Cultura (art. Baruch Spinoza tra ateismo e religione)

Baruch Spinoza tra ateismo e religione

« Dopo che l’esperienza mi insegnò che tutto quello che si incontra comunemente nella vita è vano e futile, vedendo che tutto ciò da cui temevo e che temevo non aveva in sé nulla né di bene né di male se non in quanto il mio animo se ne commuovesse, stabilii finalmente di ricercare se ci fosse un vero bene che si comunicasse a chi l’ama e ne occupasse da solo l’animo respingendo tutte le altre cose: se ci fosse qualcosa, trovata e ottenuta la quale, io potessi in eterno godere continua e somma letizia. » (Baruch Spinoza)

Con la frase qua sopra riportata, Baruch Spinoza volle trovar sunto al problema etico, basato sulla sintesi tra la filosofia e il pensiero scientifico dei suoi tempi e la tradizione metafisica antica, medioevale e rinascimentale, fondato sulla fusione tra le sue necessità esistenziali e il bisogno politico di una società ordinata razionalmente. Tale sintesi fu unione di tutte le esperienze vissute da lui stesso in prima persona nonché dall’analisi completa ch’egli fece sulle tematiche teologiche; esso venne denominato sistema spinoziano. Il rifiuto dei beni finiti e il distacco di ciò che ci presenta la sorte testimonia il suo tentativo di raggiungere con certezza il bene vero e l’eterno. Secondo il suo pensiero, al conseguimento di questo fine per distaccarsi dai beni materiali e porsi nella dimensione eterna del vero bene occorre la conoscenza razionale liberandoci dai pregiudizi e dall’immaginazione.

Baruch Spinoza (1632-1677), noto in vita come divulgatore dell’opera di Cartesio, è stato un filosofo olandese, ritenuto uno dei maggiori esponenti del razionalismo del XVII secolo, antesignano dell’Illuminismo e della moderna esegesi biblica. Baruch fu inizialmente educato nella comunità ebraica sefardita di Amsterdam presso la scuola della comunità, studiò il Talmud e la Torah, portando a termine i primi quattro gradi di istruzione dei giovani ebrei dell’epoca. Venne riportato che:

«Era di temperamento ascetico e malinconico. Snello di carnagione scura, con lunghi capelli ricciuti e occhi grandi, scuri e lucenti, non mangiava praticamente nulla, eccetto una zuppa di fiocchi d’avena con un po’ di burro e farinata d’avena mischiata a uvetta. È incredibile, scrisse uno dei suoi primi biografi, il pastore luterano Colerus che alloggiava nella stessa casa, di quanto poco cibo o bevande sembra essersi accontentato.»

Nel 1649, in seguito alla morte del fratello maggiore Isaac, fu costretto ad abbandonare gli studi per aiutare il padre Michael nella conduzione dell’azienda commerciale della famiglia. La sua curiosità e la sua sete di conoscenza rimasero comunque inalterate, spingendolo a frequentare innanzitutto le yeshivot (gruppi di studio per adulti) della comunità e – in seguito alla maturazione di una sempre più marcata insoddisfazione nei confronti della vita e della religione ebraica e di un interesse crescente per altre idee filosofiche e scientifiche – la scuola di latino di Franciscus Van den Enden. La biblioteca di Spinoza conteneva un certo numero di testi in latino, tra cui opere di Orazio, Gaio Giulio Cesare, Virgilio, Tacito, Epitteto, Livio, Plinio, Ovidio, Cicerone, Marziale, Petrarca, Petronio, Sallustio, a riprova di una passione nata probabilmente durante il periodo vissuto a contatto con Van den Enden. Proprio questi studi filosofico-letterali lo liberarono a pensieri sempre più aperti e sempre più contrastanti alla dottrina. La pubblicazione del suo Tractatus theologico-politicus, opera nella quale l’autore difendeva ad oltranza la libertà di pensiero da ogni ingerenza religiosa e statale, e gettava le basi della moderna esegesi biblica, suscitò notevole scandalo negli ambienti ecclesiastici, tanto cattolici quanto protestanti, e da essi si diffuse la cattiva fama di un empio e blasfemo Spinoza. La Chiesa cattolica inserirà successivamente le sue opere tra i libri proibiti nel marzo del 1679. Non si conoscono censure alle opere di Spinoza, forse mai redatte in quanto l’autore era ateo ex professo. Cominciò così a formarsi quel mito di Spinoza ateo che trovò conferma, agli occhi dei suoi detrattori, con la pubblicazione (postuma) dell’Ethica, la cui prima parte, De Deo, sulla divinità, propone la definizione di Dio come l’unica ed infinita sostanza. Già nel primo periodo dopo la sua morte, la dottrina di Spinoza, interpretata come ateismo e come tale ampiamente condannata, incontrò invece fortuna presso i libertini e la nobiltà libertinista che diffusero la fama di uno Spinoza ateo virtuoso. In realtà il suo panteismo era espressione di un profondo sentire religioso che rigettava ogni possibile autonomia del mondo rispetto a Dio, concepito perciò come immanente. Il 27 luglio 1656 fu data lettura di un testo in ebraico di fronte alla volta della sinagoga dello Houtgracht, il canale di Amsterdam che attraversava il quartiere ebraico: un documento di cherem (bando o scomunica), gravissimo e mai revocato, era assai esplicito e non faceva ricorso ad eufemismi. Si legge:

«I Signori del Mahamad rendono noto che, venuti a conoscenza già da tempo delle cattive opinioni e del comportamento di Baruch Spinoza, hanno tentato in diversi modi e anche con promesse di distoglierlo dalla cattiva strada. Non essendovi riusciti e ricevendo, al contrario, ogni giorno informazioni sempre maggiori sulle orribili eresie che egli sosteneva e insegnava e sulle azioni mostruose che commetteva – cose delle quali esistono testimoni degni di fede che hanno deposto e testimoniato anche in presenza del suddetto Spinoza – questi è stato riconosciuto colpevole. Avendo esaminato tutto ciò in presenza dei Signori Rabbini, i Signori del Mahamad hanno deciso, con l’accordo dei Rabbini, che il nominato Spinoza sarebbe stato bandito (enhermado) e separato dalla Nazione d’Israele in conseguenza della scomunica (cherem) che pronunciamo adesso nei termini che seguono:

Con l’aiuto del giudizio dei santi e degli angeli, con il consenso di tutta la santa comunità e al cospetto di tutti i nostri Sacri Testi e dei 613 comandamenti che vi sono contenuti, escludiamo, espelliamo, malediciamo ed esecriamo Baruch Spinoza. Pronunciamo questo herem nel modo in cui Giosuè lo pronunciò contro Gerico. Lo malediciamo nel modo in cui Eliseo ha maledetto i ragazzi e con tutte le maledizioni che si trovano nella Legge. Che sia maledetto di giorno e di notte, mentre dorme e quando veglia, quando entra e quando esce. Che l’Eterno non lo perdoni mai. Che l’Eterno accenda contro quest’uomo la sua collera e riversi su di lui tutti i mali menzionati nel libro della Legge; che il suo nome sia per sempre cancellato da questo mondo e che piaccia a Dio di separarlo da tutte le tribù di Israele affliggendolo con tutte le maledizioni contenute nella Legge. E quanto a voi che restate devoti all’Eterno, vostro Dio, che Egli vi conservi in vita. Sappiate che non dovete avere con Spinoza alcun rapporto né scritto né orale. Che non gli sia reso alcun servizio e che nessuno si avvicini a lui più di quattro gomiti. Che nessuno dimori sotto il suo stesso tetto e che nessuno legga alcuno dei suoi scritti.»

Durante la lettura di questa maledizione si sentiva di tanto in tanto cadere la nota lamentosa e protratta di un grande corno; le luci che si vedevano ardere brillanti al principio della cerimonia, vennero spente ad una ad una, a mano a mano che si procedeva, fino a che alla fine si spense anche l’ultima, simboleggiando l’estinzione della vita spirituale dello scomunicato, e l’assemblea rimase completamente al buio. Ma vediamo, nello specifico quali pensieri filosofici portarono a tale scomunica.

Spinoza distingue nettamente la filosofia dalla religione.

“Tra la fede, ossia la teologia, e la filosofia non c’è alcuna relazione, ovvero affinità, cosa che chiunque conosca lo scopo e il fondamento di queste due discipline non può ignorare. Lo scopo della filosofia, infatti, non è altro che la verità, mentre quello della fede, come abbiamo abbondantemente dimostrato, non è altro che l’ubbidienza e la pietà. Inoltre i fondamenti della filosofia sono le nozioni comuni, sicché essa deve essere ricavata dalla sola natura. Quelli della fede, invece, sono le storie e la lingua, ed essa deve essere ricavata dalla sola Scrittura e rivelazione”.

Tractatus theologico-politicus

Il Trattato teologico-politico, opera che suscitò un clamore ed uno sdegno generali, in quanto presentava un’accurata analisi dell’Antico Testamento, e in special modo del “Pentateuco”, tendente a negare l’origine divina del libro. Né la fede, né la tradizione sostiene Spinoza possono condurci alla corretta esegesi della Scrittura

«presupposto fondamentale accolto dai piú per comprendere la Scrittura e trarne il vero significato [è] che essa sia cioè in ogni sua parte verace e divinamente ispirata. Ma questa dovrebbe essere la conclusione derivante da un severo esame che porti alla comprensione del testo; invece essi stabiliscono come norma interpretativa pregiudiziale quello che molto meglio apprenderemmo leggendo la Scrittura stessa, la quale non richiede il sostegno di umane suggestioni… Considerando dunque che il lume naturale [la ragione] è tenuto in dispregio e anzi da molti persino condannato come fonte di empietà, che le suggestioni umane son ritenute insegnamenti divini e che la credulità è presa per fede, che nella Chiesa e nello Stato si sollevano con appassionata animosità le controversie dei filosofi; accorgendomi che questo costume genera ferocissime ostilità e dissidi, dai quali facilmente gli uomini sono portati alla sedizione, nonché molti altri mali che qui sarebbe troppo lungo enumerare, ho fermamente deciso di sottoporre la Scrittura ad un nuovo libero e spassionato esame e di non fare nessuna affermazione e di non accettare come suo insegnamento nulla di cui non potessi avere dal testo una prova piú che evidente.»

La Scrittura viene infatti trattata come un prodotto storico – un insieme di testi redatti da uomini diversi in diverse epoche storiche – e non come il mezzo privilegiato della rivelazione di Dio all’uomo.

In una lettera del 1665 scrive:

“Dico che la Scrittura, poiché si adatta specialmente al popolo e ad esso serve, parla sempre con linguaggio umano: il popolo è infatti incapace di capire le cose sublimi, e questa è la ragione del perché io mi sia convinto che tutte le cose, che Dio rivelò ai profeti essere necessarie alla salvezza, siano scritte sotto forma di leggi; e per questo motivo i profeti composero intere parabole, ossia, in primo luogo, hanno rappresentato Dio come Re e Legislatore, giacché rivela i mezzi per giungere alla salvezza o alla perdizione, delle quali è anche causa, chiamando questi mezzi, che non sono altro che le cause della salvezza e della perdizione, col nome di leggi e redandole al modo delle leggi; presentando la salvezza e la perdizione, che non sono altro che gli effetti che seguono necessariamente da quei mezzi, come il premio e la pena, e adeguarono il discorso più alla forma di tale parabola che non alla verità; e foggiarono Dio a immagine dell’uomo, ora adirato, ora misericordioso, ora desideroso di un certo avvenire, ora preso dalla collera e dal sospetto, e persino ingannato dal Diavolo. Al punto che i filosofi, e come loro tutti quelli che sono sopra la legge, cioè che seguono la virtù non come una legge ma per amore, perché essa è il meglio, non hanno bisogno di offendersi per tali parole.”

I limiti della rivelazione religiosa, imposti dalle limitate capacità dei suoi destinatari, sono evidenti già nelle prime pagine della Bibbia.

“Adamo, al quale per primo Dio si rivelò, ignorò che Dio è onnipresente e onnisciente: infatti, egli si nascose a Dio e cercò di scusare il suo peccato davanti a Dio, come se avesse davanti un uomo: perciò anche a lui Dio si rivelò secondo le sue capacità. […] Anche a Caino Dio si rivelò secondo le sue capacità, e cioè come un ente ignaro delle cose umane, né a Caino era necessaria, per pentirsi del proprio peccato, una più elevata conoscenza di Dio. […] Anche Abramo ignorò che Dio è in ogni luogo e che ha la prescienza di tutte le cose. […] Anche Mosè non percepì a sufficienza che Dio è onnisciente e che dirige soltanto col suo decreto tutte le azioni umane. […] Infine Mosè credette che Dio avesse la sua dimora nei cieli, opinione assai diffusa tra i pagani. […] Gli Israeliti non conobbero quasi nulla di Dio, sebbene Egli si fosse loro rivelato, cosa che essi dimostrarono abbondantemente quando, pochi giorni dopo, resero a un vitello d’oro l’onore e il culto che a Lui spettavano, e ravvisarono in esso quegli dei che li avevano condotti fuori dall’Egitto. Né è da credere che uomini abituati alle superstizioni degli Egiziani, rozzi e prostrati da una durissima schiavitù, abbiano inteso qualcosa di retto intorno a Dio, o che Mosè abbia loro insegnato qualcosa di più che un modo di vivere: e non come filosofo, in modo che finalmente fossero costretti a vivere bene dalla libertà dell’animo, ma come legislatore, in modo che fossero spinti a vivere bene dal comando della legge”.

La filosofia, che è frutto della “libertà dell’animo”, cioè della ricerca e del pensiero liberati dalle passioni, costringe a vivere bene, cioè indica con rigore e necessità razionale il bene; la religione lo comanda ai più, incapaci di arrivare alla filosofia.

“Mosè – continua Spinoza – comandò loro di amare Dio e di osservare la sua Legge […]; inoltre li atterrì con minacce se avessero trasgredito quei precetti, e, per converso, promise loro molti beni se li avessero osservati. Egli li educò dunque nello stesso modo in cui i genitori sono soliti educare i fanciulli del tutto privi dell’uso della ragione”.

La rivelazione profetica, pertanto, non può essere presa alla lettera. Va interpretata alla luce del suo contesto culturale. Essa, infatti, si attuò secondo la predisposizione d’animo, la capacità immaginativa e le opinioni dei profeti, adattandosi inoltre alle possibilità ricettive del popolo. E non solo: l’interpretazione deve anche tener sempre presente il suo fine pratico, morale, teso non a rendere gli uomini filosofi, ma giusti e capaci di amarsi. La rivelazione religiosa non insegna la verità ma spinge al bene. Molta parte del Trattato teologico-politico è dedicata all’interpretazione biblica secondo questo criterio. Tuttavia, Spinoza non esanima “tutti i luoghi della Scrittura che sono stati scritti ad hominem, ossia in conformità alle capacità di qualcuno, e che vengono interpretati, non senza grave danno per la filosofia, come dottrina divina”. Vuole essere breve, toccando solo alcuni punti e lasciando al “lettore interessato” il modello per continuare da sé l’esame del resto. Dedica, però, non poche pagine a interpretare l’elezione divina del popolo ebraico soltanto nel senso della sicurezza sociale e dello Stato. E’ vero che dalla Bibbia non risulta “che le altre nazioni abbiano avuto tanti profeti quanti ne ebbero gli Ebrei, anzi, che nessun profeta dei Gentili sia stato inviato espressamente da Dio alle nazioni, ma ciò non ha alcuna importanza, perché gli Ebrei si curarono soltanto di scrivere la loro storia e non quella delle altre nazioni”.

“Dio è ugualmente benevolo, misericordioso ecc. verso tutti”. Tutte le nazioni hanno, quindi, avuto profeti che le hanno dirette al bene. Il dono della profezia non fu, pertanto, “riservato ai Giudei”.

“Perciò oggi gli Ebrei non hanno proprio niente da potersi attribuire al di sopra delle altre nazioni. Quanto poi al fatto che essi siano sopravvissuti per tanti anni dispersi senza Stato, ciò non meraviglia affatto, dal momento che si sono separati da tutte le altre nazioni a tal punto da attirare contro di sé l’odio di tutte, e ciò non solo per i riti esterni, contrari a quelli di tutte le altre nazioni, ma anche per il segno della circoncisione, che conservano con il massimo scrupolo. E che sia appunto l’odio delle nazioni a mantenere gli Ebrei, ci viene insegnato ormai dall’esperienza. […] Ritengo che il segno della circoncisione abbia a questo riguardo un’importanza tale da persuadermi che solo esso sia in grado di conservare per sempre gli Ebrei; anzi, se i fondamenti della loro religione non rendessero debole il loro animo, crederei senz’altro che all’occasione, data la mutabilità delle vicende umane, essi un giorno ristabiliranno di nuovo il loro Stato e che Dio li eleggerà di nuovo”.

Perciò, secondo Spinoza, la Bibbia va, quindi, letta con libero spirito critico. Pensare la religione significa riflettere sulla sua natura, totalmente diversa da quella della filosofia: la fede si valuta dalle opere, la filosofia dalle idee. Filosofia e religione vanno, dunque, rigorosamente distinte. La religione deve lasciare libertà di ricerca alla filosofia, ma anch’essa ha bisogno della libertà di pensiero e d’espressione per liberarsi dei molti elementi di superstizione che la devastano.

L’Ethica

L’Ethica more geometrico demonstrata (“Etica dimostrata con metodo geometrico”), pubblicata postuma nel 1677, fu invece l’opera dove il suo pensiero è esposto in modo più sistematico e completo. In essa, Spinoza si propose di risolvere le incongruenze ritenute proprie non solo della filosofia cartesiana, ma dell’intera tradizione occidentale, operando una sintesi originale tra la nuova scienza del suo tempo e la metafisica tradizionale neoplatonica. Conciliò il dualismo mente/corpo facendo di Dio la causa immanente della natura (Deus sive Natura), che escludeva il creazionismo e una visione antropomorfa della divinità. Avendo come fine ultimo l’etica, Spinoza intendeva proporre la sua stessa filosofia come un modo per «attraversare la vita non con paura e pianto, ma in serenità, letizia e ilarità».

Per Spinoza la realtà nel suo complesso è pienamente intelligibile; tuttavia, ciò non significa che gli uomini possano godere di una conoscenza adeguata innata. Tutto al contrario, essi sono per lo più schiavi di conoscenze inadeguate, sorte dall’azione delle più disparate cause esterne che li portano a immaginare un gran numero di cose senza conoscerle affatto. Per elevarsi a una conoscenza adeguata della realtà, l’uomo deve quindi contenere la prepotenza dell’immaginazione e cercare di guadagnare una visione adeguata di Dio stesso, cioè del fondamento ultimo di tutta la realtà, immanente ad essa come a tutte le sue manifestazioni. L’uomo ha lo strumento della ragione per capire ma questo è uno strumento limitato. Proprio per questo, tuttavia, la ragione non permette di conoscere l’essenza di nessuna cosa singola, colta nella sua specificità. La ragione è quindi sufficiente per fornirci alcune importantissime conoscenze adeguate, tra cui rientra la stessa conoscenza di Dio come sostanza eterna, infinita, unica e immanente a tutte le cose. Tuttavia, risulta cieca davanti alla natura singola e unica di ciascuna di queste cose. Se la ragione è insufficiente però l’uomo ha un altro strumento che gli consente di cogliere la conoscenza in modo immediato. Questo strumento è l’intuizione. Con questa possiamo arrivare al culmine del processo conoscitivo, possiamo arrivare a Dio. Per Spinoza esiste quindi un terzo genere di conoscenza, che nell’Etica viene chiamata “scienza intuitiva” e che dovrebbe consentire proprio di conoscere adeguatamente l’essenza delle cose. Per dare esempio di ciò, il filosofo, utilizza la geometria. Quando studiamo geometria noi non usiamo solo la ragione ma prevalentemente l’intuizione. La prima nozione necessaria per lo studio della geometria ad esempio è quella di punto e da questa si prosegue costruendo un intero edificio da un primo mattone che abbiamo accettato per vero ma che nessuno mai ci dimostrerà come vero. Questo non sarà mai possibile perché da un punto di vista razionale il punto è un’assurdità: è qualcosa che ad esempio costruisce con altri infiniti punti il segmento ma non ha una sua estensione reale. Il punto geometrico lo accettiamo solo intuitivamente. Diamo allora una definizione della sostanza come facciamo per il punto geometrico e vediamo se è accettabile.

«La sostanza è ciò che è in sé e viene concepita per sé»

  • «ciò che è in sé», vuol dire che è tutta in sé stessa ossia non dipende da un’altra cosa, perché se dipendesse da un’altra cosa non sarebbe più sostanza;
  • «e viene concepita per sé », vuol dire che quando penso la sostanza la devo pensare con un concetto che riguarda lei e soltanto lei, non posso passare per altri concetti, come in una mediazione razionale, per arrivare a lei, perché altrimenti significherebbe che questi molteplici concetti che rimandano a più realtà farebbero sì che la sostanza non sarebbe più un’unica realtà com’essa è: quindi la sostanza può essere concepita solo intuitivamente, con un’apprensione immediata e non razionale-mediata della sua esistenza.
  • «la sostanza deve avere in sé e non in un’altra cosa il principio della sua intelligibilità»

La sua esistenza non dipende dal fatto che ci sia un io a parlarne o a pensarla

«La Sostanza è una realtà oggettiva indipendente dalla mia esistenza»

Ciò significa che della sostanza do una definizione per capirla e non che la definizione la faccia esistere. La sostanza è una realtà oggettiva concepita per sé stessa. Se questa sostanza può essere definita come ciò che è in sé e viene concepita per sé allora è una Causa sui (causa di sé stessa); in lei coincidono in un unico punto causa ed effetto, lei è nello stesso tempo madre e figlia: altrimenti sarebbe effetto di una causa che viene prima di lei e lei allora non sarebbe più la prima, come deve essere per la sostanza. È definita Causa sui in quanto se si dovesse fare una distinzione tra l’essenza e l’esistenza, tra pensiero e realtà, per la sostanza questa distinzione non varrebbe perché essa non appena pensa immediatamente esiste. La sua essenza implica necessariamente l’esistenza. Se l’essenza è il mondo del pensare e l’esistenza è quello della realtà non appena appare la sostanza nel pensiero nello stesso originario atto, essa esiste. Causa sui vuol dire allora che essa è unica, e non essendoci un’altra realtà che possa limitarla è quindi anche infinita ed indivisibile, perché se fosse divisibile la sostanza non sarebbe più unica. Se dunque l’essenza della sostanza implica l’esistenza allora pensiero e realtà coincidono. La sostanza è totalmente identificabile dunque con Dio, poiché tali caratteristiche sono proprie della sostanza divina. Di conseguenza, Dio in uno stesso atto, pensiero originario, causa sé stesso ma causa anche tutte le cose, cioè essendo causa sui in lui c’è l’origine di sé ma anche di tutto ciò che esiste, perché Esso (per Spinoza Dio è impersonale) è l’origine di ogni essenza e di ogni esistenza, è l’origine di tutta la realtà materiale e non materiale, poiché è l’uno-tutto. Quando crea sé stesso contemporaneamente appare l’universo e l’universo è Esso stesso, da qui la celebre frase Deus sive Natura (Dio, ovvero la Natura). Non c’è differenza tra lui e tutte le cose; cioè non esiste alcuna cosa, al di fuori di Dio, che possa in qualche modo costituirne un limite. Il triangolo è Dio, ma il triangolo è anche la somma degli angoli interni uguale a 180 gradi, quindi come il triangolo è Dio anche la somma degli angoli interni è il triangolo, e anche tutte le cose sono Dio, quindi causa (il triangolo, Dio) ed effetto (la somma degli angoli interni, la Natura) coincidono. Però qui sorge una contraddizione: se Dio si identifica con la natura, allora la natura è perfetta come Dio? ma dov’è la perfezione della natura? È questo il problema che Spinoza affronta argomentando inizialmente con la teoria della doppia causalità. Spinoza dice che ci sono due tipi di causalità. La causalità di Dio è diversa da quella più comune che è quella transitiva in cui la causa passa nell’effetto (per esempio il calore del fuoco passa, transita nell’acqua scaldata) ma c’è anche una causalità immanente in cui l’effetto permane nella causa (ad esempio: pensiero = causa e idee = effetto; le idee come effetto della causa pensiero permangono nel pensiero stesso). Dio è nel mondo, il mondo è in Dio. Se la causalità divina è immanente, se in Dio non c’è differenza tra causa ed effetto, se Dio è in tutto e tutto è in Dio e, se Deus sive Natura, allora la natura ha le stesse caratteristiche di Dio. I singoli modi, cioè le singole cose connesse col pensiero e con l’estensione, sono naturalmente contingenti e imperfetti ma l’insieme, la totalità dei modi è perfetta come è perfetta la sostanza. È solo la visione irrazionale individuale a farci vedere l’imperfezione delle cose. Se io potessi contemplare il mondo materiale e non materiale nella sua totalità allora coglierei la mirabile perfezione del tutto.

«Una cosa singolare qualsiasi, ossia qualunque cosa che è finita e ha un’esistenza determinata, non può esistere né essere determinata ad operare, se non è determinata ad esistere e ad operare da un’altra causa che anch’essa è finita ed ha un’esistenza determinata… e così via all’infinito.»

Ogni modo finito è prodotto da un altro modo finito, cioè l’universo è come una catena di anelli infiniti di causa effetto. Ma Dio non è la causa efficiente di ogni modo, non è il primo anello della catena ma è la catena stessa. Cioè se definiamo Dio come Natura naturans questa coincide con la Natura naturata.

  • Natura naturans come causa e come Dio in sé;
  • Natura naturata come l’insieme dei modi e come Dio espresso.

Dio è natura che si fa natura. Tutto ciò che appare bene, male o imperfezione, dipende dalla nostra immaginazione che dà un’interpretazione soggettiva e non coglie il mirabile ordinamento del tutto.

“Le cose sono state prodotte da Dio con somma perfezione perché sono state conseguite con somma precisione che è perfettissima”  In questo senso la filosofia di Spinoza prende l’aspetto di una vera e propria “religione della scienza”, quella che si avvicina più alla ragione che alla fede e a cui si arriva attraverso una conoscenza approfondita della natura in cui si scopre la meravigliosa perfezione dell’infinito: torna alla mente la ricerca della perfezione nella Natura di Leonardo che cerca di cogliere Dio nella perfetta trama dei fenomeni naturali. Spinoza stravolge la tradizionale concezione di quel Dio che già aveva contestato come Dio personale e trascendente. Che Dio crei significa che ad un certo momento crei il meglio, ma se crea il meglio significa che sceglie ma è impossibile pensare che Dio scelga perché questo lo farebbe cadere nell’imperfezione; sceglie infatti colui che si trova di fronte a delle alternative. Dio nella sua azione non ha alternative, egli è perfetto e quindi non sceglie poiché è onnipotente. Pensare invece che la libertà divina si realizzi scegliendo e creando significa sminuire l’onnipotenza di Dio:

«Gli avversari…negano, a quel che pare, l’onnipotenza di Dio. Essi infatti sono costretti a confessare che Dio conosce un’infinità di cose creabili che tuttavia non potrà mai creare. Giacché altrimenti, se cioè creasse tutto ciò che conosce, esaurirebbe, secondo loro, la sua onnipotenza e si renderebbe imperfetto. Per affermare dunque che Dio è perfetto sono ridotti ad ammettere nello stesso tempo che egli non può fare tutto ciò a cui si estende la sua potenza.»

Ma se Dio non sceglie allora non è libero, cioè egli è stato costretto a creare l’unico universo possibile, perfetto come è perfetto Lui.

Ma come si fa pensare a un Dio che non sia libero? Spinoza introduce il concetto di autonomia dove coincidono libertà e necessità. Cioè Dio obbedisce ad una legge che egli stesso si è dato, quindi è necessitato perché obbedisce, ma è libero perché questa legge se l’è data da solo, cioè questa legge è la sua stessa natura, la sua stessa realtà, ed obbedendo ad essa realizza sé stesso. È una legge per il triangolo avere la somma degli angoli interni uguale a 180 gradi ma solo così per questa legge il triangolo si realizza, è quello che è.

«Io confesso, tuttavia che l’opinione che sottomette tutto a una volontà divina indifferente, e ammette che tutto dipende dal suo beneplacito, s’allontana meno dalla verità che l’opinione di coloro che ammettono che Dio fa tutto in vista del bene. Costoro infatti sembra che pongano fuori di Dio qualche cosa che non dipende da Dio, e a cui Dio guarda, come a un modello, nel suo operare, o a cui egli tende come verso uno scopo determinato.»

Ma perché molte religioni parlano di un Dio che agisce in vista del bene? L’errore è nella natura stessa degli uomini che credono di essere liberi e pensano di scegliere tra alternative in vista di principi (come per esempio in vista del bene) e attribuiscono questo loro comportamento, ritenuto erroneamente libero, anche a Dio. In realtà gli uomini nascono senza conoscere la causa delle cose e credono di essere liberi, ma in effetti essi non conoscono le cause che determinano il loro comportamento: se le conoscessero fino in fondo si renderebbero conto che la loro volontà non si indirizza liberamente in vista di un fine ma che essi invece si comportano come non possono fare a meno di comportarsi e che la loro azione non poteva essere diversamente da quella che è stata. La loro libertà nel mondo è apparente. Dio ha già stabilito tutto e noi facciamo parte di Lui, facciamo parte di un perfetto meccanismo stabilito per “eterno decreto” da Dio e coincidente con Lui. Il secondo motivo che porta alla concezione finalistica è che tutti gli uomini tendono a conseguire il loro utile e nella natura trovano molte cose che li aiutano a credere in questo e allora immaginano che tutta la realtà sia stata creata da una volontà simile alla loro in vista del perfezionamento dell’uomo stesso. Dio cioè ha creato il mondo secondo un principio che per l’uomo è l’utile e che per Dio è quello del perfezionamento dell’uomo: ma questo non è vero, gli uomini credono che Dio sia uguale a loro, ma Dio, in vero, ha creato solo sé stesso coincidendo con la natura. Credere che l’uomo sia libero e che possa agire liberamente per realizzare i suoi fini e per conseguire l’utile porta ad una serie di conseguenze:

  • la superstizione: gli uomini pensano la divinità in funzione di loro stessi e quindi credono di propiziarsi Dio con inutili pratiche di culto perché così essi superstiziosamente ritengono che Dio possa aiutarli nella ricerca dell’utile;
  • l’ignoranza: se noi insistiamo a credere nella concezione finalistica quando poi alla fine ci capitano avvenimenti imprevisti e negativi, inspiegabili e contrastanti l’idea di un Dio buono e provvidenziale allora ricorriamo alla formula che tutto avviene per “volontà di Dio”.

Gli uomini hanno reso imperfetto Dio facendolo agire per un fine a cui lui stesso sarebbe poi subordinato. Se invece ci convinciamo che volontà e intelletto, mente e corpo, sono in Lui la stessa cosa, cioè che la mente è un modo dell’attributo pensiero e il corpo un modo dell’attributo estensione – poiché pensiero ed estensione sono i due attributi dell’unica sostanza divina anzi sono essi stessi la sostanza divina – allora non essendo l’intelletto, distinto dalla volontà, e quindi non essendoci libero arbitrio, nel senso di un intelletto che guidi liberamente la volontà, noi dobbiamo vivere nel mondo non cercando un fine e pensando di poterlo trovare liberamente ma convincendoci che l’uomo è compartecipe della natura divina e quindi può vivere tranquillo e sereno «sopportando l’uno e l’altro volto della fortuna, giacché tutto segue dall’eterno decreto di Dio con la medesima necessità con cui dall’essenza del triangolo segue che i suoi tre angoli sono uguali a due retti…Non odiare, non disprezzare, non deridere, non adirarsi con nessuno, non invidiare in quanto negli altri come in te non c’è una libera volontà (tutto avviene perché così è stato deciso)»

Il fondamento teorico dello spinozismo è il tentativo di dimostrazione rigorosa dell’assoluta necessità dell’essere e delle sue modificazioni. Si tratta quindi di un determinismo radicale, che Hegel chiamava acosmistico, cioè tale da non lasciare alcuno spazio all’io inteso come soggetto autodeterminantesi. La dottrina morale spinoziana presenta punti di contatto con lo stoicismo perché si propone il dominio della ragione sulle passioni, ma a differenza degli Stoici, per i quali la divinità come Logos informa il mondo e lo pervade tutto, per Spinoza il mondo è Dio, e ha realtà solo in Dio e non in sé stesso. Benché a questo straordinario personaggio venga affibbiata l’etichetta di ateo, si può ben dire con assoluta ragione ch’egli riservo gran parte della sua vita allo studio della religione e dei suoi aspetti più intimi con profondo amore di Dio e grazie al suo contributo la società contemporanea e moderna può vivere in uno Stato d’ispirazione laica od almeno così dovrebbe essere e con libero arbitrio.

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Cultura (art. Dichiarazione d’Indipendenza d’America e felicità)

Dichiarazione d’Indipendenza d’America e felicità

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“…goditi la vita, perché è molto breve, amala pienamente, e sii sempre felice e sorridente, vivi la tua vita intensamente. E ricorda: prima di discutere, respira; prima di parlare, ascolta; prima di criticare, esaminati; prima di scrivere, pensa; prima di far male, senti; prima di arrenderti, prova; prima di morire, VIVI...!” (Shakespeare).

Il 4 Luglio 1776, il Congresso di Philadelphia promulgò la Dichiarazione d’Indipendenza dei tredici Stati Uniti d’America dalla Corona inglese (definita, per esattezza, come “Unanime dichiarazione dei tredici Stati Uniti d’America”). La (ricerca della) felicità è uno dei grandi temi che ha caratterizzato, nel suo insieme, il secolo XVIII, dal punto di vista morale e politico. La Dichiarazione d´indipendenza è figlia di quel tempo e di quella terra. In questa storica Dichiarazione, i Padri Fondatori, condotti da Benjamin Franklin, affermarono solennemente:

“Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.

Probabilmente per la prima volta nella storia, l’Atto che fondava una Nazione proclamava in termini così netti che ogni uomo ha diritto di perseguire la Felicità.

In effetti, sembra che Franklin abbia inserito l’esplicito riferimento al diritto alla Felicità, nella Dichiarazione d’Indipendenza, su suggerimento di un filosofo italiano (per l’esattezza napoletano), Gaetano Filangieri. Nel 1780, Filangieri scriveva, infatti, ne ‘La Scienza della Legislazione’: “Nel progresso concreto del sistema di leggi sta il progredire della Felicità nazionale, il cui conseguimento è il fine vero del governo, che lo consegue non genericamente ma come somma di Felicità dei singoli individui”.

Sulla Dichiarazione d’Indipendenza si ritiene, vi sia stata anche l’influenza del filosofo inglese John Locke. Nei trattati politici di Locke, che sono sostanzialmente il Primo e il Secondo Trattato sul Governo, il Saggio e le Lettere sulla Tolleranza, tutti composti fra il 1680 e il 1690, la parola felicità non ricorre spesso, ma ad un certo punto il filosofo chiarisce senza ombra di dubbio che a suo avviso esistono due tipi di felicità: quella eterna, che l’uomo deve perseguire attraverso un’esperienza personale e convinta di Fede, e quella terrena, che è compito del governo garantire nelle forme che vedremo. Per Locke la felicità eterna “non si può raggiungere valendosi della fatica altrui, né perdere, danneggiando altri, né sperare, per imposizione di una forza esterna”.

Essa dipende dal credere e agire in questa vita in modo tale da ottenere la grazia di Dio, e nel seguire quello che Dio ha disposto a questo fine. Ne consegue, in primo luogo, che l’umanità è strettamente vincolata ad osservare gli ordini di Dio e che la nostra massima cura, applicazione e diligenza dovrebbero essere esercitate nel cercare ed eseguire questi comandamenti, poiché in questo mondo non c’è nulla che abbia un’importanza paragonabile all’eternità. In secondo luogo, a patto che nessuno violi il diritto altrui con le sue opinioni errate e una forma di culto improprio, e che la sua perdizione non comprometta le faccende altrui, ogni uomo ha il diritto di occuparsi da solo della propria salvezza.” (John Locke)

Sorge da qui la necessità dell’assoluta divisione della sfera spirituale da quella del potere politico e temporale che è oggetto di discussione soprattutto nel Secondo Trattato sul Governo e getta le basi della moderna laicità. Per questo Locke si pone come il massimo rappresentante e al tempo stesso difensore della laicità, intesa appunto nel senso positivo di separazione della cosa politica dalla gestione della vita religiosa. Ma sorge anche la necessità del rispetto e della tolleranza di ogni forma religiosa, perché come lo Stato non può prevaricare la coscienza dei singoli mediante il potere legislativo, così nessuna Chiesa può dichiararsi più autorizzata di un’altra a garantire il raggiungimento della salvezza dell’anima. Proprio perché così intrinsecamente importante nella sua dimensione civilizzatrice, la religione non può mai diventare strumento di oppressione e negazione della libertà di coscienza del singolo, il quale non per forza o coazione esterna, bensì per convinzione del tutto personale deve aderire ai dettami del suo credo religioso. Pericolo questo che Locke vede incarnato nella Chiesa cattolica del tempo, così assolutistica nella sua concezione gerarchica e così evidentemente collusa con il regimi assolutistici del tempo. Se prendiamo la Costituzione americana, ritroviamo in pieno questa istanza di separazione nel primo dei dieci emendamenti in vigore dal 1791, che recita: Il Congresso non potrà fare alcuna legge per il riconoscimento di qualsiasi religione o per proibirne il libero culto (…).”

Passiamo ora ad analizzare la seconda accezione di felicità per Locke. Tornando alla Lettera sulla Tolleranza, vi si legge poco dopo il passo già citato: 

Ma, oltre all’anima immortale, l’uomo ha anche una vita temporale qui sulla terra, e poiché essa è fragile, fluttuante e di incerta durata, l’uomo ha quindi bisogno per sopportarla di numerose comodità, che si deve procurare con fatica ed operosità. Infatti ciò che è necessario ad una vita tollerabile, non è frutto spontaneo della natura, né si offre bell’e pronto al nostro uso. (…) Ma essendo l’umanità talmente perversa da appropriarsi illegalmente del frutto delle fatiche altrui, invece di lavorare per provvedere a se stessa, la necessità di assicurare agli uomini il possesso di quanto abbiano onestamente ottenuto, e di custodire la libertà e la forza di guadagnare ulteriormente, li obbliga ad unirsi in società, in modo da difendere, con l’aiuto scambievole e la forza congiunta, le rispettive proprietà, costituite da ciò che contribuisce all’agio e alla felicità dell’esistenza, lasciando nello stesso tempo ad ognuno la cura della propria felicità eterna. (Locke)

Locke comunque conclude il discorso sulle due felicità ribadendo che lo Stato deve lasciare agli uomini assoluta libertà riguardo alla loro salvezza eterna, “la libertà cioè di praticare secondo coscienza ciò che ritengono gradito a Dio onnipotente, dalla cui volontà e benevolenza dipende la loro felicità futura. Infatti bisogna obbedire prima di tutto a Dio e poi alle leggi”. Tempo ed eterno sono perciò ancora del tutto presenti nel pensiero lockiano. Alla felicità terrena la Costituzione americana dedica sostanzialmente il IV e il V emendamento:

Il diritto dei cittadini a godere della sicurezza per quanto riguarda la loro persona, la loro casa, le loro carte e le loro cose, contro perquisizioni e sequestri ingiustificati, non potrà essere violato; e nessun mandato giudiziario potrà essere emesso, se non in base a fondate supposizioni, appoggiate da un giuramento o da una dichiarazione sull’onore e con descrizione specifica del luogo da perquisire e delle persone da arrestare o delle cose da sequestrare. (IV Emendamento). (…) Nessuno potrà essere privato della vita, della libertà o dei beni, se non in seguito a regolare procedimento legale; e nessuna proprietà potrà essere destinata ad un uso pubblico, senza un giusto indennizzo. (V Emendamento)

E qui possiamo già cogliere una prima ed importante distinzione.

Mentre, come s’è visto, per il filosofo inglese la dimensione trascendente e soprannaturale è ancora parte integrante della concezione antropologica, nei documenti rivoluzionari, che pure alla sua speculazione così tanto si ispirano, Dio e la prospettiva escatologica sembrano allontanarsi abissalmente dal discorso politico e sociale. La Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 parla in maniera generica e fugace delle leggi della Natura che sono le leggi di Dio, di un Creatore che ha creato tutti gli uomini uguali e dotati di diritti inalienabili e si invoca alla fine la protezione della divina Provvidenza; mentre la Costituzione americana è assolutamente muta rispetto all’esistenza di un ente soprannaturale, se si fa eccezione per l’implicito accenno del già citato primo Emendamento.

Nell’autobiografia di Franklin, padre della Dichiarazione d’Indipendenza, possiamo trovare dei passi interessanti che riguardano, il suo pensiero, la sua formazione ed il concetto stesso di felicità:

Prima di iniziare a parlare della mia vita pubblica, sarà bene che vi renda noto il mio pensiero riguardo ai principi e alla morale. (…) I miei genitori mi avevano dato un’educazione religiosa e mi avevano condotto durante la mia infanzia lungo la via del puritanesimo. Ma avevo appena quindici anni quando, nutrendo parecchi dubbi, li trovai argomentati in una serie di libri che lessi e cominciai a mettere in discussione il concetto stesso di rivelazione. Mi passò fra le mani qualche libro che trattava del deismo (…) ed accadde che (…) gli argomenti dei deisti che venivano contestati mi sembravano molto più convincenti delle loro contestazioni. In breve, divenni un convinto deista”

Ed ancora:

Mi convinsi che la verità, la sincerità e l’integrità nei rapporti fra uomo e uomo erano della massima importanza per la felicità della vita. La Rivelazione non aveva per me alcun valore in quanto tale; ma mi feci l’idea che, sebbene certe azioni potessero non essere cattive perché erano proibite dalla Bibbia, o buone perché imposte da questa, tuttavia quelle stesse azioni potevano essere proibite perché erano per noi nocive o imposte perché buone per noi, nella loro stessa natura. E questa persuasione, sotto la gentile guida della Provvidenza, o di qualche angelo custode o di circostanze accidentalmente favorevoli, o di tutte queste tre cose insieme, mi ha preservato attraverso il periodo pericoloso della giovinezza (…) da qualche rozza e intenzionale immoralità o ingiustizia che sarebbe potuta derivare dalla mia mancanza di religione.”

La felicità si fonda dunque su un rapporto assolutamente orizzontale fra uomo e uomo ed è totalmente indipendente dalla dimensione ultraterrena. Franklin, Jefferson e gli altri hanno acceso la scintilla anche della Rivoluzione francese e sono tornati in patria portando le riflessioni dei philosophes dando loro cittadinanza perenne nella prima e massima espressione del costituzionalismo moderno. Se Dio c’è, deve rimanere come icona stereotipa alla In God We Trust che compare sulle banconote americane al pari di un altro simbolo, il triangolo, a testimoniare l’idea del Dio architetto e muratore che dopo aver creato l’Universo lo mette nelle mani di un uomo che lo gestisce in assoluta autonomia. Se questo non è ateismo, è pur tuttavia quella totale assenza di afflato religioso tipica del deismo, che in pratica cancella dagli eventi umani Dio, nella sua forma trinitaria e incarnata nel mondo, nonché la prospettiva escatologica tout court. E naturalmente il deismo trova asilo proprio nel luogo in cui le religioni (e le opinioni) sono rispettate. Parlando della tolleranza religiosa in America Franklin precisa ad esempio con orgoglio che: 

La religione seria, nelle sue varie denominazioni, non soltanto è tollerata, ma rispettata e praticata. L’ateismo è sconosciuto da noi, l’infedeltà è rara e segreta, cosicché le persone possono vivere sino a tarda età nel nostro paese senza ricevere scossoni alla loro devozione incontrando un ateo o un infedele. E l’Essere divino sembra aver manifestato la sua approvazione della tolleranza reciproca e la gentilezza con cui le varie sette si trattano a vicenda attraverso la notevole prosperità con la quale ha voluto favorire l’intero paese.”

La nostra felicità è legata al senso che ciascuno riesce a dare alla propria esistenza. Si tratta di un percorso sostanzialmente individuale e del tutto personale, che può seguire la strada della ricerca filosofica, di quella religiosa o di una valorizzazione laica del significato della vita. Sono passati alcuni secoli dalla “Dichiarazione d’Indipendenza” e buona parte dell’umanità è ancora in cammino per raggiungere, non dico la felicità, ma quanto meno il soddisfacimento delle proprie esigenze di primaria sussistenza.

Le moderne Costituzioni sembrano essere, oggi, abbastanza caute nel proclamare il diritto a un bene così agognato, ma anche sfuggente, come l’essere felici.

L’Art. 3 della Costituzione italiana, ad esempio, più prudentemente recita: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Rispettare la vita privata significa anche permettere a ciascuno di realizzare i propri sogni, di non rinunciare alla felicità nelle forme in cui la si identifica, di decidere personalmente circa ciascun aspetto del proprio cammino. Dunque realizzare i propri sogni è sviluppare a pieno sé stesso, trovando il necessario equilibrio per raggiungere la felicità. Il diritto alla felicità e il correlato diritto all’identità personale (sancito tra i diritti inviolabili ex art. 2 Cost., sent. Corte Cost. n. 13/1994) rappresentano quindi la più forte tutela rispetto alle imposizioni sulla persona umana di modelli precostituiti.

Ormai il modo di pensare a portato a credere che la felicità individuale passi a stretto giro con diritti acquisiti e libertà. Ma sarà proprio così? Se così fosse l’infelicità che viviamo nel nostro tempo può aver cause essenzialmente politiche, derivanti da atti legislativi che limitano sempre più l’uomo nei suoi diritti e nelle sue libertà. E quindi fin dove si può estendere una libertà rispetto ad un’altra? Fin dove si può aver riconoscimento ad un proprio diritto?

Sigmund Freud, nel celebre scritto del 1920 su Il disagio della civiltà parla di felicità, infelicità e istituzioni con riguardo alla psiche umana e dice: «Non vogliamo ammetterla [l´infelicità delle società odierne], non riusciamo a comprendere perché le istituzioni che noi stessi abbiamo creato non debbano rappresentare una protezione e un beneficio per tutti. […]. Di fatto l´uomo primordiale stava meglio, poiché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L´uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po´ di sicurezza». Con queste parole, si tocca il punto centrale: il rapporto tra felicità e sicurezza. La massima (ricerca individuale della) felicità comporta la massima insicurezza sociale: nessuno sarebbe sicuro di nessuno; i patti sarebbero impossibili perché tutti li violerebbero quando ostacolassero quella ricerca. Verrebbe meno la fiducia, che di ogni vita sociale è condicio sine qua non. Simmetricamente, la massima sicurezza coinciderebbe con l´assoluto divieto della (ricerca individuale) della felicità. Come permettere la ricerca della felicità senza compromettere un livello minimo di sicurezza e fiducia tra gli esseri umani? La formula della Dichiarazione d´indipendenza americana, dalla quale abbiamo preso spunto per queste considerazioni, è l´espressione genuina del più ingenuo ottimismo del secolo dei “lumi”. Poteva forse corrispondere a una possibilità effettiva in società come quella delle tredici colonie che non conoscevano confini. O meglio: società dove lo spazio non costituiva limite e condizione. Il viaggio a occidente per cercare fortuna era la prospettiva per una ricerca della felicità che poteva svolgersi senza conflitti (le popolazioni autoctone non facevano problema). Questo era il mito americano, così intimamente legato al miraggio della felicità. Ma negli “spazi pieni”? Lo spazio pieno è quello in cui ogni spostamento di uno comporta lo spostamento di altri. È, da secoli, la condizione europea. Ma gli spazi sono ormai saturi anche in America dove, oggi, le frontiere, non più allargabili, sono presidiate dalla forza pubblica. La ricerca della felicità era, originariamente, la rivendicazione sulla bocca degli cioè degli oppressi. Basta leggere il preambolo della Dichiarazione d´indipendenza. Non sentiremo uno sfrattato, un disoccupato, un lavoratore schiacciato dai debiti, un migrante irregolare, un individuo strangolato dagli strozzini, un rom cacciato, una madre che vede il suo bambino morire nei primi mesi di vita, rivendicare il suo diritto alla “felicità”. Grottesco! Sentiremo questo eterogeneo popolo degli esclusi e dei sofferenti chiedere, invece che felicità, giustizia. La loro “felicità” sta nel chiedere un poco di giustizia. Negli spazi pieni, la felicità nel senso della Dichiarazione citata all’inizio è diventata la pretesa dei forti, che fa torto ai deboli; la giustizia, non la felicità, è la richiesta dei deboli che contestano i privilegi dei forti. Così, oggi, felicità è diventata parola dal senso rovesciato rispetto a quello originario, cioè è diventata parola di oppressione, parola di classe, e come tale dovremmo trattarla. Con questo ulteriore precisazione, che viene quasi da sé: la felicità è un´aspirazione che riguarda i singoli individui, la giustizia, è una aspirazione che riguarda la società tutta intera. Come tale, è funzione non delle pulsioni individuali ma delle politiche collettive.

Anche l’ONU ha istituito e sancito il diritto inviolabile di essere felici. L’ha Istituita l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 12 luglio 2012. La risoluzione approvata all’unanimità dai 193 stati membri che lo compongono dichiara che..un cambiamento profondo di mentalità è in corso in tutto il mondo. Le persone ora riconoscono che il ‘progresso’ non dovrebbe portare solo crescita economica a tutti i costi, ma anche benessere e felicità”. Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ribadisce:Felicità è aiutare gli altri, quando con le nostre azioni contribuiamo al bene comune noi stessi ci arricchiamo. E’ la solidarietà che promuove la felicità”.

Dunque una nuova priorità globale: essere felici. Un recente studio americano ha infatti dimostrato con una comparazione condotta tra 150 stati, che più gli individui sono felici, più il paese è produttivo (rif.“World Happiness Report”). Il nostro mondo, quello di oggi, sembra aver perfettamente incarnato l’imperativo lanciato dall’ONU: siamo praticamente ‘ossessionati’ dalla felicità, che per noi vuol dire essere giovani e belli, vincenti, competitivi, possedere oggetti mercificati, provare sensazioni sempre più forti, allontanare lo spettro della malattia e della morte. Ci domandiamo quanto questo concetto coincida con quel diritto alla felicità sancito il 4 Luglio 1776 dalla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Il Financial Times, in una recente inchiesta sulla felicità, non poteva che esprimere in termini monetari cosa significa ‘felicità’: godere di buona salute vale 1 milione e 300.000 sterline, avere un buon matrimonio 200.000, parlare ai propri vicini 129.000, andare in pensione 114.000. Anche i lutti e i dolori hanno un costo ‘psicologico’: 8.000 sterline la morte di un amico, 126.000 quella di un figlio, 296.000 quando si divorzia, 312.000 se muore il partner… Eppure nelle conclusioni dell’inchiesta sembra prevalere il buon senso: il denaro non può comprare la felicità. Quindi vincere a una lotteria non e’ garanzia di vita meravigliosa. Gli amici sono più importanti dei soldi. Perdere il lavoro e’ un evento traumatico ma il dispiacere e’ attenuato quando tanti condividono la tua stessa disavventura. E’ più felice chi si sottrae alla competizione.. E allora non sembrano così…paradossali le affermazioni di uno dei presidenti più ‘rivoluzionari’ del pianeta, Jose Mujica – Capo di Stato dell’Uruguay, che alla conferenza mondiale a Rio de Janeiro, il 21 giugno 2012, ha pronunciato queste parole:

Ci vendono tutto, tranne la felicità…Lo sviluppo non può andare contro la felicità: dev’essere a favore della felicità umana, dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane, della cura dei figli, dell’avere amici, del non privarsi dell’indispensabile..stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione ci governa? …Perché non veniamo alla luce per svilupparci solamente, così, in generale. Veniamo alla luce per essere felici. Perché la vita é corta e se ne va via rapidamente. E nessun bene vale come la vita..questo iperconsumo è lo stesso che sta aggredendo il pianeta..questi sono problemi di carattere politico che ci stanno indicando che é ora di cominciare a lottare per un’altra cultura..

Concludiamo quest’articolo elencando ciò che è dato all’uomo con i suoi diritti; la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, fu approvata il 10 dicembre 1948, dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Dopo questa solenne deliberazione, l’Assemblea delle Nazioni Unite diede istruzioni al Segretario Generale di provvedere a diffondere ampiamente questa Dichiarazione e, a tal fine, di pubblicarne e distribuirne il testo non soltanto nelle cinque lingue ufficiali dell’Organizzazione internazionale, ma anche in quante altre lingue fosse possibile usando ogni mezzo a sua disposizione. 

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI

Preambolo

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;

Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità, e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo;

Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione;

Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;

Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti dell’uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;

Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l’osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali;

Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;

L’ASSEMBLEA GENERALE

Proclama

La presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.

Articolo 1

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Articolo 2

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.

Articolo 3

Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

Articolo 4

Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

Articolo 5

Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.

Articolo 6

Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.

Articolo 7

Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.

Articolo 8

Ogni individuo ha diritto ad un’effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.

Articolo 9

Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.

Articolo 10

Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.

Articolo 11

1. Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.

2. Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetuato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.

Articolo 12

Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.

Articolo 13

1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.

2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

Articolo 14

1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.

2. Questo diritto non potrà essereinvocato qualora l’individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Articolo 15

1. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.

2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.

Articolo 16

1. Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all’atto del suo scioglimento.

2. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.

3. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.

Articolo 17

1. Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri.

2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.

Articolo 18

Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.

Articolo 19

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Articolo 20

1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.

2. Nessuno può essere costretto a far parte di un’associazione.

Articolo 21

1. Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.

2. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese.

3. La volontà popolare è il fondamento dell’autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.

Articolo 22

Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.

Articolo 23

1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.

2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.

3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.

4. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Articolo 24

Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.

Articolo 25

1. Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.

2. La maternità e l’infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.

Articolo 26

1. Ogni individuo ha diritto all’istruzione. L’istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L’istruzione elementare deve essere obbligatoria. L’istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l’istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.

2. L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.

3. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.

Articolo 27

1. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.

2. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.

Articolo 28

Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.

Articolo 29

1. Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.

2. Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.

3. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite.

Articolo 30

Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati.

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Cultura (art. L’archeoastronomia)

L’archeoastronomia

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«I templi, costruiti con intenzione sulla Terra, sono il punto-specchio, la controparte terrestre, di una ruotante perfezione» (Giorgio de Santillana, Il Mulino di Amleto)

La volontà di parafrasare sulla terra, nella planimetria di un edificio o dell’intera città, la conformazione e le similitudini di allineamenti stellari è interpretabile come glorificazione delle meraviglie del cielo ed emulazione della potenza creatrice primigenia. Molti studiosi hanno condotto ricerche per trovare eventuali corrispondenze di questo tipo. La maggior parte di questi studi resta tuttora oggetto di discussione e mistero.

L’archeoastronomia è una combinazione di studi astronomici ed archeologici; rappresenta la conoscenza e comprensione che gli antichi abitanti della terra avevano dei fenomeni celesti, di come li hanno utilizzati ed interpretati e quale ruolo la “realtà” dei movimenti della volta celeste ha svolto all’interno delle loro culture. L’archeoastronomia è una scienza interdisciplinare ancora giovane che, se affrontata con il giusto rigore, può portare a scoperte importanti sulla storia dell’architettura, dell’astronomia e del pensiero umano. Questa disciplina è spesso gemellata con l’etnoastronomia, ossia lo studio antropologia dell’osservazione del cielo nelle società cosiddette primitive contemporanee (una prospettiva per l’interpretazione delle culture indigene). L’archeoastronomia si avvale anche dell’uso di documentazioni storiche (utilizzandone le fonti scritte per valutare la pratica astronomica del passato più remoto), precedenti l’origine della moderna disciplina astronomica, per studiare antichi eventi astronomici ed è pertanto strettamente associata con l’astronomia storica. Per favorire una migliore comprensione della documentazione storica l’archeoastronomia fa uso infine anche delle conoscenze astronomiche attuali. L’archeoastronomia utilizza una varietà di metodi per rinvenire le prove di pratiche del passato, tra cui archeologia, antropologia, astronomia, storia, statistica e calcolo delle probabilità. Poiché tali metodologie sono differenti tra loro e l’uso dei dati provenienti da tali fonti può essere interpretato in maniera diversa, la loro integrazione all’interno di un’argomentazione coerente è stata per molto tempo una delle più grandi difficoltà da sciogliere per gli archeoastronomi.

«…una delle più avvincenti caratteristiche dell’archeoastronomia è la sua capacità di mettere accademici di differenti discipline in contrapposizione l’uno con l’altro.» (Clive Ruggles)

L’archeoastronomia può essere applicata a tutte le culture e a tutte le epoche. I significati derivanti dall’attenta osservazione del cielo possono variare da cultura a cultura; vi sono tuttavia metodi scientifici che possono essere applicati trasversalmente all’interno delle culture in sede di esame delle antiche credenze ed attraverso i quali si può giungere a certe interpretazioni archeo-astronomiche. È forse la necessità di bilanciare gli aspetti sociali e scientifici dell’archeoastronomia che ha portato Clive Ruggles (astronomo, archeologo, docente universitario e considerato come una delle figure principali nel campo dell’archeoastronomia) a descriverla come “uno dei campi di lavoro accademico di più alta e fine qualità da una parte, ma la cui speculazione incontrollata può facilmente confinare con la follia dall’altra parte”. Duecento anni fa non vi erano archeoastronomi professionali, solo archeologi dilettanti, astronomi e cultori di antichità, e alcuni dei loro lavori sono ora considerati precursori dell’archeoastronomia. L’archeologo ed antropologo Euan MacKie ne situa l’origine, affermando: «… la genesi e la moderna fioritura dell’archeoastronomia ha sicuramente origine dal lavoro di Alexander Thom svolto in area britannica fra gli anni 1930 e 1970.»

L’archeoastronomia è stata suddivisa in due categorie:

  • Il primo tipo di archeoastronomia è lo studio di vaste documentazioni e cronache sulle osservazioni dirette della volta celeste. Questi eventi sono stati associati a molti fenomeni transitori come comete, nove e, soprattutto, supernove.
  • L’archeoastronomia del secondo tipo è invece lo studio degli allineamenti solari, lunari o stellari degli antichi monumenti.

A questi vanno aggiunti l’archeoastronomia verde che nasce dopo l’uscita del libro Archeoastronomia nel Vecchio Mondo. Essa viene condotta con un approccio statistico particolare, normalmente per i siti preistorici nei quali l’evidenza sociale è relativamente scarsa se paragonata al periodo storico. Il metodo di base fu sviluppato da Alexander Thom durante la sua indagine estensiva sui siti megalitici britannici e l’archeoastronomia bruna, considerata più aderente alla storia dell’astronomia o alla storia culturale, nella misura in cui essa tende verso documentazione storica ed etnografica, per arricchire la sua comprensione delle astronomie primordiali, e le loro correlazioni con i calendari ed i rituali. Lo studio degli allineamenti è una fonte di dati importante per l’archeoastronomia. Si basa sul presupposto che l’allineamento di un sito archeologico è significativamente orientato verso uno specifico oggetto astronomico. Gli archeoastronomi “bruni”, possono dimostrare questa affermazione attraverso il confronto con le fonti storiche o etnografiche, mentre gli archeoastronomi “verdi” tendono a dimostrare l’improbabilità che gli allineamenti individuati siano realizzati per caso, di solito mostrando comuni modelli, presenti in diversi siti.

Ma quanti di questi allineamenti sono puramente casuali e quanti sono invece il riflesso di una precisa storia culturale?

Uno dei primi compiti di un archeoastronomo è proprio quello di dimostrare che gli allineamenti non siano solo frutto del caso. “Per farlo l’archeoastronomia moderna usa tutte le fonti, comprese addirittura, quando ci sono, le fonti etnologiche”, spiega Giulio Magli, professore ordinario alla facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano, dove tiene l’unico corso universitario di archeoastronomia in Italia. “Per esempio ci sono ancora oggi delle popolazioni rurali che usano il calendario Tzolkin di 260 giorni, il calendario sacro dei Maya di mille anni fa. E gli studiosi dei Maya hanno oggi ormai chiaro il fatto che conoscere l’astronomia e l’archeoastronomia sia un tassello chiave per provare a capire un sito maya”. Quando si parla del rapporto tra monumenti e stelle il pensiero corre inevitabilmente alle piramidi di Giza. “In Egitto il legame dell’architettura con l’astronomia è quello di un’identità culturale che rimane sostanzialmente immutata per tremila anni”, dice Magli. Ma esempi simili si trovano anche nel mondo greco, dove, spiega, “la stragrande maggioranza dei templi è orientata con il sorgere del Sole, come molte chiese cristiane, riflesso anche qui di un profilo culturale molto preciso”. Profilo che nessuno ha mai dimostrato essere presente negli edifici di culto dell’Antica Roma. “Il tempio romano ha tipicamente un’orientazione o casuale o che dipende dall’impianto urbano della città e dalle caratteristiche topografiche. Nessuno ha mai dimostrato una ricorrenza di orientazione nei templi romani, e certo non lo si può fare partendo da una sola città: ci vorrebbe un database completo”, spiega Magli. Il riferimento è alla ricerca presentata da Vance Tiede (docente, archeologo) sugli edifici sacri di Pompei. 

“Ma nella cultura romana è soprattutto l’imperatore a essere legato ai moti celesti”, racconta Magli. “Uno degli esempi è il Pantheon, che è costruito in modo tale da celebrare il natale di Roma, il 21 aprile. In quel giorno il fascio di luce che entra dall’oculo colpisce direttamente l’ingresso, a mezzogiorno. Questo fenomeno, che abbiamo studiato Robert Hannah ed io qualche anno fa, era già conosciuto nella tradizione culturale della città, e descritto per esempio nei disegni del 1700 di Giovanni Battista Piranesi”. Relazioni tra la fondazione di Roma, la figura dell’imperatore e la volta celeste sono presenti in diverse costruzioni romane, come ad esempio nella Domus Aurea o nella Meridiana di Augusto. Non è così per quanto riguarda le divinità. “Per i templi siamo ancora molto lontani dall’avere un database completo e quindi una conoscenza statistica adeguata. Questo nuova analisi dei templi di Pompei può essere interessante dal punto di vista della catalogazione. Mancano però ancora delle informazioni culturali e archeologiche forti per poterne trarre delle conclusioni”. D’altra parte il fatto che un edificio sia allineato con un qualche moto celeste non è di per sé un’evidenza particolarmente significativa vista, banalmente, l’enorme quantità di stelle nel cielo. L’indubbio fascino che si porta dietro questa disciplina, con i suoi echi ancestrali e le suggestioni culturali, porta spesso a forti invasioni di campo da parte di amatori che, anche in buona fede, con le loro ricerche poco rigorose finiscono per complicare il lavoro degli scienziati. “Un esempio classico sono gli Etruschi”, racconta Magli. “Sugli etruschi si trovano in giro le sciocchezze più terrificanti, e fino a poco tempo fa gli etruscologi guardavano con sospetto qualsiasi ricerca di stampo archeastronomico”. Eppure in Italia ci sarebbe molto materiale su cui lavorare. “Nei dintorni di Roma ci sono dei monumenti fantastici: l’acropoli di Circei, l’acropoli di Alatri, le mura di Segni, le mura poligonali di Norba”, monumenti megalitici le cui origini sono ancora incerte e sulle quali un serio studio archeoastronomico potrebbe portare a risultati interessanti.  Rimanendo in Italia, uno studio recente, a firma di Stella Vittoria Bertarione e dello stesso Magli, ha da poco analizzato l’orientamento astronomico di Aosta. “È stato un lavoro in forte cooperazione con l’archeologia. In quelle zone gli archeologi hanno scoperto un blocco inciso che si riferisce all’atto di fondazione della città. Aosta, che portava il nome di Augusta Pretoria, venne fondata da Augusto. Lo studio ha dimostrato che la città è orientata verso il sorgere del Sole sul solstizio di inverno e cioè, all’epoca, nel Capricorno, segno associato all’imperatore”.

Esempio di alcuni siti aperti allo studio degli Astroarcheologi:

NEWGRANGE

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Newgrange è una tomba a corridoio situata nella Repubblica di Irlanda risalente a circa 3.300-2.900 anni a.C. Per pochi giorni intorno al solstizio d’inverno la luce splende lungo il corridoio centrale dentro il cuore della tomba. Ciò che la rende notevole non è il fatto che la luce splenda nel corridoio, ma che essa non venga illuminata attraverso l’entrata principale. La luce invece entra tramite una cassa incavata posta sopra la porta principale, scoperta da Michael O’Kelly. È questa apertura sopra la porta che indica decisamente che la tomba fu costruita avendo in mente un aspetto astronomico. Clive Ruggles annota su ciò: «…Poche persone – archeologi o astronomi – hanno dubitato che un potente simbolismo astronomico fosse deliberatamente incorporato nel monumento, dimostrando che una correlazione tra astronomia e rituale funebre, perlomeno, sia degna di ulteriori indagini.»

LE PIRAMIDI DI GIZA

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Fin dalle prime moderne misurazioni sui precisi orientamenti cardinali delle piramidi fatti da Flinders Petrie, sono stati proposti diversi metodi astronomici per comprendere il motivo di questi orientamenti..All’interno delle Piramidi della piana di Giza furono costruite rampe, chiamate anche “corridoi stellari”, in parte per facilitare la costruzione delle strutture interne, ma anche per motivi religiosi; infatti, questi corridoi erano ritenuti delle “corsie preferenziali” per l’anima del Faraone (che diventa l’anima d’Osiride) verso la Duat (il paradiso collocato nel cielo delle stelle imperiture, le costellazioni circumpolari). Gli orientamenti, ad esempio della Piramide di Cheope, sono verso le culminazioni superiori di una delle stelle che formano la cintura d’Orione, di Thuban (la stella polare di quel periodo), di Sirio e di ß Ursae Minoris. Si è pensato che un allineamento verticale fra queste due stelle venisse controllato con un filo a piombo usato per accertarsi dove puntasse il Nord. Le deviazioni dal Nord reale usando questo modello rispecchiano le date accettate di costruzione. La disposizione di alcuni edifici è tale che il Sole in precisi giorni dell’anno illumina, ad esempio, la camera sepolcrale del personaggio importante che vi è sepolto (Ramses II in Egitto ad esempio) oppure un punto particolare di una chiesa, ad esempio l’altare o la cripta.

EL CASTILLO ED UXMAL 

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El Castillo, noto anche come Piramide di Kukulcàn, è una piramide a gradoni costruita nel centro Maya di Chichen Itza in Messico. Molte caratteristiche architettoniche hanno suggerito la presenza di elementi astronomici. Ognuno delle rampe di scale costruita ai lati della piramide ha 91 gradini. Insieme a quelli extra situati sulla piattaforma in alto, il totale ammonta a 365 gradini, che corrisponde possibilmente a uno per ogni giorno dell’anno (365,25 giorni) o al numero delle orbite lunari: 10.000 rotazioni (365,01 giorni). Un effetto visivamente sorprendente viene visto ogni volta a marzo e a settembre, un’ombra inusuale che nel periodo degli equinozi sembra scendere la balaustrata occidentale della rampa di scale situata a nord. L’effetto visivo è quello di un serpente che discende la scalinata, con la sua testa alla base illuminata. Inoltre la facciata ovest punta verso il tramonto, intorno al 25 maggio, tradizionalmente la data di transizione che delimita il periodo secco dalla stagione delle piogge.

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Uxmal invece è una città Maya situata sulle colline del Puuc nello Yucatàn, in Messico. Il Palazzo del Governatore ad Uxmal viene spesso usato come un modello del perché sia importante combinare i dati etnografici con quelli dell’allineamento. Il palazzo è allineato con un azimut di 118º sulla piramide di Cehtzuc. Questo allineamento si ripete anche verso meridione dove sorge Venere, evento che accade ogni otto anni. Venere e le costellazioni zodiacali dei Maya. La combinazione dell’allineamento ed etnografia suggerisce che la città fosse stata costruita per rappresentare un preciso e complesso ordine cosmico. Inoltre ad Uxmal vi sono corrispondenze con costellazioni ben precise: la “Casa del Governatore” alla costellazione dei Gemelli, il “Quadrilatero delle monache” alla costellazione della Vergine, la “Casa delle tartarughe” al Cancro, “Piramide dell’Indovino” allo Scorpione.

STONEHENGE 

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A Stonehenge si ipotizza la presenza di molti allineamenti astronomici, il più famoso dei quali è l’allineamento in piena estate, dove il Sole sorge su Heel Stone. Ad ogni modo, questa interpretazione è stata invalidata da alcuni archeologi i quali asseriscono che l’allineamento di pieno inverno, è il più significativo, dove lo spettatore è all’esterno di Stonehenge e vede il sole stabilirsi nel henge; l’allineamento in piena estate può essere una coincidenza dovuta alla topografia locale. Sempre a Stonehenge oltre agli allineamenti solari, sono stati individuati allineamenti lunari. Le quattro pietre del luogo delimitano un rettangolo. I lati corti puntano verso l’alba in piena estate e al tramonto in pieno inverno. I lati lunghi, se osservati verso sud-est, fronteggiano il più meridionale sorgere della luna. Aveni nota che questi non hanno mai ottenuto il consenso come per gli allineamenti solari. Vien notato anche che l’azimut di Heel Stone è un settimo della circonferenza, pareggiando la latitudine di Avebury, mentre l’azimut del sole che sorge nel solstizio d’estate non è più ormai uguale alla direzione dell’epoca della costruzione.

«A Stonehenge in Inghilterra e a Carnac in Francia, in Egitto e nello Yucatán, in tutta la faccia della terra, vengono scoperte misteriose rovine di antichi monumenti; monumenti con complessi significati astronomici… Mostrano che tali popoli ebbero loo stesso tipo di impegno e di costanza verso un obbiettivo, lo stesso impegno e la stessa costanza che ci consentirono di conquistare la Luna e, con le sonde, la superficie di Marte.» (Edwin Krupp)

Come citato da Krupp ovunque nel globo vi sono rappresentazioni in terra dell’universo astronomico. Vi sono siti non citati, come: Notre Dame, ove, secondo lo studio di Louis Charpentier, la disposizione delle cattedrali gotiche francesi (Reims, Chartres, Amiens, Bayeux ed Evreux) collegate tra loro riprodurrebbe la forma della costellazione della Vergine mentre le abbazie benedettine di Caux disegnavano sul terreno la figura dell’Orsa Maggiore. Il Pantheon, uno dei templi più famosi di Roma, la cui cupola simboleggia la sfera celeste, il foro apicale rappresenta il Sole e la luce che penetra dal foro percorre il cornicione interno che rappresenta l’equatore celeste. Il tempio Mayor azteco, distrutto dagli Spagnoli, che era orientato in modo tale che osservando dal tempio di fronte, quello dedicato al Quetzalcoatl, la levata del Sole agli equinozi, si poteva vedere l’astro levarsi tra i due tempietti che erano posti sulla sua cima. Il tempio di Vidyasankara a Sringeri, nell’India meridionale e risalente al quattordicesimo secolo, le dodici colonne principali rappresentano le dodici costellazioni zodiacali e la luce del sole nascente illumina una dopo l’altra le dodici colonne secondo il mese. Il “Campo dei Miracoli” di Pisa (formato dal battistero, dal campanile, dalla cattedrale, dall’ospedale e dal camposanto) fungeva da orologio (con il Campanile come gnomone) e calendario cosmico in quanto in esso venivano misurati tutti i tempi esistenziali, principalmente l’inizio dell’anno pisano (prima della riforma gregoriana il 25 marzo, giorno della festa dell’Annunciazione di Maria) e l’entrata del Sole nelle varie costellazioni. La collocazione dell’asse principale della cattedrale e del battistero corrisponde al cammino del Sole il 21 marzo (Ariete) e 21 settembre (Bilancia). L’allineamento Nord–Sud della facciata della cattedrale coincide con l’orientamento della costellazione del Cancro (21 giugno) e del Capricorno (21 dicembre). La collocazione del campanile, rispetto agli altri monumenti, viene spiegata come la ripetizione sul terreno della posizione delle tre stelle principali dell’Ariete oppure, meglio, come la ripetizione sul terreno dell’angolo di 23 º 27 ‘ che il Sole fa con l’eclittica il 25 di marzo. Un’altra importante simbologia astronomica è l’allineamento asse del battistero – asse duomo – porta campanile – legato all’inizio dell’anno civile pisano ed alla primavera astronomica. Nel Battistero, il numero aureo 1.618 (vedi compasso nel dizionario) è fedelmente rispettato, nella proporzione tra pronao e parte circolare centrale, che riflette le costellazioni zodiacali nelle sue dodici suddivisioni interne ed esterne e nelle finestre esposte al Sole in determinate ore e stagioni. La sua forma a dodici specchi simmetrici indica certamente connessioni astronomiche non ancora identificate. Il capitello dei due scimmioni del campanile è indicativo del sorgere del Sole alla cosiddetta “data dei Gemelli” o del solstizio d’estate. La città Khmer di Angkor, che, secondo lo studio di Graham Hancock, sarebbe la controparte terrestre della costellazione del Drago, che per i cambogiani è la costellazione del Cobra, visto eretto nell’atto di attaccare o nel rituale del corteggiamento, ed i suoi templi, a base quadrata, corrisponderebbero alle stelle più luminose di questa costellazione: Ta Keo sarebbe la controparte sulla Terra della stella Zeta Draconis, Bakong era definito la scala del cielo, Phnom Bakeng, utilizzato come osservatorio solare e lunare, era la controparte terrestre di e Draconis e doveva simboleggiare, nelle intenzioni del costruttore, l’evoluzione celeste delle stelle, Angkor Wat, costruita al centro di un bacino idrico, costituiva l’Asse del Mondo, all’equinozio di primavera, collegata alla terraferma da un ponte che costituiva la strada tra la Terra ed il cielo, Tutti questi templi sono rivolti ad est (l’origine della luce) tranne Angkor Wat che si rivolge ad occidente in quanto tempio funerario (a rappresentare la fine della luce).

Da questo rapido viaggio possiamo giungere a due conclusioni. La prima è quella che la giovane scienza archeoastronomica potrebbe rappresentare una nuova frontiera per aiutarci a risolvere enigmi del passato, facendo da anello di congiunzione tra diverse ed a volte troppo lontane discipline. La seconda è l’incredibile bravura e sapienza di costruttori ed architetti del passato. Essi eran ben più che semplici conoscitori dell’Ars muraria, erano prima di tutto grandi conoscitori dell’universo; forse possiamo considerarli veri e propri astronomi. La rappresentazione in terra di ciò che sta in alto fu solo elemento secondario dell’amore e della conoscenza tramandata ch’essi nutrirono ed ebbero per la volta celeste.

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Cultura (art. Capitalismo, liberismo e libertinismo)

Capitalismo, liberismo e libertinismo

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Il capitalismo è un’ingiusta ripartizione della ricchezza. Il comunismo è una giusta distribuzione della miseria.” (Winston Churchill)

Il nostro tempo vive su regole economiche che a noi sembrano essere alquanto folli e demagogiche. In questo articolo cercheremo di spiegare nel dettaglio la concezione economica vigente basata su capitalismo globalizzato, liberismo e neo-liberismo. Vi accorgerete ben presto che la nostra filosofia economica parte da molto lontano ed è stata preparata nei dettagli. Ancor oggi non è giunta completamente a compimento. Vediamo sulla nostra pelle, ogni giorno, le conseguenze di tale sistema. Serve un fronte, un nuovo fronte. Un fronte che parte dal passato e che destabilizzi tale sistema. Un fronte che è diretto parente e fu sostenitore del liberismo stesso; cioè il libertinismo. Perché identifico questo fronte in un nuovo libertinismo? Il libertinista non ha di per se vincoli di sorta, né politici (non ha nessuna ideologia politica), né economici (anche se apprezza il liberismo che ha nel suo mandato quello di togliere potere ai governi), né religiosi (il libertinista si identifica prevalentemente nell’ateismo o nello gnosticismo). Secondo aspetto, il libertinismo nasce nelle case aristocratiche e di gruppi familiari d’elite e possiamo dire con certezza che ogni rivoluzione ogni barlume e nuovo aspetto ideologico arriva spesso da tali poteri e non certo dal basso. Ma andiamo con ordine, il nostro percorso parte dal Capitalismo.

IL CAPITALISMO

Il capitalismo è una forma di organizzazione economica e sociale caratterizzata dalla proprietà privata dei mezzi di produzione (capitale), dalla libertà d’iniziativa economica, e dalla prevalenza del lavoro dipendente organizzato dai proprietari dei mezzi di produzione. Le origini del capitalismo sono controverse. Il termine viene usato con significati varianti nelle diverse scienze sociali, in quanto comprende molteplici fenomeni della sfera economica, sociale e politica. Certamente le sue caratteristiche essenziali cominciarono ad affermarsi con forza in Europa occidentale con la rivoluzione industriale che prese avvio verso la metà del XVIII secolo. Il termine stesso capitalismo entrò in uso nella prima metà del XIX secolo per indicare il sorgere di una società sempre più dominata dal “capitale”. Il capitalismo o economia di mercato si riferisce in genere a: una combinazione di pratiche economiche, che coinvolge in particolar modo il diritto da parte di individui e gruppi di individui che agiscono come “persone giuridiche” (o società) di comprare e vendere beni capitali (compresi la terra e il lavoro; vedi anche fattori della produzione) in un libero mercato (libero dal controllo statale). Un insieme di teorie intese a giustificare la proprietà privata del capitale, a spiegare il funzionamento di tali mercati, e a dirigere l’applicazione o l’eliminazione della regolamentazione governativa di proprietà e mercati. Regime economico e di produzione che nelle società avanzate viene a svilupparsi in periodi di crescita, riconducibile a pratiche di monopolio, di speculazione e di potenza. Il termine “capitalismo” si aggiorna e acquista nuovi significati in ogni epoca storica, che sia usato esplicitamente o implicitamente per indicare “lo stato di cose presente”. Oggi ad esempio, viene associato al termine “globalizzazione” (cioè ad un libero mercato tra Stati). Il capitalismo ha costituito un evento fondamentale della storia mondiale moderna. Esso ha modificato profondamente in tutti i loro aspetti le società da cui esso è nato, quelle dell’Europa occidentale e dell’America del Nord, e progressivamente quelle che ne hanno subito direttamente o indirettamente gli influssi nel resto del mondo. Infatti, come tutti i sistemi economici, il capitalismo ha una relazione molto stretta di causa ed effetto reciproco con la cultura, gli stili di vita, l’organizzazione della società e la politica. Oggi si può dire che solo alcune remote società prive di relazioni col resto del mondo sono esenti da un qualche influsso dello “spirito del capitalismo”, la cui enorme capacità di diffusione e penetrazione sociale era già stata prevista dai primi studiosi del nuovo sistema, come Karl Marx (Germania, 1818-1883) e Max Weber (Germania, 1864-1920). I sostenitori del capitalismo sottolineavano sul piano economico, la capacità di rapida crescita economica, di progresso tecnico, di diffusione del benessere attraverso l’aumento dei beni di consumo; sul piano sociale e politico, l’affermazione di nuove classi sociali e di maggiori spazi di libertà individuali. Il padre della critica al capitalismo è stato, invece, Karl Marx. Nelle caratteristiche essenziali del nuovo sistema egli vide: gli elevati costi umani prodotti dal sistema industriale, le condizioni di vita disumane nelle fabbriche, nelle miniere e nelle nuove città industriali, il profitto dei capitalisti come risultato dello sfruttamento dei lavoratori, i rischi del dominio politico delle classi capitaliste ai danni dei lavoratori, la tendenza degli Stati capitalisti ad espandersi nel resto del mondo con nuove forme di colonialismo o imperialismo, comprendenti l’uso della forza militare, nonché la tendenza ad entrare in conflitto tra loro. Inoltre, come sosteneva Marx, oltre alla classe operaia, anche il capitalismo è internazionale, infatti tutte le economie di mercato godono di regole di base molto simili, che favoriscono gli scambi commerciali tra le nazioni aumentandone l’interdipendenza reciproca. Questo fenomeno si è potuto constatare nella recente crisi economica, soprattutto in Europa, infatti quando un paese entrava in una situazione di difficoltà arrivavano a sostenerlo aiuti esterni, quando arrivano brutte notizie per un paese vi sono ripercussioni negative nei mercati di tutto il mondo. Marx elaborò un sistema di pensiero che diede vita al movimento socialista, il cui scopo era sia la conquista di migliori condizioni di vita e di pieni diritti per i lavoratori, sia l’abbattimento del sistema capitalista e la realizzazione di un nuovo sistema di completa uguaglianza tra i membri della società, di proprietà collettiva dei mezzi di produzione e di condivisione dei frutti del lavoro. Il conflitto tra sostenitori e avversari del capitalismo è stato un elemento fondamentale della storia economica e politica del XX secolo. La posizione nettamente predominante nella filosofia politica contemporanea è proprio quella che identifica nel capitalismo la premessa necessaria per ogni ordinamento che si ispiri agli ideali di libertà ed uguaglianza. È curioso constatare come, all’interno di questa cornice, ci si interroghi sì sul nesso fra capitalismo e democrazia, ma si dia assolutamente per scontata la compatibilità con il liberalismo. Si pensi ad esempio a Fukuyama, per il quale il carattere liberale di uno stato risiede in nient’altro che nell’impianto capitalista della sua economia. Anche i critici del capitalismo tendono per lo più a mostrarne la tendenza facogitatrice verso il nucleo democratico delle costituzioni, ma concedono senza troppe riserve che economia capitalistica e tutela liberale dei diritti individuali viaggino solidalmente. Una delle critiche oggi più ricorrenti verso i governi occidentali imputa loro per l’appunto l’estensione dei diritti civili al prezzo dell’erosione dei diritti politici e sociali dei cittadini. Si ravvisa quindi in essa un potenziamento del carattere liberale degli ordinamenti giuridici, ma un deperimento di quello democratico. In realtà la visione liberista originale non ha molto a che vedere con il capitalismo, mantre la nuova concezione neo-liberista nata dopo la crisi economica del 1929 ha per base proprio la “globalizzazione economica”. Il neo liberismo nasce della cosiddetta Scuola austriaca (Carl Menger, Ludwig von Mises, Bruno Leoni, Murray N. Rothbard, Friedrich von Hayek). Tra di loro comunque vi sono significative differenze di visione. Ad esempio von Hayek sostiene che lo stato deve intraprendere azioni per consentire la concorrenza, mentre Rothbard punta ad una forma estrema di liberismo detta anarco-capitalismo. Proviamo ad osservare ora, più da vicino, qual’è il pensiero di alcuni pensatori del passato, sul capitalismo:

Karl Marx – Per il socialismo scientifico, la “società borghese” è quella organizzazione sociale divisa in classi che vede il predominio all’interno dell’organizzazione della società dedicata alla riproduzione della vita materiale (quella che qualcuno chiama “economia”, altro termine fortemente ambiguo) del “modo di produzione capitalistico”. Esso consiste nell’appropriazione da parte di una classe (la borghesia) del “plusvalore”. Tale processo di appropriazione è chiamato “sfruttamento” della mano d’opera, impersonata nel “proletariato”, ovvero in quella classe che “non possiede altro che la propria prole”. Per Marx un altro elemento distintivo della società borghese è la conversione di tutto in merce, dunque la creazione di un mercato non solo delle merci, ma anche del lavoro, e anche del danaro (capitale) stesso. La rivoluzione borghese distrugge l’ancient régime (la società feudale basata su una congerie di classi e ceti, fondata sulla proprietà della terra e delle persone. Libera i servi e li trasforma in proletari, che possono vendere l’unica cosa in loro possesso, la “forza-lavoro”, sul mercato del lavoro. Il profitto, per Marx, trae origine esclusivamente dal plusvalore. Dato che la produzione si basa sul “matrimonio” tra capitale e lavoro, il danaro (capitale) è dunque nella società borghese un “precursore” della merce stessa.

Max Weber – Egli esprime profonda ed esplicita critica alle teorie di Marx; conferisce al “capitalismo”, o quanto meno alle condizioni del suo sviluppo, un carattere eminentemente culturale e sociale, legato al pensiero religioso protestante, per il quale è essenziale il risparmio e la rinuncia al consumo (attitudine indispensabile alla accumulazione). Successivamente il meccanismo capitalistico assicura la perpetuazione dei meccanismi di riproduzione indipendentemente dalle volontà dei singoli, imponendo una forma di “ascesi” attraverso la competizione, che la rende obbligatoria.

Karl Polanyi – Pensatore, antropologo, sociologo ed economista. Per lui, il capitalismo si identifica invece nella “Haute finance”, attività legata ai flussi di denaro scambiati nel commercio a grande distanza, che richiede di necessità garanzie e mezzi di pagamento sicuri a distanza, e credito. Esso è dunque un sistema politico sociale che si aggrega attorno al capitale finanziario, che si costituisce in una organizzazione sia politica sia economica, come insieme organico di istituzioni per la promozione (anche per mezzo di guerre), la protezione e la regolazione degli scambi internazionali, e dunque del capitalismo stesso. Esso è dunque per Karl Polanyi un sinonimo di “società di mercato” (società in cui tutto diventa oggetto di scambio), un prodotto della società umana, storicamente datato, e non, come nel pensiero liberale, nient’altro che un naturale prolungamento della naturale tendenza umana agli scambi.

John Rogers Commons – L’economista americano del New Deal, esponente della scuola “istituzionalista”, ritiene il capitalismo una costruzione giuridico-economica: esso si basa su di “una diminuzione della libertà individuale, imposta da sanzioni governative, ma soprattutto da sanzioni economiche attraverso l’azione concertata – segretamente, semi-apertamente, apertamente o per arbitraggio – di associazioni, di corporazioni, di sindacati ed altre organizzazioni collettive di industriali, di commercianti, di lavoratori, di agricoltori e di banchieri”.

John Maynard Keynes – Economista britannico, padre della macroeconomia e considerato il più influente tra gli economisti del XX secolo. Il problema di John Maynard Keynes è come impedire che il capitalismo si autodistrugga. Esso ha bisogno di una continua regolazione (“il mondo non è governato dall’alto in modo che l’interesse privato e l’interesse sociale coincidano sempre. Non è corretto dedurre dai principi dell’economia che l’interesse personale illuminato opera sempre nell’interesse pubblico”), e pertanto è un avversario del laissez-faire. Come ideologia, il capitalismo sarebbe per lui “… la stupefacente credenza secondo la quale i peggiori uomini farebbero le peggiori cose per il gran bene di tutti”. Il suo pensiero è alla base della scuola della “economia della regolazione”, prevalente in Francia.

Thorstein Veblen – Economista statunitense del New Deal della scuola istituzionalista, troviamo in lui un diverso punto di vista, o se si vuole una diversa definizione di capitalismo. Veblen è uno dei pochi che fornisce una definizione esplicita di “capitale”, e dunque implicitamente di “capitalismo”. Per Veblen il capitale non ha necessariamente una manifestazione monetaria: esso consiste nelle conoscenze, nei saperi, nelle tecniche, nei metodi di produzione, di una determinata società. In ogni società determinati gruppi sociali si appropriano di questo “capitale” sociale per il proprio tornaconto particolare (prestigio, potere, non necessariamente reddito o danaro) con i più svariati mezzi. Anche lui è assai critico con le teorie economico-politiche di Marx.

Joseph Schumpeter – Economista austriaco, ritiene che il capitalismo si basa su un processo di continuo rivolgimento basato sull’innovazione tecnologica, attraverso fasi in cui emergono strutture nuove e quelle obsolete vengono distrutte. “Questo processo di ‘distruzione creatrice’ costituisce il dato fondamentale del capitalismo: è in questo che consiste, in ultima analisi, il capitalismo, ed ogni impresa capitalista deve, volente o nolente, adattarvisi.” La molla che spinge il fenomeno non è la concorrenza, ma la sete di guadagno degli imprenditori, i quali tentano continuamente di utilizzare l’innovazione allo scopo di ottenere una posizione monopolistica di fatto, sottraendosi alla concorrenza. Per Shumpeter, anche se è, e proprio in quanto è, un meccanismo puramente razionale, il capitalismo rappresenta però un’utopia perversa alla quale gli uomini non si adattano, ed è pertanto destinato ad essere soppresso.

Fernand Braudel – storico, uno dei principali esponenti della Scuola delle Annales francese, nel suo “Civiltà materiale, economia e capitalismo”, sostiene che le origini del capitalismo si situano negli scambi mercantili tra XV e XVIII secolo. “Il capitalismo trionfa non appena si identifica con lo Stato, quando è lo Stato”. “Il capitalismo del passato, a differenza di quello attuale, occupava solo una piccola piattaforma della vita economica. Se scelse determinate aree per risiedervi è perché queste erano le uniche che favorivano la riproduzione del capitale”. Braudel utilizza dunque “capitalismo” non per designare un’ideologia, ma un sistema economico costruito progressivamente grazie ad un equilibrio di poteri.

John Kenneth Galbraith – Economista, consigliere economico dei presidenti USA Franklin Delano Roosevelt, John Fitzgerald Kennedy e Bill Clinton, erede della corrente istituzionalista del New Deal, ha scritto nel 2004 (all’età di 96 anni) un pamphlet nel quale condensa gran parte del suo pensiero. Il titolo, tradotto un po’ infelicemente in “L’economia della truffa”, (più appropriato sarebbe stato “L’economia delle innocenti bugie”), anticipa l’artificio retorico del quale si serve per illustrare le sue tesi critiche del capitalismo come ideologia e come sistema. La prima “innocente bugia” degli economisti statunitensi consiste nell’avere sostituito il termine “economia di mercato” a “capitalismo”, perché il secondo suona come negativamente connotato. L’economia di mercato viene inoltre presentata come un luogo dove il consumatore è il padrone, ma anche questa è una “piccola bugia”, perché il vero potere resta nelle mani delle grandi aziende, attraverso il loro intreccio con lo Stato. Le grandi aziende capitalistiche sono contraddistinte da una “tecnostruttura” di dirigenti e direttori, del tutto simile alla burocrazia statale, la quale è lei, e non gli azionisti, la vera depositaria del potere in azienda, e si autoassegna lauti compensi. A questo proposito, è anche ingannevole una nozione di “lavoro” che accomuna tutti, dall’alto al basso, dal grande dirigente al lavoratore al minimo salariale. Riguardo al ruolo delle banche centrali, e delle manovre sui tassi di credito, ritiene che la loro capacità di condizionare positivamente lo sviluppo sia illusoria, perché le aziende investono sulla base delle loro aspettative di guadagno e non sulla base del livello dei tassi, al quale sono sostanzialmente indifferenti, perché quantità trascurabili rispetto ai profitti realizzabili mediante l’innovazione tecnologica. Infine, il capitalismo attuale è contraddistinto anche da una “dittatura” del PIL, e dall’ideologia della sua crescita, per la pressione delle grandi aziende, cosa che lascia in secondo piano i problemi sociali e spinge alla guerra, il più grande fallimento dell’umanità.

Milton Friedman – Premio Nobel per l’economia, nel dopoguerra consigliere del candidato repubblicano alla presidenza USA Barry Goldwater, e poi del presidente Richard Nixon, è stato in gioventù un Keynesiano convinto, difensore della politica del New Deal, e attivo sostenitore della politica di bilancio di John Fitzgerald Kennedy. Si è successivamente spostato su posizioni del tutto opposte, critiche del New Deal, conservatrici-libertarie, a favore del laissez-faire e di una visione monetarista. Le sue idee monetariste, che rigettano l’inflazione come inutile e pericolosa, sono alla base dell’ideologia della BCE (Banca centrale europea) e della FED (Banca Federale degli Stati Uniti, Federal Reserve), all’interno però quest’ultima di una visione meno rigida. Sono inoltre quelle che improntano la “Scuola economica di Chicago”, i cosiddetti “Chicago Boys”. Forte è l’influenza delle sue idee e della sua visione del capitalismo, della società e della politica in Ronald Reagan e in Margaret Tatcher. Essendo per lui le libertà economiche precursori di quelle politiche, Friedman ha sostenuto attivamente e concretamente – tra molte polemiche – l’introduzione di forti elementi di capitalismo nei regimi dittatoriali, in particolare nel Chile di Pinochet e nella Cina comunista, paesi dove si è recato proprio a questo scopo, nel convincimento che questo avrebbe di necessità indotto un’evoluzione liberale.

IL LIBERISMO

Il liberismo (o liberalismo economico) è una teoria economica, filosofica e politica. Esso prevede la libera iniziativa ed il libero mercato mentre l’intervento dello Stato nell’economia deve limitarsi al massimo alla costruzione di adeguate infrastrutture (strade, ferrovie, ponti, autostrade, tunnel, in certi casi perfino edifici etc.) che possano favorire il mercato. Il liberismo fu abbozzato durante la Rivoluzione Francese, si sviluppò ampiamente nel corso dell’Illuminismo scozzese e all’interno della scuola detta “fisiocratica”, ma trovò forse la sua formulazione più compiuta in Inghilterra nel corso del XIX secolo, spinto dalla rivoluzione industriale. Il sistema liberista è basato sul pensiero della scuola classica e del suo maggiore esponente Adam Smith vissuto dal 1723 al 1790. Per Smith lo stato non deve assolutamente intervenire nell’economia e le cose vanno lasciate al loro destino senza interventi statali: ciascuno deve fare i propri interessi; d’altronde Smith diceva: “non è dalla generosità del macellaio, del birraio o del fornaio che noi possiamo sperare di ottenere il nostro pranzo, ma dalla valutazione che essi fanno dei propri interessi”. Ma allora c’è chi si arricchisce e chi si impoverisce sempre più! Per Smith non è così: se tutti fanno i propri interessi è ovvio che aumenterà in qualche misura la ricchezza collettiva e tutti godranno dei vantaggi, sebbene in maniera diversa: chi investe guadagnerà di più del povero, ma tuttavia anche quest’ultimo avrà un incremento positivo di ricchezza: “cercando per quanto può di impiegare il suo capitale a sostegno dell’industria interna e di indirizzare questa industria in modo che il suo prodotto possa avere il massimo valore, ogni individuo contribuisce necessariamente quanto può a massimizzare il reddito annuale della società… egli mira soltanto al proprio guadagno e in questo, come in molti altri casi, egli è condotto da una “mano invisibile” a promuovere un fine che non entrava nelle sue intenzioni. Né per la società è un male che questo fine non entrasse nelle sue intenzioni. Perseguendo il proprio interesse, egli spesso promuove quello della società in modo più efficace di quando intende realmente realmente promuoverlo”. Quello che può essere considerato un vizio nel campo privato, ossia il fare i propri interessi, diventa una virtù nel campo pubblico.
I principi sui quali si fonda il sistema liberista sono tre: la libertà dell’iniziativa privata (ogni individuo è libero di intraprendere ogni iniziativa economica), l’equilibrio spontaneo del mercato (incontro tra domanda ed offerta di beni e servizi) e l’esclusione dello Stato (dalla vita economica). Non può destare sorpresa che la prima nozione che sottende il concetto di liberismo sia quella di «libertà». La libertà è la condizione necessaria del liberismo. Al di là di una definizione che è quasi tautologica, il contenuto è dato dal fatto che tale libertà deve essere intesa non in senso generico, ma in quello preciso di libertà individuale. Gli individui devono poter essere liberi di fare l’uso che preferiscono delle risorse delle quali dispongono, con il solo vincolo di non ledere gli altrui diritti. Spesso, il liberista a confondere la libertà con il benessere materiale. Il liberista sa che si può essere ricchi ma non liberi, come tragicamente capitò a molti ebrei durante il Terzo Reich. Il liberista sa anche che, per coloro che vivono nell’indigenza, disporre di adeguate risorse economiche è più importante della libertà. E sa anche che la libertà non è affatto il valore supremo per una gran parte degli individui, che ad essa preferiscono il godimento dei beni materiali e la sicurezza. Ma tutto questo non significa che la libertà si identifica con il benessere. Il mercato, per i liberisti, materialmente non esiste. Ad esistere sono le azioni individuali di produzione e di scambio, guidate dalle conoscenze e dai fini che ognuno possiede. La complessità propria del sistema economico attuale non deve mai far perdere di vista questa verità fondamentale. Per il liberista la logica del mercato è semplicemente la logica delle scelte di individui che sono in relazione gli uni con gli altri. Per il liberista la competizione è la conseguenza logica della libertà individuale. Se quest’ultima è rispettata, ciò significa che gli individui possono offrire i propri beni e servizi ai propri simili, i quali possono decidere liberamente di acquistarli o meno. È proprio questa possibilità che chiamiamo mercato competitivo, o aperto. Per il liberista, ogni limitazione della competizione equivale quindi a una violazione della libertà e dei diritti di qualcuno. Il liberismo non si identifica con il capitalismo. In primo luogo perché il liberista non ha alcuna ragione di privilegiare il capitale rispetto al lavoro (in generale anzi il liberista non vede alcuna ragione teorica o pratica di distinguere e contrapporre i due, dato che entrambi si risolvono nell’entità costitutiva dell’economia, che è l’individuo); in secondo luogo perché il capitalismo senza rispetto della concorrenza (o, il che è lo stesso, senza il rispetto della libertà individuale) non è per il liberista un sistema accettabile. Il liberista ritiene che la giustizia sia una proprietà dei processi sociali. Se una certa situazione economica è il risultato di processi dove sono state rispettate la libertà e i legittimi diritti di proprietà degli individui, quella situazione sarà giusta. Pertanto rifiuta l’idea che esista una «giustizia sociale», nel senso di un modello che qualcuno avrebbe l’autorità di imporre alla società. Di conseguenza il liberista è contrario a concetti come quello di una «giusta distribuzione del reddito». La sola giusta distribuzione del reddito è quella che risulta da una economia dove gli individui siano liberi dalla coercizione. Egli sa che, nel gioco del mercato, vi sono alcuni che, per sfortuna o per mancanza di condizioni favorevoli o per qualsiasi altra ragione, non riescono a procurarsi un reddito sufficiente per una vita decorosa. Per ovviare a queste povertà, il liberista è favorevole alla creazione di una rete di protezione sociale. Il liberista ritiene, inoltre, che la maggior parte delle povertà derivino dai mille ostacoli che lo Stato e i gruppi di pressione mettono sulla strada degli individui. La prima e più duratura maniera di alleviare le povertà è di eliminare le cause strutturali. Gli individui, nelle loro capacità e quindi nelle loro potenzialità di servire gli altri, sono molto più eguali tra loro di quanto gli antiliberisti ritengono. Con la caduta del socialismo, il vero avversario del liberismo è oggi il neocorporativismo. I neocorporativisti non esitano a proclamare il loro rispetto per il mercato. Ma affermano subito che alla logica del mercato dovrebbe aggiungersi qualcos’altro: una giustizia sociale che determini i risultati finali, una politica economica che imponga cosa, quanto e come produrre, una politica commerciale che regoli autoritativamente importazioni e esportazioni. Per il liberista, tutto questo equivale a svuotare di significato il mercato. Ogni qualvolta i neocorporativisti si vantano di come, intervenendo a modificare i risultati del mercato, si sia ottenuta una situazione «migliore», il liberista sa che ciò è stato ottenuto a prezzo di imporre ulteriori oneri ad altri, che si troveranno di conseguenza in una posizione peggiore. Il sistema liberista non ha mai trovato una piena applicazione, anche se con l’avvento dell’Euro, molte politiche economiche europee vanno in questa direzione. Ne potrebbe essere l’esempio il tanto discusso “Bail-in”. Nel quale se il mercato determina che una banca è fallita, lo Stato non può intervenire (qui troviamo in pieno aspetti liberisti) per salvarla. Il mercato stesso decide la vita o la morte della banca medesima. Questo caso rappresenta l’esemplificazione di una delle critiche fatte ad oggi al sistema liberista insieme alla non tutelare le classi più deboli, soprattutto quelle dei lavoratori che sono spesso sfruttati dagli imprenditori al fine di conseguire il massimo profitto (il capitale).

Abbiamo descritto cos’è il capitalismo e descritto il sistema liberista. Verrebbe da chiederci quale sia la forma e la struttura economica migliore ed equa e verrebbe da chiederci se dove ci sta portando il sistema globalizzato e dove ci porterà. Guardando ad oggi ed alla situazione in cui vessa il mondo v’è l’esigenza di nuove idee, nuovi modi, nuovi sistemi che diano una scossa al mondo mercenario e del profitto cui ci troviamo. Che siano ancora una volta i “libertinisti” a salvarci? Cioè quella società aristocratico-elitaria che lavorando sotto traccia e prendendosi gioco di religiosi, monarchi e governanti riuscì ad inculcare i principi fondamentali su cui si basò la “Rivoluzione Francese”? Dove si nasconde la discendenza di tali illuminati?

Descriviamo ora, quel che fu il “libertinismo”.

IL LIBERTINISMO

«Nel corso dei primi decenni del secolo XVII si costituisce in Francia, in seno alla società dotta, una corrente detta libertina, la quale non tarda a gettare l’allarme nella schiera dei predicatori, apologisti, uomini di Chiesa, che procedono faticosamente alla restaurazione morale e religiosa del paese, lacerato dalle divisioni confessionali e dalle guerre civili […]. Filtrato dall’Italia in Francia nei primi decenni del secolo, lo spirito “libertino” si adatta alle condizioni ambientali, sociali, intellettuali portate dalla storia di quel paese. Per l’aspetto intellettuale, esso sviluppa l’eredità di Montaigne, dell’ultimo Montaigne soprattutto, più incline allo scetticismo, e di Charron, la cui Sagesse, rigida nelle suddivisioni formali, appare sufficientemente duttile e sfumata nel contenuto, sì da suggerire diverse letture ed alimentare una vasta gamma di atteggiamenti, secondo le inclinazioni intellettuali: dal franco scetticismo al così detto fideismo, dalla negazione aperta e sincera alla doppia verità, dall’ipocrisia al compromesso. Sotto l’aspetto sociale, l’instabilità che perdura per tutto il primo quarto di secolo, favorisce, nelle alte classi, la dissolutezza assieme all’irreligione» (Alberto Moscato)

Il termine libertino deriva dall’aggettivo latino libertinus, che a sua volta deriva dal sostantivo libertus, cioè “liberto”, che presso i Romani significava “liberato dalla schiavitù”. La parola «libertino» ancor oggi sta a significare un «miscredente dissoluto». E questo significato deriva dagli avversari del libertinismo, per i quali la critica scettica e irriverente alla religione avrebbe portato necessariamente alla dissolutezza dei costumi morali. In verità, «libertino», nel XVII secolo, stava per libero pensatore. Ed è così che, per esempio, comprendiamo il continuo appello dei liberi pensatori all’epicureismo, allo scetticismo o anche al naturalismo immanentistico degli antichi. In questo modo, per il loro distacco dalla tradizione scolastica, la loro fiducia nel valore della scienza, la difesa dell’autonomia della ragione e del potere critico di questa, i libertini da una parte si inquadrano bene nell’età cartesiana e dall’altra precorrono per più di un aspetto temi e atteggiamenti dell’illuminismo. E nei confronti degli illuministi, una delle differenze sta nel fatto che la critica libertina fu una critica clandestina e non pubblica, una critica spesso affidata alle conversazioni e alle discussioni private. Inoltre, mentre gli illuministi, con franchezza e coraggio, tentarono di portare le loro idee a larghi strati di persone, il libertinismo fu un fenomeno elitario, cioè di pochi. E così, la spregiudicatezza, l’irriverenza (e talvolta anche l’intuizione seria e la critica severa) nei confronti della religione si accompagnano alla accettazione sorniona e opportunistica della situazione politica. La bigotteria ipocrita, con i libertini, passa dal campo della religione a quello della politica. E «la licenza dei costumi si unisce all’audacia degli scritti, spinta al limite della prudenza in un pericoloso giuoco di equilibrio fra il rischio e l’impunità, che sembra assicurata ai ceti privilegiati. Di conseguenza riuscirono da un certo punto di vista a farsi amica la politica, per prendersi gioco di lei e colpirla alle spalle.

«Sono il più delle volte espressioni di sfida o manifestazioni di insofferenza morale, in cui la tentazione del proibito e il gusto dello scandalo, sopravanzano di gran lunga l’impegno critico e l’amore della verità» (A. Moscato)

Noto ai suoi tempi come uomo di punta dei libertini fu il poeta Jacques Vallée Des Barreaux (1599-1673). Ma il pensatore maggiore del libertinismo fu senz’altro Savinien de Cyrano, conosciuto come Cyrano de Bergerac (1619-1655). Cyrano scrisse una commedia (Le pédant joué, rappresentata nel 1645), una tragedia (La mort d’Agrippine, rappresentata nel 1654), e inoltre due romanzi filosofici: Gli stati e gli imperi della luna (1657), e Gli stati e gli imperi del sole (1662). Naturalista e razionalista, Cyrano sostenne che: gli atomi sono eterni e le loro conformazioni non sono strutturate dalla Provvidenza; e l’anima è fatta di atomi ed è mortale. Il termine “libertinismo” fu forgiato dagli oppositori: infatti i diretti interessati o non si riconobbero come “scuola di pensiero” a sé, o usarono termini più generici come “esprits forts” (“spiriti forti”, contrapposti agli “spiriti deboli” di coloro a cui la superstizione era necessaria per vivere) o, nel XVIII secolo, “libero pensiero” e “libero pensatore”.

Il libertinismo non ha prodotto una filosofia che possa venire ricostruita in un sistema. Tuttavia, un tratto quasi costante che troviamo negli scritti dei libertini, è la critica — storica e teorica — della religione rivelata. Le credenze del Cristianesimo sono, per i liberi pensatori, non più che superstizioni. Essi furon perseguitati dall’inquisizione. Le tesi più estreme dei libertini le troviamo nella teoria medievale dei “tre impostori”: l’imperatore Federico II al concilio di Lione era stato accusato di aver scritto con la collaborazione del suo ministro Pier delle Vigne che: «Il mondo intero è stato ingannato da tre impostori, Gesù Cristo, Mosè e Maometto, due dei quali sono morti nell’onore, mentre Gesù è morto in croce» Questa visione delle tre religioni verrà riproposta espressamente in opere come Theophrastus Redivivus (1659) e il De tribus impostoribus (Trattato dei tre impostori) che fu pubblicato all’Aia dall’editore Levier nel 1719. Nell’opera si afferma che Dio non esiste, gli uomini hanno creduto in Lui per il loro timore superstizioso e perché così fanno credere loro i potenti che si servono della religione come instrumentum regni; l’uomo si differenzia dagli animali solo per l’uso della parola e la stessa anima si riduce a parola. Ogni comportamento dell’uomo mira al piacere e perciò l’unica regola dei rapporti sociali è quella che impone di non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Il De tribus impostoribus finalmente pubblicava quello che nessuno aveva avuto modo di leggere perché probabilmente mai scritto:

« […] E fu con gli apporti dei libertini eruditi, di Hobbes e soprattutto di Spinoza che venne lievitando l’idea centrale di quel libro: che intanto, detestato e ricercato, dichiarato esistente senza essere visto, restava come avvolto nell’alone di quella che era la sua materia: l’impostura. Quando prese corpo in stampe e non in una ma in più versioni, una in latino e una in francese, fu per opera delle correnti dell’Illuminismo radicale, decise a voltar pagina rispetto a una cultura elitaria che non riteneva il popolo capace di tollerare la verità.»

L’accentuazione del valore e dell’autonomia dell’individuo porta, soprattutto in Francia, alla diffusione di una mentalità laica, non dichiaratamente anticristiana ma indifferente nei confronti degli aspetti dogmatici della religione. Contemporaneamente si assiste alla riaffermazione del piacere, della corporeità e della libertà di pensiero. La loro origine aristocratica o altoborghese li porta ad assumere un atteggiamento di doppiezza nei confronti della politica e della religione, profondamente criticate e smascherate nei loro meccanismi psicologici e storici, ma considerate indispensabili per il controllo delle masse e della vita pubblica. Pubblicamente, infatti, si proclamano obbedienti all’autorità ecclesiastica e monarchica, mentre affidano le critiche alle conversazioni private e alla letteratura clandestina o anonima. In molti casi i libertini ritenevano che le masse dovessero restare sotto il giogo della superstizione religiosa e dell’autorità istituzionale al fine di mantenere l’ordine costituito. Nonostante ciò, volenti o nolenti, la loro attività contribuirà allo sviluppo di tematiche ateistiche e antiautoritarie in generale. La libertà dall’oppressione ideologica e la libertà di pensiero fu richiesta in primo luogo dai libertini per loro stessi e poi in maniera più astratta per il popolo. Separando la politica dalla religione il libertinismo iniziò un processo di scardinamento dell’edificio medievale liberando spazi e forze critiche notevoli, i cui risultati salienti nel corso dei secolo seguenti: si pensi anche alle influenze esercitate dai libertini sulla rivoluzione francese, sul movimento del libero pensiero, sui movimenti radicali democratici, su quelli socialisteggianti-libertari e su quelli più propriamente ateistici od agnostici.

Sul piano economico sostiene l’autonomia dell’economia dalla morale e da posizioni inizialmente mercantiliste nel corso degli anni si sposta verso concezioni via via sempre più liberiste arrivando a sostenere l’utilità del lusso.

«Frode lusso e orgoglio devono vivere, finché ne riceviamo i benefici: la fame è una piaga spaventosa, senza dubbio, ma chi digerisce e prospera senza di essa?» (B.de Mandeville, La favola delle api)

Certo un libertino agirà per soddisfare i suoi vizi ma «la sua prodigalità darà lavoro ai sarti, ai servitori, ai profumieri, ai cuochi e alle donne di vita: tutti questi a loro volta si serviranno dei fornai, dei falegnami ecc.» Dunque della rapacità e violenza del libertino se ne avvantaggerà tutta la società nel suo insieme. La sua teoria che i comportamenti viziosi generano la prosperità collettiva, ispirò numerosi autori d’economia come Adam Smith (ispiratore del liberismo) o Ayn Rand autrice dell’opera dal significativo titolo La virtù dell’egoismo. In modo più estremo il poeta libertinista Mandeville arriva a sostenere la necessità del vizio poiché la ricerca della soddisfazione egoistica del proprio interesse è la condizione prima della prosperità. In questo pensiero di Mandeville, in molti vi hanno visto una sorta di richiamo delle concezioni vichiane dell’eterogenesi dei fini – o della “mano invisibile” di Adam Smith – secondo la quale i comportamenti particolari degli individui ispirati alla ricerca individuale del piacere e quindi al vizio raggiungano poi fini del tutto diversi nel conseguimento del benessere collettivo. Coloro che invece impostano la loro esistenza secondo il virtuoso principio di accontentarsi della propria condizione, questi in effetti conducono la loro vita nella rassegnazione e nella pigrizia danneggiando la produzione industriale, causando la povertà della nazione ed ostacolando il prodigioso sviluppo che sta portando l’Inghilterra alla Rivoluzione industriale. Anche le calamità concorrono al benessere generale: il rovinoso incendio di un quartiere londinese ha provocato lutti e rovine, ma ora quelle costruzioni ridotte a macerie risorgeranno più belle di prima grazie al lavoro di schiere di carpentieri, manovali ecc. che godranno per il nuovo lavoro di una vita più confortevole. Ecco un esempio che dimostra come la somma dei benefici causati da quell’evento disastroso abbia superato la somma dei lutti. Questo vale anche per le guerre dove ad ogni distruzione segue una grande rinascita.

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Cultura (art. La cultura hippie ed il movimento sessantottino)

La cultura hippie ed il movimento sessantottino

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Musica, pace, amore e libertà. Furon queste le parole che accompagnarono la cultura giovanile nella seconda metà degli anni sessanta ed in particolare il movimento hippie. Denominati anche “Figli dei fiori”, si caratterizzarono per le vesti dai vivacissimi colori arricchiti con decori di fiori, dai capelli lunghi, dai petti nudi. Il movimento hippie era costituito prevalentemente da adolescenti e giovani adulti bianchi di età compresa tra i 15 e i 25 anni, fortemente intolleranti nei confronti delle istituzioni, delle armi nucleari e della Guerra del Vietnam. La rivoluzione hippie è travolgente e senza frontiere. Si esprime nell’uso di droghe, allucinogeni ed Lsd, nei costumi sessuali, nella cultura, nella religione. I membri di questa cultura erano spesso vegetariani ed ambientalisti, e appoggiavano con estrema convinzione la pace, l’amore, la fratellanza e la libertà personale. Intorno al 1968, gli hippie erano diventati una significativa minoranza, che rappresentava poco meno dello 0,2 % della popolazione degli Stati Uniti. La ricerca sfrenata della totale libertà era il significato insito nel loro stile di vita. Gli hippies furono di concezione pacifista; essi presero parte a cortei politici nonviolenti, come le marce per i diritti civili, le dimostrazioni contro la Guerra del Vietnam, compreso il dar fuoco alle cartoline di chiamata alla leva e le proteste alla Convenzione Nazionale Democratica del 1968. Proprio durante la convention dei democratici del 68′ Abbie Hoffman, uno dei maggiori leader non autoritari del movimento controculturale americano, organizzò una gigantesca e provocatoria contestazione a Lincoln Park, presentando il proprio candidato alle elezioni presidenziali: un maiale volante di nome Pigasus. La protesta fu repressa della polizia, Hoffman fu arrestato e processato. Egli utilizzò il processo come mezzo di protesta e di derisione al potere ed alle sue strutture organizzative: «La rivoluzione non ha un qualcosa legato all’ideologia, non ha una moda di una particolare decade. Ha un processo perpetuo insito nello spirito umano» (Abbie Hoffman)

Come Hoffman insegna, le controculture quindi non ambiscono alla conquista del potere politico, sebbene spesso abbiano implicazioni politiche, quanto piuttosto cercano di allargare il cerchio delle libertà proprie ed altrui. Col termine controcultura ci si riferisce a quei movimenti culturali, filosofici, politici e religiosi che si oppongono alla cultura dominante della società. Essendo una definizione alquanto generica, essa si presta a facili fraintendimenti, ambiguità e strumentalizzazioni, poiché potrebbero fregiarsi di questo titolo sia coloro che aspirano a creare nuovi valori di libertà, sia coloro i quali, invece, la libertà intenderebbero limitarla. I primi movimenti controculturali di cui si ha notizia sono quelli che facevano capo a diversi filosofi dell’Antica Grecia (per esempio Diogene di Sinope e Socrate) e al taoismo di Lao Tze.

«Lasciate stare i piani e i concetti prefissati e il mondo si governerà da solo. Più proibizioni gli imporrete, meno la gente sarà virtuosa. Più armi avrete e meno la gente sarà virtuosa. Più sussidi le darete, meno sarà autonoma. Quindi, il maestro dice: Abbandono la legge e la popolazione diventerà onesta.» (Tao-te-ching)

Gli hippies si espressero spesso politicamente attraverso la fuoriuscita dalla società, allo scopo di perseguire i cambiamenti cercati. Tra i movimenti politici supportati dagli hippies ci sono il movimento di ritorno alla terra degli anni Sessanta, lo sviluppo dell’impresa cooperativa, l’attenzione all’energia alternativa, il movimento per una stampa libera e l’agricoltura biologica… Tutti argomenti attualissimi nel nostro secolo di nuovo millennio. Gli ideali del rivoluzionario movimento uscirono ben presto dai confini americani e si espansero per tutto il globo, creando in quasi ogni nazione una propria versione contro culturale. Difatti esplosero agitazioni popolari, dalla Gran Bretagna all’Italia, dalla Francia alla Germania ed oltre, di studenti, movimenti giovanili, movimenti femministi, sindacati ed operai. Molto spesso, però, a differenza del movimento hippie (pacifista), le agitazioni giovanili in Europa avevano carattere di base politico estremista sia di destra che di sinistra. Di conseguenza possiamo dire con certezza che i fermenti nati e portati avanti dai giovani americani non ebbero alcuna attitudine né riconducibilità con il malessere espresso dai giovani europei. Certo vi furono somiglianze nei simbolismi: i cosiddetti “capelloni” (simbolo anticonformista di rottura), la musica (rock, beat, punk) ecc. Le prime voci di dissenso provenienti dall’America diedero il via allo sfogo represso di un intera parte di popolazione del vecchio continente che iniziò ad urlare e chiedere diritti ad una politica sorda ed a una società adulta miope.

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Sono anni ricchi di pulsioni, sensazioni e movimenti in cui suoni neri del blues si mescolano alla voglia di protagonismo delle giovani generazioni. Grazie a un nuovo protagonismo dei giovani delle periferie industriali, la musica si salda con le istanze di cambiamento sociale. San Francisco, estate 1967. Centomila ragazzi e ragazze si riversano in strada per dire che gli Stati Uniti devono cambiare e la guerra del Vietnam deve finire. La “Summer of Love” arriva mentre la guerra del Vietnam scuote l’America. È il tempo dei grandi raduni musicali. Nella storia restano scolpiti Monterey, Woodstock e Wight. Nell’agosto 1969, a Bethel (New York), ebbe luogo il Woodstock Music and Art Festival (Festival di Woodstock), che per molti rimane il miglior esempio di controcultura hippie, dedita agli alti ideali di amore e di fratellanza umana. Oltre 500.000 persone vi si recarono per ascoltare i musicisti e le band più famose del tempo, come Richie Havens, Joan Baez, Janis Joplin, The Grateful Dead, Creedence Clearwater Revival, Crosby, Stills, Nash and Young, Carlos Santana, The Who, Jefferson Airplane, e Jimi Hendrix. Nel dicembre 1969, un evento simile ebbe luogo presso l’Altamont Raceway Park, in California. Inizialmente annunciata come la “Woodstock West”, il suo nome ufficiale fu Altamont Free Concert. Circa 300.000 persone vi parteciparono per ascoltare i Rolling Stones, Crosby, Stills, Nash and Young, Jefferson Airplane e altri gruppi. Furono gli Hell’s Angels ad occuparsi della sicurezza, che però non fu molto efficiente, dal momento che il diciottenne Meredith Hunter fu pugnalato a morte durante il concerto dei Rolling Stones. Dal 1972, lo spirito che aveva generato la cultura hippie sembrava avviarsi alla conclusione. Gli eventi di Altamont avevano sconvolto molti americani, compresi quelli che si erano fortemente identificati con la cultura hippie. Tutto questo si accentuò ulteriormente quando Sharon Tate e Leno e Rosemary LaBianca vennero uccisi nell’agosto del 1969 da Charles Manson e dalla sua “famiglia” di adepti. Nonostante questo, l’atmosfera politica oppressiva derivante dal bombardamento della Cambogia e l’uso delle armi da parte della Guardia Nazionale alla Jackson State University e alla Kent State University ancora spingevano i giovani a riunirsi. Molti dei costumi hippie nei primi anni settanta erano diventati molto diffusi. Gli affollati concerti rock, iniziati con il Monterey Pop Festival del 1967 e con l’Isle of Wight Festival del 1968, erano diventati un’abitudine. Verso la metà degli anni settanta però, il movimento hippie aveva iniziato un lento declino facendo perdere interesse ai principali media. La voglia di cambiare il mondo è rimasta solo tra le buone intenzioni. Da una parte giovani devastati dall’Lsd, disillusi da un mondo che non erano riusciti a cambiare e senza punti di riferimento. Dall’altra giovani reclutati dalle grandi industrie e multinazionali; essi si vendettero a coloro che combatterono con grande fervore ed accanimento. Ad ogni modo, la cultura hippie non è mai del tutto scomparsa, dal momento che hippie e neo-hippie si possono ancora trovare nei campus dei college, nelle comuni e ai raduni musicali. Insomma, il punto più alto del movimento hippie, cioè Woodstok, corrispose con l’inizio della fine della spinta innovativa dello stesso. L’illusione di gestire i festival pop e i concerti di musica rock in maniera alternativa, “liberata”, creativa, autogestita e gratuita, basata sul mito di una “nuova comunità” spontanea non diede altro che l’illusione di una nuova società, ridotta a tre giorni di concerto e agli incassi dell’industria musicale. Successivamente ogni festival fu il surrogato di ciò che i primi festival degli anni ’60 avevano rappresentato all’interno del movement. Come risultato della progressiva dilatazione del pubblico e dell’appropriazione dei festival da parte dei media e dell’industria discografica, tesa a fornire un’immagine idilliaca e rispettabile della musica rock. Il Festival di Woodstock è stato celebrato in diversi film e documentari, fu l’apoteosi del movimento hippie, si svolse in modo festoso e pacifico. Ancora oggi, in alcune località rurali degli Usa si possono trovare piccole comunità di ormai attempati hippies che hanno portato avanti, coerentemente, gli ideali di una stagione breve ma intensa. Dopo Woodstock, le proteste e le marce pacifiche continuarono tra le crescenti repressioni da parte dell’ordine costituito. A seguito dell’uso delle armi da parte della Guardia Nazionale in un paio di università, i Quicksilver Messenger Service cantavano: “Ci fate crescere di numero se continuate a spararci”. I grandi raduni giovanili erano un momento di aggregazione e di impegno politico, la musica era un mero valore aggiunto.

Ancora oggi, reazionari e conservatori non perdono l’occasione di attaccare il movimento del sessantotto, la sua realtà e i risultati che ha prodotto, non solo enfatizzandone gli errori, ma attribuendo a quella fase storica ogni evento negativo che si è verificato successivamente. Quasi che i sessantottini fossero stati una forza di potere e non, invece, un movimento di opposizione e di contestazione globale.

In parte hanno ragione, perché anche se i giovani rivoluzionari non hanno conquistato il potere politico hanno però colonizzato gran parte delle coscienze, portando a compimento una vera e propria rivoluzione culturale, un profondo cambiamento nel vissuto e nel tessuto sociale. Combinandosi con diversi fattori e dando importanti contributi a tutte le battaglie civili degli anni Settanta, il Sessantotto ha dato un contributo significativo, per esempio, in Italia, nella conquista dello Statuto dei lavoratori, nella battaglia sul divorzio e sull’aborto, ha prodotto, come effetto indotto, la nuova legislazione sulla scuola e l’università. La diffusione giovanile del movimento ha prodotto cambiamenti radicali nel costume, dalla musica al cinema all’abbigliamento, nei rapporti sociali e interpersonali, in quelli tra padri e figli. Per non parlare del linguaggio, dei diritti del bambino e del giovane. Infine la grande attenzione per gli avvenimenti internazionali, l’apertura cosmopolita, la sensazione dell’esistenza di un pianeta giovanile con interessi sovranazionali comuni, la contemporanea esplosione di rivoluzioni e rivolte in tutto il mondo, hanno creato un clima di attesa e di speranza che ha di colpo svecchiato l’intero mondo. E’ stato, insomma, un cambiamento decisivo nella mentalità collettiva che ha assunto la forma e la sostanza di una vera rivoluzione culturale. Oggi molti giovani, potenziali simpatizzanti del movimento, che potrebbero rappresentarne un momento di continuità, hanno solo una conoscenza vaga dei suoi ideali e dei suoi obiettivi. Il risultato paradossale è che mentre gli amici non riescono a valutare l’entità e la portata di quegli anni, i nemici ne testimoniano il carattere “formidabile” onorandone la memoria con una lunga serie di accuse, alcune fondate ma, in gran parte, calunniose. Qualche responsabilità nel favorire la campagna denigratoria nei confronti di quegli anni ce l’hanno, in effetti, alcuni suoi protagonisti, quelli che si sono rapidamente riciclati nei nuovi modelli di comportamento rinnegando in modo spudorato sé stessi e gli ideali giovanili in cui hanno creduto. Si tratta di un gruppo ristretto ma molto appariscente e rumoroso, perché il sistema al quale si sono venduti li mette in prima pagina, bene in vista per tentare di dimostrare la sterilità della coerenza, l’utilità del cinismo camaleontico, la sostanziale debolezza dei valori che animarono il 1968.

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Cultura (art. Le frequenze nella musica)

Le frequenze nella musica

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[Tutto ciò che esiste, il nostro corpo compreso, si trova in uno stato di vibrazione, ogni corpo “vibra” ed emette una sua frequenza e questa si misura in Hertz. Una frequenza di 1 hertz (Hz) indica che la vibrazione si ripete una volta ogni secondo. La Terra stessa emette una frequenza sonora, un suono che in condizioni ambientali propizie (silenzio, lontananza dalle sorgenti elettromagnetiche) si può ascoltare ad orecchio nudo. W.O. Schumann l’aveva calcolata matematicamente già nel 1953, solo più tardi siamo riusciti a misurarla e come lui aveva previsto, la Terra emette una frequenza di 7,83 Hz. Il cervello emette diverse frequenze a seconda del tipo di processo in atto, passa dalle onde di tipo delta (fino a 4 Hz), tipiche del sonno o della meditazione profonda, a quelle beta (13<>30 Hz) tipiche della veglia e dell’attività normale, e oltre. Ogni organo del nostro corpo emette una sua frequenza caratteristica, e quando un organo è malato, questa frequenza si discosta dalla norma. L’uso delle frequenze sonore diviene utile se si tiene conto di un meccanismo fisico chiamato risonanza: se si mettono fianco a fianco e sulla stessa parete due pendoli, questi tendono a sincronizzarsi (C.Huygens, 1665). Anche il nostro organismo obbedisce a questa legge, per cui un organo malato può essere “aiutato” con un suono, per esempio, a ri-sintonizzarsi sulla frequenza giusta.]

Prima di immergerci nel mondo delle frequenze è necessario acquisire qualche informazione più dettagliata circa specifiche riguardanti la musica in generale, cominciando proprio dallo strumento di base che la misura: il Diapason. Il termine Diapason ha diversi significati, ma più comunemente indica uno strumento in grado di generare una nota standard che, se percosso, oscilla alla precisa frequenza di 440 herz. Frequenza, questa, che oggi viene adottata per l’accordatura standard di tutti gli strumenti musicali elettronici che vengono messi in commercio. E’ inoltre uno strumento utilizzato in medicina, per trasmettere le vibrazioni per via ossea ed effettuare in questo modo diversi esami acustici come la prova di Rinne, la prova di Weber, la prova di Schwanbach, la prova di Bonnier, la prova di Gallé e la prova di Bing. Piccoli diapason sono inoltre stati utilizzati per la generazione di frequenze fisse in alcuni sistemi di sicurezza come la circolazione dei treni sulle nostre reti ferroviarie. I greci utilizzavano il termine diapason per indicare quella che oggi è definita ottava, ovvero l’intervallo compreso tra una nota e l’altra di frequenza doppia. L’etimologia del termine deriva proprio dal greco –  dià pasòn, e significa esattamente attraverso tutte (le note). Il diapason non è altro che uno strumento scientifico.

La frequenza in base alla quale sono accordate le note musicali, non è sempre stata la stessa però. Fino al XVII secolo ogni popolo accordava i propri strumenti in modi differenti. Finché, il padre della fisica acustica, J.Sauveur non identificò un metodo matematico per determinare l’esatta intonazione delle note esprimendole in hertz e un suo collega (E. Chladni) definì e di fatto fissò che la scala musicale ufficiale si accordasse per tutti su un LA di 432 Hz; essa sarà poi portata a 440 Hz. A proposito di Ernst Chladni; è fondamentale dire che egli scoprì come è possibile “vedere” il suono di un tamburo. Ponendo della sabbia sulla superficie del tamburo e facendone vibrare la pelle, Chladni era in grado di produrre una straordinaria gamma di forme nella sabbia, piene di simmetria. Queste forme assomigliano alle lunghezze d’onda delle diverse armoniche di una corda di violino. Chladni, vissuto nello stesso periodo di Mozart, scoprì che il tamburo ha proprie versioni di armoniche. Difatti, al posto delle vibrazioni di una corda monodimensionale, si ottengono delle stupefacenti forme bidimensionali che appaiono sulla superficie del tamburo. Ognuna di queste forme si ottiene attraverso un procedimento simile a quello di porre il dito su diversi punti della corda del violino. È la combinazione di tutti questi diversi schemi e delle loro corrispondenti frequenze che genera il suono caratteristico di ogni tamburo. Le sue dimostrazioni riscuotevano un così grande successo che Chladni fece il giro delle corti europee esibendo la simmetria nascosta nei suoni di diversi strumenti musicali. Napoleone fu particolarmente colpito dallo spettacolo ambulante di Chladni e lo ricompensò elargendogli la considerevole somma di 6000 franchi.”

Torniamo a noi, ed alla frequenza di 432 hz, poi portata dai governi a cicli differenti da essa.

Nel 1884 Giuseppe Verdi ottenne da una commissione musicale del Governo di quel tempo un decreto legge che normalizzava il diapason ad un LA di 432 oscillazioni al secondo. Questo decreto è ancora esposto al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. In una lettera spedita dallo stesso Verdi a suddetta commissione si può leggere: “Fin da quando venne adottato in Francia il diapason normale (che allora si attestava a 435 Hz), io consigliai venisse seguito l’esempio anche da noi; e domandai formalmente alle orchestre di diverse città d’Italia, fra le altre quella della Scala, di abbassare il corista (diapason) uniformandosi al normale francese. Se la Commissione musicale istituita dal nostro Governo crede, per esigenze matematiche, di ridurre le 435 vibrazioni del corista francese in 432, la differenza è così piccola, quasi impercettibile all’orecchio, ch’io aderisco di buon grado. Sarebbe grave, gravissimo errore, adottare come viene da Roma proposto un diapason di 450 vibrazioni. Sono d’opinione che l’abbassamento del corista non toglie nulla alla sonorità ed al brio dell’esecuzione; ma dà al contrario qualche cosa di più nobile, di più pieno e maestoso che non potrebbero dare gli strilli di un corista troppo acuto. Per parte mia vorrei che un solo corista venisse adottato in tutto il mondo musicale. La lingua musicale è universale: perché dunque la nota che ha nome LA a Parigi o a Milano dovrebbe diventare un SI bemolle a Roma?”

Il “diapason normale” (LA a 435 Hz) a cui si riferisce Verdi è quello conservato al Museo del Conservatorio Nazionale di Parigi, mentre il cosiddetto “diapason scientifico”, a cui si riferisce il decreto che fu approvato all’unanimità al congresso dei musicisti italiani del 1881, è quello proposto dai fisici Sauveur, Meerens, Savart, e dagli scienziati italiani Montanelli e Grassi Landi ed era calcolato su un DO centrale di 256 cicli al secondo. E’ importante sottolineare che la corsa all’acuto iniziò invece con l’adozione unilaterale di un LA più alto (440 Hz) da parte delle bande militari russe ed austriache ai tempi di Wagner. Tale diapason fu accettato per convenzione a Londra nel 1939 pur non adducendo ad alcuna giustificazione scientifica, o basata sulle leggi che governano l’Universo. Da questo breve stralcio di eventi, si può subito notare come si sia cercato deliberatamente di alterare le frequenze, portando così ad una forzata incrinatura nelle armonie musicali.

La scienza oggi ci dice che nell’Universo tutto è energia in vibrazione. Il ritmo vibratorio di un oggetto, compreso il corpo umano, si chiama risonanza e un suono è “la vibrazione di un corpo elastico che si trasmette all’elemento circostante (aria) e si propaga attraverso condensazioni e rarefazioni molecolari periodiche a onda, vibrando per simpatia non solo con gli strumenti della stessa nota, ma anche con multipli e sottomultipli della sua frequenza.”

Tra i personaggi che studiarono gli effetti di tali frequenze sulle armonie possiamo citare Graham H. Jackson, musicista ed insegnante, formatosi alla pedagogia Waldorf fondata da Rudolf Steiner, il quale ha speso la maggior parte della sua vita alla ricerca delle basi spirituali dell’armonia. Difatti nel suo libro “The Spiritual Basis of Musical Harmony”, Graham racconta la vita e le esperienze di Maria Renold. Maria era impegnata in una ricerca e sperimentazione basata sullo studio delle differenti accordature e dei relativi effetti oggettivi riscontrati sul pubblico, prima della sua recente scomparsa, avvenuta nel 2003. Lei stessa rivela nel suo libro “Intervals, Scales, Tones and the Concert Pitc c=128 Hz”(Temple Lodge Publishing 2004) tutte le matematiche che hanno davvero rilevanza nel processo d’accordatura a 432 Hz. La cosa interessante è la menzione di un certo Heinrich Schreiber, o Henricus Grammateus, un matematico austriaco che a quanto pare impostò a orecchio questa intonazione già nel 1518, senza l’apparente realizzazione di ciò che aveva ottenuto: un vero e proprio sistema d’intonazione definito dalla Renold di “dodici quinte reali”. Il musicista racconta che quando il suo pianoforte era intonato a 432 Hz, gli astanti osservavano non solo un incremento della ricchezza del timbro e qualità del tono, ma che quest’ultimo sembrava provenire da alcuni punti imprecisati al centro della stanza, piuttosto che dal pianoforte stesso. Si fa così riferimento al famoso “libero tono eterico”, spesso citato da Rudolf Steiner. Una sorta di armonica addizionale che opera in risonanza con lo strumento. Altri interessanti spunti provengono dalla vita e dalle esperienze di Maria Renold. La sua preziosa ricerca ha rilevato che attraverso la normale intonazione standard basata su un LA a 440 Hz, gli ascoltatori presenti nella stanza cominciavano ad assumere comportamenti polemici e antisociali. Quando invece l’intonazione del medesimo strumento veniva eseguita 432 Hz, le stesse persone, nuovamente invitate ad ascoltare il medesimo concerto, rimanevano questa volta piacevolmente colpiti ed entusiasti. Per oltre vent’anni la Renold ha avuto modo di constatare queste evidenze, intervistando e testando più di duemila persone, e oltre il 90% preferiva a priori il tono più basso, formato da una normale scala equo-temporale basata su un DO a 256 Hz e un LA a 432 Hz. Altro personaggio che si è proposto per intuizioni e ricerche in merito è Ananda Bosman ‘scienziato visionario’ Co-fondatore con Sir George Travelyan e Nigel Blair MA della Schools Universities Network (SUN), in Inghilterra, e cofondatore di ATON – Institute for Alternative Technology, Orthogeometry, and Neurocybernetics. Grazie a lui, i musicisti elettronici di tutto il mondo si stanno scambiando tutte le informazioni necessarie che uniscono la teoria musicale dei Frattali con il tuning a 432 Hz, per cominciare a comporre la loro musica in modo coerente e in armonia con: il cuore umano (battiti cardiaci), la doppia elica del DNA (frequenza di replicazione), l’intuizione della sincronizzazione bi-emisferica del cervello, la frequenza fondamentale della risonanza di Schumann, la geometria musicale della ‘creazione’; calcolati utilizzando i ritmi geometrici temporali di: 36 BPM (battiti al minuto), 54 BPM, 72 BPM, 108 BPM, 144 BPM. Le leggi di Keplero, indicano che l’arrangiamento planetario del nostro sistema solare segue la scala di sintonia DO a 256 Hz, e questi ultimi sono persino un’ottava all’interno del Frattale Triangolare di Sierpinski, che è il modello ‘casuale’ auto organizzato utilizzato come griglia di tutte le molecole di gas contenute in una mole d’aria (1000 reazioni molecolari), permettendo così al fenomeno della risonanza armonica del suono di emergere, e alla coerenza dell’informazione musicale di risuonare in simmetria. Ciò è dovuto alla natura stessa della cascata d’intonazione DO=256, che segue la perfetta spirale aurea della musica come il vero ed equo sistema universale temperante (il sentiero della la superconduttività, che è resistenza elettrica zero). Tale spirale musicale (PHI aureo) abilita la cascata tra le rispettive somme di ottave di ogni rispettiva scala (8,16,32,64) incorporate in un modello olografico all’interno del microcosmo ricorsivo del DO=256. In altre parole, un’amplificazione elettronica, o una registrazione che è stata amplificata ed accuratamente intonata e composta a 432 Hz, è olograficamente completa in ogni scala. In termini ancora più specifici, ogni livello del brano musicale, inclusa la porzione tra gli intervalli elettronici (persino più evidenti nelle registrazioni su CD) incarna il rapporto dell’intera miriade di informazioni olografiche delle 12 ottave della spirale aurea, includendo in questo “tutto” gli iper-toni, i toni bassi, gli infrasuoni e gli ultrasuoni, attraverso ogni rispettiva ottava delle forze che governano l’Universo. Nella proporzione aurea, la scala cambia per seguire il passo armonico, ma il rapporto rimane sempre il medesimo. Ciò significa che non c’è perdita di informazioni nella cascata dei dati per ciascuna scala. Altre affascinanti teorie prendono vita attorno a questo metodo compositivo, dove gli 8 Hz diventano una componente fondamentale e ricorrente (8 x 54 = 432). Come sappiamo la risonanza del nostro pianeta “batte” a circa 8 cicli al secondo (Risonanza di Schumann) e non si può fare a meno di notare che per mezzo dell’accordatura a 432, all’interno di questa scala gli 8 cicli diventano il 27° sopratono (DO). 8 Hz è la frequenza su cui opera la molecola del DMT, una sostanza allucinogena prodotta dalla nostra ghiandola pineale; 8 Hz sono la frequenza di replicazione del DNA umano e 8 Hz sono anche il ritmo delle onde ALFA del cervello nella quale i nostri “processori paralleli”, o bi-emisferi cerebrali, sono sincronizzati per lavorare insieme. Bosman ci introduce alla possibilità che la neocorteccia, per il 90% “non assegnata”, viene risvegliata in questa sincronizzazione. Le onde di consapevolezza “ordinarie” variano da 14 a 40 Hz. In questo range operano solamente alcune cellule del cervello che utilizzano prevalentemente l’emisfero sinistro come centro di attività, dove il flusso di informazioni è miliardi di volte più debole. In altri termini, a 8 Hz ognuno di noi potrebbe operare esattamente come un super-computer.

Altro personaggio che si è interessato alle frequenze ed in particolare alla vibrazione del suono è Fabien Mamam.

Egli ha condotto i suoi studi con l’aiuto della biologa Helene Grimal (dell’Università di Gussea) presso l’Università di Jussieu di Parigi. Dimostrò l’impatto del suono acustico su cellule umane e sul loro campo energetico. Scoprì che tramite una serie di suoni acustici, le cellule di cancro esplodono e le cellule sane vengono energizzate e potenziate. Usando una camera Kirlian, Fabien Maman fu in grado di documentare quanto accade ai campi energetici delle cellule umane sane quando esposte ad una scala cromatica di frequenze sonore. Scoprì che il colore e la forma di ogni cellula ed il suo sottile campo energetico cambiava in accordo con il tono ed il timbro di ogni nota musicale. Maman dice: “C’è una relazione matematica fra la frequenza del colore e la frequenza del suono”. Trovò insomma “l’affinità vibratoria” tra cellula e nota. Maman concluse che questa era la “nota fondamentale” della cellula, e che se la persona vi era “accordata”, poteva essere raggiunta l’armonia fra le cellule, il campo energetico della persona ed il mondo esterno. Egli crede che tutta la vibrazione abbia inizio nei nostri sottili campi energetici. Ogni secondo, riceviamo messaggi dalle stelle, dai pianeti, dai colori dell’arcobaleno, dalla natura, dall’energia umana e dalle cellule stesse, sotto forma di frequenze. L’orecchio ha una fascia di percezione uditiva di 240 – 1.500 hertz circa e le frequenze emesse dalle cellule sono così alte che vibrano 72 volte più veloci di quanto l’orecchio può udire. Poco tempo dopo questa ricerca, Maman incontrò il fisico francese Joel Sternheimer, che scoprì la frequenza vibratoria delle particelle elementari. Sternheimer stava trasponendo certe strutture molecolari in schemi musicali, creando “la musica delle molecole”. Come nella ricerca cellulare di Maman, Sternheimer trovò che se c’era un problema in una struttura organica, le molecole di questa struttura non vibrano, ma se sentono lo schema delle note riconosciuto come la loro tonalità, incominciano nuovamente a vibrare.

Ed ancora potrebbe esser citato Serghej Astashko. Pare che all’accademia militare di Kirov (Russia) il prof. Serghej Astashko faccia da anni esperimenti con le frequenze sonore per migliorare l’adattamento e ridurre lo stress delle reclute. I suoi studi si basano su frequenze binaurali, che sono delle frequenze “fantasma” create dal cervello. Quando, per esempio, l’orecchio destro ascolta una frequenza di 257 hz e quello sinistro una di 250 hz, il cervello sente anche una terza frequenza, che è quella risultante della differenza tra le due altre frequenze, di 7 hz. Le reclute che ascoltano per 15 minuti queste frequenze binaurali, mostrano una capacità di adattamento migliore e una maggiore tolleranza a stanchezza acuta e cronica. La frequenza di 528 hz è di interesse speciale per la scienza medica, visto che ha dimostrato la capacità di riparare il DNA ed è l’esatta frequenza usata dai ricercatori di genetica e di biochimica per rigenerare il DNA frammentato. Viene chiamata la nota “miracolo“, il famoso ricercatore medico Dr. L.G. Horowitz la descrive cosí: “528 cicli al secondo è letteralmente la frequenza creativa di base della natura. È amore”

La musica può avere effetti curativi e contenere frequenze benefiche specifiche, ma in alcuni casi e per avere effetti più mirati, può essere indicato l’utilizzo di suoni più precisi. Frequenze che possono essere efficaci per tutte le persone. E’ il caso del CD Frequencies of Life, che non contiene musica ma solo specifiche frequenze. I suoni contenuti in questo CD, o in altri simili ad esso, sono utili per rilassarsi e riequilibrare le frequenze derivanti da situazioni di stress, e possono essere utilizzati per meditare, oppure ascoltati addormentandosi durante la notte. Occorre avere la consapevolezza che queste frequenze benefiche sono generiche e che dovrebbero andare bene per tutti, ma siccome ognuno di noi è diverso, e i parametri in gioco quando si parla di effetti curativi sono sempre molti, il consiglio è di farne un utilizzo attento, a basso volume e senza esagerare. Così come l’aspirina non fa bene a tutti, bisogna sempre avere moderazione in tutti gli approcci curativi con i suoni e la musica. Le frequenze utilizzate in questo CD sono: 396 HZ – libera dal senso di colpa ed ansia, 417 HZ – Produce un cambiamento e lascia andare il passato, 528 HZ – Ripara ed armonizza DNA, 639 HZ – Apertura e connessione nei rapporti umani, 741 HZ – Stimola il risveglio interiore, 852 HZ – Ritorno all’ordine spirituale. La scelta di queste frequenze deriva dalla numerologia, come suggeriva anche Nikola Tesla, per la presenza massiva nell’Universo dei numeri 3, 6 e 9, quindi multipli di 3 (numero mistico per eccellenza). Se provate a sommare le cifre delle frequenze vedrete che sono tutte multiple di tre (es. 528= 5 + 2 + 8 = 1 + 5= 6). Inoltre 528 Hz è anche chiamata “frequenza Miracolo”, in quanto basata anche sulla matematica dell’otto, considerando questo numero fondamentale per l’uomo, perché contenuto nel DNA e vicino alla frequenza di Schumann. La proporzione aurea, descritta da Leonardo da Vinci nel suo Codice e nell’Uomo Vitruviano, è alla base della scelta di queste frequenze benefiche come anche delle proporzioni umane, in particolare nella conformazione del padiglione auricolare. Lo studio della Cimatica ha portato alla scoperta di come il suono può influenzare la materia, creando disposizioni geometriche regolari di materiali inerti, o persino nella cristallizzazione dell’acqua, come scoperto da Masaru Emoto e dall’I.H.M Research Institute giapponese.

L’utilizzo della musicoterapia oggi è molto utilizzata per scopi curativi psicologici e fisici. In uno studio del 1998, il Dr. Glen Rein nel laboratorio di ricerca di biologia quantistica di New York, sperimentò gli effetti di 4 stili di musica sul DNA in vitro. Ebbene, osservò che mentre la musica classica e quella rock non promuovevano variazioni notevoli, i canti Gregoriani e Sanscriti aumentavano decisamente la capacità del DNA di assorbire i raggi UV. Le campane tibetane sono un altro esempio di strumento antichissimo (VII sec.) che anche ai giorni nostri viene utilizzato per massaggi sonori terapeutici.  

Sappiamo che la musica aiuta a strutturare il pensiero ed il lavoro delle persone nell’apprendimento delle abilità linguistiche, matematiche e spaziali; soprattutto l’intelligenza musicale influisce sullo sviluppo emotivo, spirituale e culturale più di altre intelligenze. Meno risaputo è che la musica possa influenzare l’organismo modificando lo stato emotivo, fisico e mentale: tale fenomeno viene denominato “effetto Mozart”. Lo ‘effetto Mozart’ riesce ad agire essenzialmente come tecnica psicologica nella modificazione di problemi emotivi e può modificare le varie patologie di cui è affetto l’essere umano: è un’eccellente tecnica di comunicazione ma anche un aiuto ad altre tecniche terapeutiche. Uno dei maggiori studiosi del suono dal punto di vista medico, Alfred Tomatis, dichiara che “Mozart è un’ottima madre, provoca il maggior effetto curativo sul corpo umano”. L’organo dell’udito non presiede soltanto la facoltà di udire, ma anche la capacità di ascoltare; sappiamo che non occorre sentire per ascoltare, infatti parecchi musicisti famosi, del passato, erano sordi e, anche se non erano in grado di sentire con le orecchie, potevano percepire codici e schemi ritmici grazie a vibrazioni che percepivano con le mani e altre parti del corpo. Un esempio di questo, c’è la dà lo stesso Mozart. Ecco l’aneddoto, del 1769, che l’ho riguarda:

[…Durante la Settimana Santa, le funzioni mattutine alla Cappella Sistina si chiudevano con l’esecuzione del Miserere di Gregorio Allegri. Scritto originariamente per papa Urbano VIII, il pezzo veniva cantato mentre 27 candele venivano progressivamente spente per lasciarne accesa soltanto una. Mentre i cantori castrati si libravano nei loro acuti, il papa cadeva in ginocchio di fronte all’altare, concludendo con drammaticità la funzione. Il papa amava questo brano musicale a tal punto che decise di riservarlo per il solo uso del Vaticano. Un decreto papale proibì quindi l’esecuzione del Miserere in qualunque altra occasione che non fosse durante la Settimana Santa nella Cappella Sistina. Nessun manoscritto poteva lasciare il Vaticano e, qualora qualcuno avesse cercato di trascriverlo, sarebbe incorso nella scomunica. Nel dicembre 1769, il quattordicenne Mozart partì per un giro dell’Europa assieme a suo padre. Uno dei momenti più importanti del viaggio fu la partecipazione alle funzioni mattutine della Settimana Santa in Vaticano per ascoltare il Miserere, l’unica occasione offerta nel corso dell’anno per poter ascoltare questo splendido brano. Il ragazzo rimase talmente impressionato dall’esecuzione che quella sera, una volta tornato nel suo alloggio, si mise a sedere e scrisse di getto, a memoria, l’intera trascrizione del pezzo, lungo 12 minuti. Pur rischiando la scomunica, tornò quindi furtivamente alla funzione del Venerdì Santo per sentirlo un’altra volta e controllare l’accuratezza del proprio manoscritto. Inutile dire che furono necessarie solo poche correzioni secondarie. L’aver trascritto pressoché correttamente l’intero pezzo non fu tanto un merito della sua memoria, quanto piuttosto una conseguenza della straordinaria abilità di Mozart nell’afferrare la struttura logica della composizione. Gli schemi e la simmetria che attraversano l’opera da un capo all’altro permisero infatti a Mozart di cogliere, forse nel suo subconscio, un algoritmo che lo mise in grado di strutturare il pezzo corale in 9 parti. È quasi impossibile ricordare una sequenza casuale di numeri come 9 9 3 75 1 0 5 8 2 0 9 7 4 9 4 4 5 9 2, ma non una sequenza come 1 2 3 4 5 5 4 3 2 1 1 2 3 4 5 5 4 3 2 1. Quest’ultima ha infatti una simmetria che permette al nostro cervello di memorizzare i 20 numeri utilizzando un programma, e ciò richiede uno sforzo cerebrale molto meno intenso che dover semplicemente ricordare a memoria una serie di numeri casuali. Questo stesso principio sta alla base della prodigiosa memoria musicale di Mozart: anziché per le sequenze numeriche, il genio di Salisburgo aveva un’accentuata sensibilità per gli schemi musicali…]

Sviluppare un ascolto corretto è il segreto per accedere all’‘effetto Mozart’. L’effetto Mozart è in grado di far risaltare, migliorando, le abilità cognitive dell’individuo, attraverso lo sviluppo del ragionamento spazio-temporale. Dobbiamo prendere atto che, a prescindere dai gusti, la musica di Mozart rilassa, migliora la percezione spaziale e permette di esprimersi più chiaramente, comunicando sia col cuore che con la mente; inoltre le aree creative del cervello vengono stimolate dalla melodia e dal ritmo del grande compositore. Attraverso la musica mozartiana si può aiutare a sviluppare, a compensare, a restituire carenze dovute a danni: le parti indenni del cervello hanno riserve dalle quali l’organismo può ricavare questi elementi sostitutivi. Possiamo in questo caso rammentare l’esperimento effettuato, nel 1993, da Gordon Shaw e Frances Rauscher, pubblicato sulla rivista scientifica ‘ Nature’ che ha permesso ai due studiosi di ‘salire alla ribalta’ della ricerca e della sperimentazione: 84 studenti appartenenti ad un collegio parteciparono ad una delle tre condizioni per la durata di 10 minuti; il primo gruppo ascoltò la <<Sonata per due pianoforti in DO maggiore>> di Mozart, il secondo gruppo ascoltò una cassetta di musica rilassante, il terzo gruppo non ascoltò musica (silenzio). Questi giovani partecipanti all’esperimento completarono poi una prova di ragionamento spaziale tratta dal test di intelligenza <<Stanford-Binet>>. I risultati indicarono che gli studenti che avevano ascoltato il pezzo di Mozart ,avevano ottenuto risultati di 8/9 punti più alti di quelli che nelle altre due condizioni. Tale effetto aveva, però, una durata di soli 10, 15 minuti. L’esito di tale esperimento è stato visto come un ulteriore passo avanti per l’affermazione dell’effetto Mozart, come causa determinante nei processi di apprendimento. Il potere della musica di Mozart è stato, quindi, evidenziato grazie a ricerche innovative, le quali hanno portato alla conclusione che il rapporto tra musica e il ragionamento spaziale (secondo il pedagogista Howard Gardner sia la musica che il ragionamento si trovano in relazione) è così forte che il semplice ascolto della musica mozartiana può fare la differenza: potremmo paragonare tale effetto “ad una stele di Rosetta” per il codice o linguaggio interno delle funzioni cerebrali più alte. Proprio l’insieme delle opere del grande compositore sarebbe diventata la ‘pietra filosofale’ – la chiave universale – per attingere ai poteri curativi e stimolanti di musica e suono. Si può ipotizzare che l’ascolto della musica mozartiana sia in grado di ‘organizzare’ i circuiti neuronali di alimentazione nella corteccia cerebrale, soprattutto rafforzando i processi creativi dell’emisfero destro associati al ragionamento spazio-temporale.

Ma perché proprio la musica di Mozart risulta essere la più adatta?

Come è stato dimostrato dagli studiosi dell’Università di Irvine certa musica può apportare miglioramenti alla capacità del cervello di percepire il mondo fisico, formare immagini mentali e accorgersi dei cambiamenti negli oggetti. In altre parole, la musica può influire sul modo in cui si percepisce lo spazio intorno a noi. Gordon Shaw spiegò di aver scelto tale musica per i loro esperimenti, perché il grande musicista componeva in giovane età e sfruttava il repertorio inerente i modelli di fissazione spazio-temporale nella corteccia (ndr. di conseguenza la musica di Mozart è ricca di alte frequenze). “I suoni ad alta frequenza danno energia al cervello, mentre i suoni a bassa frequenza gli sottraggono energia, lo depauperano. L’energia cerebrale è direttamente collegata all’intelligenza. Uno studio a questo proposito ha evidenziato che ascoltare Mozart per solo dieci minuti può far aumentare temporaneamente il quoziente di intelligenza (QI) di nove punti. Nella zona dei suoni ad alta frequenza della coclea, le cellule sensoriali sono più numerose di quelle della zona dei suoni a basse frequenze. E’ stato notato che quando il cervello viene ben caricato di potenziale elettrico dai suoni ad alta frequenza, si ha un netto potenziamento della capacità di apprendere, concentrarsi, risolvere un problema, organizzarsi e lavorare per lunghi periodi di tempo senza accusare stanchezza”. Le sonorità con le proprie frequenze costituiscono l’espressione più pura della congruenza matematica dell’Universo Intelligente, che vuole esprimere sé stesso e la voglia di comunicarci parte della sua natura.

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Cultura (art. L’ipnosi regressiva od evocativa)

L’ipnosi regressiva od evocativa

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[Il tempo conosciuto vien scandito in modalità crescente e di avanzamento verso il nebuloso futuro. Concetti come vecchiaia od evoluzione sono specchietti di sazietà per cercar di concepire ciò che sarà o potrebbe essere nel raggiungimento dell’assolutismo. Ma, inversamente, esso può o potrà mai far ritornar l’uomo, materialmente, nel li era o nel li fu? Nell’era compiuta fu possibile viaggiar concretamente attraverso il tempo, solo sul piano di coscienza, grazie agli studi metodici e di tecniche sperimentali nei rami psicologici e metafisici…] (Freddy – Mente e passato – La fine dell’inizio)

Quando ti abbandoni piacevolmente e curiosamente ad un sogno ad occhi aperti, tanto profondamente da dissociarti dalla realtà circostante e da diventare totalmente assorbito nel tuo modo interno, sei in uno stato speciale di consapevolezza che è chiamato ipnosi. L’ipnosi, non è altro che uno stato psicofisico simile al sonno, provocato artificialmente. Il termine deriva dal greco “hypnos”, sonno, e fu introdotto dal medico inglese James Braid (1785-1860) che diede un’interpretazione fisiologica al fenomeno studiato nella prima metà del XIX secolo. Prima di questo periodo tutti i fenomeni che oggi possono essere fatti rientrare in specifiche potenzialità dell’immaginazione erano considerati isolatamente come manifestazioni divine o diaboliche, oppure il risultato di pratiche magiche. Gli esperti che si occupano di ipnosi hanno il compito di accompagnare questo stato di trance mantenendo sempre presente la coscienza critica in modo da non aver alcuna problematica durante il reintegro verso la coscienza presente. Il termine ipnosi vien sempre accompagnato da “regressiva od evocativa” per indicare il ritorno a stadi precedenti dello sviluppo psichico e di conseguenza all’emersione di aree e problematiche sommerse oppure occultate dalla mente.

Gli sviluppi successivi di interpretazione dell’ipnosi si devono ai lavori di Ambroise-Auguste Liébeault (1823-1904), un medico di Nancy, e di Hippolyte Bernheim (1837-1919), famoso neurologo parigino. Insieme fondarono la Scuola di Nancy. La scuola di Nancy si trovò a dover opporre studi e teorie sull’ipnosi alla scuola di Jean-Martin Charcot (1825-1893) che operava all’Ospedale della Salpêtrière di Parigi. Mentre per la scuola di Nancy l’ipnosi era un fenomeno psicologico normale e tutti i suoi fenomeni potevano essere spiegati con la suggestione, Jean-Martin Charcot considerava l’ipnosi un fenomeno patologico, una nevrosi isterica artificiale. Di ipnosi si occupò anche Sigmund Freud (1856-1939), ma la transitorietà dei risultati terapeutici, la laboriosità dei procedimenti ipnotici, la limitazione delle applicazioni terapeutiche e, forse non ultima, l’individuazione da parte sua di “un misterioso elemento” di natura sessuale, spinsero Freud ad abbandonare l’ipnosi e a creare un nuovo metodo: la psicoanalisi. La vera esplosione e lo studio dell’arte ipnotica avvenne durante tutto il periodo che attraversarono le due guerre mondiali; sia dagli scienziati e medici tedeschi, sia da quelli americani. Nel 1949 venne fondata negli USA la Society for Clinical and Experimental Hypnosis che divenne Società internazionale nel 1959. Nel 1957 venne fondata una seconda associazione, l’American Society of Clinical Hypnosis. In particolare nel 1958 l’American Medical Association riconobbe l’ipnosi come metodo legittimo di cura in medicina e in odontoiatria. Successivamente nel 1969 l’American Psychological Association creò una sezione di psicologi che si interessavano prevalentemente di ipnosi. L’ipnosi, però, intesa come potenzialità della mente umana pare essere impiegata fin dall’antichità; Charles Arthur Musès (1972) scrive di aver trovato un’antica registrazione di una seduta ipnotica nella incisione di una stele egizia risalente al regno di Ramesse XI della XX dinastia egizia, circa 3.000 anni fa.

Sono diverse le potenzialità dell’ipnosi documentate scientificamente. Il soggetto in ipnosi può modificare la percezione del mondo esterno; può percepire stimoli che in realtà non ci sono e non percepire quelli che sono presenti; può distorcere percezioni di stimoli effettivamente esistenti creando illusioni. In ipnosi è possibile modificare il vissuto sensoriale; il vissuto di schema corporeo e in particolare è possibile un controllo del dolore. Il soggetto in ipnosi può orientare con facilità la propria introspezione nei diversi settori del suo organismo, può ampliare o ridurre le sensazioni che provengono dall’interno del suo corpo, può alterare i parametri fisiologici avvertibili come il battito cardiaco, il ritmo respiratorio o la temperatura cutanea. Viene sempre più utilizzata anche e con buoni risultati nel controllo delle emozioni (disturbi d’ansia, attacchi di panico, rabbie, tristezze) e delle dipendenze (alcol, fumo, droghe), attraverso le varie forme di psicoterapia e ipnositerapia. È impiegata in ostetricia nella preparazione e nella conduzione del parto, in odontoiatria nelle varie fobie da studio dentistico e come analgesico, in dermatologia nelle diverse forme di malattie psicosomatiche, e negli ultimi anni anche in oncologia come strumento del sostegno psicologico, impiegata come tecnica di rilassamento, e nella eliminazione degli effetti collaterali alle diverse terapie quali la nausea, il vomito, l’eccessiva stanchezza e ovviamente nella gestione delle diverse emozioni negative. In questa speciale condizione sia psicologica sia neuro-fisiologica, la persona funziona in un modo speciale, un modo in cui la persona può pensare, agire, e comportarsi come nel normale stato di coscienza o anzi anche meglio, grazie all’intensità della sua attenzione e alla forte riduzione delle distrazioni. In questa situazione focalizzata, la persona che sta funzionando ipnoticamente non solo mantiene la capacità di usare la volontà o la ragione, ma dimostra anche di essere meno manipolabile, al punto che non è in alcun modo possibile costringerla ad agire contro il suo volere. Anzi, gli stessi fallimenti dell’ipnositerapia dimostrano che a volte è difficile persino raggiungere gli obiettivi che pure si desiderano fortemente. La sola relazione ipnotica utile tra ipnotista e soggetto ipnotico è quindi quella basata su una profonda e sincera collaborazione al fine di raggiungere gli obiettivi personali dell’interessato. Parallelamente all’ipnosi possiamo trovare l’autoipnosi. L’autoipnosi è la realizzazione dello stato ipnotico su se stessi. In ambito clinico l’ipnotista impartisce al paziente delle istruzioni particolari affinché apprenda a entrare autonomamente nello stato ipnotico. All’inizio dell’apprendimento, per agevolare la realizzazione della trance, possono essere utili delle audiocassette con la voce registrata del terapeuta. Con l’allenamento e l’esperienza migliora sempre più l’abilità del soggetto a realizzare l’ipnosi.

L’uso delle tecniche ipnotiche in diversi campi ha prodotto numerose attività diversamente definite; tra esse:

  • Ipnosipedia: l’impiego dell’ipnosi nell’apprendimento. Il suo impiego è finalizzato ad aumentare la concentrazione, a realizzazione monoideismi che esaltino le capacità intellettuali e, attraverso suggerimenti post-ipnotici, è possibile rafforzare la personalità ed aumentare la motivazione allo studio.
  • Ipnosi per lo sport: riguarda tecniche utilizzate per la preparazione psicologica degli atleti in diverse discipline sportive.
    I risultati che si possono ottenere con l’impiego dell’ipnosi con gli atleti sono:
    1) il raggiungimento di rilassamento sia muscolare che mentale, il che favorisce il controllo del tono muscolare e dello stato emotivo,
    2) il controllo dell’ansia pre-agonistica,
    3) il recupero della fatica fisica e mentale.
  • Ipnosi per scopi militari.
  • Ipnosi nei programmi spaziali.
  • Ipnosi da palcoscenico.
  • Ipnosi per lo studio di fenomeni paranormali.
  • Ipnosi “illegale”, applicazioni extracliniche per finalità illecite, solitamente truffaldine. 
  • Ipnosi di massa con attività visive o di comando, pubblicitarie, finalizzate all’acquisto di prodotti di consumo

Fra i pregiudizi diffusi sull’ipnosi (da cui derivano le riserve di alcuni pazienti) vi è quello secondo cui essa consentirebbe il controllo della mente e la perdita di coscienza. Questa idea, che corrisponde all’immagine dell’ipnosi riportata più frequentemente nella narrativa, nel cinema e soprattutto in televisione, è fuorviante. Più corretto è dire che l’ipnosi fa vivere al soggetto un’esperienza di trance, senza tuttavia modificarne la personalità (e quindi, per esempio, la volontà o i principi morali). Altri pregiudizi arrivano dalla scienza, che non potendo misurare gli effetti dell’ipnosi su larga scala non ne riconosce l’efficacia. Ne consegue che L’ipnosi regressiva è una metodologia non scientifica utilizzata da alcuni psicoterapeuti che, secondo i suoi sostenitori, sarebbe in grado di fare affiorare durante la trance, ricordi rimossi di eventi traumatici che influenzerebbero la vita presente di un soggetto provocando pertanto in lui problemi di ordine psicologico. Secondo tale ipotesi il termine “regressiva” indicherebbe proprio l’intenzione di stimolare nel soggetto in trance la capacità di ricordare esperienze rimosse dal conscio facendo, per l’appunto, “regredire” lo stesso soggetto nello stato ipnotico capace di indurlo a recuperare suoi ricordi rimossi di eventi passati e, grazie a questo recupero, di eliminare i suoi problemi psicologici conseguentemente. L’ipnosi regressiva è considerata dalla maggior parte dei medici e più in generale dalla comunità scientifica una procedura metodologica pseudoscientifica che crea dei falsi ricordi: la fonte dei ricordi, presentati come frutto di vite passate, è costituita da racconti creati dal subconscio sotto l’influenza delle informazioni e dei suggerimenti forniti dal terapeuta. Altri soggetti si spingono a ritenere l’ipnosi in grado di far retrocedere i ricordi a tempi antecedenti alla vita attuale, postulando perciò forme di “resurrezione” pisco-spirituale. Di conseguenza, la liberazione e la rielaborazione dei contenuti emozionali favorirebbero il riequilibrio psicologico del soggetto. i praticanti della disciplina quali Raymond Moody, Brian Weiss, Ian Stevenson, Angelo Bona che nella loro pratica clinica affermano di avere riscontrato, durante le regressioni ipnotiche, l’emersione di contenuti riferibili a presunte vite precedenti.

Le più antiche pratiche di regressione a vite precedenti compaiono nelle Upaniṣad, risalenti al 900 a.C. Patanjali, vissuto probabilmente tra il IX e il IV secolo a.C. e ritenuto il maggior esponente del Raja Yoga, negli Yogasutra definisce la regressione pratiprasavah (riassorbimento, nascita a ritroso). Secondo la scuola di pensiero a lui ispirata la regressione a vite precedenti sarebbe in grado di eliminare il Karma accumulato nei samskara (impressioni coscienziali) durante esistenze precedenti. Il Karma accumulato nei samskara obbligano il corpo etereo a reincarnarsi.

Il dottor Angelo Bona, il dott. Angelo Bona, presidente dell’AIIRe – Associazione Italiana Ipnosi Regressiva Evocativa segue proprio questa filosofia. Durante una recente intervista egli esplica alcuni concetti in modo esaustivo e che possono far comprendere meglio le metodologie utilizzate dagli esperti ipnotizzatori. Alcune domande a lui rivolte sono:

Cosa succede durante la seduta di ipnosi regressiva?
Entri in un altra dimensione di te stesso sperimentando un profondo stato di benessere e di rilassamento psico-fisico attivato dal flusso delle endorfine. E’ il piacere di momenti di “non-pensiero”, è la percezione di una realtà senza l’interposizione di diaframmi interpretativi: dove non c’è giudizio c’è una dimensione “senza tempo”. Affini le tue capacità mnemoniche, sensoriali ed emotive in un’ atmosfera di graduale liberazione dalle tensioni e dai blocchi la mente finalmente si schiude rivelandoti i misteri e le meraviglie del tuo “passato più profondo”.

Qual’é la durata della seduta di ipnosi regressiva?
La prima seduta di regressione alle vite precedenti dura circa due ore, le eventuali sedute successive, un ora e un quarto circa.

Qual’é la frequenza?
Una seduta al mese.
Gli effetti positivi della seduta continueranno ancora per diversi giorni facendo affluire, alla tua mente, ricordi, idee e consapevolezze e al tuo corpo nuove sensazioni; durante le notti successive alla seduta è possibile che tu faccia alcuni sogni particolarmente significativi per te. Tra una seduta e l’altra consiglio di tenere un diario dei tuoi sogni psichici o precognitivi.

Qual’é il numero delle sedute di ipnosi regressiva alle vite precedenti?
Puoi fare anche una sola seduta o comunque solo quel numero di sedute che tu desideri e che senti intuitivamente utili per te.

Bona parla anche dei pericoli della regressione ipnotica.

Numerose persone chiedono di accedere ad una psicoterapia che utilizzi l’ ipnosi regressiva. Secondo il pensiero e l’esperienza dei terapeuti associati all’AIIRe sono importanti i seguenti punti:

  1. La psicoterapia con l’utilizzo dell’ipnosi regressiva sia condotta individualmente e non in gruppo e da un medico o psicologo psicoterapeuta.
  2. Chiedere sempre la qualifica di chi vi cura. La psicoterapia non può essere condotta da chiunque decida di porsi come guida di un percorso psicologico senza l’opportuna preparazione e qualifica.
  3. Si consiglia di non utilizzare Cd o audiovisivi di autoregressione. E’ pericoloso il fai da te che espone il soggetto a rischi di grave scompenso.
  4. Occorre una diagnosi preventiva seria attuata da un medico o psicologo psicoterapeuta competente prima di accedere al trattamento, perché occorre escludere i soggetti che non sono idonei all’ipnosi regressiva. I pazienti affetti da un quadro di depressione maggiore acuta, i bambini, gli adolescenti, le donne gravide, le persone in terapia con farmaci anticonvulsivanti non devono essere, a nostro avviso, trattati. Quali rischi incombono su tali categorie? I pazienti depressi con istinti suicidari, potrebbero reagire alla metodologia attuando i loro propositi autolesivi; i bambini e gli adolescenti non posseggono ancora una sufficiente stabilità nella struttura della loro personalità e l’emozionale impatto dell’ipnosi potrebbe disorientarli. Ancora, la gravidanza è un tempo di rispetto e di amplificata sensibilità, un periodo ove forti emozioni sono da escludersi. Intendiamo dire che non è opportuno sottoporre donne incinte alla regressione ipnotica per tutela del loro stato. Pensiamo che sia proficuo invece un corretto training ipnotico non regressivo di preparazione al parto. Per quanto riguarda l’induzione di pazienti portatori di focolai convulsivanti o in terapia con farmaci antiepilettici, crediamo ancora che ci si debba astenere dalle pratiche di ipnosi per non slatentizzare eventuali accessi.

Quindi, la regressione serve per:

  • Cercare eventi del passato quando questi non siano noti.
  • Far rivivere eventi del passato quando già conosciuti.
  • Ricordare in dettaglio fatti accaduti e poi dimenticati.
  • Ritrovare oggetti di cui si è dimenticato il nascondiglio.

Indipendentemente dallo scopo per cui questa tecnica è utilizzata bisogna notare due fatti essenziali di cui tenere conto.

  1. In mancanza di una prova certa di quanto ricordato, detto o rivissuto dal soggetto in ipnosi, non si può essere certi della verità di quanto affermato in regressione, indipendentemente dalla buona fede della persona in ipnosi.
  2. La capacità dell’ipnotista di condurre una seduta di regressione nella maniera corretta. Infatti, il rischio maggiore in cui si incorre utilizzando questa tecnica, è di suggerire al soggetto ciò che dovrà ricordare. Questo fenomeno è a volte del tutto inconsapevole, e causarlo è molto semplice. Bisogna anche molta attenzione al linguaggio utilizzato dal soggetto durante la regressione. I verbi che esprimo l’evento devono essere al presente, perché l’evento è rivissuto “qui” ed “ora” dal soggetto. Se il soggetto dice “Ero”, “Avevo”, “Andavo”, si tratta di ricordi, non di emozioni rivissute durante la trance. Quando un soggetto parla dell’evento della regressione, utilizza spesso il tono di voce dell’età che aveva in quel periodo della sua vita, può cominciare quindi a parlare con una voce infantile. Cambiano spesso le proporzioni delle cose, se il soggetto parla di un ricordo infantile, descriverà le cose in proporzione alla sua età, si arrampicherà su delle”alte” sedie, guarderà oltre il bordo del tavolo sollevandosi sulle punte dei piedi, etc.Che si tratti di una regressione spontanea o no, si ha spesso un’abreazione, cioè un rilascio delle emozioni associate all’evento. Un’abreazione è un buon indicatore di regressione, e può essere anche molto violenta. A volte si manifesta con un semplice pianto, a volte con delle urla ed è compito dell’ipnotista controllare queste emozioni. Non è necessario il sonnambulismo per ottenere la regressione, che si può essere ottenuta a qualunque livello di trance, anche se le regressioni più convincenti sono quelle spontanee o quelle ottenute dai soggetti sonnambulici.

In definitiva la raccomandazione che gli esperti danno è quella di prestare molta attenzione a chi ci si rivolge per un’esperienza di questo genere. Bisogna sempre chiedere credenziali ed informarsi per bene, magari con libri che ne trattano l’argomento, per avere un’idea del percorso eventuale che si vorrà intraprendere se si sceglierà di curare le proprie patologie attraverso l’ipnosi regressiva od evocativa.

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