Filosofia

L’origineuniverso1

[Chissà se un giorno Dei d’altri mondi, provenienti magari da un universo più antico del nostro ci sveleran arcano sulle origini… Al momento all’uomo rimane solo da domandarsi chi sia mai il Dio della creazione del tutto dal nulla; un Dio trascendente, un atomo primordiale o un vizio concettuale e visivo, sotto forma di miraggio con morti che vivon vite e giorni vissuti come ricordi che fluttuano nell’aria in un limbo di pensieri, di sogni, di infinite esistenze ed esperienze in un tempo infinito ed in tutte le combinazioni possibili?]

Qual’è l’origine dell’universo e della creazione?

Questa è la domanda su cui si basa ogni pensiero filosofico; la domanda delle domande. Essa costituisce, forse, la ragione stessa dell’esistenza della filosofia. Alcun scienziato ormai dubita dell’esistenza del Big Bang e del fatto che 13,7 miliardi di anni fa l’universo fosse molto piccolo e che da allora abbia continuato ad espandersi. La storia che la scienza racconta è quella dei fatti avvenuti dopo quell’istante; non sa spiegare ciò che accadde prima o sull’esistenza stessa di un prima perché non sa come misurarlo. Nei primi istanti di vita dell’universo le leggi della fisica hanno permesso di costruire due soli atomi: Idrogeno ed Elio. Da essi deriva tutto quello che conosciamo, inclusi i viventi che abitano il nostro pianeta.

L’interpretazione che i filosofi hanno dato all’origine del cosmo ha oscillato nel tempo tra due estremi: una visione immanente per cui il principio dell’Universo è nell’Universo stesso, che per questa ragione esiste da sempre e sempre esisterà e una visione creazionista per cui il mondo è opera di un Demiurgo che è fuori dell’Universo e lo crea per cui il mondo ha un’origine e quindi una fine.

La filosofia greca era permeata del primo atteggiamento, negava la possibilità che ci fosse un inizio del mondo e quindi una fine. Ciò che è eterno – sostenevano – “ha una perfezione superiore” di ciò che è creato (che dipende dal suo creatore). Poiché l’Universo è la sede delle massime leggi concepibili, a cui anche gli dei sono sottoposti (neanche gli dei potevano sottrarsi al loro “destino”), deducevano che esso dovesse essere perfetto e quindi eterno. Per Talete, il primo dei filosofi della scuola di Mileto, il principio era l’acqua: tutto cominciava dall’acqua e finiva nell’acqua perché – osservava – tutto quello di cui le piante e gli animali si nutrono è umido; in un certo senso era il precursore delle moderne teorie sull’origine della vita. Per Eraclito il principio era il fuoco, ciò che variava era solo la sua forma, dal fuoco nascono i gas che precipitano in acqua e quando l’acqua evapora lascia dei residui che sono i solidi. Gas, liquidi e solidi sono quindi tutte forme diverse del fuoco. Per Anassimene il principio era l’aria: in essa osservava i processi di rarefazione e condensazione in cui vedeva il divenire la sintesi degli opposti. Analoghe teorie erano proposte da tutti gli altri filosofi: per Empedocle il principio erano i quattro elementi, per Democrito gli atomi, per Pitagora l’ordine matematico. I filosofi greci studiavano il mondo da veri scienziati ed erano colpiti dai fenomeni fisici, chimici e biologici che osservavano e da questi facevano derivare un principio primo. Essi avevano una concezione concreta del mondo che Aristotele riassumeva nella semplice frase: dal nulla non può nascere nulla. Per i Greci, se l’Universo esisteva, allora era sempre esistito e non poteva neanche finire perché, se non si può passare dal nulla all’esistente, è vero anche il contrario: non si può passare dall’esistente al nulla. Se l’Universo esiste da sempre allora esisterà per sempre, il tempo non ha un inizio e non avrà mai una fine. Il Big Bang come origine del tempo non va d’accordo con il pensiero aristotelico.

Sant’Agostino e i teologi cristiani avevano invece un’impostazione opposta, di tipo creazionista. Per loro Dio è fuori dallo spazio e dal tempo, che esistono solo perché Lui li ha creati. La domanda che molti si pongono: “cosa faceva Dio prima di creare il mondo?” per Sant’Agostino non aveva nessun senso, perché, non essendo stato creato il tempo, non esisteva un prima. Un ragionamento che non convinceva i suoi ascoltatori e spesso, quando il Santo arrivava alla fine delle sue lezioni, c’era qualcuno che chiedeva spiegazioni, non riuscendo ad accettare l’idea di un istante che non avesse un prima. La storia racconta che Sant’Agostino, esasperato da queste domande, alla fine rispondesse che, prima di creare il mondo, Dio era occupatissimo a costruire un inferno abbastanza grande da contenere tutti quelli che ponevano simili questioni. C’è però una forte differenza tra la visione di Sant’Agostino e quella della scienza; la scienza si occupa solo di quello che è osservabile. Per Sant’Agostino, il “prima” non esisteva perché il tempo non era stato creato, per la scienza invece domandarsi se c’era un “prima” non ha senso perché non riesce a concepire una misura per osservarlo. Le teorie sul Big Bang non negano quindi l’esistenza di un Universo precedente, si limitano solo a dire che esso non è osservabile; malgrado questo, nella teoria ci sono forti aspetti creazionisti, cui si aggiunge l’assurdità della singolarità iniziale: se l’Universo è in espansione, andando indietro nel tempo esso ha occupato spazi sempre più piccoli sino a divenire meno che infinitesimo, una cosa difficile da accettare, che non piace neanche agli scienziati, che la chiamano “singolarità”. Nel 1928, a pochi anni dalla pubblicazione delle misure che mostravano che l’Universo era in espansione, apparvero le prime teorie di Thomas Gold e Herman Bondi che spiegavano le osservazioni con un modello di “Universo stazionario”, in cui il tempo non aveva un inizio e il mondo in cui viviamo non nasceva da un punto piccolissimo in cui tutta la materia dell’Universo era concentrata. Essi arrivarono a postulare una creazione continua di materia dal nulla. Questa materia riempiva lo svuotamento prodotto dall’espansione, formando in continuazione nuove stelle e nuove galassie che mantenevano l’Universo simile a se stesso e la sua densità costante nel tempo. A chi obbiettava che il loro modello violava il principio aristotelico della conservazione della massa (dal nulla non può nascere nulla), loro obiettavano che anche il Big Bang lo faceva, creando tutta la materia assieme all’inizio. Loro postulavano un processo analogo, solo che era diluito nel tempo, un processo che agiva da sempre in un Universo praticamente infinito, nel tempo e nello spazio, che aveva il pregio di evitare un’origine del tempo e la singolarità iniziale; il Big Bang, creando tutta la materia assieme – sostenevano – era molto più assurdo della creazione continua. Tra i paladini dell’idea dell’Universo stazionario ci fu anche l’astrofisico inglese Fred Hoyle (1915-2001), colui che inventò il nome “Big Bang”.

Tra i grandi enigmi cui la scienza e le teorie evoluzionistiche non riescono tutt’ora a dar spiegazione, vi è quella degli atomi e della loro complessità nell’evoluzione. Si pensi che il numero di atomi che compongono l’Universo è un numero di “sole” 80 cifre… In altre parole, la molecola di DNA è troppo complessa per essersi formata “casualmente” nei 4 miliardi di anni di vita della Terra. Ma se 4 miliardi di anni sono pochi per creare in modo casuale molecole tanto complesse, un Universo che è solo 3 volte più vecchio (circa 13,7 miliardi di anni) è altrettanto insufficiente; per spiegare l’esistenza di una simile molecola, serve un Universo che esista da un tempo enormemente più lungo, praticamente da sempre. Nessuno oggi mette più in dubbio l’espansione dell’Universo, sono però ancora molti gli scienziati che rifiutano l’idea della singolarità iniziale che sembrerebbe contraddire le leggi della fisica. Questa espansione a causa della forza gravitazionale, subì un’accelerazione nella sua espansione, tuttora rilevabile nell’Universo attuale. Questa accelerazione potrebbe essere stata causata dall’energia oscura. La materia oscura potrebbe essere fatta delle più sfuggenti particelle mai immaginate: i neutrini sterili. I neutrini sterili sono particelle più pesanti dei neutrini cugini della materia ordinaria e interagiscono con la materia ordinaria solo attraverso la forza di gravità – rendendoli sostanzialmente impossibili da rilevare. Essi, potrebbero contribuire alla formazione delle stelle e dei buchi neri nell’Universo Primordiale.

La struttura ciclica del tempo cosmico era sostenuta spesso in funzione di una particolare visione metafisica. L’eterno ritorno poteva significare una forma di sussistenza autonoma di una natura divina, perfetta, oppure indicava, nel caso di Platone, l’intento dell’universo di imitare l’identità dell’essere divino (il tempo ciclico in Platone è l’immagine mobile dell’eternità. Nelle loro diverse interpretazioni, gli antichi trovavano nell’universo ciclico, che non finisce mai, una soddisfazione dell’esigenza ontologica di eternità (questo punto è centrale nel pensiero di Plotino). Nietzsche ripropose modernamente il modello dell’eterno ritorno in un senso fortemente chiuso, cercandovi addirittura qualche fondamento (rivelatosi inesistente) nelle teorie energetiche del suo tempo. La motivazione metafisica di questa scelta teoretica era lontana dalle preoccupazioni religiose dei classici. Nietzsche tentò di annullare la novità del tempo per affermare una forma di eternità di un presente che ritorna infinite volte, sempre identico a se stesso. “Come non dovrei anelare all’eternità -esclama Nietzsche pateticamente- e al nuziale anello degli anelli, l’anello del ritorno! (…) perché ti amo, Eternità”. Paradossalmente, viene così eternizzato e immobilizzato il presente fuggente.

Lo scenario di un universo avviato verso un degrado terminale globale corrisponde di fatto, come abbiamo visto, alle predizioni abituali della cosmologia scientifica. La prospettiva di un futuro di morte eterna pone un serio problema filosofico, vivamente sentito dai cosmologi. Un universo che fa soccombere tutto sembra privo di finalità. In una cornice chiusa, accettare questo fatto significa chiudere ogni speranza all’uomo e consacrare il non senso dell’esistenza stessa.

«Si tratterebbe dunque non di un Dio che ha creato dal nulla ogni cosa, ma di una mente universale che pervade il cosmo dirigendolo e controllandolo attraverso le leggi di natura per conseguire un suo fine. Potremmo definire in altri termini questa concezione dicendo che la natura è un prodotto della sua propria tecnologia e che l’universo è una mente; un sistema, vale a dire, che si osserva e si auto organizza.»

(Paul Davies, “Dio e la nuova fisica”)

Tra le teorie più fantasiose e fantascientifiche trova rilevanza quella del filosofo Nick Boström.
Egli affermò che il nostro universo forse non è reale, ma che ci troviamo probabilmente all’interno di una simulazione al computer. La Matrix. Dove la coscienza è simulata e dove presumibilmente una futura civiltà potrebbe aver provato a simulare la vita, e probabilmente ci avrebbe provato molte volte. La maggior parte degli universi simulati precipita – così è probabile che ci troviamo all’interno di uno di essi. In tal caso, tutte le stranezze cosmologiche che si osservano come la materia oscura e l’energia oscura sono semplicemente patch, create appositamente per non far precipitare il nostro Universo, semplicemente per risolvere alcune incongruenze nella nostra simulazione.

Alcuni pensatori contemporanei affermano con vigore che la filosofia o, meglio, la metafisica, non abbia più alcunché da dire, che sia priva di senso (o addirittura che non ne abbia mai avuto) e quindi debba essere relegata in uno spazio privo di significato; sostituita dalla scienza che, diviene così la forma principale di conoscenza del mondo. L’uomo d’oggi incapace di fermarsi e teorizzare un proprio concetto, una propria idea, giusta o sbagliata che sia, si limita quindi a delegare il proprio pensiero esclusivamente alla scienza.

Hegel affermò che il reale è razionale e il razionale è reale. L’Universo è senz’altro reale; ma è razionale? Come si chiede Paul Davies, uno dei massimi cosmologi contemporanei: “Fino a che punto possono arrivare le argomentazioni razionali? Possiamo davvero sperare di rispondere alle domande fondamentali dell’esistenza attraverso la scienza e l’indagine razionale, oppure ci imbatteremo sempre, prima o poi, in qualche mistero impenetrabile? E, comunque, in che cosa consiste la razionalità umana? Quando ci porremo la domanda fondamentale il razionale forse non sarà più cosi reale e il reale un po’ meno “scientifico”. La scienza è basata sulla speranza che il mondo sia razionale in tutti i suoi aspetti osservabili. È possibile che vi siano aspetti della realtà che vanno oltre il potere del ragionamento umano […] Così dobbiamo essere consapevoli della possibilità che esistano cose la cui spiegazione non potremmo mai comprendere, e magari altre che non hanno spiegazione alcuna.”

Tra i pensatori che affrontarono la problematica dell’origine, troviamo John Barrow, che nel suo libro “Le origini dell’universo”, trattò con enfasi il concetto di Universo dinamico e le problematiche legate agli esperimenti astronomici: “non possiamo fare esperimenti con l’universo; non possiamo servirci di quello che ci viene offerto.” evidenziando come gli esperimenti li si possano affrontare solo in piccola misura sulla Terra. Il problema sta proprio nel comprendere che il Cosmo è il tutto, la totalità dello spazio, del tempo, della materia e dell’energia; quella totalità che contiene al suo interno quel pianeta chiamato Terra sul quale vive una specie biologica che possiede la facoltà di pensare il tutto, ovvero l’universo. Il pensiero stesso è contenuto nell’universo che viene pensato. Tutto è contenuto nell’universo e l’universo è il contenitore di tutto. È sotto inteso che questo lavoro si basa su una assunzione implicita di una prospettiva realista o meglio, di realismo critico. In questo senso vi è un’accettazione della critica della ragione kantiana ma un rifiuto dei suoi esiti idealistici. Ovvero il pensiero viene dopo l’essere. Altri pensatori che svilupparono il concetto d’origine furono, ad esempio, Silvio Bergia con il suo libro “Dal cosmo immutabile all’universo in evoluzione”, dove afferma: “L’idea assolutamente nuova che questa cosmologia ha introdotto è quella di un universo che ha avuto un inizio, e che è destinato ad avere una fine, anche se non ci è ancora dato di sapere quale sia la natura di quest’ultima, di un universo che evolve dal punto di vista dinamico, termico e strutturale” e Sthephen Hawking, probabilmente il massimo cosmologo teorico vivente, che nel suo best-seller del 1988 intitolato “Dal big bang ai buchi neri” per la prima volta ha avvicinato il grande pubblico al mondo della cosmologia; lui afferma che “ la vecchia idea di un universo essenzialmente immutabile che potrebbe esistere da sempre, fu sostituita dalla nozione di un universo dinamico, in espansione, che sembrava avere avuto inizio in un tempo finito in passato, e che potrebbe durare per un tempo finito in futuro.” E’ lo stesso Hawking a definire il suo approccio filosofico-teorico alla realtà come una nuova forma di positivismo: “Quel che spero di aver dimostrato è che un qualche tipo di approccio positivistico, in cui si considera una teoria alla stregua di un modello, è l’unico modo per capire l’universo, almeno per un fisico teorico. Io sono fiducioso che si possa trovare un modello coerente in grado di descrivere ogni cosa nell’universo. Se ci riusciremo, sarà un trionfo per la specie umana” e fu durissimo con i suoi colleghi filosofi quando, per sottolineare come la via contemporanea per la comprensione dell’essere sia quella dell’indagine cosmologica, fisica e matematica, dice: “Coloro che dovrebbero studiare e discutere questi problemi, i filosofi, per lo più non hanno avuto una formazione matematica sufficiente per tenersi al passo con gli sviluppi moderni di fisica teorica. Esiste una sottospecie, quella dei filosofi della scienza, che dovrebbe essere meglio attrezzata. Molti di loro però sono fisici falliti, che hanno trovato troppo difficile inventare nuove teorie e quindi si sono dedicati a scrivere sulla filosofia della fisica.” Proprio sul concetto di pensiero ed essere, la cosmologia ha posizioni contrastanti: da una parte conferma insieme alle altre scienze, che l’universo era, per un tempo immenso, anche quando il pensiero non era; dall’altra, con l’introduzione del principio antropico, introduce una fondazione relativamente idealistica della natura dell’universo. Come dice quasi poeticamente Emanuele Severino: “Eppure queste cose e ogni altra –altri mondi e altri dei- si trovano insieme in un’unica regione, costituita appunto dalla totalità delle cose: essa contiene il presente, il passato, il futuro, le cose visibili e quelle invisibili, corporee e incorporee, il mondo umano e quello divino, le cose reali e quelle possibili, i sogni, le fantasie, le illusioni e la veglia, il contatto con la realtà, le delusioni; ogni vicenda di mondi e universi, ogni nostra speranza.”

Importante anche accennare ciò che riguarda il rapporto che intercorre tra tempo ed essere.
Esso vien affrontato e poi risolto in modo cosmologico con la teoria che l’uomo è (anche) il tempo.

“ Lo spazio e il tempo non sono solo misure operative, essi esprimo la ricchezza di ciò che è. Questa ricchezza è intesa come un’estensione e una relazione dell’essere con se stesso, secondo la disposizione delle sue parti o secondo il suo divenire. Essi non si riferiscono ad ambienti (topologici, geometrici o cronometrici), ma riguardano l’intimo dell’essere nelle sue relazioni con se stesso….”

(Martin Haiddegger)

Eliminando lo spazio, l’energia, la materia ed il tempo, rimane il nulla, allora si comprende che si sta facendo ontologia. Se abbandonassimo il senso mistico attribuito da Haiddeger alla parola essere ed accantonassimo il concetto di Dio trascendente, allora comprendiamo come la cosmologia indaghi l’essere e tutto riporti a quella ignota origine.

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