sua vita”. Come diceva Seneca: “Non è felice chi non crede di esserlo. Che importa quale sia la tua situazione, se ti sembra cattiva?”. Il relativismo che traspare da queste riflessioni è ancora più disarmante se si considera l’amara realtà che la personalità non è in nostro potere, ma ci è consegnata così come la troviamo dalla natura e rimane stabile e immutabile per tutta la vita. Cosa possiamo fare dunque per non soffrire? E’ semplice: assecondare la nostra personalità. Ci conviene “sottoporla al tipo di educazione che le è particolarmente adatta, evitandone ogni altra; […] dobbiamo porci nella situazione, nella condizione, nelle attività che le corrispondono”. Per fare questo è però necessario avere coscienza di sé, sapere con certezza ciò che si vuole ed evitare di tentare ciò in cui non riusciamo, vuoi per inclinazione vuoi per limiti nostri (questo però, sottolinea Schopenhauer, è possibile solo dopo aver fatto esperienza ed essere provati in più situazioni). La conclusione è che “se abbiamo una volta per tutte conosciute chiaramente le nostre forze e buone qualità, come pure i nostri difetti e debolezze […] sfuggiremo al più amaro di tutti i dolori, alla scontentezza di noi stessi, che è l’immancabile conseguenza di non conoscere la propria individualità”.

2. Pretendere poco

Bisogna cercare di ridurre il più possibile le proprie pretese: infatti l’aspirazione alla felicità e la lotta per conquistarla attirano molte sventure. E’ necessario inoltre accontentarsi, se possibile, di quel che si ha: “Dobbiamo cercare di arrivare a guardare ciò che possediamo” dice Schopenhauer “esattamente con gli stessi occhi con cui lo guarderemmo se ci fosse sottratto”. Per ragioni analoghe è bene evitare l’invidia: non si sarà mai felici infatti finché ci si tormenta per la maggior felicità di un’altra persona.

3. Tenere a freno la fantasia

E’ necessario tenere a freno la fantasia in ogni cosa, sia essa positiva o negativa. Le speranze e i timori infatti non vanno ampliati ingiustificatamente. Sarà bene dunque evitare di prendere come guida alle proprie aspirazioni “immagini di fantasia”, poiché esse sono solo “fantasmi beffardi” che alla lunga finiscono solo col tormentarci e lasciarci nel nostro stato di dolore.

4. Vivere a mezza via tra presente e futuro

Secondo Schopenhauer vivere alla giornata è da sconsiderati, ma allo stesso tempo non si può neppure commettere l’errore di proiettarsi esclusivamente nel futuro, tralasciando il presente, che del resto è il vero scenario della nostra felicità. A proposito di quegli uomini che non badano al presente e collocano in un futuro imprecisato la propria realizzazione personale, il filosofo usa la metafora dell’asino che procede col fascio di fieno appeso davanti al muso che ne accelera il passo, e sentenzia: “costoro vivono sempre solo ad interim, fino alla morte”. L’ideale dunque è mantenere la giusta misura tra le due dimensioni temporali del presente e del futuro.

5. Tenersi occupati

“Svolgere un’attività, dedicarsi a qualcosa, o anche solo studiare sono cose necessarie alla felicità dell’uomo” perché “sforzarsi e lottare con ostacoli è il bisogno più essenziale della natura umana”. Lo stato di quiete – da intendersi non solo in senso fisico, come assenza di movimento, ma anche in senso intellettuale, come assenza di pensieri – non risponde all’uomo e alla sua natura e va dunque evitato.

6. Evitare il dolore

“L’uomo saggio non persegue ciò che è piacevole, ma l’assenza di dolore”. Questa frase di Aristotele, tratta dall’Etica Nicomachea, viene citata da Schopenhauer quasi al principio dell’opera e condensa in poche parole quella che è anche la sua personale convinzione sull’illusorietà della felicità. Se il meglio che il mondo possa offrirci è “un presente sopportabile e privo di dolore” bisognerà astenersi da attività foriere di insoddisfazioni e dolori, anche se esse, a prima vista, possono apparirci piacevoli. Anzi, è proprio nei piaceri che molto spesso si annidano le cause dei mali futuri.

7. Salute

La salute del corpo è condizione imprescindibile per una vita felice: “un mendicante sano è più felice di un re malato”. Alla salute sono dovuti – dice Schopenhauer – “almeno i nove decimi della nostra felicità”.

Va ricordato infine che secondo Schopenhauer non tutto è in nostro potere e una parte di felicità dipende inevitabilmente da elementi a noi esterni. Il corso della nostra vita infatti non è solo opera nostra, ma piuttosto “il prodotto di due fattori, vale a dire la serie degli eventi e quella delle nostre decisioni”. Esiste sempre dunque qualcosa di imponderabile e di casuale, su cui non possiamo agire e con cui dobbiamo tuttavia fare i conti se vogliamo scansare i dolori e garantirci una vita che sia il meno infelice possibile. Particolarmente incisiva è la metafora di Plauto riportata nella massima 23:

Nella vita è come quando giochi ai dadi: se il punto che più ti occorre non è uscito fuori al getto, quello che il caso ha fatto uscire devi correggerlo da te, con la tua abilità”.

Ovviamente non tutti erano d’accordo con questa visione: al contrario, nella Gaia scienza Friedrich Nietzsche sottolinea come una concezione passiva della felicità sia riduttiva, e come l’uomo necessiti indissolubilmente di grandi dolori per potersi elevare, in modo speculare, a grandi picchi di felicità attiva, realizzando a pieno la propria natura umana:

[Come ] se piacere e dispiacere fossero talmente annodati insieme a un laccio , che chi vuole avere il più possibile dell’uno deve avere anche il più possibile dell’altro…sta a voi la scelta: o il minor possibile dispiacere – in una parola l’assenza di dolore – …oppure il maggior possibile dispiacere come scotto per l’incremento di una pienezza di raffinati piaceri e gioie, raramente assaporati fino ad oggi. Se vi decidete per la prima alternativa, è segno che volete deprimere e attenuare l’umana capacità di soffrire, e allora dovete anche deprimere e attenuare l’umana capacità di gioire.

Il dolore nella prospettiva nitzscheana è strettamente necessario al raggiungimento della felicità. Difficile pensare nella nostra vita quotidiana di poter desiderare picchi di dolore e sofferenze atroci per poter poi godere di corrispondenti gioie godute a piene mani. Difficile però anche rassegnarsi ad un’esistenza passiva, declinata solamente all’evitare la sofferenza.

E allora, che cos’è la felicità?

Nessun filosofo ha ancora dato una risposta esaustiva a questa domanda.

Come sostiene Michael Konrad, «tutti gli uomini tendono per natura alla felicità». È quindi proprio della natura dell’essere umano il desiderare di essere felice e il trovare in questo la realizzazione di tutta la vita ed il fine a cui tendere le proprie azioni. Percorrendo la storia della filosofia ci si accorge come il tema della felicità abbia interrogato ed interessato lungo i tempi la gran parte dei filosofi e di come questi abbiano offerto delle risposte assai diverse. Il desiderio di felicità genera solitamente un’attesa che supera di gran lunga le reali possibilità dell’essere umano, per cui l’uomo si mostra non in grado di raggiungere e di colmare il suo desiderio di felicità. Questa questione filosofica ci introduce, dunque, all’interno di un grande paradosso che Konrad sintetizza in questo modo: l’uomo compie delle azioni in quanto mosso dal desiderio di essere felice; l’uomo può essere felice nella misura che i suoi desideri vengano realizzati; l’uomo non è capace di soddisfare con le sue azioni i propri desideri.

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Cultura (art. Dichiarazione d’Indipendenza d’America e felicità)

Dichiarazione d’Indipendenza d’America e felicità

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“…goditi la vita, perché è molto breve, amala pienamente, e sii sempre felice e sorridente, vivi la tua vita intensamente. E ricorda: prima di discutere, respira; prima di parlare, ascolta; prima di criticare, esaminati; prima di scrivere, pensa; prima di far male, senti; prima di arrenderti, prova; prima di morire, VIVI...!” (Shakespeare).

Il 4 Luglio 1776, il Congresso di Philadelphia promulgò la Dichiarazione d’Indipendenza dei tredici Stati Uniti d’America dalla Corona inglese (definita, per esattezza, come “Unanime dichiarazione dei tredici Stati Uniti d’America”). La (ricerca della) felicità è uno dei grandi temi che ha caratterizzato, nel suo insieme, il secolo XVIII, dal punto di vista morale e politico. La Dichiarazione d´indipendenza è figlia di quel tempo e di quella terra. In questa storica Dichiarazione, i Padri Fondatori, condotti da Benjamin Franklin, affermarono solennemente:

“Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.

Probabilmente per la prima volta nella storia, l’Atto che fondava una Nazione proclamava in termini così netti che ogni uomo ha diritto di perseguire la Felicità.

In effetti, sembra che Franklin abbia inserito l’esplicito riferimento al diritto alla Felicità, nella Dichiarazione d’Indipendenza, su suggerimento di un filosofo italiano (per l’esattezza napoletano), Gaetano Filangieri. Nel 1780, Filangieri scriveva, infatti, ne ‘La Scienza della Legislazione’: “Nel progresso concreto del sistema di leggi sta il progredire della Felicità nazionale, il cui conseguimento è il fine vero del governo, che lo consegue non genericamente ma come somma di Felicità dei singoli individui”.

Sulla Dichiarazione d’Indipendenza si ritiene, vi sia stata anche l’influenza del filosofo inglese John Locke. Nei trattati politici di Locke, che sono sostanzialmente il Primo e il Secondo Trattato sul Governo, il Saggio e le Lettere sulla Tolleranza, tutti composti fra il 1680 e il 1690, la parola felicità non ricorre spesso, ma ad un certo punto il filosofo chiarisce senza ombra di dubbio che a suo avviso esistono due tipi di felicità: quella eterna, che l’uomo deve perseguire attraverso un’esperienza personale e convinta di Fede, e quella terrena, che è compito del governo garantire nelle forme che vedremo. Per Locke la felicità eterna “non si può raggiungere valendosi della fatica altrui, né perdere, danneggiando altri, né sperare, per imposizione di una forza esterna”.

Essa dipende dal credere e agire in questa vita in modo tale da ottenere la grazia di Dio, e nel seguire quello che Dio ha disposto a questo fine. Ne consegue, in primo luogo, che l’umanità è strettamente vincolata ad osservare gli ordini di Dio e che la nostra massima cura, applicazione e diligenza dovrebbero essere esercitate nel cercare ed eseguire questi comandamenti, poiché in questo mondo non c’è nulla che abbia un’importanza paragonabile all’eternità. In secondo luogo, a patto che nessuno violi il diritto altrui con le sue opinioni errate e una forma di culto improprio, e che la sua perdizione non comprometta le faccende altrui, ogni uomo ha il diritto di occuparsi da solo della propria salvezza.” (John Locke)

Sorge da qui la necessità dell’assoluta divisione della sfera spirituale da quella del potere politico e temporale che è oggetto di discussione soprattutto nel Secondo Trattato sul Governo e getta le basi della moderna laicità. Per questo Locke si pone come il massimo rappresentante e al tempo stesso difensore della laicità, intesa appunto nel senso positivo di separazione della cosa politica dalla gestione della vita religiosa. Ma sorge anche la necessità del rispetto e della tolleranza di ogni forma religiosa, perché come lo Stato non può prevaricare la coscienza dei singoli mediante il potere legislativo, così nessuna Chiesa può dichiararsi più autorizzata di un’altra a garantire il raggiungimento della salvezza dell’anima. Proprio perché così intrinsecamente importante nella sua dimensione civilizzatrice, la religione non può mai diventare strumento di oppressione e negazione della libertà di coscienza del singolo, il quale non per forza o coazione esterna, bensì per convinzione del tutto personale deve aderire ai dettami del suo credo religioso. Pericolo questo che Locke vede incarnato nella Chiesa cattolica del tempo, così assolutistica nella sua concezione gerarchica e così evidentemente collusa con il regimi assolutistici del tempo. Se prendiamo la Costituzione americana, ritroviamo in pieno questa istanza di separazione nel primo dei dieci emendamenti in vigore dal 1791, che recita: Il Congresso non potrà fare alcuna legge per il riconoscimento di qualsiasi religione o per proibirne il libero culto (…).”

Passiamo ora ad analizzare la seconda accezione di felicità per Locke. Tornando alla Lettera sulla Tolleranza, vi si legge poco dopo il passo già citato: 

Ma, oltre all’anima immortale, l’uomo ha anche una vita temporale qui sulla terra, e poiché essa è fragile, fluttuante e di incerta durata, l’uomo ha quindi bisogno per sopportarla di numerose comodità, che si deve procurare con fatica ed operosità. Infatti ciò che è necessario ad una vita tollerabile, non è frutto spontaneo della natura, né si offre bell’e pronto al nostro uso. (…) Ma essendo l’umanità talmente perversa da appropriarsi illegalmente del frutto delle fatiche altrui, invece di lavorare per provvedere a se stessa, la necessità di assicurare agli uomini il possesso di quanto abbiano onestamente ottenuto, e di custodire la libertà e la forza di guadagnare ulteriormente, li obbliga ad unirsi in società, in modo da difendere, con l’aiuto scambievole e la forza congiunta, le rispettive proprietà, costituite da ciò che contribuisce all’agio e alla felicità dell’esistenza, lasciando nello stesso tempo ad ognuno la cura della propria felicità eterna. (Locke)

Locke comunque conclude il discorso sulle due felicità ribadendo che lo Stato deve lasciare agli uomini assoluta libertà riguardo alla loro salvezza eterna, “la libertà cioè di praticare secondo coscienza ciò che ritengono gradito a Dio onnipotente, dalla cui volontà e benevolenza dipende la loro felicità futura. Infatti bisogna obbedire prima di tutto a Dio e poi alle leggi”. Tempo ed eterno sono perciò ancora del tutto presenti nel pensiero lockiano. Alla felicità terrena la Costituzione americana dedica sostanzialmente il IV e il V emendamento:

Il diritto dei cittadini a godere della sicurezza per quanto riguarda la loro persona, la loro casa, le loro carte e le loro cose, contro perquisizioni e sequestri ingiustificati, non potrà essere violato; e nessun mandato giudiziario potrà essere emesso, se non in base a fondate supposizioni, appoggiate da un giuramento o da una dichiarazione sull’onore e con descrizione specifica del luogo da perquisire e delle persone da arrestare o delle cose da sequestrare. (IV Emendamento). (…) Nessuno potrà essere privato della vita, della libertà o dei beni, se non in seguito a regolare procedimento legale; e nessuna proprietà potrà essere destinata ad un uso pubblico, senza un giusto indennizzo. (V Emendamento)

E qui possiamo già cogliere una prima ed importante distinzione.

Mentre, come s’è visto, per il filosofo inglese la dimensione trascendente e soprannaturale è ancora parte integrante della concezione antropologica, nei documenti rivoluzionari, che pure alla sua speculazione così tanto si ispirano, Dio e la prospettiva escatologica sembrano allontanarsi abissalmente dal discorso politico e sociale. La Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 parla in maniera generica e fugace delle leggi della Natura che sono le leggi di Dio, di un Creatore che ha creato tutti gli uomini uguali e dotati di diritti inalienabili e si invoca alla fine la protezione della divina Provvidenza; mentre la Costituzione americana è assolutamente muta rispetto all’esistenza di un ente soprannaturale, se si fa eccezione per l’implicito accenno del già citato primo Emendamento.

Nell’autobiografia di Franklin, padre della Dichiarazione d’Indipendenza, possiamo trovare dei passi interessanti che riguardano, il suo pensiero, la sua formazione ed il concetto stesso di felicità:

Prima di iniziare a parlare della mia vita pubblica, sarà bene che vi renda noto il mio pensiero riguardo ai principi e alla morale. (…) I miei genitori mi avevano dato un’educazione religiosa e mi avevano condotto durante la mia infanzia lungo la via del puritanesimo. Ma avevo appena quindici anni quando, nutrendo parecchi dubbi, li trovai argomentati in una serie di libri che lessi e cominciai a mettere in discussione il concetto stesso di rivelazione. Mi passò fra le mani qualche libro che trattava del deismo (…) ed accadde che (…) gli argomenti dei deisti che venivano contestati mi sembravano molto più convincenti delle loro contestazioni. In breve, divenni un convinto deista”

Ed ancora:

Mi convinsi che la verità, la sincerità e l’integrità nei rapporti fra uomo e uomo erano della massima importanza per la felicità della vita. La Rivelazione non aveva per me alcun valore in quanto tale; ma mi feci l’idea che, sebbene certe azioni potessero non essere cattive perché erano proibite dalla Bibbia, o buone perché imposte da questa, tuttavia quelle stesse azioni potevano essere proibite perché erano per noi nocive o imposte perché buone per noi, nella loro stessa natura. E questa persuasione, sotto la gentile guida della Provvidenza, o di qualche angelo custode o di circostanze accidentalmente favorevoli, o di tutte queste tre cose insieme, mi ha preservato attraverso il periodo pericoloso della giovinezza (…) da qualche rozza e intenzionale immoralità o ingiustizia che sarebbe potuta derivare dalla mia mancanza di religione.”

La felicità si fonda dunque su un rapporto assolutamente orizzontale fra uomo e uomo ed è totalmente indipendente dalla dimensione ultraterrena. Franklin, Jefferson e gli altri hanno acceso la scintilla anche della Rivoluzione francese e sono tornati in patria portando le riflessioni dei philosophes dando loro cittadinanza perenne nella prima e massima espressione del costituzionalismo moderno. Se Dio c’è, deve rimanere come icona stereotipa alla In God We Trust che compare sulle banconote americane al pari di un altro simbolo, il triangolo, a testimoniare l’idea del Dio architetto e muratore che dopo aver creato l’Universo lo mette nelle mani di un uomo che lo gestisce in assoluta autonomia. Se questo non è ateismo, è pur tuttavia quella totale assenza di afflato religioso tipica del deismo, che in pratica cancella dagli eventi umani Dio, nella sua forma trinitaria e incarnata nel mondo, nonché la prospettiva escatologica tout court. E naturalmente il deismo trova asilo proprio nel luogo in cui le religioni (e le opinioni) sono rispettate. Parlando della tolleranza religiosa in America Franklin precisa ad esempio con orgoglio che: 

La religione seria, nelle sue varie denominazioni, non soltanto è tollerata, ma rispettata e praticata. L’ateismo è sconosciuto da noi, l’infedeltà è rara e segreta, cosicché le persone possono vivere sino a tarda età nel nostro paese senza ricevere scossoni alla loro devozione incontrando un ateo o un infedele. E l’Essere divino sembra aver manifestato la sua approvazione della tolleranza reciproca e la gentilezza con cui le varie sette si trattano a vicenda attraverso la notevole prosperità con la quale ha voluto favorire l’intero paese.”

La nostra felicità è legata al senso che ciascuno riesce a dare alla propria esistenza. Si tratta di un percorso sostanzialmente individuale e del tutto personale, che può seguire la strada della ricerca filosofica, di quella religiosa o di una valorizzazione laica del significato della vita. Sono passati alcuni secoli dalla “Dichiarazione d’Indipendenza” e buona parte dell’umanità è ancora in cammino per raggiungere, non dico la felicità, ma quanto meno il soddisfacimento delle proprie esigenze di primaria sussistenza.

Le moderne Costituzioni sembrano essere, oggi, abbastanza caute nel proclamare il diritto a un bene così agognato, ma anche sfuggente, come l’essere felici.

L’Art. 3 della Costituzione italiana, ad esempio, più prudentemente recita: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Rispettare la vita privata significa anche permettere a ciascuno di realizzare i propri sogni, di non rinunciare alla felicità nelle forme in cui la si identifica, di decidere personalmente circa ciascun aspetto del proprio cammino. Dunque realizzare i propri sogni è sviluppare a pieno sé stesso, trovando il necessario equilibrio per raggiungere la felicità. Il diritto alla felicità e il correlato diritto all’identità personale (sancito tra i diritti inviolabili ex art. 2 Cost., sent. Corte Cost. n. 13/1994) rappresentano quindi la più forte tutela rispetto alle imposizioni sulla persona umana di modelli precostituiti.

Ormai il modo di pensare a portato a credere che la felicità individuale passi a stretto giro con diritti acquisiti e libertà. Ma sarà proprio così? Se così fosse l’infelicità che viviamo nel nostro tempo può aver cause essenzialmente politiche, derivanti da atti legislativi che limitano sempre più l’uomo nei suoi diritti e nelle sue libertà. E quindi fin dove si può estendere una libertà rispetto ad un’altra? Fin dove si può aver riconoscimento ad un proprio diritto?

Sigmund Freud, nel celebre scritto del 1920 su Il disagio della civiltà parla di felicità, infelicità e istituzioni con riguardo alla psiche umana e dice: «Non vogliamo ammetterla [l´infelicità delle società odierne], non riusciamo a comprendere perché le istituzioni che noi stessi abbiamo creato non debbano rappresentare una protezione e un beneficio per tutti. […]. Di fatto l´uomo primordiale stava meglio, poiché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L´uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po´ di sicurezza». Con queste parole, si tocca il punto centrale: il rapporto tra felicità e sicurezza. La massima (ricerca individuale della) felicità comporta la massima insicurezza sociale: nessuno sarebbe sicuro di nessuno; i patti sarebbero impossibili perché tutti li violerebbero quando ostacolassero quella ricerca. Verrebbe meno la fiducia, che di ogni vita sociale è condicio sine qua non. Simmetricamente, la massima sicurezza coinciderebbe con l´assoluto divieto della (ricerca individuale) della felicità. Come permettere la ricerca della felicità senza compromettere un livello minimo di sicurezza e fiducia tra gli esseri umani? La formula della Dichiarazione d´indipendenza americana, dalla quale abbiamo preso spunto per queste considerazioni, è l´espressione genuina del più ingenuo ottimismo del secolo dei “lumi”. Poteva forse corrispondere a una possibilità effettiva in società come quella delle tredici colonie che non conoscevano confini. O meglio: società dove lo spazio non costituiva limite e condizione. Il viaggio a occidente per cercare fortuna era la prospettiva per una ricerca della felicità che poteva svolgersi senza conflitti (le popolazioni autoctone non facevano problema). Questo era il mito americano, così intimamente legato al miraggio della felicità. Ma negli “spazi pieni”? Lo spazio pieno è quello in cui ogni spostamento di uno comporta lo spostamento di altri. È, da secoli, la condizione europea. Ma gli spazi sono ormai saturi anche in America dove, oggi, le frontiere, non più allargabili, sono presidiate dalla forza pubblica. La ricerca della felicità era, originariamente, la rivendicazione sulla bocca degli cioè degli oppressi. Basta leggere il preambolo della Dichiarazione d´indipendenza. Non sentiremo uno sfrattato, un disoccupato, un lavoratore schiacciato dai debiti, un migrante irregolare, un individuo strangolato dagli strozzini, un rom cacciato, una madre che vede il suo bambino morire nei primi mesi di vita, rivendicare il suo diritto alla “felicità”. Grottesco! Sentiremo questo eterogeneo popolo degli esclusi e dei sofferenti chiedere, invece che felicità, giustizia. La loro “felicità” sta nel chiedere un poco di giustizia. Negli spazi pieni, la felicità nel senso della Dichiarazione citata all’inizio è diventata la pretesa dei forti, che fa torto ai deboli; la giustizia, non la felicità, è la richiesta dei deboli che contestano i privilegi dei forti. Così, oggi, felicità è diventata parola dal senso rovesciato rispetto a quello originario, cioè è diventata parola di oppressione, parola di classe, e come tale dovremmo trattarla. Con questo ulteriore precisazione, che viene quasi da sé: la felicità è un´aspirazione che riguarda i singoli individui, la giustizia, è una aspirazione che riguarda la società tutta intera. Come tale, è funzione non delle pulsioni individuali ma delle politiche collettive.

Anche l’ONU ha istituito e sancito il diritto inviolabile di essere felici. L’ha Istituita l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 12 luglio 2012. La risoluzione approvata all’unanimità dai 193 stati membri che lo compongono dichiara che..un cambiamento profondo di mentalità è in corso in tutto il mondo. Le persone ora riconoscono che il ‘progresso’ non dovrebbe portare solo crescita economica a tutti i costi, ma anche benessere e felicità”. Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ribadisce:Felicità è aiutare gli altri, quando con le nostre azioni contribuiamo al bene comune noi stessi ci arricchiamo. E’ la solidarietà che promuove la felicità”.

Dunque una nuova priorità globale: essere felici. Un recente studio americano ha infatti dimostrato con una comparazione condotta tra 150 stati, che più gli individui sono felici, più il paese è produttivo (rif.“World Happiness Report”). Il nostro mondo, quello di oggi, sembra aver perfettamente incarnato l’imperativo lanciato dall’ONU: siamo praticamente ‘ossessionati’ dalla felicità, che per noi vuol dire essere giovani e belli, vincenti, competitivi, possedere oggetti mercificati, provare sensazioni sempre più forti, allontanare lo spettro della malattia e della morte. Ci domandiamo quanto questo concetto coincida con quel diritto alla felicità sancito il 4 Luglio 1776 dalla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Il Financial Times, in una recente inchiesta sulla felicità, non poteva che esprimere in termini monetari cosa significa ‘felicità’: godere di buona salute vale 1 milione e 300.000 sterline, avere un buon matrimonio 200.000, parlare ai propri vicini 129.000, andare in pensione 114.000. Anche i lutti e i dolori hanno un costo ‘psicologico’: 8.000 sterline la morte di un amico, 126.000 quella di un figlio, 296.000 quando si divorzia, 312.000 se muore il partner… Eppure nelle conclusioni dell’inchiesta sembra prevalere il buon senso: il denaro non può comprare la felicità. Quindi vincere a una lotteria non e’ garanzia di vita meravigliosa. Gli amici sono più importanti dei soldi. Perdere il lavoro e’ un evento traumatico ma il dispiacere e’ attenuato quando tanti condividono la tua stessa disavventura. E’ più felice chi si sottrae alla competizione.. E allora non sembrano così…paradossali le affermazioni di uno dei presidenti più ‘rivoluzionari’ del pianeta, Jose Mujica – Capo di Stato dell’Uruguay, che alla conferenza mondiale a Rio de Janeiro, il 21 giugno 2012, ha pronunciato queste parole:

Ci vendono tutto, tranne la felicità…Lo sviluppo non può andare contro la felicità: dev’essere a favore della felicità umana, dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane, della cura dei figli, dell’avere amici, del non privarsi dell’indispensabile..stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione ci governa? …Perché non veniamo alla luce per svilupparci solamente, così, in generale. Veniamo alla luce per essere felici. Perché la vita é corta e se ne va via rapidamente. E nessun bene vale come la vita..questo iperconsumo è lo stesso che sta aggredendo il pianeta..questi sono problemi di carattere politico che ci stanno indicando che é ora di cominciare a lottare per un’altra cultura..

Concludiamo quest’articolo elencando ciò che è dato all’uomo con i suoi diritti; la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, fu approvata il 10 dicembre 1948, dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Dopo questa solenne deliberazione, l’Assemblea delle Nazioni Unite diede istruzioni al Segretario Generale di provvedere a diffondere ampiamente questa Dichiarazione e, a tal fine, di pubblicarne e distribuirne il testo non soltanto nelle cinque lingue ufficiali dell’Organizzazione internazionale, ma anche in quante altre lingue fosse possibile usando ogni mezzo a sua disposizione. 

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI

Preambolo

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;

Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità, e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo;

Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione;

Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;

Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti dell’uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;

Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l’osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali;

Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;

L’ASSEMBLEA GENERALE

Proclama

La presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.

Articolo 1

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Articolo 2

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.

Articolo 3

Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

Articolo 4

Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

Articolo 5

Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.

Articolo 6

Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.

Articolo 7

Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.

Articolo 8

Ogni individuo ha diritto ad un’effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.

Articolo 9

Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.

Articolo 10

Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.

Articolo 11

1. Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.

2. Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetuato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.

Articolo 12

Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.

Articolo 13

1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.

2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

Articolo 14

1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.

2. Questo diritto non potrà essereinvocato qualora l’individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Articolo 15

1. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.

2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.

Articolo 16

1. Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all’atto del suo scioglimento.

2. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.

3. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.

Articolo 17

1. Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri.

2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.

Articolo 18

Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.

Articolo 19

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Articolo 20

1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.

2. Nessuno può essere costretto a far parte di un’associazione.

Articolo 21

1. Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.

2. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese.

3. La volontà popolare è il fondamento dell’autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.

Articolo 22

Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.

Articolo 23

1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.

2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.

3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.

4. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Articolo 24

Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.

Articolo 25

1. Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.

2. La maternità e l’infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.

Articolo 26

1. Ogni individuo ha diritto all’istruzione. L’istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L’istruzione elementare deve essere obbligatoria. L’istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l’istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.

2. L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.

3. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.

Articolo 27

1. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.

2. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.

Articolo 28

Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.

Articolo 29

1. Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.

2. Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.

3. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite.

Articolo 30

Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati.

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Società (art. Ode alla gioia, Friedrich Schiller – Inno d’Europa)

Ode alla gioia (Friedrich Schiller) – Inno d’Europa

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I valori della comunità unita d’Europa rispecchiano gli ideali del proprio inno? Voi vi sentite rappresentati da questo inno? Vi sentite cittadini europei? Provate a porvi tali domande dopo aver letto le parole, cariche d’unità e condivisione espresse dall’Ode alla gioia scritto da Friedrich Schiller (versione lingua originale e traduzione in italiano).

Ode “An die freude” Friedrich Schiller

O Freunde, nicht diese Töne!

sondern lasst uns angenehmere

anstimmen, und freudenvollere!

(batt. 216-236)

Freude, Freude schöner Götterfunken,

Tochter aus Elysium,

wir betreten feuertrunken,

Himmlische dein Heiligthum!

Deine Zauber binden wieder,

was die Mode streng getheilt;

alle Menschen werden Brüder,

wo dein sanfter Flügel weilt.

(batt. 237-264)

Wem der grosse Wurf gelungen,

eines Freundes Freund zu sein,

werein holdes Weib errungen,

mische seinen Jubel ein!

Ja, wer auchnur eine Seele

sein nennt auf dem Erdenrund!

Und wer’s nie gekonnt, der stehle

weinend sich aus diesem Bund.

(batt. 269-292)

Freude trinken alle Wesen

an den Brüsten der Natur;

Alle Guten, alle Bösen

folgen ihrer Rosenspur.

Küsse gab sie uns und Reben,

einen Freund geprüft im Tod;

Wollust ward dem Wurm gegeben

und der Cherub steht vor Gott.

(batt. 296-330)

Froh, froh, wie seine Sonnen, seine

Sonnen fliegen

durch des Himmels prächt’gen Plan,

laufet, Brüder, eure Bahn,

freudig, wie ein Held zum Siegen.

(batt. 375-431)

Freude, Freude schöner Götterfunken,

Tochter aus Elysium,

wir betreten feuertrunken,

Himmlische dein Heiligthum!

Deine Zauber binden wieder,

was die Mode streng getheilt;

alle Menschen werden Brüder,

wo dein sanfter Flügel weilt.

(batt. 543-590)

Seid umschlungen, Millionen!

Diesen Kuss der ganzen Welt!

Brüder! überm Sternenzelt

muss ein lieber Vater wohnen.

Ihr stürzt nieder, Millionen?

Ahnest du den Schöpfer, Welt?

Such ihn überm Sternenzelt!

Über Sternen muss er wohnen.

(batt. 596-655)

Freude, Freude schöner Götterfunken,

Tochter aus Elysium,

wir betreten feuertrunken,

Himmlische dein Heiligthum!

(batt. 656-731)

Seid umschlungen, Millionen!

Diesen Kuss der ganzen Welt!

(batt. 656-731)

Ihr stürzt nieder, Millionen?

Ahnest du den Schöpfer, Welt?

Such ihn überm Sternenzelt!

Über Sternen muss er wohnen.

(ms 732-764)

Freude, Tochter aus Elysium, wir

betreten feuertrunken,

Himmlische dein Heiligthum!

Deine Zauber binden wieder,

was die Mode streng getheilt;

alle Menschen werden Brüder,

wo dein sanfter Flügel weilt.

(batt. 769-844)

Seid umschlungen, Millionen!

Diesen Kuss der ganzen Welt!

Brüder! überm Sternenzelt

muss ein lieber Vater wohnen.

(batt. 857-905)

Freude schöner Götterfunken,

Tochter aus Elysium.

(batt. 906-922)

Traduzione:

Ode “Alla gioia” Friedrich Schiller

Amici, non questi suoni!

Intoniamo canti

più lieti e festosi!.

(batt. 216-236)

Gioia, radiosa scintilla divina,

figlia dell’Elisio,

ebbri di passione, noi entriamo

nel tuo tempio!

La tua magia ricompone

quel che l’uomo ha diviso;

tutti gli uomini diventano fratelli,

quando la tua morbida ala si posa su di loro.

(batt. 237-264)

Chi ha avuto la fortuna

di essere amico di un vero amico,

chi ha avuto dalla sorte una leggiadra sposa,

unisca la sua gioia alla nostra!

Sì, anche chi può contare

su una sola persona al mondo!

E chi non ci è mai riuscito,

esca piangendo da questa cerchia.

(batt. 269-292)

Ogni essere vivente si rallegra

per i doni della Natura;

buoni e cattivi

percorrono i suoi sentieri fioriti.

Ci ha dato amore, vino e un amico

devoto fino alla morte;

la lascivia fu data ai vermi

e il Cherubino è chiamato al cospetto di Dio!

(batt. 296-330)

Come gli astri che si muovono felici

nello spazio stupendo del cielo,

percorrete, fratelli, il vostro cammino

gioiosamente,

simili ad eroi chiamati alla vittoria.

(batt. 375-431)

Gioia, radiosa scintilla divina,

figlia dell’Elisio,

ebbri di passione, noi entriamo

nel tuo tempio!

La tua magia ricompone

quel che l’uomo ha diviso;

tutti gli uomini diventano fratelli,

quando la tua morbida ala si posa su di loro.

(batt. 543-590)

Stringetevi a milioni

in un unico abbraccio fraterno!

Fratelli! Al di sopra del firmamento

abita di certo un padre affettuoso.

Siete affranti, milioni?

Umanità, avverti la presenza di Dio?

Cercalo al di sopra del firmamento,

Egli certamente vive oltre le regioni celesti.

(batt. 596-655)

Gioia, radiosa scintilla divina,

figlia dell’Elisio,

ebbri di passione, noi entriamo

nel tuo tempio!

(batt. 656-731)

Stringetevi a milioni

in un unico abbraccio fraterno!

(batt. 656-731)

Siete affranti, milioni?

Umanità, avverti la presenza di Dio?

Cercalo al di sopra del firmamento,

Egli certamente vive oltre le regioni celesti.

(ms 732-764)

Gioia, figlia dell’Elisio,

ebbri di passione, noi entriamo

nel tuo tempio!

La tua magia ricompone

quel che l’uomo ha diviso;

tutti gli uomini diventano fratelli,

quando la tua morbida ala si posa su di loro.

(batt. 769-844)

Stringetevi a milioni

in un unico abbraccio fraterno!

Fratelli! Al di sopra del firmamento

abita di certo un padre affettuoso.

(batt. 857-905)

Gioia, radiosa scintilla divina,

figlia dell’Elisio.

(batt. 906-922)

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Letteratura (Lettera sulla felicità a Meneceo – Epicuro)

Lettera sulla felicità a Meneceo (Epicuro)

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Meneceo,

Né quando uno è giovane esiti a filosofare, né quando è vecchio si stanchi di filosofare. Infatti, per nessuno, non è ancora il momento o non è più il momento di acquistare la salute dell’anima. Perché chi afferma che non è ancora il tempo opportuno per filosofare, o che questo tempo è ormai passato, assomiglia a chi dicesse che non è giunto ancora il momento per la felicità, o che non lo è più. Cosicché, deve occuparsi di filosofia sia un giovane sia un vecchio, il primo perché, invecchiando, possa essere giovane nei beni, in grazia di ciò che è stato, l’altro per essere, al contempo, giovane e anziano, in virtù della mancanza di paura verso quanto deve ancora avvenire nel futuro. Occorre, dunque, avere cura di tutto quanto produce felicità, se è vero, come è vero, che, quando essa è presente, abbiamo tutto, mentre, quando è assente, agiamo al fine di potere averla.

E quelle cose che ho continuato a raccomandarti, compile e abbine cura, ritenendo che queste sono i fondamenti del vivere bene. In primo luogo, nella convinzione che Dio è un vivente incorruttibile e beato – ed è questa la concezione comune di Dio –, non attribuirgli nulla che esuli da questa incorruttibilità e neppure che esuli dalla beatitudine, bensì pensa di lui tutto ciò che è in grado di conservare questa sua beatitudine insieme con l’incorruttibilità. Infatti, gli dei esistono, in quanto la cognizione che ne abbiamo è evidente: ma essi non sono come i più li considerano; infatti, non sanno mantenerli quali li concepiscono.

Ed è empio non chi nega gli dei venerati dai più, ma chi ascrive agli dei le opinioni dei più. Infatti, le asserzioni dei più riguardo agli dei non sono prolessi, bensì assunzioni false. In conseguenza a ciò, sono attribuite agli dei le maggiori sciagure per i malvagi e le maggiori fortune per i buoni. Infatti, essendo in tutto intimamente uniti con le loro virtù proprie, accolgono quelli simili a loro, considerando invece come estraneo tutto ciò che non è tale.

Abituati a pensare che la morte non è nulla per noi, poiché ogni bene e ogni male risiede nella sensazione: ebbene, la morte è privazione di sensazione. Perciò, la retta cognizione che la morte non è nulla per noi rende bene accetto anche il fatto che la vita finisce con la morte, […] liberandoci dalla brama di immortalità. […]

Cosicché, è stolto chi sostiene di temere la morte non perché porterà pena quando sarà presente, bensì perché porta pena mentre deve ancora venire. Infatti, ciò che non addolora quando è presente, non ha senso che addolori mentre lo si attende.

Dunque, il più orribile dei mali, la morte, non è nulla per noi, poiché, per tutto il tempo in cui noi siamo, la morte non è presente; e invece, per tutto il tempo in cui la morte è presente, noi non siamo. Dunque, essa non riguarda né i vivi né i morti, poiché per i primi non c’è, e gli altri non sono più.

Ma la maggior parte delle persone talora fugge la morte come il più grande dei mali, talaltra, invece, la sceglie come mezzo per fare cessare i mali della vita. Il saggio, invece, né ricusa di vivere, né teme il non-vivere: infatti, non gli dà noia il vivere, e neppure ritiene che il non-vivere sia un male. E, come del cibo egli si sceglie non la porzione maggiore in assoluto, ma la più gustosa, così anche del tempo coglie non la parte più lunga, ma la più piacevole. E chi raccomanda al giovane di vivere in modo bello e al vecchio di morire in modo bello è uno sciocco, non solo per la piacevolezza della vita, ma anche perché è la stessa cosa la cura che si deve porre a ben vivere e quella che si deve porre a ben morire.

Molto peggiore, d’altra parte, è quello che dice:

«Bello è non essere nato, oppure, una volta nato, attraversare al più presto le porte [dell’Ade]».

Se, infatti, dice questo perché ne è davvero convinto, come mai non se ne va via dalla vita? Questo sarebbe, infatti, per lui a portata di mano, se fosse veramente sua ferma intenzione. Se, invece, la sua è una beffa, egli è uno sciocco, in questi argomenti non si ammettono beffe. […]

Analogamente, bisogna considerare che, tra i desideri, alcuni sono naturali; altri, invece, vacui; e, tra i naturali, alcuni sono necessari, altri semplicemente naturali; e tra i necessari, a loro volta, alcuni lo sono in vista della felicità, altri, invece, in vista dell’assenza di dolore del corpo, altri ancora in vista della vita stessa.

Infatti, una infallibile considerazione di questi principi sa indirizzare ogni atto di scelta e di repulsa verso la salute del corpo e l’imperturbabilità dell’anima, poiché questo è il fine del vivere beatamente. È per questo scopo, infatti, che noi facciamo ogni cosa: appunto, al fine di non soffrire e non essere turbati dalla paura.

In effetti, una volta che sia tale la nostra condizione, ogni tempesta dell’anima si quieta, perché il vivente non deve camminare come verso qualcosa che gli manchi, né deve mettersi in cerca di qualcos’altro, grazie al quale sarà pienamente realizzato il bene dell’anima e del corpo. Invero, noi abbiamo necessità di piacere tutte le volte in cui soffriamo per il fatto che il piacere non è presente: invece, tutte le volte in cui non soffriamo per nulla, non abbiamo più bisogno del piacere.

E per questo diciamo che il piacere è il principio e il fine del vivere beato. Non per nulla, abbiamo riconosciuto il piacere come primo bene a noi connaturato, e a partire da esso improntiamo ogni scelta e ogni repulsa, e ad esso facciamo ritorno, quando usiamo l’affezione come criterio per giudicare ogni bene.

E poiché il piacere è il bene primo e connaturato, non ne scegliamo uno qualsiasi, ma ci sono casi in cui tralasciamo molti piaceri, quando da questi consegua per noi ciò che è più molesto; e consideriamo molti dolori migliori dei piaceri, qualora per noi tenga dietro un piacere maggiore, dopo che abbiamo sopportato per molto tempo i dolori. Dunque, ogni piacere, per il fatto di avere una natura a noi familiare, è un bene; ciò non di meno, non ciascuno va scelto; alla stessa stregua, per quanto ogni dolore sia un male, non sempre ciascuno di essi va evitato, per sua natura. Insomma, conviene valutare tutto ciò in base alla commisurazione e alla considerazione di quello che giova e di quello che non giova. Infatti, capita talora che trattiamo il bene come male, e, per converso, il male come bene.

E consideriamo l’autarchia come un grande bene, non perché in ogni caso vogliamo accontentarci di poco, ma perché, qualora non abbiamo il molto, possiamo accontentarci del poco, convinti sinceramente che godono dell’abbondanza nel modo più piacevole coloro che meno di tutti ne sentono il bisogno, e che tutto quanto è naturale è assolutamente facile da procurarsi, mentre quanto è superfluo è difficile da procurarsi.

E i semplici decotti d’orzo arrecano un piacere pari a quello di una dieta sontuosa, una volta che sia stata eliminata la sofferenza connessa con il bisogno; e il pane e l’acqua offrono il più alto piacere, nel caso in cui li accosti uno che abbia fame. L’abituarsi, dunque, a diete semplici e non dispendiose produce salute e nel contempo rende l’uomo pronto ad affrontare i bisogni necessari della vita, disponendoci meglio ad accostarci alle cene più prelibate che di tanto in tanto ci toccano; inoltre, ci rende impavidi di fronte alla sorte.

Dunque, allorché affermiamo che il piacere è il fine, non facciamo riferimento ai piaceri dei dissoluti e a quelli che risiedono nel godimento – come ritengono alcuni ignoranti che non sono d’accordo oppure che interpretano malamente –, ma il non soffrire nel corpo né turbarsi nell’anima.

Non sono, infatti, le bevute e i continui bagordi ininterrotti, né il godimento di ragazzini e donne, né il gustare pesci e altre cibarie, quante ne porta una tavola riccamente imbandita, che possono dar luogo a una vita piacevole, bensì il ragionamento assennato, che esamina le cause di ogni scelta e repulsa, e che elimina le opinioni per effetto delle quali il più grande turbamento attanaglia le anime.

Di tutti questi, il principio e il più grande bene è la saggezza, la quale risulta perfino più preziosa della filosofia, poiché da essa nascono tutte le altre virtù, in quanto insegna che non è possibile vivere piacevolmente senza vivere anche in modo saggio, onorevole e giusto, e, viceversa, non è neppure possibile vivere in modo saggio, onorevole e giusto senza anche vivere piacevolmente. Infatti, le virtù hanno un legame naturale con il vivere piacevolmente, e il vivere piacevolmente è inseparabile dalle virtù.

D’altra parte, chi ritieni che sia migliore di chi riguardo agli dei nutre pensieri pii, rispetto alla morte ha un atteggiamento assolutamente privo di timore e ha meditato sul fine della natura? Egli sa bene quanto sia facile da raggiungere e da ottenere il limite estremo dei beni, e quanto il limite dei mali abbia breve durata e modesta intensità. […]

Il saggio, poi, non considera la sorte come una divinità, alla stregua dei più – un dio, infatti, non compirebbe nulla di disordinato –, e neppure la considera una causa incerta – non crede, infatti, che un bene o un male frutto della sorte abbiano a che fare con il vivere beato, anche se da questa sono apprestati i principi di grandi beni o grandi mali –; ritiene invece che sia meglio patire una sorte avversa, serbando la ragione, piuttosto che godere di fortuna avendo perso la ragione: la cosa migliore, però, sarebbe che nelle azioni ciò che è stato oggetto di retto giudizio abbia un buon esito grazie alla sorte.

Medita, dunque, questi precetti e quelli ad essi affini, giorno e notte, fra te e te e anche con colui che è simile a te stesso, e mai, né da sveglio né in sogno, sarai turbato, ma vivrai come un dio tra gli uomini. Infatti, non assomiglia per nulla a un animale mortale un uomo che vive tra beni immortali.

Lettera sulla felicità a Meneceo (Epicuro)

Arte (art. Pierre-Auguste Renoir e la gioia di vivere)

Pierre-Auguste Renoir e la gioia di vivere

Per me, un dipinto deve essere una cosa amabile, allegra e bella, sì, bella. Ci sono già abbastanza cose noiose nella vita senza che ci si metta a fabbricarne altre. So bene che è difficile far ammettere che un dipinto possa appartenere alla grandissima pittura pur rimanendo allegro. La gente che ride non viene mai presa sul serio.” (Pierre-Auguste Renoir)


Pierre-Auguste Renoir (1841–1919) è stato uno tra i massimi esponenti dell’impressionismo e della pittura francese. Nacque a Limoges e fu il sesto dei sette figli di Léonard e Marguerite Merlet, un sarto e un’operaia tessile. A quattordici anni, avendo dimostrato interesse per l’arte, fu indirizzato dal padre alla decorazione della porcellana, campo nel quale egli diede buona prova delle sue abilità. Il padre, nella speranza che diventasse un buon artigiano, gli permise di seguire dei corsi serali di disegno. Grazie all’aiuto del maestro Charles Gleyre, fu ammesso nel 1862 all’
Ecole des Beaux-Arts: qui conobbe Sisley, Bazille e Monet, con i quali iniziò presto a dipingere “en plein air”. En plein air è un’espressione francese che indica un metodo pittorico in voga soprattutto nell’Ottocento europeo e che fu grandemente utilizzato dalla corrente pittorica degli impressionisti. Il principio base della pittura en plein air è quello di dipingere all’aperto per cogliere le sottili sfumature che la luce genera su ogni particolare e quindi di cogliere la vera essenza delle cose. Nel 1870 partecipò al conflitto franco-prussiano. Nel 1873 insieme ad altri pittori creò la Società anonima cooperativa di artisti, pittori, scultori, incisori, ecc. che nel 1874 organizzò la prima esposizione degli impressionisti presso lo studio del fotografo Nadar. Nel 1880 incontrò a Parigi la sua futura sposa, Aline Victorine Charigot (1859-1915), operaia tessile proveniente da Essoyes in Champagne, che diventerà ben presto la sua modella e, in seguito, la sua amante. Renoir si innamorò di questi luoghi. Ad Essoyes acquistò una casa dove passerà trenta delle sue estati. Nel 1890 sposò Aline Charigot, e da lei ebbe 3 figli: Pierre, Jean, e Claude. Nel 1900 venne insignito del titolo di Cavaliere della Legion d’Onore. In quegli anni, a causa dei frequenti attacchi di reumatismi, fu costretto suo malgrado a trasferirsi nel sud della Francia, per trovare un clima più mite: la sua ultima residenza, a Cagnes-sur-Mer, è ora un museo. Per l’aggravarsi delle sue condizioni (era stato colpito da artrite reumatoide alle mani e ai piedi) fu costretto alla sedia a rotelle: continuò tuttavia a dipingere, facendosi legare un pennello alla mano più ferma. Morì il 3 dicembre 1919, a 78 anni, in seguito a una polmonite.

Perchè Renoir viene denominato l’artista della gioia di vivere?

Renoir apprezzava tanto la bellezza da sentire il bisogno di fissare sulla tela non solo il ricordo di tutto ciò che aveva visto, ma desiderava dipingere tutto ciò che vedeva nel momento stesso che lo percepiva come “bello”. Per Renoir la ricerca del “bello” non è una limitazione dei soggetti, per lui tutto ciò che esiste, vive, tutto ciò che vive, è bello e tutto ciò che è bello, merita di essere dipinto, perchè la pittura deve esprime la gioia di vivere, esaltare la felicità del partecipare alla vita di tutto ciò che di bello ci circonda. Tutte quelle volte che ci si pone davanti ad un Renoir si viene istantaneamente folgorati e ricambiati dall’immensa gioia di vivere che sempre lo contraddistinse in ogni sua opera. Osservando e contemplando un suo dipinto altro non raggiungiamo che un’infinita quanto dolce completezza e benessere insieme ad intensa immedesimazione emotiva. Un’amorevole e spensierata narrazione degli aspetti più comuni della vita quotidiana rappresentati e riflessi secondo una leggerezza di tocco ed un cromatismo tra i più felici ed accesi della storia dell’arte. Vediamo alcune opere nel quale Renoir rappresentò su tela questa gioia di vivere:

Bal au Moulin de la Galette

immagine-galete

Il Bal au Moulin de la Galette è un dipinto ad olio su tela, realizzato nel 1876 e conservato nel Museo d’Orsay di Parigi. Renoir era maestro nel cogliere i comuni eventi quotidiani come i balli. In questo capolavoro dell’Impressionismo fissa un momento della vita parigina in un’atmosfera di felice abbandono, ritraendo la spensieratezza e il gusto della Belle Epoque: il Moulin de la Galette, locale allestito in un vecchio mulino, si trova in cima alla collina di Montmartre, il quartiere degli artisti. Il nome del locale fa riferimento ai dolcetti (in francese galettes, appunto) che venivano offerti come consumazione compresa nel prezzo di ingresso di 25 centesimi. Renoir lo frequenta per sei mesi, per potervi cogliere quella sfrenata gioia che esprime il dipinto. Qui l’artista rende in modo vibrante la dinamicità e il moto che anima le figure danzanti e la folla vivace.

Tutto il quadro è pervaso da una sensazione rilassata e tranquilla. Le persone sono tutte sorridenti. Sono protetti da una ombra fresca che riflette su di loro una luce chiara ma non accecante. Nella più pura tradizione tonale, Renoir realizza gli spazi e i volumi solo con accostamenti di colori. La sua pennellata, in questo quadro, non è il solito tocco virgolettato ma si allunga in un andamento sinuoso e filamentoso. Per via dell’assenza quasi totale del disegno, il colore ha il compito di rendere il movimento, le ombre e i riflessi. Si può notare infatti come gli abiti delle signore spicchino su quelli maschili per variazioni di tonalità, o come i raggi del sole filtrino dalla chioma degli alberi formando pozze di luce sui festeggianti. Non esiste un soggetto principale. I gruppi di persone contribuiscono a creare la profondità prospettica della scena. L’ambientazione è quasi surreale: i danzatori sembrano volteggiare nell’aria, i lampadari sembrano pendere dal cielo. La realtà è alterata, la linea di contorno sfuma, i colori si sovrappongono e si mescolano, riflettendosi negli oggetti. La luce non ha un punto di origine, tutto è dinamismo puro. Si è molto discusso se questo quadro sia stato o non sia stato realizzato sul posto. La sua complessa elaborazione fanno ritenere che, in realtà, Renoir lo abbia realizzato nel suo studio. Esso, tuttavia, non perde alcunché di freschezza ed immediatezza percettiva. La sensazione è che il quadro sia il fotogramma di un film in continuo svolgimento. E ciò serve appunto non a raccontare una storia ma ad esprimere in profondità una sensazione vitale. Questo che rimane, probabilmente, il quadro più celebre di Renoir è quasi la sintesi di tutto ciò che l’impressionismo ha portato come carica innovativa nella pittura francese ed europea.

La colazione dei canottieri (Le déjeuner des canotiers)

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La colazione dei canottieri (Le déjeuner des canotiers) fu dipinto tra il 1880 ed il 1882 e fa parte della Philips Collection di Washington. La Colazione dei canottieri è un quadro di grandi dimensioni realizzato pochi anni dopo del Moulin de la Galette e ne rappresenta per molti versi una variazione sul tema. Rispetto a quest’ultimo, l’individuazione dei singoli personaggi è più netta, i colori più vari e vivaci, la struttura compositiva più chiara, gli effetti della pittura en plein air più accentuati.

La scena evoca lo stato d’animo, l’atmosfera che circonda questi giovani, tutti amici del pittore, immersi in una piacevole conversazione carica di cordiale intimità e resa ancora più accattivante dall’ambiente gradevole. Sono quattordici le figure che popolano il dipinto tra cui molti sono identificabili: in primo piano, seduti attorno al tavolo, Aline Charigot, la ragazza col cagnolino, l’attrice Ellen Anurée, alle sue spalle, il giornalista Maggiolo e, seduto, Gustave Caillebotte; appoggiati alla balaustra, il proprietario del ristorante, Alphonse Fournaise e sua figlia Alphonsine. Al centro, seduto di spalle, il barone Barbier; sul fondo, col cilindro, il banchiere Charles Ephrussi, un altro dei ricchi collezionisti conosciuti di Renoir nel salotto di Madame Charpentier. Gli altri personaggi raffigurano amici e conoscenti del pittore. Gli atteggiamenti aggraziati e vivaci, la naturalezza dei gesti, mostrano tutta l’abilità del pittore nel delineare i personaggi nel loro ambiente. Il senso di animazione è reso sapientemente dalla prospettiva e dalla disposizione delle figure che in primo piano sfumano delicatamente verso lo sfondo, anche attraverso una sapiente utilizzazione dei rapporti cromatici.

Il dipinto rappresenta un pranzo al ristorante La Fournaise a Chatou, un villaggio sulla Senna, frequentato abitualmente dai canottieri. L’attenzione dell’artista si concentra molto sui colori, che formano i volumi e la prospettiva tramite la giustapposizione di toni caldi e freddi, chiari e scuri, primari e complementari. Gli avanzi del pasto sul tavolo appaiono come una complessa natura morta: Renoir si prese la libertà di dipingere frutta tipicamente autunnale che contrasta con il periodo estivo in cui è ambientata la scena. La composizione è studiata: Renoir inserisce le figure nello spazio della terrazza, chiusa da una balaustra e da esili strutture di ferro che sorreggono una tenda; la tavola scandisce il taglio diagonale dell’immagine e conferisce profondità. Benché non vi siano contorni, le figure emergono chiare e distinte, acquistano una solidità e una determinatezza più classica. Il motivo della balaustra che divide i personaggi dalla vegetazione è ricorrente nelle opere ambientate a Chatou che Renoir esegue in questi anni.

Le Grandi Bagnanti (Les grandes baigneuses)

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Conosciuta col nome “Le Grandi Bagnanti” quest’opera è stata eseguita tra il 1884-1887 e si trova a Philadelfia, al Museum of Art. Dipinta totalmente in studio, è l’opera più importante e significativa del periodo “aigre”, successivamente ripudiato dallo stesso artista come “maniera dura”. Mitigata da una monumentalità fotografica di gesti, l’opera è preceduta da una vasta serie di disegni preparatori, eseguiti per controllare il più compiutamente possibile i diversi elementi della composizione; la concezione definitiva pare fosse trasferita su tela con l’aiuto di carta da ricalco. Iniziato nel 1884, il dipinto fu terminato nella primavera del 1887 e si ispirò al bassorilievo con il Bagno delle ninfe con cui François Giradon aveva decorato una fontana nei giardini di Versailles. Renoir era convinto di aver realizzato un grande capolavoro ma, alla sua prima apparizione, il quadro non suscitò particolare entusiasmo, riscosse anzi giudizi contrastanti dal pubblico e dalla critica. Il dipinto rappresenta il punto estremo del rifiuto della tecnica impressionista: i colori sono posti all’interno di contorni nettamente definiti, la linea delimita le masse, i corpi sinuosi delle fanciulle al bagno (le due modelle principali sono Aline Charigot, in secondo piano, e Suzanne Valadon, in primo, e danno un’impressione di libertà e disinibizione), delimitati da netti contorni, sono circondati da un contesto naturistico privo della freschezza e delle vibrazioni luminose che caratterizzavano i dipinti eseguiti en plein air. Anche il soggetto, vagamente mitologico, acquista un valore atemporale assai distante dall’interesse per la contemporaneità che pure tanto aveva affascinato il pittore nelle sue opere precedenti. Tuttavia i visi spiritosi, i gesti vivaci e la bellezza tipicamente “cittadina” delle modelle rivelano l’appartenenza di Renoir al proprio tempo. Ai contorni meticolosamente disegnati dei due grandi nudi a sinistra, che occupano con gli alberi dal fogliame rapidamente schizzato i due terzi della tela, corrisponde una resa più libera delle figure del fondo. Le due figure in primo piano, nettamente staccate dal fondo, ricordano la Galatea di Raffaello, ma la determinazione della loro bellezza risulta anche dall’osservazione di forme naturali. Queste figure sembrano essere assorte da un colore chiaro e tonale che sembra placare le incandescenze delle stesure precedenti. Il dipinto è costruito su una composizione piramidale, triangolare, i cui vertici sono rappresentati dalle tre bagnanti in primo piano. Al di fuori di questo triangolo vi è lo sfondo rappresentato dalla natura (alberi e acqua). Il tema del nudo ha una grande importanza che diverrà, nell’ultimo ventennio della vita dell’artista, la grande materia-forma di Renoir.

Le bagnanti (Les baigneuses)

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Le bagnanti (Les baigneuses) è stato realizzato tra il 1918 e il 1919 e conservato al Museo d’Orsay di Parigi. Molto probabilmente la modella scelta per entrambe le prime due bagnanti sia Andrée Hessling, futura moglie del figlio del pittore, il regista Jean Renoir.

Il quadro è stato realizzato nella dimora del pittore a Cagnes-Sur-Mer nel sud della Francia e fu dipinto da Renoir pochi mesi prima di morire. La posizione e la gestualità delle cinque ragazze, in un contesto di luce e serenità, ricorda i quadri del Rinascimento, dove la pace e la tranquillità erano temi ricorrenti che richiamavano un mondo idilliaco e sereno a cui tendere. I corpi sono volumetrici e risaltano sul paesaggio impressionista del giardino della dimora dell’artista. Una ricerca di bellezza e spiritualità che viene reinterpretata da Renoir in una nuova chiave, rendendo il quadro un capolavoro di luce e colori.

Per tutta la sua vita fu un magistrale ed umile servitore della pittura, colui che non seppe mai far scemare la sua peculiarità più grande e preziosa: un instancabile amore per ogni aspetto della vita, altro non era che un “fine romanziere” della gioia di vivere ed un affascinante adulatore della bellezza femminile. Renoir mantenne come detto, alcune caratteristiche che lo differenziarono da alcuni suoi grandi contemporanei come Manet: in ogni sua opera cercava spasmodicamente di manifestare nonché trasferire nella tela una raffinata ed intensa partecipazione emotiva capace di suscitare ad ogni dettaglio dolci compenetrazione.

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