Cultura

Simboli

Nel visualizzare questa rivista vi sarete sicuramente accorti della presenza, nell’immagine del titolo, di due figure: la stella nera e l’uomo Vitruviano di Leonardo. Soffermiamoci ora sulla spiegazione ed il significato recondito e d’ispirazione di queste due figure:

L’uomo Vitruviano raffigura la perfezione e l’unicità d’ogni uomo che vuole esser Dio ed aspira ad esser tutt’uno con l’infinito. Esso è senza dubbio, il più conosciuto tra i disegni di Leonardo da Vinci col quale volle rappresentare l’unione simbolica tra arte e scienza: l’uomo è perfetto all’interno di due figure geometriche, il cerchio e il quadrato, forme considerate perfette dal filosofo greco Platone. Queste due forme geometriche rappresentano la creazione: il quadrato rappresenta la Terra, mentre il cerchio l’Universo. L’uomo entra in contatto con le due figure in maniera del tutto proporzionale e ciò fa intendere la natura perfetta della creazione dell’uomo in sintonia con Terra e Universo. Ma perché Leonardo s’ispirò a Vitruvio per la sua opera? Vitruvio fu un architetto e scrittore romano, ritenuto il più famoso teorico di architettura di tutti i tempi. Leonardo nella sua genialità volle far affiorar nel disegno le teorie architettoniche del Vitruvio, dagli archetipi geometrici universali alla teoria alchemica del microcosmo e macrocosmo, per cui l’homo ad circulum e l’homo ad quadratum del De architettura di Vitruvio possono sovrapporsi (Elettrico). Riprendere Vitruvio, peraltro, vuol dire accogliere la sua concezione dell’ars muratoria, fondata sull’armonia delle proporzioni e sulla corrispondenza tra la natura e le costruzioni architettoniche: un’armonia insita nelle forme naturali che si riverbera in quelle ideate dalla mente umana. Gli architetti rinascimentali ricercarono la “misura” del monumento, avvalendosi sovente di quella “divina proporzione” insita nella “sezione aurea” ed espressa in matematica nella serie di Fibonacci. Raccoglitori di un capitale culturale disperso, essi ricondussero l’uomo al centro dell’universo, non più slancio verso l’alto ma scavo interiore, nella consapevolezza che la scintilla divina si nasconda in natura, manifestandosi nella resa armonica delle proporzioni. Verità presenti nei testi di Vitruvio, il quale, nel suo libro sull’Architettura, a tal proposito, così si esprime: “L’ombelico è il centro del corpo umano, poiché se si collocherà l’uomo supino con le mani e i piedi distesi e si farà col compasso centro dell’ombelico, tirando un circolo, le dita d’ambo le mani e dei piedi distesi toccheranno la circonferenza […]. Del pari trovasi nel corpo la figura quadrata, perché se dalla base dei piedi si misurerà fino alla cima del capo e quella figura sarà rapportata alle mani distese, si troverà la larghezza uguale all’altezza, allo stesso modo di quei piani che sono esattamente quadrati”. In questo sodalizio estetico-matematico della quadratura del cerchio, si riconobbero altri pensatori dell’epoca; come ad esempio Fra Luca Bartolomeo de Pacioli, frate francescano, matematico ed economista italiano, autore della Summa de Arithmetica, Geometria, Proportioni e Proportionalità e della Divina Proportione e riconosciuto come il fondatore della moderna ragioneria. Tra i suoi trattati egli ricorda infatti come il cerchio che iscrive un quadrato si leghi fortemente all’idea del sacro e alla sua rappresentazione architettonica, ossia il tempio.

“E per questo li antichi, considerata la debita posizione del corpo umano, tutte le loro opere, maxime li templi sacri, a la sua proporzione le disponevano, perocché in quello trovavano le doi principalissime figure senza le quali non è possibile alcuna cosa operare, cioè la circular perfettissima e di tutte l’altre isoperimetrarum capacissima, come dici Dionisio in quel De sphaeris, l’altra la quadratura equilatera”.

La divina proporzione e la suddetta correlazione armonica furono adottate nella costruzione di molti tra i più importanti edifici rinascimentali. Alla base di questa idea troviamo la visione del pensiero greco ripresa dal Rinascimento che, nella distinzione tra terra e cielo, solo quest’ultimo nella sua perfezione è precisamente regolato da leggi matematiche e geometriche, mentre il mondo elementare rimane di per se assolutamente privo di questa esattezza. Ed è l’arte che impone la perfezione alla natura attraverso l’impiego della tecnica: per questo l’uomo sarebbe posto al centro come punto di unità potenziale tra cielo e terra, proponendosi come unione tra la perfezione di pianeti e costellazioni e la perfettibilità del mondo elementale. Lo stesso Vitruvio insisterà su ciò che costituisce la forma superiore di arte, quella che cioè si prefigge di rappresentare gli oggetti così come dovrebbero essere (De architectura, VII, 5,1). Questo concetto astrale e ad un tempo mentale dell’arte verrà ripreso da Plotino, per il quale gli dei pensano per belle immagini, ritenendo pertanto questa la forma superiore di pensiero (Enneadi, V, 8,6) e dallo stesso Leonardo, che considerò la pittura come «cosa della mente, anzi filosofia» (Elettrico). Nel disegno leonardesco, l’uomo adotta due posizioni, una più statica, l’altra più dinamica. Ed a ben vedere, “il quadrato non si trova centralmente inscritto nel cerchio, bensì spostato verso il basso in una posizione non casuale ma ben precisa dove il punto d’incontro delle diagonali coincide con i genitali dell’uomo. Genitali che qui indicano l’origine fisica, come l’ombelico indicava quella spirituale”. Tale sfasatura non fu casuale, ma attuata nell’intenzione di sottintendere due dimensioni diverse, una fisica, l’altra metafisica: sfasatura del quadrato con il cerchio e conseguente duplicazione della posa, ora statica ora dinamica. In quest’ultima variante, a braccia e gambe aperte, egli sembra rievocare la figura archetipica della ruota. Il cerchio simboleggia la sfera celeste, ossia l’origine soprannaturale dell’uomo, mentre il quadrato definisce il suo destino terrestre. Date queste premesse l’analisi dell’opera induce ad affermare che, nella quadratura del cerchio, la dinamicità delle sfere celesti si armonizza alla terrestre staticità del quadrato, al contempo il fluire ciclico della vita sensoriale troverebbe un argine nella fermezza di quella contemplativa. La risultante, scaturisce un simbolo che esprime un contenuto inconscio ancora sconosciuto. La piena e armoniosa integrazione dell’uomo entro il “cerchio dell’esistenza eterna” sembra stridere infatti con l’espressione corrucciata, “angosciata” del volto di questo possibile autoritratto.

“Io sono uscito dal cerchio che ruota […] ho messo piede su ciò che è solido, l’ho preso e salvato dal moto dell’onda, dal ciclo delle nascite e dalla ruota vorticosa dell’infinito accadere” (Jung).

Alla fine del ‘300 iniziò a diffondersi un nuovo movimento culturale: l’Umanesimo, che poneva al centro l’uomo, infatti il simbolo dell’Umanesimo era l’uomo Vitruviano di Leonardo che rappresentava le proporzioni perfette del corpo umano. Nell’Umanesimo, infatti, l’uomo era ritenuto perfetto e padrone del mondo. La facoltà più importante per gli umanisti era l’intelligenza, l’uomo infatti divenne Homo Faber cioè artefice di se stesso e del suo destino. Durante l’Umanesimo vennero abbandonati gli studi teologici e vennero intrapresi gli studi riguardanti le discipline umanistiche (la letteratura e la filologia). L’Umanesimo e il Rinascimento non sono nettamente separati, l’uno confluisce nell’altro pur avendo caratteristiche diverse. L’uomo Vitruviano rappresenta il simbolo di questo passaggio ed il simbolo del microcosmo che si sovrappone al macrocosmo, il grande universo che agisce e influenza con i movimenti celesti la vita degli stessi uomini nella perfetta rappresentazione proporzionale del corpo maschile, ma anche la solitudine dello stesso nel cerchio del cosmo, dove aspira e desidera con tutto il suo corpo, toccare gli estremi infiniti confini. L’uomo naturalisticamente finito che aspira al possesso dell’infinito. L’uomo che vuole farsi Dio. Questo è il dramma di Leonardo.

La stella neraimm stella  

[Tu! Lupo dalla pelliccia bianca e stella su occipite frontale nera… Fosti totem d’equilibrio, nella luce di guida albina che indica strada, nel destro di severa pupilla di ghiaccio che ti fece veder nero oltre le armonie del sereno bianco e nel sinistro di tenue pupilla d’ambra che ti fece veder bianco oltre le ombre di cupo nero…]

Così come l’essere è colore in vibrazione e forma anche per la spiegazione della stella nera si utilizzerà egual principio. Il nero di per sé potrebbe indicar cupezza, buio, negazione ai più, ma se ci si fermasse alle apparenze, tutto diverrebbe piatto nella propria concezione personale. Difatti nel giudicar le apparenze la verità sarebbe semplicemente quella visiva, di primo impatto o quella descritta da altri. Questo non vale se si utilizza il principio della trasformazione. Questa rivista, vuol possedere alla base un concetto fondamentale, cioè quello dell’esplorazione. Esplorazione, all’interno di noi stessi ed esplorazione di ciò che ci sta intorno ed oltre. Così che non ci si fermerà a veder bianco o nero, perché nel nero v’è il bianco e nel buio, luce e viceversa. La scelta del colore nero vuol rappresentare quel passaggio di ricerca e trasformazione delle nostre ombre, le nostre paure interiori, che si riflettono in ciò che vediamo o pensiamo di giudicare soggettivamente. Il nero è il colore del mistero; quel mistero che l’essere deve sviscerare per giungere alla propria verità. Il punto d’arrivo probabilmente è il grigio, la via di mezzo, l’equilibrio, la propria centratura del cerchio. Il nero rappresenta anche la ribellione, l’indignazione contro l’insulto all’intelligenza umana insito nelle pretese, ipocrisie e bassi sotterfugi nella continua lotta dell’essere contro se stesso e le proprie divisioni interiori e con gli altri (siano esse personali o inoculate), per divenir uomo libero. Libero dal perenne lutto di morti e vittime evitabili con una nuova concezione di pace dell’essere e libero dal lutto della morte del corpo e dall’annullamento dello spirito sotto sistemi autoritari e gerarchici.

Passiamo alla forma; la stella. La stella a cinque punte, rivolta verso l’alto è vista come un segno di equilibrio e di protezione; difatti, essa vien rappresentata come talismano “dell’uomo cosmico”. Il pentalfa fu infatti il simbolo dell’uomo e del suo microcosmo nella realtà terrena all’interno della quale l’essere umano si inserisce, proiettato verso realtà superiori. Un esempio è quello degli allievi della scuola mistica di Pitagora, che utilizzarono questa figura per indicare ed identificare il rapporto aureo, ovvero l’unità di misura del creato. Utilizzato anche dalla massoneria moderna, la stella fiammeggiante con la punta rivolta verso l’alto vuol rappresentare il simbolo dell’uomo nel suo percorso di elevazione, e la sua immagine sintetizza lo scopo dichiarato della libera muratoria, ovvero quello di condurre il profano verso la trascendenza. La stella ebbe grande importanza di forma, studio e venerazione anche presso antiche civiltà, epoche e società. Ad esempio i sumeri che diedero alla stella significato di “cielo”, “Dio” o la civiltà egiziana con la venerazione d’Orione (associato al Dio Osiride), di Sirio, detta stella del cane o del lupo celeste e stella più importante della volta celeste essendo la più luminosa. Probabilmente, nell’antico Egitto l’intero sistema religioso egizio fu associabile alla stella Sirio. Essa era venerata con il nome di Sothis e associata a Iside, dea madre della mitologia egizia. Iside era la componente femminile della trinità completata da Osiride e il loro figlio Horus. Gli antichi egizi tenevano Sirio in così grande considerazione che la gran parte delle loro divinità erano associate ad essa più o meno direttamente. E’ evidente la connessione anche iconografica con Anubi, dio della morte dalla testa di cane e con Toth-Hermes, gran maestro dell’umanità, che era direttamente ed esotericamente collegato a Sirio. Per gli Egiziani il sorgere eliaco di Sirio nell’aspetto rosso brillante preannunciava la fertilità, l’abbondanza e la vita, ma se era di aspetto pallido o nebuloso (e quindi arrossato) avrebbe recato la pestilenza e la morte. Altro popolo legato a stretta misura a Sirio è quella dei Dogon (tribù nella repubblica del Malì che vive tra i dirupi rocciosi dell’arido altipiano del Bandjagara senza alcuna tecnologia). Essi si definiscono popolo venuto dalle stelle; difatti, la loro leggenda narra che i Nommo, gli otto antenati dei Dogon, arrivarono sulla Terra dalle stelle e ci si chiede tutt’oggi come essi possano avere così tante, precise e dettagliate informazioni su nozioni astronomiche che solo la meccanica celeste e la moderna astrofisica hanno permesso di ottenere. Tra i loro saperi, sembra che essi siano a conoscenza delle caratteristiche chimico-fisiche di Sirio B. Essa viene, infatti, definita come “stella nera” dal momento che è invisibile ad occhio nudo, e vien chiamata da loro “Po Tolo”. Essi affermano che la stella nera Po Tolo è vicinissima a Sirio, anche se non può essere vista, e appartiene al più piccolo tipo di stelle ma anche al più pesante. Riguardo a questo particolare, le formule rituali dei sacerdoti recitano: “Po Tolo gira attorno a Sirio in 50 anni ed è tanto più pesante, che un minuscolo granello della sua materia pesa più di tutti i granelli di sabbia del deserto presi insieme”.

La risultante, il punto focale e d’unione di tali figure e forme e di tutto quel che è stato descritto, risulta essere simbolo di uomo esploratore, che cerca, tra i misteri più reconditi ed ombrosi di se stesso, di trovar quadratura del proprio cerchio nel suo microcosmo, per poi proiettarsi, una volta risolto quello, con equilibrio, all’esplorazione dell’esterno conosciuto e del macrocosmo ignoto.

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