Società

Le radici società 2

Tra i drammi che agitano l’epoca contemporanea la perdita delle “origini” e delle “radici” ovvero dei legami, lo spaesamento, la solitudine, la vita labile e precaria che si agita sconclusionata costituisce sempre più rilevanza e concretezza, visibile ad occhio nudo nella quotidianità d’ogni giorno. Avere radici vuol dire non esaurire la propria vita nel presente o nell’egoismo di una esistenza autarchica o nella consapevolezza d’una identificazione lontana. Avere radici vuol dire anche, avere un passato e di certo un avvenire, coltivare la vita e non consumarla, amare le proprie origini e stabilirne connessioni. L’atto dello sradicamento evoca in se violenza, cosa che è completamente assente nel radicarsi. Lo sradicamento viene infatti considerato, in nostra epoca, come la più pericolosa delle malattie della “società umana”, perché risulta impossibile imporre l’amore delle radici, a chi non le ha, non le sente o non le riconosce. Eppure se entrassimo più in profondità alla frase appena scritta, ci accorgeremmo che nella storia dell’uomo il richiamo alle radici, paradossalmente ha sempre costituito le premesse per rancori e odi, verso chi non condivide le nostre radici o manifestato intolleranze verso chi non li riconosce. Questo lo si può notare ai giorni nostri, ad esempio per tutte quelle persone (migranti) che fuggono dall’Africa e dal Medio-Oriente alla ricerca d’un rifugio sicuro in Europa. Essi si lasciano alle spalle la loro origini, loro malgrado, per una vita migliore. Per la maggior parte delle volte ciò non accade, ed essi vengon rinchiusi in campi d’identificazione o centri d’accoglienza in stato di semi prigionia e nell’attesa che autorità statali e parastatali decidano sulla loro sorte. Questo potrebbe richiamare il pensiero a vecchi spettri della storia europea. La violenza in se sta nel capovolgere le radici in frutto e poi brandir i rami, violando la loro nascosta profondità. La stessa cosa non è forse accaduta in nome dei diritti umani dell’uguaglianza, della libertà o persino della fede? Oggi viviamo in un tempo di continui “trapianti” , sembrano quasi logici il vivere e lo sradicarsi frequentemente senza curarsi della nostra capacità di “attecchimento”. La cosiddetta globalizzazione, poi, non fa altro che distorcere ed accentuare questa fase di cambiamento nell’uomo moderno, sembra quasi che, se si vuol pensar male, si voglia arrivare ad una popolazione mondiale con pensieri, tradizioni e culture unificate in una e sola. Se così fosse, essa sarebbe punto di congiunzione tra diverse etnie oppure stiamo parlando di pensiero mentale impostato (uomini fotocopia)? Gli ideatori della globalizzazione trovano braccio armato soprattutto nelle multinazionali che hanno l’imperativo di propinarci e venderci ciò che “vogliono” e ai mezzi di massa: radio, giornali, televisori che adulano e plasmano il pensiero a loro piacere. È quasi paradossale che gli artefici della distruzione delle nostre radici, aiutano a ricordarle; specialmente la televisione per mezzo di documentari, film, programmi… Pian piano ci dimenticheremo chi siamo e vivremo giorno per giorno, al momento, senza conoscere il nostro passato. Per vivere bene e per costruirci un futuro, bisogna sapere chi si era, chi si è. Poi è indispensabile avere dei valori in cui credere per i quali vivere, lottare e battersi. Quindi, bisogna sempre chiedersi il perché delle cose e non prendere sempre per buono quello che ci viene detto da altri. Forse senza il richiamo alle radici un “tradizionalista” non riuscirebbe a dirci come sia concretamente costituita la tradizione o l’identità. In fondo le radici sono un simbolo riassuntivo che lega l’uomo alla terra, la vita umana alla natura. Cerchiamo di comprenderne i presupposti: quando un bimbo nasce, la sua sopravvivenza e la sua educazione, perfino la definizione della sua identità, dipendono in toto dalla famiglia di origine e dalla madre in primis. All’inizio nella fase simbiotica, fino allo svezzamento e spesso anche oltre, il bimbo non ha ancora un Io definito e ben distinto da quello materno, spesso si guarda stupito le mani o i piedi, inconsapevole che sono suoi. In questo caso l’appartenenza al nucleo familiare è fonte di sicurezza, protezione, cura, fiducia, possibilità di rilassarsi, trovare nutrimento, apprendere le regole per sopravvivere ed adattarsi all’ambiente ed evitare così i pericoli e il disadattamento. Ma, il processo di individuazione dell’io, di caratterizzazione della propria individualità, di differenziazione e specificazione delle singole potenzialità e talenti, incomincia presto. Il bimbo vuole provare “da solo”, cerca spontaneamente di affermare la propria indipendenza di azione, di scelta e di pensiero. Questo fenomeno necessario e naturale tende a manifestarsi in modo evidente e a volte esasperato nel periodo della pubertà e dell’adolescenza, dove però il bisogno di appartenere spesso si sposta a livello non più familiare ma gruppale o sociale con gli eccessi di trasgressione, ribellione, rifiuto delle autorità, tipiche di questa età, che vanno comprese, aiutate e incanalate in modo costruttivo da chi è vicino. Dopo di che, subentra una ulteriore fase evolutiva di individuazione e di orientamento alla identificazione del sé, nelle sue manifestazioni artistiche, culturali, professionali, morali e affettive. Questo processo di evoluzione e realizzazione del sé, prevede una adeguata capacità di discernimento dei modelli, dei valori e principi familiari e culturali acquisiti, distinguendo in maniera auto centrata quelli ritenuti attualmente o generalmente validi, utili e convenienti a quelli invece limitanti, castranti, condizionanti, auto ed etero distruttivi; secondo il proprio sentire e il proprio livello di coscienza. L’equilibrio fra il vecchio e il nuovo, la saggezza di ciò che è antico e la creatività di ciò che è moderno, innovativo, permette la conservazione della specie e della cultura e l’evoluzione individuale e sociale. Come un albero per crescere, fiorire, fruttificare, evolvere e realizzare il proprio potenziale ha bisogno di un terreno ricco, nutriente e solido dove sviluppare radici potenti e sicure che permettono alle fronde di espandersi, così è per l’uomo. I condizionamenti, la scarsa consapevolezza di sé e del proprio scopo nella vita, la paura dell’ignoto e del cambiamento, il conflitto con le figure parentali o le autorità reali o percepite come tali, oppure eventuali traumi subiti in età precoce, possono causare squilibri in questo delicato rapporto tra appartenere, uniformarsi, ed essere spirito libero di autoaffermazione, indipendenza, di svincolo dai legami. Da questi squilibri nascono profonde problematiche intrapsichiche, caratteriali e comportamentali, di relazione con il sé, le proprie radici (paterne e materne) con le istituzioni, il lavoro. Con i rapporti interpersonali in genere. È bene, in un lavoro interiore, comprendere gli aspetti sani e quelli nevrotici che si hanno in relazione al nostro vivere questi due aspetti dell’essere e riuscire ad integrarli tra loro. Se abbiamo avuto o percepito di aver ricevuto una buona educazione nella nostra infanzia, ci è rimasto impresso nel profondo un senso di positività e di gratitudine nei confronti delle nostre origini, delle nostre radici che è fonte di sicurezza e amore. Ci sentiamo sostenuti, protetti, dall’esperienza di chi ha vissuto ed è sopravvissuto prima di noi. Ma se i modelli educativi e culturali si sono basati su un eccesso di autorità e controllo, scarsa motivazione all’autostima e all’autodeterminazione, anche con strategie iperprotettive o umilianti, la personalità può sviluppare un atteggiamento disturbato della personalità e dei meccanismi di difesa orientati alla dipendenza e all’inibizione del sé. Questo limita la spontaneità, la creatività e l’espressione del proprio potenziale individuale, l’autenticità, le capacità di porsi obiettivi propri indipendenti dalla volontà familiare. Crea un attitudine al controllo, alla contrazione, all’annullamento di sé. La persona s’impigrisce, smette di pensare e di ascoltarsi, ha paura eccessiva di cambiare, soffre disperatamente le perdite e gli abbandoni, tende a sottomettersi passivamente alle richieste degli altri; con diversi livelli di gravità questa risorsa, l’appartenenza, può diventare un problema. Un albero senza radici, non si regge, non ha piedi ben piantati per terra, gli manca sostegno, calore e nutrimento. Il sacrosanto diritto alla propria individuazione e all’espressione libera del sé, non può realmente avvenire in una situazione di rifiuto o assenza di radici comprese, accettate, amate e integrate. Spesso la ribellione e il rifiuto totale delle radici o la sensazione di non averle o comunque di non poterci contare, può portare a tutta un’altra serie di problematiche personali e relazionali. Pur essendo auspicabile nascere in una famiglia e in una cultura rispettosa delle libertà individuali, che ci permetta di sbagliare da soli e di scegliere con autodeterminazione, aiutandoci a imparare l’interdipendenza con gli altri, l’eccesso di queste spinte centrifughe crea uno squilibrio che può portare a: senso di isolamento e di abbandono, egocentrismo, antisocialità auto ed etero-distruttività, dissociazione. Conseguenze di questo stato potrebbero essere le dipendenze da alcool e stupefacenti, ricercando in questi quel calore, quel sostegno, quella pace che non riusciva a vedere e a trovare in casa. Spesso questo eccesso di separazione crea una chiusura di cuore, un senso profondo di distacco, di solitudine, di depressione, sfiducia, difficoltà a creare o a restare dentro a legami affettivi e relazionali duraturi e sani, inaffidabilità, rifiuto delle regole e dell’autorità. Le caratteristiche individuali e temperamentali di noi esseri umani ci possono rendere inclini più ad uno spirito da coloni o da pionieri, da conservatori o da rivoluzionari, da custodi o da inventori e ciò rende varia e meravigliosa la vita, nell’equilibrio continuo e necessario fra l’essere e il divenire. La virtù dello stare nel mezzo, del cercare in modo originale la propria libertà in armonia e con gratitudine per quello che già esiste di buono, è un processo continuo di crescita e adattamento che ci sprona ad integrare il “padre” e la “madre”, lo spirito che discerne e separa con l’amore che fonde ed unisce, alla ricerca dell’unità che ci completa e forgia. Per riuscire nel difficile compito di “essere nel mondo, senza essere del mondo”. Sapendo, allo stesso tempo, stare insieme e da soli.

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