Filosofia (art. Alimentazione e sport)

Alimentazione e sport

Lo sport, sin dal mondo greco, è portatore di valori, è un punto di partenza per una ricostruzione etica della società. Lo sport è, per natura, indefinibile, non esiste una definizione universalmente accettata di sport. Ciò che è comune tra le discussioni metafisiche sullo sport è il suo rapporto con il gioco e il suo rapportarsi ad una natura sociale. Secondo lo storico olandese Johan Huizinga il giocare è “una attività libera consapevolmente praticata fuori dalla vita ordinaria come qualcosa di non serio, ma che al tempo stesso coinvolge il giocatore intensamente e profondamente. Si tratta di un’attività non connessa con alcun interesse materiale, e nessun profitto può essere acquisito da essa. Esso procede entro i propri confini appropriandosi del tempo e dello spazio secondo, seguendo regole fisse e in modo ordinato. Huizinga, successivamente, perfezionò tale tesi affermando che il gioco è un elemento soggettivo e non può essere inteso come un’entità oggettiva. Una visione metafisica del rapporto tra sport e gioco è importante, perché il gioco è generalmente considerato come un bene e si pensa che lo sport può beneficiare del preservare le sue caratteristiche di gioco. Per esempio, osservando che il gioco è essenzialmente volontario, si può supporre che costringere un bambino a praticare uno sport diminuirà la sua esperienza. Allo stesso modo, attraverso la comprensione che il gioco è autotelico si può spiegare perché lo sport utilizzando strumentalmente il denaro o la fama, può essere dannoso. Il filosofo austriaco Wittgenstein, nel libro Ricerche filosofiche, scrive un importante paragrafo sul gioco:

<<Considera, ad esempio, i processi che chiamiamo “giuochi”. Intendo giuochi da scacchiera, giuochi di carte, giuochi di palla, gare sportive, e via discorrendo. Cosa è comune a tutti questi giuochi? Non dire deve esserci qualcosa di comune, ma guarda se ci sia qualcosa di comune a tutti. […] E il risultato di questo esame suona: vediamo una rete complicata di somiglianze che si sovrappongono e si incrociano a vicenda. Somiglianze in grande e in piccolo.>>

Quindi anche per Wittgenstein è difficile definire l’ontologia di un gioco e di conseguenza dello sport. Possiamo quindi affermare che i vari giochi sono accomunati da qualcosa, come la libertà, la volontarietà, o il divertimento, tuttavia darne una definizione precisa sarebbe pericoloso e riduttivo. Uno dei maggiori problemi della metafisica filosofica è la questione della mente e del corpo o, più in generale, la natura delle persone, in questo caso la natura degli atleti. Cartesio riprendendo la tradizione aristotelica, formalizza il dualismo mente-corpo e subordinando il corpo alla mente puramente razionale, ritiene il corpo come una entità meramente meccanica e fisica. Questo modo di pensare ha influito fortemente nel pensiero moderno ed ha portato ad una netta scissione tra filosofia e sport, fino al Novecento, quando oltre a riscoprire un antico legame tra filosofia e sport, si sono aperte le porte della competizione, anche olimpica, alle donne, ai disabili, alle persone competenti ma fisicamente più deboli. La tradizione filosofica orientale, invece, unisce il corpo e la mente. Infatti per la religione buddhista lo stato d’animo di una persona si rivela nel suo aspetto fisico: il vissuto interiore di qualcuno che si trovi in uno stato gioioso e ottimistico si può leggere nel suo viso, o anche nella sua andatura. Di conseguenza, gli sport tradizionali orientali uniscono la preparazione atletica con lo sviluppo della virtù spirituali. Il tema dello sport viaggia a stretto contatto con la buona e sana alimentazione; non solo dello sportivo, ma dell’uomo in generale. L’alimentazione difatti costituisce un argomento di fondamentale importanza nella filosofia. Per la Filosofia occuparsi di cibo è una cosa scontata. Perché esiste uno stretto legame tra la scienza del pensiero e l’azione concreta del mangiare. Il tema inizia a farsi strada con la teoria socratica che limita la dimensione umana alla sola anima. Platone riprende questo concetto nel Fedone, considerando vita vera solo quella fuori dalla prigione del corpo. Al contrario, quando Epicuro elabora la teoria del piacere, s’immagina persone sagge che passano il loro tempo banchettando in campagna e parlando di filosofia.
“La filosofia si occupa del cibo perché si occupa del corpo e di cosa sia l’umano”.

LA FILOSOFIA E LO SPORT

La filosofia e lo sport hanno in comune la capacità di mettere in discussione ciò che è dato per scontato, e questa caratteristica comune la possiamo ritrovare già nell’antica Iliade di Omero (IX-VIII secolo a.C.) in cui l’obiettivo delle varie gare narrate era quello di dimostrare il proprio valore pubblicamente, infatti gli atleti si mettevano in discussione al fine di meravigliare lo spettatore (lo stupore ha dato origine anche alla filosofia). Non solo nell’ Iliade troviamo numerosi riferimenti al vigore fisico, alla destrezza, alle abilità sportive, qualità che hanno portato alla nascita di una faida interna distruttiva, ma anche nell’ Odissea (8.97–253 ca.) 725 a.C. : 

<< Odisseo è appena arrivato sulla terra dei Feaci, dal re Alcinoo, il quale dopo averlo ristorato dice: “Cerchiamo invece di uscire e deviare noi stessi con vari concorsi atletici così che quando il nostro ospite va a casa vi dirà ai suoi amici come superare gli altri nel pugilato, nel salto e nel podismo.” Così parlava e uscì, e una folla di migliaia di persone lo seguiva, e molti giovani robusti si alzarono in piedi per disputare come concorrenti. Il primo concorso fu una corsa. Essi scattarono dalla Nissa, e volarono in una nuvola di polvere attraverso la pianura. Klytoneus vinse; lasciò gli altri dietro per la larghezza di un campo che una squadra di muli può arare in un giorno. Successivamente cercarono la lotta dolorosa, e Eurialo era il migliore di tutti. Amphialos saltò più lontano, e Elatreus vinse facilmente con il diskos. Nella boxe il vincitore fu Laodamante figlio di Alcinoo. Quando tutti avevano goduto i concorsi, Laodamante disse ai giovani: “Hey Ragazzi! Andiamo a chiedere allo straniero se conosce tutti gli sport e se è in grado di dimostrarci qualcosa. Egli è ben costruito, e guardando le sue cosce e polpacci, così come le braccia e il collo, deve essere forte. Non è così vecchio anche se egli ha un aspetto logoro dalle difficoltà.” […] Laodamante andò in mezzo alla folla e si rivolse a Odisseo: “Non vuoi, signore, provare qualche gara, sempre se si sa una qualsiasi, ma si ha l’aspetto di un atleta per me. Non c’è più grande fama per un uomo di quella che vince con il suo gioco di gambe o l’abilità delle sue mani. Date una prova ora e mettete via le vostre preoccupazioni. Il vostro viaggio verso casa è pronto, e abbiamo già preparato per voi una nave e l’equipaggio.” Ulisse gli rispose: “Laodamante, perché voi giovani tizi mi prendete in giro con un tale invito? Il mio cuore è pronto alla sconfitta dei giochi, perché ho faticato a lungo e sofferto molto. Io sono qui nel vostro incontro solo come supplice dal tuo re e il tuo popolo per ottenere il mio passaggio a casa.” Poi Eurialo intervenne e sogghignò verso di lui: “Come la vedo io, straniero, non sei bravo nello sport come un vero e proprio uomo. Ti spacci come un maestro di marinai, uno che commercia da porto a porto senza pensieri per nulla, e soprattutto senza guadagni. Tu sei un atleta.” L’ astuto Ulisse lo fulminò con lo sguardo e tuonò: “Tu non sei un gentiluomo, signore! Ti comporti come una zolla! E’ così vero che gli Dei non danno la grazia totale, una dotazione completa di bellezza e ingegno, a tutti gli uomini allo stesso modo. Ci sarà un uomo che è inferiore alla media in costruzione, ma gli Dei saranno così grandi da coronare le sue parole con un fiore di bellezza che tutti coloro che lo sentiranno verranno scossi. […] Un altro uomo sarà bello come gli Dei, ma mancherà un filo di fascino attorcigliato nelle sue parole. Prendete voi stessi, per esempio: un capolavoro in cui il corpo nemmeno un dio potrebbe migliorare, ma vuoto nella testa. Il tuo sbeffeggiarmi ha fatto il mio cuore battere più forte. Io non sono sempliciotto nello sport, come si dovrebbe essere. Anzi penso di essere stato tra i migliori nel mio tempo, ma ora vivo nel dolore e nella miseria, dopo aver rischiato e sopportato molto nelle guerre tra gli uomini e la natura selvaggia del mare. Eppure, nonostante le devastazioni di queste cose cattive accetterò le vostre prove di forza. Il tuo ghigno e le tue parole mi hanno irritato, mi hanno punto.” Parlò e balzò in piedi ancora vestito e prese un diskos che era più grande e più pesante di quello che i Feaci avevano scagliato tra di loro. […] Vorticoso, si scagliò dalla sua mano potente, e la pietra fischiò attraverso l’aria. >>

Questo brano tratto da Miller ci mostra come, già nell’ epoca di Omero, il competere, il gareggiare, oltre allo stupire il pubblico, aveva un valore intrinseco, ossia quello di mettere in discussione se stessi, un po’ come fa la filosofia al fine di superare delle paure o degli ostacoli che la nostra mente, o nel caso di Ulisse, le varie fatiche, hanno dovuto conoscere. La filosofia come pratica è molto più recente di quella dello sport; essa si è sviluppata in Grecia circa due secoli dopo la fondazione dei Giochi Olimpici. Gli antichi filosofi greci hanno discusso di atletica e ginnastica, esaltando le potenzialità educative dello sport e la sua straordinaria capacità di contribuire allo sviluppo della cittadinanza e della politica. Se fossimo atleti nella Grecia antica, in preparazione per i giochi di Delfi, presso il tempio d’ Apollo troveremmo scritto in alto: “Conosci te stesso”. Monito del filosofare di Socrate e che, posto nel luogo dove si svolgono i giochi olimpici, ci fa capire come anche la pratica agonale si ispiri a un motto filosofico. Altro monito che potremmo trovare è “niente di troppo”, che è un inno alla moderazione, al non eccedere, tipico della filosofia greca, quindi stoica. Nel costruire il suo stato ideale Platone, ex lottatore e amante della filosofia quanto dello sport, è molto interessato all’educazione dei giovani. Questa educazione deve iniziare con la madre in attesa mantenendo il feto in uno stato di costante movimento, per poi continuare fino a quando il bambino ha raggiunto l’età di tre. Per i successivi tre anni il bambino deve essere sorvegliato nel gioco, strettamente regolamentato. All’età di sei anni, per i ragazzi e ragazze, può iniziare la stessa istruzione, sotto la supervisione di funzionari eletti di almeno cinquanta anni di età in tre palestre di esercitazione e di campi pubblici distribuiti per la città. Socrate, infatti, girava molto nelle palestre, poiché egli sosteneva che la ginnastica non solo aiutasse il corpo, ma anche la mente. Per Platone in palestra non doveva essere insegnato solo l’addestramento ginnico, inteso in senso fisico, ma piuttosto inteso come una virtù morale, che apparterà un giorno ai futuri custodi dello Stato o ai re-filosofi. Secondo Platone lo sport era democratico, ossia accessibile a tutti; uomini e donne. L’ introduzione quindi di un tema etico complicato risale già all’epoca di Platone, così come il problema dell’inganno sportivo, il quale essendo considerato una offesa contro gli dei, prevedeva oltre alla squalifica un’ingente multa. Passando ad Aristotele, invece, abbiamo una forte esclusione del mondo femminile dallo sport, poiché egli riteneva necessaria la presenza della “phrònesis”, qualità maschile, che permetterebbe a ciascun individuo di distinguere il bene dal male e di evitare il male, in modo da essere un cittadino “virtuoso”, “prudente” e quindi anche a livello sportivo un individuo giusto e leale. Aristotele, nel libro la Politica (325 a.C.) scrive rifacendosi un po’ a Platone: “E’ perlomeno chiaro che ai giovani devono insegnare quelle cose utilitaristiche che sono assolutamente necessarie, ma non tutto ciò che è utilitaristico. Una distinzione deve essere fatta tra quelle attività che sono liberali e quelli che non sono liberali; vale a dire, lo studente non dovrebbe partecipare a quelle attività utilitaristiche che portano alla volgarità. E’ necessario definire volgare qualsiasi esercizio o artigianale o scienza che rende inutile il corpo o l’anima o la mente di uomini liberi per la pratica dell’areté. Così noi chiamiamo volgare quei mestieri che deteriorano le condizioni del corpo e quelle occupazioni che ci portano al guadagno di salari, perché rendono la mente preoccupata e degradata. […] Ci sono essenzialmente quattro settori dell’istruzione: lettura e scrittura, esercizi fisici, musica, e il quarto, secondo alcuni, il dis disegno. Lettura, scrittura e disegno sono importanti perché sono utili nella vita e funzionali. L’educazione fisica è importante perché contribuisce alla virilità. Ma qualcuno potrebbe mettere in dubbio la musica. […] Si tratta, quindi, di trovare un accordo sul come dovremmo fare uso dell’esercizio fisico. Fino alla pubertà esercizi più leggeri dovrebbero essere applicati, e diete forzate e necessari lavori dovrebbero essere vietati in modo che non vi sia alcun ostacolo alla crescita. Non vi è alcuna piccola prova che tale formazione possa arrestare la crescita. Per Aristotele, quindi, troppo esercizio fisico è scorretto e la forza di chi si allena troppo duramente in gioventù è derubata dagli esercizi richiesti. Tuttavia ciò si rende necessario per chi vuol incrementare il proprio valore.

Nella filosofia dell’antica Roma, lo sport non è stato mai esso stesso oggetto di ricerche serie; tuttavia abbiamo alcuni famosi esempi di come lo sport e il vigore fossero centrali nella vita romana. Svetonio, nelle biografie dei primi dodici imperatori, ci racconta dei “giochi” trionfali messi su da Cesare nel 45 a.C. Da lì si evince un’idea dello stato romano e l’importanza dell’atletica nei confronti delle altre forme di intrattenimento nella società romana. Svetonio scrive che gli spettacoli pubblici di Cesare erano di vario genere. Tra questi vi era un combattimento di gladiatori, degli stage di giochi in ogni quartiere di Roma eseguiti in tutte le lingue, le corse dei carri nel circo, varie gare di atletica, e una battaglia navale finta. Oltre a Svetonio abbiamo Galeno, il quale ha iniziato la sua carriera come gladiatore oscuro e poi come allenatore medico, diventando alla fine medico di corte dell’imperatore Marco Aurelio. Egli riflette le pratiche del suo tempo e scrive:

<<I più eminenti filosofi e medici dell’antichità hanno discusso in modo adeguato i benefici per la salute di esercizi di ginnastica e di dieta, ma nessuno ha mai stabilito la superiorità degli esercizi con la palla. Credo che il migliore di tutti gli esercizi è quello che esercita non solo il corpo, ma rinfresca anche lo spirito. Gli uomini che hanno inventato la caccia erano saggi e conoscono bene la natura dell’uomo, perché mescolano i loro sforzi con il piacere, la gioia, e la rivalità. Ci sono particolari vantaggi negli esercizi con la piccola palla come vorrei ora mostrare. In primo luogo è la sua convenienza. Se si pensa a quanto tempo è necessario per le attrezzature per la caccia, si sa che nessun politico o artigiano possa partecipare a tali sport, quindi c’è bisogno di un uomo ricco con un sacco di attrezzature e tempo libero. Ma anche l’uomo più povero può giocare a palla, perché non richiede reti, né armi, né cavalli, né cani da caccia, ma solo una palla. Non interferisce con altre attività di un uomo e non lo induce a trascurare nessuna di loro. E cosa c’è di più conveniente di un gioco in cui tutti, non importa la sua condizione o di carriera, può partecipare? Troverete anche che è il miglior esercizio completo. Per gli altri esercizi troverete che uno è violento, un altro dolce; uno che esercita la parte superiore del corpo, o una parte del corpo come i fianchi o la testa o le mani o petto, invece che tutto il corpo. Nessuno mantiene tutte le parti del corpo ugualmente in movimento; nessuno ha un ritmo che può essere accelerato rallentato di nuovo. Solo l’esercizio con la palla raggiunge tutto questo. Quando i giocatori si allineano su lati opposti e si esercitano per ottenere la palla, allora è un esercizio violento, infatti così la testa e il collo sono esercitati, ed i lati e il petto e lo stomaco sono esercitati dagli abbracci e spintoni rimorchiatori. In questo gioco i fianchi e le gambe sono allungate tese violentemente, poiché forniscono una base per tale sforzo. La combinazione di correre avanti, indietro, e saltando di lato non è un piccolo esercizio per le gambe; se a dire il vero, questo è l’unico esercizio che mette tutte le parti della gamba in movimento. C’è lo sforzo da un insieme di tendini e muscoli nella corsa in avanti, su un altro insieme corsa all’indietro, e su un altro nel salto. Così come il gioco con la palla è un buon esercizio per le gambe, è ancora meglio per le braccia, perché è consuetudine di prendere la palla in ogni sorta di posizione. La varietà di posizioni peserà su diversi muscoli in diversa misura, e diverso tempo. E’ importante anche l’occhio se si pensa a come il giocatore non può prendere la palla se non ha giudicato il suo volo con precisione. Il giocatore inoltre affina le sue capacità critiche attraverso la pianificazione come prendere la palla e come strappare la palla, se gli capita di essere nel mezzo. La rivalità terminerà nel piacere, promuoverà la salute del corpo e l’intelligenza nella mente. Questo è un vantaggio importante se un esercizio può aiutare il corpo e la mente verso lo spigolo che è insito in ciascuno. Si può facilmente capire che giocare a palla aiuti le due più importanti manovre che uno Stato affida ai suoi generali: attaccare al momento giusto è necessario per difendere il bottino già accumulato e la lungimiranza del piano del nemico. La maggior parte degli esercizi producono gli effetti opposti, rendendo la mente lenta, assonnata, e noioso. La vittoria in guerra non appartiene coloro che possono scappare il più veloce, ma chi è in grado di prevalere in incontri ravvicinati. Gli Spartani non erano diventati i più potenti perché potevano correre più veloce, ma perché hanno avuto il coraggio di resistere e combattere. Sono particolarmente favorevole all’esercizio fisico che promuove la salute sufficiente per il corpo, lo sviluppo armonico delle sue parti, è necessario per lo spirito. Tutti questo si ritrova nell’esercizio con la palla. Si può beneficiare la mente in ogni modo, ed esercitare tutte le parti del corpo allo stesso modo. Esso contribuisce alla salute e alla moderazione delle condizioni fisiche, perché non causa né una corpulenza eccessiva né una magrezza smodata. E’ adatto per azioni che richiedono resistenza e anche per coloro che esigono la velocità. Così la forma più faticosa della sfera di gioco non è in alcun modo inferiore ad altri esercizi.>>

Preziosissimo e anche molto attuale, è quanto è stato detto da Galeno. Possiamo infatti notare come il calcio sia lo sport più famoso e praticato al mondo, proprio per la sua comodità e la sua convenienza. Inoltre egli apre l’esercizio ginnico a tutti, ricchi e poveri, afferma che esso è utile soprattutto per la mente, ed è un modo per allenare i generali di uno Stato. Galeno, rifacendosi un po’ a Platone, capisce che allenare esclusivamente il corpo non è utile allo Stato, quindi occorre che oltre al corpo si alleni anche la mente, così come Platone introduce una dimensione politica nello sport. Per Galeno, infine, ciò che risulta fondamentale è il compiere un ottimo esercizio che sviluppi tutti i muscoli del corpo, in maniera conveniente e comoda e che porti l’atleta ad un livello tale da essere in grado di saper essere a capo di un esercito, essendo dotato di capacità fisiche e intellettive. Cicerone, nella sua presentazione della filosofia greca ad un pubblico romano, racconta la storia di Pitagora, che lo stesso Cicerone aveva trovato raccontata da un allievo di Platone: Eraclide di Ponto. Pitagora visitò Leon, il sovrano di Phlious, in una data non lontana dal 480 a.C. Il brano mostra anche che i Giochi sono stati così ben noti che potrebbero essere utilizzati per scopi allegorici. Leon ammirava il genio e l’eloquenza di Pitagora tanto che gli chiese il momento in cui l’arte si fosse fatta valere di più. Pitagora disse che non conosceva le arti, ma era un filosofo. Leon si meravigliò della novità del termine e chiese che cosa fosse un filosofo e quale fosse la differenza tra loro e il resto dell’umanità. Pitagora si dice abbia risposto che la vita dell’uomo gli sembrava quella festa che si è svolta con le più belle gare con tutta la Grecia assemblata. Vi sono alcuni, con i loro corpi addestrati, che hanno gareggiato per la gloria e la fama di una corona, altri sono stati motivati dal potenziale di profitto di acquisto o di vendita, ma c’è ancora un altro tipo, il migliore di tutti, che non ha cercato né applausi né il reddito, ma è venuto a osservare e studiare ciò che è stato fatto e come. Quindi noi, come se siamo arrivati a una festa da un’altra città, giungiamo a questa vita da un’altra vita in cui alcuni cercano gloria e altri cercano denaro. Poi ci sono gli uomini rari che detengono tutto il resto, niente altro che lo studio della natura delle cose. Questi sono chiamati gli amanti della saggezza perché questo è il significato della parola “filosofo”. Così, come ai giochi vi è l’uomo più nobile che non cerca alcun guadagno per sé stesso, così nella vita la contemplazione e il riconoscimento della natura delle cose è molto più avanti di tutte le altre attività. Questo, per riprendere la stessa comune origine tra filosofia e sport, ossia lo stupore, che porta poi all’amore del proprio gesto atletico o della saggezza. Inoltre Cicerone riprende questo brano introducendo anche temi etici tipici del Novecento.

Dopo la caduta dell’impero romano e con lo sviluppo preponderante del Cristianesimo, l’uomo passa dall’essere un animale politico e quindi occupato anche nello sport, a cercare di essere un uomo pio. Ovviamente, questo influisce sulla concezione che l’uomo medievale ha del corpo, il quale viene visto come un peso che lo allontana da Dio (ascetismo), portandolo a peccare. A questa concezione deve essere aggiunta la separazione filosofica che Cartesio mette in atto, scindendo mente e corpo e affermando l’assoluta predominanza della mente sul corpo. Questa scissione cartesiana prende il sopravvento su altre concezioni filosofiche, infatti solo in alcuni casi, abbiamo dei riferimenti a delle pratiche corporee, come in Thomas Hobbes, il quale nel XVII secolo nella “Rassegna delle passioni rappresentate in una corsa” scrive: << Il paragone della vita dell’uomo con una corsa, per quanto non aderente in ogni punto, pure aderisce così bene per questo nostro proposito, che […] dobbiamo supporre che questa corsa non abbia altra meta, né altro premio che l’esser davanti. >> (concetto di vana gloria di Hobbes applicato anche a livello sportivo). Infatti scrive: <<Guardare gli altri che stanno dietro è gloria. Guardare quelli che stanno davanti, è umiltà.>> Per Hobbes quindi è fondamentale l’elemento del confronto. Un uomo corre per confrontarsi con i suoi simili, per primeggiare sugli altri. Per Hobbes la vittoria è il nucleo centrale della corsa. Non importa quale sia la meta o il premio, stare davanti è l’unico motivo per iniziare a correre. Esempi come questo di Hobbes sono molto rari, nella letteratura Leopardi si cimenta in una canzone civile dal nome A un vincitore nel pallone, ma per tornare a parlare di sport, o almeno della corporeità, legata alla filosofia occorre attraversare circa tre secoli di storia, per arrivare a De Coubertin, poi a Marleau-Ponty e poi a Johan Huizinga e al suo “Homo ludens” (1938).

Fino al 1969, la filosofia moderna non ritenne di particolare interesse lo studio dello sport, ma grazie al libro di Paul Weiss: Sport: A Philosophic Inquiry, e dato che Weiss (docente universitario a Yale) era già un filosofo noto e rispettato soprattutto nel campo della metafisica, il fatto di aver ritenuto lo sport degno di attenzione filosofica dette subito alla filosofia dello sport una credibilità quasi immediata. Nel 1972 venne fondata l’Associazione Internazionale per la Filosofia dello sport (IAPS). La rivista di filosofia dello sport, espressione dell’associazione, è stata lanciata nel 1974 e da allora una grande varietà di libri e antologie sono stati pubblicati sull’argomento. La crescita del settore ha subito un’accelerazione negli ultimi anni con crescente interesse e contributi di studiosi non solo Nordamericani e Britannici. Nel 2007 è uscito un secondo giornale, intitolato Sport, Etica e Filosofia, pubblicazione ufficiale della British Association for the Philosophy of Sport. La natura della filosofia dello sport è stato il risultato dello sviluppo di linee di ricerca aperte, è una scienza nata da poco e per questo è aperta a tutti i vari campi che si interessano dello sport tuttavia essa cerca di concentrarsi su tre tematiche filosofiche: Metafisica, Politica ed Etica.

Un altro importante concetto metafisico sportivo è quello di regole. Una delle definizioni più note sulle regole è stata quella di Bernard Suits nel libro The grasshopper : << giocare un gioco vuol dire tentare di raggiungere un determinato stato di cose (obiettivo pre-ludico), usando solo mezzi autorizzati dalle norme (mezzi ludici), in cui le regole vietano l’uso dei mezzi più efficienti in favore di quelli che lo sono meno (regole costitutive), e le regole sono accettate solo perché rendono possibili tali attività (atteggiamento ludico). >> 13Secondo Suits i fini del gioco sono inseparabili dalle regole. Infatti le regole costitutive sono quelle regole interne da cui dipende logicamente l’esistenza stessa del gioco. Le implicazioni normative del legame tra sport e regole, nel frattempo, sono state drammatiche. Molti di coloro che accettano la definizione di Suits adottano una posizione nota come formalismo in cui i giochi sono intesi esclusivamente in termini di regole formali o iscritte. Un’altra conseguenza della teoria di Suits è l’osservazione che le regole del gioco vietano l’utilizzo di mezzi efficaci per raggiungere gli obiettivi del gioco. Questa osservazione aiuta anche a giustificare filosoficamente quei divieti in materia di tecnologie sportive che migliorano le prestazioni sportive, come il fenomeno del doping o l’uso di costumi da bagno idrodinamici. Per giungere a una conclusione potremmo affermare che le regole, che esse siano costitutive o di abilità, sono necessarie in qualsiasi sport, tuttavia vi è un corpus di regole che si pone al di sopra di qualsiasi regola sportiva che è quello etico.

Un altro importante aspetto metafisico dello sport è l’approccio che esso ha con la realtà e quindi con la società, dato che è un fenomeno sociale. MacIntyre, filosofo politico, definisce una pratica come: qualsiasi forma coerente e complessa di attività cooperativa umana socialmente stabilita attraverso cui vengono realizzati prodotti nel tentativo di raggiungere quegli standard di eccellenza e che ampliano sistematicamente le forze umane impiegate per conseguire questa eccellenza nel quadro dei fini e dei beni coinvolti. Maclntyre distingue le pratiche sportive dalle istituzioni che le sostengono, osservando che le istituzioni puntano ai beni esterni alla pratica, come il denaro ed il prestigio, mentre i beni interni sono solo per i professionisti. Ovviamente qui si apre un dibattito etico sul perché lo sport si proietti al denaro e se il farlo possa essere giusto o meno. Lo sport, non avendo di per sé un valore, ha bisogno di essere compreso e praticato in modo tale che esso abbia un valore, perché può essere facilmente condizionato da altri fenomeni sociali come lo sviluppo dei media, la mercificazione o il consumismo.

Oltre alla metafisica e alle varie argomentazioni metafisiche, altri due punti che interessano la filosofia dello sport sono la politica e l’etica. Questi due grandi “contenitori” sono accomunabili, poiché nel momento in cui noi riteniamo lo sport come un fenomeno sociale, esso risponde logicamente alle leggi morali e politiche. Lo sport è un fenomeno che non può essere scisso da ciò che lo circonda e dalle varie problematiche della società in generale. Uno dei grandi problemi sociali politici del Novecento è stato quello della discriminazione razziale, oltre a quello della globalizzazione, e questo si è ripercosso sullo sport, tant’è che oggi sono ancora numerosi cori o gesti pro o contro determinate “razze”, oltre tutto è a causa di questi tipi di atteggiamenti sbagliati, che alcune “razze” sono state educate poco o malamente in determinati sport. Questo tipo di discriminazione non può essere letta solo da un punto di vista politico ma è evidente come entrino in gioco anche varie tematiche etiche, quale la accettazione di un avversario “diverso” da noi. Altra discriminazione nota è quella che si sofferma sulla differenza uomo/donna, il filosofo si chiede quanto questa differenza abbiamo inciso nella nostra visione in generale e di alcuni sport e se il ruolo subordinato della donna sia ancora oggi messo in atto nello sport. Infatti, è da notare come lo sport, tranne alcune rare eccezioni menzionate prima, è stato ed è visto come un fenomeno maschile, ma in realtà, esso sfida questo pregiudizio dando pari opportunità e diritti a uomini e donne. L’etica sportiva quindi, così come la politica, sono importanti per capire la base teorica che sta dietro i giudizi morali o politici che riguardano lo sport, gli atleti e tutti coloro che si rapportano con il mondo dello sport. Dal punto di vista etico abbiamo tre vie filosofiche da seguire: la via dei contrattualisti secondo cui la regola può anche essere interpretata come un dovere morale, rifacendosi così all’approccio deontologico dato da Immanuel Kant, il quale affermava la necessità di un’azione “giusta” nello sport, condannando, per esempio, la pratica comune della simulazione dei falli nella pallacanestro fatta con lo scopo di fermare il cronometro, perché è una violazione intenzionale delle regole. La teoria utilitaristica di John Stuart Mill ha trovato sostenitori nell’etica sportiva, tra coloro che si oppongono al doping a causa dei suoi effetti nocivi per la salute. Ed infine, le teorie basate sulla filosofia greca antica e sul pensiero cinese, le quali sostengono che lo sport possiede una straordinaria componente educativa ed è un mezzo per coltivare le virtù (Aristotele) e sviluppare il carattere morale della persona. Questi approcci filosofici sono utili per dibattere di tre questioni etiche principali: la rottura delle regole; gli obblighi per gli avversari; gli obblighi per la comunità sportiva. La competizione nello sport implica per sua stessa natura un confronto e quindi la necessità dell’altro. Fatta questa prima introduzione, possiamo comprendere come il rispetto e il come ci si debba comportare con l’avversario sia la seconda grande questione speculativa. Se si concepisce la competizione come qualcosa di più simile alla dialettica hegeliana padrone-schiavo, cioè come un tentativo di affermare sé stessi, distruggendo gli altri, quindi danneggiando o rendendo inabili gli avversari, essa può apparire come parte integrante del concetto stesso condiviso di gara. In questa prospettiva, le azioni violente nello sport possono anche sembrare compatibili. Per Isidori, l’atleta dovrebbe rispettare la dignità dei concorrenti attraverso: (1) la considerazione fondamentale dei diritti umani, (2) l’apprezzamento per il particolare rapporto in questione, e (3) la comprensione dello scopo dell’attività che si sta svolgendo. Questo significa che dobbiamo riconoscere che stiamo svolgendo un’attività in cui abbiamo l’obbligo di fornire una valida opportunità agli avversari di mettersi alla prova. Dando questa opportunità ai nostri avversari ci mettiamo in discussione, come fa la filosofia, e ci esponiamo al rischio, che può essere quello della sconfitta o in alcuni casi anche della morte.

LA FILOSOFIA E L’ALIMENTAZIONE

Nel suo saggio “Filosofia del cibo”, il filosofo e professore di Etica sociale, Franco Riva, afferma che:

«Il fatto che la filosofia si occupi dell’alimentazione è un passaggio quasi obbligato – Fin dalla sua origine questa scienza si è interessata al rapporto dell’uomo con il suo corpo e, di conseguenza, con il cibo».

Riva propone una rassegna delle posizioni principali che la filosofia ha assunto nei confronti dell’alimentazione, in particolare dall’Ottocento in poi. Quasi una “Storia della Filosofia contemporanea del cibo”.

«Si sono sempre confrontate due scuole di pensiero. La prima contrappone lo spirito al corpo (e al cibo) e diffida della dimensione materiale. Una rappresentante di questa corrente è Simone Weil. Per la mistica francese, il corpo è un animale che deve essere educato alternando le frustate alle zollette di zucchero. La seconda posizione è quella di chi considera l’uomo anche come corpo e in quest’ottica rivaluta il cibo. A tal proposito si può citare Feuerbach, autore de “Il mistero del sacrificio”, il cui sottotitolo non a caso è “L’uomo è ciò che mangia”».

La filosofia si è quindi sempre divisa sul rapporto che intercorre tra corpo (e cibo) e anima. Riva ritiene comunque possibile una mediazione tra i diversi atteggiamenti attraverso un modo di pensare attento al vissuto del corpo e del cibo:

«La prospettiva fenomenologica considera il corpo come un compagno di vita. Questa teoria si colloca in equilibro tra la concezione platonica del corpo bestiale e l’idea dell’uomo come pura materialità. Le diverse dimensioni dell’uomo (fisica e spirituale) si riconciliano nell’idea che vivere è essere incarnati. Questa concezione, però, pone nuove questioni di responsabilità. Novalis e Goethe, dato che mangiare è indispensabile, credono che si configuri necessariamente come gesto aggressivo nei confronti degli altri: o vivo io, o vivi tu. Se questo è il principio, se il mangiare è un bisogno che fa diventare distruttori e assassini, allora non è possibile alcun discorso sulla responsabilità e sull’etica. Credo invece che la filosofia debba interessarsi all’alimentazione anche da un punto di vista morale. Il cibo è allo stesso tempo quanto di più semplice e quotidiano, ma anche quanto di più importante possa esserci. Sartre dice che l’uomo fa l’assoluto mangiando. Ha ragione: l’uomo è sempre uomo (oppure non lo è mai) anche quando mangia».

Riva spiega che la filosofia ha tre vie di azione per rispondere alle sfide che la società contemporanea mette in campo.

«In primo luogo deve denunciare le contraddizioni, pratiche e teoriche. Una di queste è il circolo vizioso che ci vuole contemporaneamente grassi e magri, obesi per l’abbondanza di cibo di qualsiasi genere e in forma per il ritorno al mito del salutismo. Per usare un’immagine biblica, noi viviamo contemporaneamente nella stagione delle vacche grasse e delle vacche magre. La filosofia deve denunciare questa incoerenza, altrimenti rischia addirittura di giustificarla correndo dietro ora al gusto ora alla salute».

La seconda via d’azione è rilevare l’ironia nel rapporto tra filosofia e cibo.

«Questa strada mette in luce le assurdità che vengono dette sull’alimentazione senza che siano mai contestate e messe in discussione. La filosofia deve fare ironia anche su stessa e su quello che ha detto sul cibo. Il sociologo e filosofo tedesco Georg Simmel sostiene ad esempio (un po’ come Platone) che esiste un mangiare quotidiano e operaio: serve semplicemente a sostentarsi nella fatica del lavoro e non ha altro valore che questo. Per il sociologo il cibo diventa umano solo quando lo si consuma a una tavola imbandita e in compagnia di commensali borghesi e intellettuali. Non si può che ridere con amarezza di questa opinione, da un lato perché il convivio e la tavola imbandita non garantiscono in anticipo nessuna umanità del mangiare intesa come responsabilità e dall’altro lato perché il cibo del lavoro ha una dignità umana altissima».

La terza via che la filosofia può praticare è quella della responsabilità nei confronti del mondo, degli altri e della giustizia.

«Sarebbe ipocrita se la filosofia e la morale non s’interessassero all’alimentazione. Il cibo ci pone di fronte a grandi questioni globali e ci costringe a prendere sul serio la nozione di corpo. L’alimentazione ci ricorda costantemente che siamo un corpo e che dobbiamo rapportarci con gli altri esseri viventi, con i territori, con le risorse naturali. Il cibo porta a chiedersi se vivere voglia dire aggredirsi reciprocamente per sopravvivere. Stare cioè in una guerra alimentare perpetua per assicurarsi territori e monopoli del cibo. Mangiare ci mette di fronte a una quotidianità vissuta e intensa».

Nel mondo contemporaneo il singolo è sottoposto, anche in campo alimentare, a continue pressioni e sollecitazioni. Vedi problemi mondiali e sanitari quali l’obesità, la bulimia, l’anoressia. Ognuno di noi ha poco potere perché si ritrova all’interno di uno stile di vita che, in sostanza, non sceglie.

«Occorre una presa di coscienza individuale, ma soprattutto una presa di coscienza collettiva. Servono pratiche, politiche e scelte di vita comuni diverse. Il singolo deve essere tanto al punto d’inizio quanto al punto d’arrivo di questo processo, in un’ottica di convivenza democratica, partecipata e trasparente anche dal punto di vista nutritivo».

La filosofia serve così anche a introdurre stili alimentari coerenti, cambiamenti nella vita di tutti i giorni. «Solitamente in filosofia i riferimenti all’alimentazione vengono usati come esempi per spiegare questioni più ampie. Perché invece non rovesciare il discorso? E’ proprio il quotidiano che ci deve interrogare sui massimi sistemi, non viceversa».

E qual è la scelta alimentare del filosofo Riva?

«Potrei definirla “la dieta dell’orso”: onnivora, di qualità, con prevalenza di vegetali. Prodotti biologici e biodinamici, frutta e verdura di stagione e un consumo contenuto di carni. Con lo studio di questi argomenti ho incontrato il pensiero buddista secondo cui non si deve fare male a nessun essere vivente; per me potersi nutrire senza fare violenza è comunque un simbolo interessante da tenere nella massima considerazione».

In quanto uomini ancor prima che pensatori, anche i filosofi hanno (avuto) i loro “piatti preferiti”, rivelandosi non di rado dei grandi estimatori del “mangiar bene”. L’attenzione che essi hanno riservato al cibo affiora, oltre che dalle loro autobiografie (nelle quali spesso menzionano esplicitamente i loro piatti preferiti), anche nelle loro stesse opere filosofiche, in cui le metafore – diciamo così – culinarie sono ricorrenti e testimoniano un’incredibile attenzione alla sfera eno-gastronomica… Ludwig Feuerbach, a una sua famosa opera del 1862, aveva dato il titolo Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia. L’uomo è ciò che mangia: in tedesco, “der Mensch ist was er isst”. L’obiettivo manifesto che Feuerbach si pone è, naturalmente, quello di sostenere un materialismo radicale e anti-idealistico, a tal punto da portarlo a sostenere che noi coincidiamo precisamente con ciò che ingeriamo… Forse questa coincidenza tra essere e mangiare potrà sembrare un po’ eccessiva, ma è innegabile il fatto che, se siamo, è perché mangiamo. Che poi siamo ciò che mangiamo, forse è un po’ troppo, con buona pace di Feuerbach. Un antico adagio dice che non si può pensare con la pancia vuota: e Aristotele stesso ci ricorda, nella Metafisica (982 b 21), che la filosofia nasce quando l’uomo ha risolto i suoi bisogni primari.

Platone, che pure a questo mondo preferiva decisamente quello eterno e immutabile delle Idee, non era certo insensibile al mangiar bene: di lui si sa che amava olive e fichi secchi. Nella Lettera settima, inoltre, Platone se la prende con i Siracusani, accusandoli di mangiare ben tre volte al giorno!
È poi risaputo che i Pitagorici teorizzarono il vegetarianesimo come prassi di vita, nella convinzione che l’uomo non dovesse cibarsi di carni perché, nella misura in cui le anime possono reincarnarsi anche negli animali, ciò equivarrebbe a essere cannibali… E Pitagora proibì ai suoi discepoli di mangiare fave e la leggenda vuole che egli stesso, inseguito dai suoi nemici, si fece da essi catturare anziché mettersi in salvo correndo per un campo di fave. 

Di Epicuro, invece, è diventata proverbiale l’ingordigia, come se egli in tutta la sua vita non avesse fatto altro che fare grandi abbuffate e grandi bevute… Tant’ che se oggi diamo dell’epicureo a qualcuno, alludiamo alla sua sfrenatezza in materia di piaceri… Eppure quest’immagine di Epicuro che beve e si abbuffa a più non posso non corrisponde pienamente alla realtà, benché, nel tramandarcela, la tradizione sia stata piuttosto uniforme. Nella famosa Lettera a Meneceo, scrive testualmente Epicuro:

“Allorché affermiamo che il piacere è il fine, non facciamo riferimento ai piaceri dei dissoluti e a quelli che risiedono nel godimento dei sensi – come ritengono alcuni ignoranti che non sono d’accordo oppure che interpretano malamente –, ma il non soffrire nel corpo né turbarsi nell’anima. Non sono infatti le bevute e i continui bagordi ininterrotti, né il godimento di ragazzini e donne, né il gustare pesci e altre cibarie, quante ne porta una tavola riccamente imbandita, che possono dar luogo a una vita piacevole, bensì il ragionamento assennato, che esamina le cause di ogni scelta e repulsa, e che elimina le opinioni per effetto delle quali il più grande turbamento attanaglia le anime”.

All’immagine di un Epicuro che si abbuffa di cibi raffinati, si deve sostituire quella di un uomo sobrio ed equilibrato, che si accontenta di tacitare i morsi della fame con del cibo frugale: fichi e formaggio.

Lo stesso Lucrezio, che si professava epicureo, nel suo poema De rerum natura (III, 931 e ss.) cercava di fugare la paura della morte ricorrendo a un’immagine “culinaria”. Chi si accinge a morire – spiega Lucrezio – deve ragionare come un convitato sazio quando finisce il banchetto: se la vita trascorsa é stata colma di gioia, allora ci si può ritirare da essa come un convitato sazio e felice dopo un lauto banchetto; se, al contrario, é stata segnata da dolori e tristezze, non ha senso desiderare che essa prosegua, trascinandosi tra nuove sofferenze. 

Ben più radicale degli epicurei era Diogene di Sinope, il celebre “Cinico”: rigettando la sontuosità delle mense imbandite di cibi raffinati che titillano il palato, anch’egli opta per la frugalità dei pasti, tant’è che ci viene spesso descritto nell’atto di mangiare del pane ordinario e delle lenticchie; addirittura, se questo aneddoto non è solo una leggenda, quando vide un fanciullo che beveva nel cavo delle mani, Diogene gettò via dalla bisaccia la ciotola, esclamando con soddisfazione: “un fanciullo mi ha dato lezione di semplicità!”. Diogene buttò poi via anche il catino, quando vide un fanciullo che, rotto il piatto, pose le lenticchie nella parte cava di un pezzo di pane.

Anch’egli nemico dello sfarzo (senza però arrivare all’estremismo di Diogene), Seneca amava la cucina poco elaborata, alla buona, semplice ma genuina. Egli scrive nel De tranquillitate animi:

“Mi piace il cibo che non debbano elaborare e sorvegliare stuoli di servi, non ordinato molti giorni prima né servito dalle mani di molti, ma facile a reperirsi e semplice, un cibo che non ha nulla di ricercato o di prezioso, che non verrà a mancare da nessuna parte si vada, non oneroso per il patrimonio né per il corpo, tale da non uscire poi per la stessa via dalla quale è entrato. Mi piacciono il servo alla buona e lo schiavetto rustico, l’argenteria massiccia ereditata dal padre contadino che non reca norni di artigiani, e una tavola che non si fa notare per la varietà delle venaturel e che non è famosa in città per il frequente susseguirsi di padroni eleganti, ma che sia improntata alla praticità, tale da non trattenere su di sé gli occhi di nessun commensale per il piacere né accenderli di invidia”.

In sintonia coi Pitagorici, anche Porfirio porta avanti la causa vegetariana: nel suo trattato Astinenza dagli animali, egli spiega che gli animali non possono essere sfruttati dall’uomo e considerati semplicemente disponibili per i suoi bisogni. Il suo trattato consiglia l’astinenza anche in un’ottica ascetico-religiosa: un’alimentazione a base di frutta e verdura, più sobria e frugale di quella a base di carne, oltre a essere più salubre per il corpo, è certamente migliore per la vita dell’anima, e più adatta all’uomo religioso che cerca l’assimilazione al divino nel distacco da tutte le passioni e da tutti i piaceri del corpo; gli dèi, inoltre, non gradirebbero affatto i sacrifici cruenti e le combustioni delle vittime, che andrebbero a ingrassare solo il godimento dei dèmoni malvagi. Scrive Porfirio:

“La carne non contribuisce alla buona salute, ma è piuttosto di ostacolo ad essa. Infatti la salute si conserva con quei mezzi dai quali essa riceve forza: e riceve forza da una dieta leggerissima e senza carne […]. Infatti né della forza né dell’accrescimento della robustezza ha bisogno il filosofo se vuole volgere la mente alla contemplazione e non alle azioni e alle intemperanze. Nulla di strano che la maggioranza degli uomini creda che il mangiar carne contribuisce alla buona salute: perché è degli stessi credere che conservano la salute i godimenti e i piaceri erotici, i quali non hanno mai giovato a nessuno, e bisogna contentarsi se non l’hanno danneggiato”.

Uova, noci, riso, patate, pane, mele, biscotti, latte e soprattutto salsicce, sono gli alimenti per i quali Friedrich Nietzsche ebbe una particolare predilezione. Potrebbe sembrare apparentemente alquanto poco usuale che, l’ideatore del Superuomo avesse anche una passione travolgente per il cibo e per alcuni prodotti in modo particolare. Eppure è così. Certo, il suo modo di cibarsi non era particolarmente ordinato e forse neanche dieteticamente equilibrato. Basti pensare che, nel suo ultimo anno di lucidità, il 1888, spesso accostava “bistecca, omelette, prosciutto e tuorli d’uovo crudi con pane”. La sua dieta, come si evince, era tutt’altro che “in bianco”. L’alimento, però, per il quale aveva una vera e propria forma di attrazione erano le salsicce, che si faceva inviare regolarmente per posta dalla madre. Infatti, nell’anno 1880, la quasi totalità della sua corrispondenza con la propria madre, era costituita da una serie interminabile di ordinazioni di prosciutti e salsicce; che egli appendeva delicatamente e con cura, tramite una cordicella, alla parete. Stranamente, come bevanda non amava né l’alcol, né la birra. Al contrario, ebbe parole d’elogio verso la buona acqua, per bere la quale, portava sempre con sé un bicchiere. Nell’anno trascorso a Torino, Nietzsche apprezza molto l’atmosfera che vi si respira. Non manca di parlarne, nella sua fitta corrispondenza, con la sorella, con Peter Gast e con Franz Overbeck. A Torino, era spesso di ottimo umore e raccomandava agli amici di prevedere un soggiorno nella città subalpina. Che cosa lo esaltava particolarmente? Il clima allegro delle persone che incontrava quotidianamente, dalla fruttivendola ai librai, dal gelataio al signor Fino, l’edicolante che gli affittava una stanza in Via Carlo Alberto. Ma soprattutto amava sostare nelle osterie e mangiare i piatti poveri ma molto nutrienti della cucina piemontese. “La cucina piemontese è la mia preferita”, scrive in Ecce homo, la sua autobiografia.

Sappiamo invece che, sempre a Torino, Jean-Jacques Rousseau rubò in diverse occasioni… i famosi grissini torinesi, dei quali andava ghiotto.

La ben nota scrupolosità di Immanuel Kant trovò anche in sede alimentare un suo campo d’applicabilità: il filosofo tedesco fu sicuramente quello che definiremmo oggi una “buona forchetta”. In particolare, quando assaggiava qualcosa di nuovo che gli piaceva, non mancava di farsi dare la ricetta. Tra le sue abitudini alimentari più bizzarre ricordiamo che, quando mangiava la carne, la masticava a lungo in modo da ricavarne il succo, che poi ingoiava, mentre la parte solida non veniva ingoiata. Non era di suo gradimento la cucina particolarmente sofisticata: preferiva quella semplice e alla buona. A differenza delle abitudini moderne, tutti i suoi pasti duravano molto, poiché non mangiava velocemente e non gli piaceva alzarsi dalla tavola subito dopo aver finito il pasto. Non mangiava mai da solo, poiché sosteneva che mangiare da soli è nocivo e che c’è sempre bisogno di una buona compagnia, alla quale faceva recapitare sin dal mattino l’invito a pranzo. Preferiva che i commensali fossero da tre a nove: “non meno delle Grazie e non più delle Muse”. Un aneddoto racconta che, un giorno, ritrovandosi da solo, disse al proprio cameriere di invitare il primo passante a pranzare con lui. Solamente i suoi pranzi erano particolarmente lunghi ed elaborati; la sua colazione, invece, che consumava alle cinque del mattino, consisteva soltanto in una o due tazze di tè. Durante le stagioni calde, sembra che Kant avesse l’abitudine di mangiare con la finestra che si affacciava sul giardino aperta, in modo che l’aria profumata stimolasse il suo appetito e la sua digestione. Si può allora dire che Kant non si cibava solo di quelle idee che sconvolsero il pensiero filosofico a partire dal 1700… Pare aggiungesse la senape ad ogni alimento e andasse matto per il baccalà e per il formaggio olandese.

Dal canto suo, Ludwig Wittgenstein al cibo non s’interessava affatto: l’importante era che in tavola trovasse sempre lo stesso piatto…

Karl Marx sembrava invece attento al bere più che al mangiare: in particolare, egli era un gran bevitore di birra, specie nei suoi anni universitari.

Anche Hegel pare che non disdegnasse il bere, preferendo però il vino alla birra: addirittura, per render conto del passaggio dalla religione alla filosofia all’interno del suo sistema, egli spiega che è un po’ come con lo champagne, quando nel calice la schiume si fonde con vino…

Il più materialista dei materialisti, l’ateo illuminista La Mettrie, pare amasse gozzovigliare e fare pasti pantagruelici: a tal punto che sarebbe morto per una indigestione di patè di fagiano, di cui era davvero ghiotto (forse troppo…).

E Arthur Schopenhauer, dal canto suo, consumava i suoi pasti generalmente al “Ristorante Inglese”: cominciando a mangiare, metteva sulla tavola, dinanzi a sé, una moneta d’oro, che riponeva in tasca a pasto finito. Un cameriere, senza dubbio indignato, gli chiese alla fine il significato di quell’invariabile cerimonia. Schopenhauer rispose di aver promesso a sé stesso di lasciar cadere la moneta nella cassetta dei poveri il primo giorno in cui avesse udito gli ufficiali inglesi, che pranzavano nel ristorante, discorrere di qualche cosa che non fosse di cavalli o di donne o di cani…

Con un’immagine alquanto efficace, Ernst Bloch dice che “l’uomo non vive di solo pane, specialmente quando non ne ha”: fuor di metafora, è nei momenti più desolati e difficili (le carestie, le guerre, ecc) che si fa sentire con più forza la spinta a trascendere il presente e a sperare in un futuro migliore.

Che si tratti di sport o d’alimentazione. Che tu sia agonista, semplice sportivo o meno. Che tu sia onnivoro, vegetariano, vegano, crudista, fruttariano, respiriano o altro. Il punto focale rimane uno ed uno solo; “la qualità”. Qualità nell’attività fisica, riferita alla sua durata ed allo sforzo prodotto ed alla qualità di ciò di cui ci si ciba (vedi utilizzi eccessivi di conservanti, pesticidi; ma anche, stato degli allevamenti, iper-produzione di massa ecc.). Una qualità scadente più di esser d’aiuto e dare linfa ed energia positiva per il nostro corpo, né provocano una lenta, ma inesorabile distruzione.

Tercespot Navi

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